V.
Sposai Luisa. La sposai. Presi per moglie Luisa. Io che volevo lasciarmi morire, che certo avrei finito per uccidermi, fui costretto a riprendere la mia vita come prima. Per lei: per lei sola. Perchè la sposai? Perchè non mi misi a ridere come un pazzo, quando Esposito mi accusò d'aver disonorata sua sorella, anzichè rispondere, come un pazzo, di volerla sposare? Pazzia per pazzia, sarebbe stato meglio che mi fossi messo a ridere senza fermarmi più, finchè non fossero venuti a prendermi con la camicia di forza. Ma Luisa, quando rimase sola con me, quella sera, dopo le mie parole insensate, mi prese le mani e incominciò a baciarmele piangendo e a bagnarmele delle sue lacrime. Io stavo seduto sul letto, con gli occhi fissi su lei, come un idiota. Ma Luisa di quando in quando levava su me il suo sguardo di bambina spaurita, come per domandarmi: Dunque è vero? È proprio vero ciò che ho udito? Tu mi sposi? Tu mi liberi?
Luisa non credette veramente che la sposassi se non quando fummo benedetti dinnanzi all'altare del prete che ci unì. Soltanto allora non dubitò più di essere vittima di un perfido sogno e di doversi ridestare d'un tratto nella consueta realtà della sua vita. Esposito non assistette alle nostre nozze. Dopo quella sera non lo vidi più. Io venni ad abitare qui con Luisa. Divisi con lei, diventata mia moglie, il suo piccolo letto di fanciulla, e la nostra prima notte fu senza amore. Non rispettai la sua verginità, dopo averla sottratta al commercio che voleva farne Esposito, suo fratello; ma rispettai il rantolo di sua madre che riposava in un altro letto, separata da noi appena da una tenda. Luisa mi teneva le mani strette nelle sue e posate all'altezza del cuore, sotto il suo piccolo seno molle, tepido e nudo. Così passò quella notte. Luisa aveva trent'anni, ma ne dimostrava sedici. Veramente non so se la magrezza e la povertà del suo corpo fossero indizio di una giovinezza precocemente sfiorita o che ancora dovesse sbocciare. Era giovane e vecchia. Non aveva età. Io non potei fare a meno di pensare con ironia al caso che dopo avermi negata ogni felicità d'amore aveva voluto infine regalarmi quella gran donna per moglie. Finalmente qualche cosa potevo godere anch'io nella vita! Una donna! E non dico solo una donna, poichè certo ne avrei trovata una ad ogni angolo di strada che si sarebbe lasciata prendere e godere da me per una notte, ma una donna mia, interamente mia, e mia per tutta la vita. Il sogno di tanti anni alfine lo avevo realizzato. Oh! potevo ben considerarmi più fortunato di tanti altri, i cui sogni non si realizzano mai. Avevo una donna mia, coricata nuda accanto a me, in mio assoluto potere. No: non era Daria. Non era propriamente neppure una donna. Io non l'amavo, non la desideravo: non l'avrei nè amata nè desiderata mai. Eppure era mia moglie. Avrei piuttosto voluto alzarmi pian piano, in silenzio, cautamente, da quel letto di sposo, e lasciarla al suo sonno innocente e beato, e andarmene come ero venuto, lontano, e non rivederla mai più: essere generoso con lei come il destino era stato generoso con me. Avrei voluto anche domandarle: — Luisa, se hai sposato me, perchè non hai sposato quell'altro? Se hai sposato me senza amore, e senza amore mi stai ora nuda fra le braccia, non potevi senza amore sposare lui in mia vece, e coricarti al suo fianco? Far contento Esposito ed evitare a me questo atto pietoso? Non sono mica io quello che tu vorresti avere ora vicino e dargli tutta te stessa! E chi sarà dunque mai?
Così venne l'alba, e incominciò la nostra vita in comune. Io non ebbi il coraggio di rivolgermi a Pietro Suavis per chiedergli di essere riammesso al mio impiego. Oltre tutto la presenza di Esposito mi sarebbe stata intollerabile. Rimasi alcuni giorni senza lavoro. Infine fui assunto nella redazione di un piccolo giornale settimanale, che era una specie di bollettino dei mercati e delle fiere della città. Avevo il mio ufficio nell'angolo più buio di una piccola tipografia. Il mio guadagno non sarebbe bastato a sfamare me, Luisa e sua madre se non avessi trovato da racimolare qualche altro soldo come correttore di bozze. Luisa cominciò col cucirmi una camicia, poichè quella che portavo era tutta rammendi e brandelli. Ma la nostra miseria era tale ch'ella dovette rassegnarsi a vedermi addosso quest'abito logoro ed unto, che oggi non è più che uno straccio. Quando rientravo a casa la sera, tardi, con le pupille addolorate per la penosa fatica degli occhi, Luisa mi veniva incontro con il suo mesto sorriso, mi toglieva il cappello dal capo, mi sollevava sulla fronte i capelli disordinati, e, guardandomi pietosa, mi domandava: — Sei stanco? Sei molto stanco anche oggi? E siccome io scrollavo il capo sconfortato senza rispondere, ritraeva la mano già alzata per accarezzarmi e se ne andava a capo chino presso il fornello, dove c'era la pentola della minestra a bollire. Io mi lasciavo cadere di peso sopra una sedia accanto al tavolo e guardavo sua madre, che mi fissava muta tentennando il capo, con quei suoi occhi senza pensiero che parevano intenti a decifrare i tratti del mio viso, come per indovinare chi fossi io, quell'intruso dai capelli arruffati, dalla barba incolta, che ogni sera entrava silenzioso e si sedeva da padrone a quel tavolo. Ed io, esasperato dalla fatica della mia giornata, dallo spettacolo di quella tristezza e di quella miseria che mi vedevo d'intorno, da quella ripugnante immagine del dolore e dell'idiozia che mi fissava tremando, avrei voluto afferrarla per le spalle, e, facendole sbatacchiare la testa come ad un fantoccio di stoppa, avrei voluto rispondere: — Chi sono? Ora te lo dico chi sono. Sono uno che era sull'orlo della felicità, di quella felicità dalla quale tu mi guardi con il tuo ghigno di ebete. Ed ora se ne è allontanato per sempre, per sostentare il tuo corpo di bestia e quello tisico di tua figlia! Per sfamare voi due, io vivo e fatico e mi accieco dalla mattina alla sera. Per pietà di voi due io mi sono rassegnato ad essere il più ridicolo e il più infelice degli uomini... Ma perchè ci ostiniamo tutti e tre a vivere? Su via, madre nostra: dacci l'esempio... E le avrei tirato il collo come ad una vecchia gallina. Ma Luisa con la scodella fumante e colma, camminando in punta di piedi, trattenendo il respiro per paura di versarne una goccia, mi veniva accanto, e quando mi aveva posato il piatto dinnanzi, allora soddisfatta mi sorrideva del suo sorriso buono e innocente di bambina intristita.
— Mangia, povero piccolo, mi diceva posandomi una mano leggiera leggiera sopra una spalla. È buona, vedrai... Ti farà bene.
Ed io, distratto improvvisamente dai miei lugubri pensieri, sentivo nascere dentro di me un'ilarità cattiva, che avrebbe voluto prorompere in un riso sguaiato, rovesciarsi brutalmente su tutta quella tristezza.
— Piccolo, a me, a me, piccolo! pensavo con una smorfia beffarda. Io, qui, vecchio e sfiancato, brutto e sporco come un cesso, io qui un rifiuto d'uomo, con una faccia da ergastolano, con tutto il mio dolore, e la mia pena, e la mia stanchezza scritta sulla fronte, io, io, mi si chiama così, come un bambino: povero piccolo, povero piccolo! Chi ti crede, bella mia? Chi vuoi che la beva? Non mi vedi mica tu quanto sono brutto e sporco, miserabile, e vecchio, e stracco; quanto sono ripugnante ed odioso; come sono irritato e cattivo!... Niente affatto piccolo. Povero: povero sì. Ma povero diavolo, povero cane, povero idiota... Ecco i miei veri nomi. E tu li sai, via, cara Luisa: li sai meglio ancora di me!...
Mi curvavo sulla minestra e mi mettevo a mangiare in silenzio. Luisa con una mezza scodellina allora mi sedeva di fronte, e v'intingeva appena la punta del cucchiaio, e non mangiava che con la punta delle labbra. Bastava ch'io levassi gli occhi dal piatto e facessi un gesto vago, indeciso, un gesto qualunque, il più insignificante, il più indeterminato, per vederla saltare in piedi e sentirla domandare premurosa:
— Che cosa vuoi, dimmelo, caro? Il pane? Ah! Il sale...
E correva a prendere un cartoccino di sale pestato e me lo scartocciava dinnanzi. Io non volevo il sale. Non volevo nulla.
— Grazie, le dicevo, secco, irritato da quell'esagerato zelo, non voglio sale... Ce n'è anche troppo...
Luisa s'alzava per tempo la mattina: prima di me. Sgusciava dal nostro lettuccio stretto senza che io la sentissi, e per prima cosa accendeva il fornello e riscaldava il caffè. Poi lustrava le mie vecchie scarpe, e con infinita pazienza smacchiava il bavero, le maniche e i calzoni del mio abito tutto unto e sdrucito. Poi, vestita sua madre, le lavava il viso e le mani con una pezzuola inzuppata, e la conduceva a sedere sulla poltrona. Tutto questo in punta di piedi e scalza, quantunque si fosse d'inverno, per non destarmi. Mi destava quando tutto era in ordine, il caffè caldo. Mi toccava leggermente una spalla e mi sospirava quasi sul viso un: — Dèstati, Paris... Paris, ti svegli?... Io, la mattina, avevo il sonno stanco e pesante. Ella temeva di sentirmi gridare, di vedermi adirato. Aspettava qualche minuto, zitta, immobile, per conoscere l'effetto del suo primo richiamo. Io non l'avevo udito nemmeno, non mi muovevo, continuavo a respirare profondo e grave, addormentato. Allora la sua mano mi si posava sul capo e un poco più forte la sua voce diceva: — Paris, è tardi... Ti svegli, Paris? Finalmente mi svegliavo, e la prima cosa che vedevo svegliandomi era quel sorriso malinconico e pietoso sul visuccio di Luisa.