VIII.
Quando quelle prime rose furono sfiorite, Isacco ritornò a mietere nel giardino dello zio ricco, e mi portò degli anemoni. Poi scese nella cantina di quello zio misterioso e fantastico, e ne rubò uno, due, tre fiaschi di buon vino chiaretto che venne a bere con noi dopo cena. Come se non bastasse, alcuni giorni dopo Isacco si fece amico del cuoco di suo zio. Allora, ogni domenica, ci portò dei pasticcini di pasta sfoglia, o delle frittelle dolci inzuccherate che, di nascosto, quello impastava e friggeva per lui. Ogni qual volta lo vedeva comparire sull'uscio con uno di quegli involti ghiottissimi, il viso di Luisa s'irradiava di gioia. Lo notai la seconda volta, e poi sempre in seguito; ne ebbi piacere per lei. Anch'io bevevo di quel vino, mangiavo di quei dolciumi. Per molto tempo, in principio, mi abbandonai senza sospetti alla modesta gioia che quei fiori, quel vino, quei bocconi prelibati mettevano in alcuni momenti delle mie grige giornate. Senza confessare ad alcuno il piacere che mi veniva da quelle piccole cose, ne godevo segretamente come un bambino. La miseria, le sofferenze, è verissimo che avviliscono l'uomo, e lo rendono debole e incapace di dominarsi. Io ne avevo ancora una prova. Come apportatore di fiori, di fiaschi, di dolci, Isacco non mi pareva più così spregevole e fastidioso come prima, quando si presentava a mani vuote, e solo carico di parole. La sua compagnia incominciava a piacermi. Giunsi persino a pensare che fosse una vera fortuna per noi d'avere un vicino come lui, con uno zio così ricco, con quel bel giardino, quella cantina, quel cuoco tanto sapiente e servizievole. Quando, seduti intorno alla tavola la sera, si sorseggiava quel vinello chiaro, spillandolo giù dal fiasco che gorgogliava contento, in verità mi sembrava che il gelo, che m'ero portato nell'ossa su dalla strada tutta neve e vento, a poco a poco s'intiepidisse, quasi mi si sciogliesse dentro in un liquido vaporoso e caldo che lentamente, sottilmente, s'insinuava poi in ogni vena. Allora la giornata passata sotto il lume, nell'odore nauseabondo della tipografia, mi si presentava al ricordo meno penosa e squallida. La mattina, poi, quando svegliandomi aprivo gli occhi, la prima cosa che vedevo non era più quel sorriso malinconico malinconico nel visuccio di Luisa, ma erano quei fiori con le loro piccole teste variopinte reclinate sull'orlo della brocca, che dal centro della tavola su cui erano posati colorivano di rosa, di viola, di azzurro, di giallo il grigio sporco di queste pareti, la sudicia monotonia di queste quattro carcasse di mobili.
Proprio in quei giorni, certo in conseguenza di quei fiori, di quelle piccole consolazioni che Isacco aveva portato nello squallore della mia vita, pensai per la prima volta, senza ironia, a mia moglie Luisa. La guardavo mentre cuciva cuciva, e non provavo più nessuna irritazione vedendola penare così, mattina e sera, sul bianco accecante delle sue camicie, ma piuttosto incominciavo veramente ad avere soltanto pietà di lei, che così delicata, doveva logorarsi la salute in quel lavoro ancora meno retribuito del mio. Mi pareva anzi che da qualche tempo ella avesse raddoppiata la sua fatica, poichè non si coricava più nemmeno con me, ma rimaneva alzata molto tempo dopo. E se, per non far rumore, non lavorava alla macchina in quelle ore, zitta zitta imbastiva, o tagliava, o cuciva asole a punti fitti e piccini, con gli occhi sull'ago.
— Non affaticarti così, le dicevo ogni tanto. Perchè? In fondo che cosa ne ricavi, da tanto lavoro? Poveri siamo, poveri saremmo se lavorassi anche meno. Purtroppo questo non basta a cambiare il nostro stato... Vieni, vieni a dormire, Luisa. Domani sarai ancora in tempo.....
La vecchia, sempre sveglia, brontolava dietro la tenda che nascondeva il suo letto. Ed io, guardando fra le ciglia semichiuse Luisa tutta infreddolita che si spogliava, consideravo mestamente l'avarizia del suo piccolo corpo di eterna vergine, i suoi senini magri e distanti, le anche su cui la pelle pareva tesa come gomma elastica appena appena rosea, il suo ventre piccino e piatto, ombrato da una strisciolina di peluzzi biondi. E quantunque mi sembrasse una cosina malata e fredda a toccarsi, pure non ne avevo più quel senso di repulsione che fino a pochi giorni prima mi costringeva a chiudere gli occhi per non vederla. E quando m'entrava nel letto rabbrividendo, con la sua camiciola non profumata di bucato o di essenza di rose, ma solo odorosa dell'odore della sua carne che è il profumo del povero, e mi si stringeva contro il fianco per riscaldarsi, io non m'irrigidivo più da capo a piedi, come uno di quei cristi primitivi o di quei morti che si vedono scolpiti nei sarcofagi; ma le posavo (è la parola) le posavo un abbraccio inerte attraverso il fianco, e così cercavo di addormentarmi. Ma prima che il sonno fermasse il moto dei miei pensieri come avrebbe fatto una manata di polvere gettata in un orologio, fingendo di dormire per non muovermi, per non parlare più, chiedevo a me stesso:
— Perchè, perchè non c'è un po' di vero amore in lei? Perchè il suo cuore è così silenzioso, così tepido? Forse se lei volesse, se lei sapesse, un po' di oblio, un po' di gioia potrei anche trovarla in un suo bacio, in una sua carezza, in quello che comunemente si chiama, tutti chiamano: amore. Piccola Luisa... Perchè non sai, perchè non senti nulla? Perchè non indovini? Perchè non tenti? Perchè sei così innocente ed insipida? Piccola Luisa, perchè non mi ami?
Sentivo il suo respiro. Un sibilo sottile sottile le usciva dalla gola. Era quello che la faceva sempre tossire durante il giorno? Povera piccola! E avrei voluto posarle un bacio sulla bocca, un lungo bacio, un bacio d'amore. Ah! se fosse stata un'altra donna! Come quei fiori che mi davano tanta gioia e tanto conforto, così anche lei avrebbe potuto consolarmi un poco delle delusioni passate. Passate da tanto tempo.... Quasi dimenticate... Avrei amato lei sola, per sè stessa, non per il rimpianto o il ricordo di quei lontani giorni.... Non avrei amato nessun'altra in lei... Ormai ero un altr'uomo. Quello d'una volta non esisteva più.
Ma ben presto mi riebbi da quella specie di abbandono all'illusione d'una vita che non poteva essere, che non era la mia. Il piacere di quelle piccole cose godute senza altro pensiero che di goderne si mutò subito in amarezza. Perchè Isacco ci regalava quei fiori? Perchè ci elargiva con generosità tanto metodica il vino delle cantine di suo zio, i dolci della sua cucina? E quei doni erano per me o per Luisa? Quando questo dubbio mi assalì la prima volta, stavo mangiando uno spicchio di torta, tutta ricamata di crema, profumata di vainiglia e soffice come la lana. Mi fermai con il boccone in gola, guardai Luisa, guardai Isacco, e posai il pezzo che ancora tenevo in mano sul tavolo. Luisa anche lei aveva uno spicchio di torta delicatamente stretto fra due dita, e la bocca piena. Ma guardava Isacco, e non potendogli sorridere con le labbra, gli sorrideva con gli occhi. Ah! che luce, che vivacità, che ilarità insolite erano negli occhi di Luisa, quella sera! Parevano due carboncini accesi. La luce della lampada vi brillava dentro. E Isacco dove aveva preso, lui, quegli occhi? Grandi e neri, ma di solito sempre appannati e smorti, anche gli occhi di Isacco brillavano d'una luce insolita, vivi, sorridendo a Luisa. Inghiottii quel boccone che mi era rimasto in gola, e per quella sera non toccai più di quel dolce. Isacco se ne andò. E quando Luisa venne a letto, non la sfiorai nemmeno con la punta delle dita. Sentii tutto il gelo che ella portava con sè nella sua carne anemica, cercai di scostarmi da lei voltandomi con la faccia contro il muro. Così, cercando di non sentire il suo respiro sulla mia nuca, il suo odore di fieno nelle narici, incominciai a frugare in tutti gli angoli del mio cervello divenuto terribilmente lucido, e credetti di indovinare, di scoprire la verità. Mi ricordai che ogni mattina, da molto tempo ormai, quando mi alzavo, trovavo Luisa già vestita e pronta ad uscire. E mentre mi vestivo seduto sulla sponda del letto, ecco due tre colpi discreti bussati qui, sulla parete, fra questa stanza e quella di Isacco. Luisa mi si avvicina, mi dice: — Non hai bisogno di nulla? Dunque vado. Prende il suo involto di camicie, ed esce, salutandomi con la mano. Ha un cappellino nuovo, con una penna rossa. L'abito è sempre lo stesso, ma sembra un altro. Quando nel corridoio passa dinnanzi alla porta di Isacco, la porta si apre, Isacco esce: — Buon giorno, signora Luisa, dice. Ed io so che prende il fagotto delle camicie dalle mani di Luisa, e glielo porta per un buon tratto di strada. Tutte le mattine se ne vanno così, insieme. Ed io lo so. Lo so perchè Isacco e Luisa me lo hanno detto, che per lui portare quel fagotto a Luisa è un piacere da nulla, che non gli costa nessuna fatica. Mentre per lei è un piacere immenso non doverlo portare. La strada è ogni mattina la stessa per tutti e due. Tutti e due vanno verso il centro della città. Io poi esco per conto mio, la mia tipografia è subito passato il fiume, mi chiudo, mi seppellisco in quella spelonca buia come un antro, e mi si rivede la sera.
Questa fu la mia grande scoperta di quella notte. La mattina, appena alzato, ebbi la tentazione di prendere il mazzo di fiori dalla brocca posata sul tavolo e di buttarlo dalla finestra. A mezzogiorno Isacco mi si presentò con un paio di scarpe nuove incartate in un giornale. Disse di averle vinte ad una lotteria. E per l'appunto aveva il piede piccino! Infilate ai miei piedi, quelle scarpe calzarono invece come guanti.