X.

Tutti ricordano come è stata rigida la fine dell'inverno. Alla metà d'aprile c'era ancora la neve alta per le strade. La mattina tutto gelava. Pareva che il tempo ci portasse verso una più cruda stagione, anzichè verso la sospirata primavera. Una notte ero così pieno di freddo in tutto il corpo che non riuscivo ad addormentarmi. Luisa, Luisa, invece, respirava tranquilla nel sonno, con quel sibilo nella gola, e pareva che il gelo del letto lo avesse lasciato tutto a me. Improvvisamente accadde qualche cosa d'insolito nella stanza di Isacco. Udii il passo zoppo di Savina, la nostra vecchia padrona di casa, avvicinarsi nel corridoio, e un altro passo meno pesante che s'alternava col suo. Una voce d'uomo disse: — Ah! è qui... Ed essi aprirono la porta di Isacco ed entrarono nella sua stanza. Allora mi ricordai che veramente, quella sera, non aveva udito Isacco rincasare come il solito, all'ora sua, poco dopo le nove. Comunemente arrivava alla svelta, cantarellando (quel canto mi stizziva: lo consideravo una provocazione, un insulto, sia che cantasse per Luisa, sia che cantasse per me), con un rumore secco ficcava la chiave nella serratura e l'apriva, e prima di richiuderla accendeva il lume. Poi, con un colpo, sbatacchiava l'uscio e dava il paletto di dentro. Subito incominciava a gargarizzarsi. Tossiva, sputava, versava l'acqua nel catino, si lavava le mani. Quindi si sedeva sulla sedia o sul letto, e in fretta si spogliava, gettando scarpe ed abiti uno qua ed uno là, con fracasso. Quando s'era coricato, prima che si addormentasse, il suo letto non faceva che stridere e cigolare. Ma quella sera niente di tutto questo era accaduto; come se Isacco non fosse esistito mai. Ora, quando quei due furono entrati nella stanza, il letto d'Isacco stridette e cigolò. La voce di Savina disse: — Non vuol bere, non vuol mangiare. Non si lamenta. Non si muove mai. E quando si parla, non risponde. La voce dell'uomo soggiunse: — È molto grave... Poi il letto cigolò e stridette di nuovo, e infine la voce dell'uomo disse: — Non c'è niente da fare... Vedremo domani. Riaprirono la porta ed uscirono. Li udii scendere, parlando, le scale. Tutto ritornò in silenzio.

Isacco doveva essere ammalato. Il medico aveva detto: — Grave. Isacco era dunque gravemente ammalato. Ora mi spiegavo come mai non lo avessi udito rincasare come ogni sera. Quella mattina certo non s'era neppure alzato e tutto il giorno era rimasto coricato lassù. Forse, senza che io ne sapessi nulla, la sua malattia durava già da tempo. Forse da due, da tre giorni. E che malattia era quella? Savina avrebbe potuto informarmi. Avrei potuto chiedere a lei. Domani mattina, uscendo, le chiederò di che male sia malato Isacco. Non che mi stia molto a cuore saperlo. Ma così, per una semplice curiosità. Mi sta tanto poco a cuore la malattia di Isacco, che proprio non ne provo alcuna pietà. Anzi... Debbo esser sincero? Pensare ch'egli sia malato mi fa quasi piacere. Forse dire: piacere, non è dire cosa esattissima. No: veramente non mi fa proprio piacere, ma penso che, infine, il male che avrebbe voluto fare a me, con quella sua aria di malizioso sventato, in qualche modo ricade sopra il suo capo. Un castigo, qualunque sia, gli sta bene. Imparerà che il dolore è giustamente distribuito in questo mondo, e che ciascuno ne ha la sua parte. Non ho nessun sentimento caritatevole per lui. Non penso nemmeno quanto egli sia solo e abbandonato in quella mezza soffitta, alla mercè di Savina. Non mi si affaccia nemmeno per un attimo l'idea che egli possa aver bisogno di aiuto, durante la notte, così solo com'è. Tutto mi perdo dietro altri sentimenti, altri pensieri. Il male, la solitudine in cui Isacco si trova abbandonato, persino il pensiero della sua morte, non mi toccano affatto. Seguo ora una fantasia che mi conduce molto lontano di qui, in anni tanto tanto lontani, quand'ero bambino, e mi ammalai di tifo. Mi ricordo che mia madre mi vegliava le intere notti con una cuffietta bianca e rossa in capo, con un nastrino rosso annodato sotto il mento. Questo ricordo, sì, e specialmente il ricordo di quella cuffiettina rossa e bianca, mi tocca e mi commuove. Quando si è ammalati tutto è molto confuso. Ma quasi sempre, in tanta confusione di impressioni e di idee, un particolare insignificante, un particolare da nulla, sempre emerge, con una chiarezza meravigliosa, e si ficca nella memoria per non uscirne mai più.

Mentre così sognavo ad occhi aperti, sentii Luisa muoversi leggermente al mio fianco. Credevo che dormisse. Ma ella non si muoveva come ci si muove nel sonno. Pareva che cercasse di allontanarsi da me a poco a poco, preoccupandosi di non fare movimenti bruschi, ai quali il letto avrebbe scricchiolato. Strisciava fra le lenzuola, ed io sentivo benissimo, rimanendo immobile come se fossi addormentato profondamente; che Luisa aveva già piegato le gambe sulla sponda e che fra poco sarebbe uscita tutta dal letto. Un minuto dopo era in piedi. E nella penombra della stanza vedevo, attraverso le ciglia socchiuse, l'ombra bianca della sua camicia, diritta, che lentamente si muoveva. Il viso lo teneva sempre rivolto verso di me (la vedevo contro la finestra grigia illuminata) come se, mentre cercava qualche cosa annaspando con le mani nel buio, sorvegliasse il mio sonno per timore d'essere sorpresa in quell'atto. Così s'avvicinò alla sedia su cui erano posati i suoi abiti, e s'infilò una sottana e un giubbettino di lana. Poi si curvò, e credetti di sentire che raccoglieva le sue scarpe. Io non mi muovevo, ma, dentro, il cuore incominciava a martellare dandomi una pena enorme. Che cosa faceva Luisa? Quando ebbe le scarpe in mano, si curvò sul letto per meglio assicurarsi che io sempre dormivo tranquillo. Nulla m'aveva destato. Poteva andare sicura. Allora, camminando sulla punta dei piedi, scalza, si accostò all'uscio e posò una mano sulla gruccia. Qui incominciava il difficile. Quella porta aveva i gangheri arrugginiti. Sempre, quando si apriva o si chiudeva, dava in un miagolio che terminava con un rantolo quand'era tutta spalancata. In silenzio non concedeva che un'apertura d'un palmo, tanto da passarci un cane o un gatto. Luisa rimase qualche minuto immobile, preoccupata del rumore che quella porta avrebbe fatto nell'aprirsi. Poi si decise, girò la maniglia e trasse a sè adagio adagio l'imposta. Che fortuna esser magri, piccini, in talune circostanze della vita! Certo Luisa allora benedisse d'esser così sottile, perchè dove ci sarebbe appena passato un cane o un gatto, anche lei ci passò. Senza chiudere, riaccostò l'uscio. Dopo, per quanto non udissi nulla, capii che, appoggiandosi col fianco alla parete, si infilò le scarpe. Il suo passo lungo il corridoio lo percepii appena. Al rumore che fece la chiave della porta di Isacco girando nella serratura fu leggiero come il rosichìo del topo. La porta s'aprì con un soffio, con un soffio si richiuse, e Luisa fu nella stanza di Isacco.

M'ero sollevato sul gomito. Non ne potevo più di quell'immobilità in cui ero rimasto fino allora. Non tossivo mai, ma proprio in quel momento un prurito tormentoso mi salì alla gola, e mi mise addosso una specie di frenesia, un bisogno invincibile di tossire. Doveva essere una conseguenza della soffocazione che mi dava il cuore in tumulto, con il suo battere precipitato e ineguale. Credevo di scoppiare. Stando così, vedevo come se questa maledetta parete tanto sottile fosse divenuta anche trasparente, di vetro, vedevo Luisa curva sul letto di Isacco, con il viso vicino vicino al suo. Aveva strofinato uno zolfanello, una candela s'era accesa. Al lume di quella candela Luisa contemplava Isacco che sembrava addormentato. Il suo viso non era più grigio pallido come sempre. Era rosso, infiammato dalla febbre. Ed ella non si contentava di guardarlo, ma lo accarezzava dolcemente con una mano, sulla fronte, sulle gote, sul collo. Poi si curvava ancora di più, e posava la sua gota sulla sua bocca, come per sentire se le sue labbra bruciassero. Bruciavano. Oh! certo: bruciavano le labbra di Isacco, arse dalla febbre. Ma Luisa non staccava la gota da quella bocca, non prendeva un bicchiere d'acqua e v'immergeva un dito per inumidirgliela, ma, voltando appena il capo, posava la sua bocca sulla bocca di Isacco. Teneva gli occhi chiusi, e dai suoi occhi gocciolavano due lacrime. — Amore, povero amore, bisbigliava, sono qui, sono venuta... Sentimi, guardami... Non sei più solo. Luisa tua è con te... Non me ne vado più... No, amore, mai più, mai più.

Nelle orecchie avevo un ronzio confuso, come il rumore di un risucchio lontano. Come non vedevo nulla, così pure non udivo nulla. Ma mi sembrava di udire. Luisa non si muoveva, non dava un sospiro, una voce. Ma mi sembrava che bisbigliasse non so quali parole oltre quelle che ho scritte. Luisa? Luisa? E anch'io, cauto come un ladro, leggiero come un'ombra, rovesciai le coperte, silenziosamente scesi dal letto, mi avvicinai alla porta, girai lento lento la gruccia, chiusi il battente, detti il paletto. Era fatto. Luisa non sarebbe rientrata più, quella notte, in casa mia. Quando, dopo poco, uscì dalla stanza d'Isacco e, sfilate nuovamente le scarpe, posò una mano contro la porta e sentì che non cedeva alla pressione della sua mano, Luisa non volle credere subito che la porta fosse chiusa. Si ostinò, prima con molta prudenza, poi con orgasmo, a tormentare la maniglia, a graffiare con le unghie il battente. Quindi sentendosi perduta, incominciò a bussare pian piano, poi più forte, finchè disperata si decise a chiamarmi per nome.

— Paris, sei sveglio? Paris, aprimi, Paris, Paris!

Allora mi sentii vendicato dal mio silenzio, mi sentii grande nel silenzio che ebbi la forza, dovrei dire la crudeltà, di opporre ai suoi richiami. Tacevo. Non risposi una sillaba alle preghiere di Luisa. Mi sentivo grande e potente, invincibile, mi sentivo immenso, contro la debolezza, la vergogna, il pianto di quella creatura debole, umiliata, implorante pietà e perdono. Mi sarei mostrato nel centro d'un'apoteosi, con una mitra d'oro in testa, un mantello d'ermellino, ritto sopra una piramide, perchè tutti potessero ammirare la mia potenza, la mia grandezza. La potenza e la grandezza d'un uomo che aveva ridotta in disperazione così, con un semplice giro di chiave, una povera donna, della forza d'un bimbo o d'un uccellino. Io ve lo dico: guardatevi da chi ha troppo sofferto, da quelli ai quali la fortuna ha sempre voltato le spalle, da chi ha subìto affronti e persecuzioni, da chi è stato offeso, insultato, tradito, calpestato, deluso in tutte le sue speranze, deriso, privato d'ogni felicità! Sono i peggiori nemici, i più crudeli, i più pericolosi nemici del bene. Non troverete nè carità, nè tolleranza, nè perdono il giorno in cui cadrete in loro potere. Io ero uno di questi! Io lasciai, senza batter ciglio, che Luisa si disperasse in lacrime contro quell'uscio chiuso. Non ebbi neppure per un attimo l'impulso di aprirle. Non ebbi alcuna pietà di lei. Invece mi rallegrai quando l'udii che s'allontanava singhiozzando, e poi l'udiii, singhiozzando, rientrare nella stanza di Isacco, e abbandonarsi perduta sul suo letto. Era quasi giorno. Incominciava a sbiancarsi l'ombra. Mi vestii in gran fretta, e in punta di piedi m'avvicinai alla porta. Volevo uscire senza essere udito. Ma, fatti due passi, con un brivido di terrore, sentii due mani ossute, dure, che mi si posarono sulle spalle e, voltandomi, vidi contro il mio viso il viso spaventoso dell'idiota. Sua madre, sua madre, mi stava di fronte! Era anche lei uscita dal letto in camicia. Quella camicia era ampia e lunga, e giù per la scollatura si vedeva il suo corpo schifoso di vecchia, la sua orrenda nudità. Il suo capo tremava vertiginosamente, i suoi occhi mi fissavano morti. Non c'era di vivo in lei che quel gesto delle mani ossute lunghe che mi stringevano per le spalle. Allora, freddamente, le afferrai i polsi e a rinculoni la sospinsi verso la sua poltrona e ve la piegai; ve la costrinsi per forza, e la lasciai là seduta, in camicia, a tremare e a gemere. Poi a passi lunghi, senza distogliere gli occhi da lei, attraversai la stanza, aprii l'uscio e lo richiusi d'un colpo dietro di me.