II

I due cantári di Pulzella gaia si leggono in un cod. del sec. XV, appartenuto giá alla biblioteca Saibante di Verona, e poi posseduto dal marchese Girolamo d'Adda di Milano [C]. I cantári sono dati dal ms. in una forma assai diversa da quella che qui si riproduce, e cioè "vestiti per metá alla veneta". Il Rajna, che li scoprí, sostiene che la forma originaria fosse toscana, e a questa li ricondusse nell'edizione che ne diede nel 1893: Pulzella gaia, cantare cavalleresco, Per nozze Cassin-D'Ancona, 21- 22 gennaio 1893, in-8, pp. 44 (Firenze, tip. Bencini).

Per dare un saggio della lezione del codice, riproduco di sulla copia, che mi ha comunicato il Rajna, le prime quattro ottave del primo cantare:

1

Ora me intendeti, bona zente, tuti quanti in chortexia et in bona ventura: dire ve volio de li chavalieri aranti, ch'al tenpo antigo andava a la ventura. In chorte de lo re Artus li sedeva davanti, segondo come parla la scritura, in schomenziamento de miser Troiano, che feze avanto con miser Galvano.

2

Miser Troiano sí disse:—Ho chompagnone con tieco e' volio inpignar la testa, chi dirano piú bela chazaxone de nulo chavalier di nostra jesta.— Quando eli fezeno la inpromisione, alo re e ala rajna feze richiesta; e zaschaduno la testa si inpignava chi piú bela chazaxone si aprexentava.

3

Intradi sono j chavalierj a quele jnprexe, inverso lo bosco prexeno lor chamino. Miser Troiano una zerva si prexe che jerano piú bianca de un armeljno; e tuta vja lo la menava palexe, che veder la podea grandi e picholino. Davanti lo re Artus saluta e inchina, poi l'aprexentò a Zenevre la rezjna.

4

Miser Galvano chavalchano ala boscaja; alo levar del sole l'ebeno trovato. Una serpe, che lo rechiexe de bataja; sopra lo schudo quela j s'ave zitato. Lui mese mano ala spada che ben taja, cretela avere ferjta nel costato. La serpa, che sapeva ben scremjre, Miser Galvano non la pote ferire.

Come si vede, dalla revisione del Rajna il poema è uscito compiutamente trasfigurato. Nel testo originario, avverte il R., i versi "in gran parte non tornano"; e la malattia era cosí profonda, che non è interamente guarita neppure dopo le cure d'un medico cosí delicato e sapiente. Dovunque smozzicature o enfiagioni; e parecchi tratti in tal modo zoppicanti, che anch' io ho dovuto offrir loro, di mio, le stampelle, perché si reggessero in piedi. Ecco, ad es., qualche correzione:

XXI, 1, corr. "si li si fu" in "si li fu";

XX, 2 "con penne": "con [le] penne";

XXXII, 6 "gentil": "gentil[e];

XLII, 7 [ne] raccomando;—liv, 8 "niun[o]";

LXXII, 5 "altra cosa che a te sia grata": "che [ben] ti sia grata"; ecc. ecc.

Nel testo del Rajna sono omesse quattro ottave (XCVI-XCIX), che paiono spurie. Le riproduco qui dalla copia del codice D'Adda, che il R. mi ha comunicato:

[96]

Leta la letera, lo bon miser Galvano el fato li consonò e molto li piaze. A vui dico, signori, a chi altro leto non ano, di questo parentado ve dirò veraze, di queste do sorele che mentoano lo autore nostro, che fo tanto audace; fiole bastarde de lo re Apandragone, di queste do sorele fo la condizione.

[97]

Pandragone de lo alto re Artus fo pare, come dize l'instoria e 'l vero chanto; queste duo fie naque d'un'altra mare in modo de avolterio in quelo canto, sorele de re Artus fo, zò mi pare, per padre ve dicho solamente tanto; la Dama di lo lago fo chiamata, Lanziloto costei ebeno nodrigata.

[98]

El savio Merlino costei feze morire, la qual lei chiuxe dentro al molimento esendo vivo, la sua instoria áno a dire, de la sua fine non sepe veder lo partimento. Innamorato di 'sta dama era quel sire, ma a lei lo suo amore non li fo in talento. Costei era savia e gran incantatrice; vivo nel molimento serò Merlin, zò se dize.

[99]

De la fada Mongana costei fo serore d'un padre e madre nate veramente; lo suo parentado vi ò dito in 'st'ore; ritorno a l'instoria di presente. Miser Galvano stava di buon cuore, leta la letera, che fo tanto sazente; amaistrato da la Ponzela gaia, hobedire la vuole e piú non abaia.