NOTA
AVVERTENZA
Siamo dolenti che l'indole della presente raccolta ci abbia costretti a pubblicare soltanto una parte della lunga e dottissima nota, che ci aveva inviato l'amico Levi. E purtroppo abbiamo dovuto invitare il nostro valente collaboratore a dare in altra sede proprio ciò che del suo studio offriva maggiore interesse, vale a dire una paziente e acuta indagine circa le fonti, gli autori e le date dei singoli cantári da lui pubblicati. Il risultato della quale è che Bel Gherardino fu scritto circa il 1340-50 (è citato nel Corbaccio); Pulzella gaia è di poco posteriore, perché è citata nella Sala di Malagigi; Liombruno fu scritto alla fine del sec. XIV; la Storia dei tre giovani nel Quattrocento; La Donna del Vergiú nella prima metá del Trecento, perché è citata nel Decamerone ed è la fonte indubbia degli affreschi del palazzo Davanzati; Gibello è anteriore al 1390, probabile data dai Reali; i cantári di Bruto di Brettagna, del Gismirante, di Madonna Leonessa e della Regina d'Oriente sono di Antonio Pucci (m. il 1388); il cantare di Madonna Elena è contemporaneo a quello di Liombruno; quello di Cerbino fu composto probabilmente dall'Altissimo alla fine del secolo XV o ai primi anni del secolo XVI.
LA DIREZIONE
Si chiamavano "cantári" i poemetti in ottava rima, che nei secoli XIV-XVI i cantampanca intonavano, alla sera o nel pomeriggio dei giorni festivi, nelle piazze di Firenze, e specialmente nella piazzetta di San Martino del Vescovo, presso alle case degli Alighieri. Moltissimi documenti ci recano notizie di questa pubblica recitazione: appartiene alla fine del secolo XIV un repertorio giullaresco, il Cantare dei cantári, nel quale sono passati in rassegna tutti i temi favoriti dai cantori e dal pubblico, e molti altri accenni alla recitazione popolare in San Martino sono sparsi nelle opere del Quattrocento, e specialmente nei poemetti dell'Altissimo, che fu uno di quei dicitori popolari.
Nel riprodurre negli Scrittori d'Italia i numerosissimi cantári che ci sono restati, credo opportuno, per la grande varietá della loro materia, di distinguerli in alcune grandi classi:
a) cantári ciclici, cioè quelli che si riallacciano ai cicli di Artú e di Carlomagno;
b) cantári di argomento classico: Orfeo, La bellissima storia di Perseo quando ammazzò Medusa, Giasone e Medea, Piramo e Tisbe, ecc.
e) cantári di argomento religioso: La istoria di Susanna, Madonna Elena imperatrice, La leggenda delle sette dormienti, ecc.
d) cantári leggendari.
Alcuni dei cantári ciclici furono recentemente raccolti in volume; ma moltissimi ancora rimangono dispersi nei codici e nelle stampe popolari, e attendono le cure di un editore coscienzioso. Da parte mia, ho creduto opportuno cominciare dai cantári di argomento leggendario, i quali non erano mai stati studiati nel loro insieme, né pubblicati con un ordine o un criterio qualsiasi. Le edizioni spicciolate, che di essi vennero in luce dal 1860 al 1880, non avevano altra pretesa fuor che quella di fornire dei testi di lingua, cioè semenzai di parole e di frasi del Trecento, ai cruscanti e ai linguaiuoli: nessuno dei vecchi editori pensava che l'importanza dei cantári consiste anzitutto nella materia e che, frantumandoli in infinite edizioni spicciolate, se ne distruggeva tutto il valore. Raccogliendoli invece insieme, come mi accingo ora a fare, si rende loro l'originaria coerenza e unitá, e si illuminano di luce nuovissima, perché essi rappresentano tutto il tesoro di leggende che il nostro popolo ci ha tramandato.
Se non che una "raccolta" non può essere un fascio disordinato di opere diverse. Un libro organico richiede un ordine preciso e sicuro; e quest'ordine i cantári non avevano di certo, racimolati com'erano dalle miscellanee mss. del Tre e Quattrocento e dalle stampe popolari del Quattro e Cinquecento. Come ordinare e disciplinare in un libro quella disordinatissima e indisciplinatissima materia? Poiché l'Italia non ebbe nel medio evo un libro organico di materia leggendaria, ho vòlto gli occhi alla Francia, e ho preso come modello l'opera compiuta alla fine del sec. XII da una affascinante poetessa anglo-normanna, Maria di Francia. Ai dodici lais di Maria metto di fronte i dodici cantári di questo volume: al lais di Lanval corrispondono i cantári del Bel Gherardino, della Pulzella gaia e di Liombruno; al lais di Fraisne il cantare di Gibello, ecc.
Non tutti i dodici cantári appartengono al medesimo tempo: il primo è della prima metá del Trecento, l'ultimo forse dei primi decenni del Cinquecento. Ma, come tutta l'arte primitiva, la poesia dei cantári è impersonale, sicché tutti ci appaiono quasi della medesima mano e del medesimo tempo. Forse per questo i critici di qualche tempo fa li attribuivano tutti quanti ad Antonio Pucci.
I cantári non erano destinati alla lettura individuale, ma alla recitazione al pubblico. Della recitazione serbano traccia nelle formole con le quali essi si aprono e si chiudono, che sono sempre uguali, come uguali sono tanti elementi tradizionali del teatro. Ogni cantare ha un'ottava al principio e una in fine, nelle quali è contenuta l'invocazione a Dio e ai santi. Queste invocazioni potevano mutare, mutando le circostanze della recitazione, sicché è frequente il caso di cantári con duplice o triplice inizio, oppure di cantári senza inizio o senza fine. Questo spieghi il fatto che i cantári di Bruto e di Gismirante hanno la prima ottava comune.
Il titolo del libro mi fu suggerito dall'espressione, con la quale costantemente i canterini esaltano la bellezza della loro fonte: "un libro che mi par degli altri il fiore", e da due versi della Reina d'Oriente:
e priego voi che ciaschedun m'intenda, però che questo è 'l fior della leggenda.
Se non che "fiore" non ha, nel frontespizio del presente volume, il medesimo significato che nell'ottava, ma quello di "fiorita", di "scelta", che gli è comune nella letteratura antica, la quale ci ha dato, ad esempio, il Fiore dei filosofi e i Fioretti di san Francesco.
Quanto alla metrica, ho tolto le ipermetrie dovute alla scrittura antica, che rispettava le vocali finali soppresse nel verso, e alle rappezzature dei copisti; ma ho serbato in molti luoghi la dialefe, specialmente dopo le parole tronche, perché essa è un vezzo costante della poesia popolare e, d'altra parte, si trova qualche volta anche nella poesia d'arte e nelle scritture solenni dei primi secoli. Per la grafia, mi sono attenuto ai criteri di questa raccolta: ho quindi tolti i raddoppiamenti iniziali toscani ("cheppiú", "affare", "addire", ecc), scritto "e" o "ed" e "a" o "ad" (i mss. hanno costantemente "et", "ad") a seconda delle esigenze del verso, e via discorrendo. Qua e lá ho soppresso o aggiunto qualche parola o sillaba, come specificherò nelle note che seguono. Nelle quali renderò conto anche delle varianti non meramente formali¹. Purtroppo esse sono moltissime; ma di ciò non stupirá chi pensi che questi cantári, in luogo di avere una tradizione tranquilla di famiglie di mss., erano affidati al capriccio e alla memoria dei cantastorie. Si aggiunga che essi non lasciavano inerte (come un libro dottrinale) la fantasia dei copisti. Ogni copista, poiché scriveva per sé e non per gli altri, si tramutava volentieri da trascrittore in rifacitore. E spesso le varianti, che siamo costretti a respingere perché appartenenti a codd. piú incerti e malfidi, sono belle e ingegnose al pari e piú delle legittime.
¹ Racchiudo tra parentesi quadre le sillabe e le parole aggiunte da me, tra parentesi tonde quelle soppresse.