SCENA I
LELIA da ragazzo sotto nome di FABIO e FLAMMINIO giovene innamorato.
FLAMMINIO. Gli è pure una gran cosa, Fabio, che, in fino a qui, non abbi potuto cavare una buona risposta da questa crudele, da questa ingrata d'Isabella. E pur mi fa creder il vederti dare sempre grata audienzia e l'accoglierti sí volentieri ch'ella non m'abbi in odio; però ch'io non gli feci mai cosa, ch'io sappi, che le dispiacesse. Tu ti potresti accorgere, ne' suoi ragionamenti, di ch'ella si dolga di me? Ridimmi, di grazia, Fabio: che ti disse ella, iersera, quando v'andasti con quella lettera?
LELIA. Io ve l'ho giá replicato vinti volte.
FLAMMINIO. Oh! Ridimelo un'altra volta. Questo che importa a te?
LELIA. Oh! Che m'importa? Importami: ch'io veggo che voi ne pigliate dispiacere; il che cosí duole a me come a voi. Essendovi, com'io vi sono, servidore, non doverei cercare altro che di piacervi; ché, forse, di queste risposte ne volete poi male a me.
FLAMMINIO. Non dubitar di questo, il mio Fabio, ch'io t'amo come fratello. Conosco che tu mi vuoi bene e però sia certo ch'io non so' per mancarti mai; e vedra' lo col tempo. Prega Iddio e basti. Ma che diss'ella?
LELIA. Non ve l'ho detto? che il maggior piacere che voi le possiate fare al mondo è di lasciarla stare e non pensar piú a lei, perché l'ha vòlto l'animo altrui; e che, insomma, la non ha occhi con che la vi possi pur guardare; e che voi perdete il tempo e quanto fate in seguirla, perché, alla fine, vi trovarete con le mani piene di vento.
FLAMMINIO. E pare a te, Fabio, che queste cose le dica di cuore o pur ch'ella abbia qualche sdegno con esso me? Ché pur soleva, qualche volta, farmi favore, da un tempo in lá; né posso creder ch'ella mi voglia male, accettando le mie lettere e le mie imbasciate. Io so' disposto di seguirla fino alla morte. Ben vo' vedere quel che n'ha da essere. Che ne dici, Fabio? non ti pare?
LELIA. A me no, signore.
FLAMMINIO. Perché?
LELIA. Perché, s'io fusse in voi, vorrei ch'ella l'avesse di grazia ch'io la mirasse. Forse ch'a un par vostro, nobile, virtuoso, gentile, delle bellezze che sète, mancaranno dame? Fate a mio modo, padrone. Lasciatela e attacatevi a qualcun'altra che v'ami; ché ben ne trovarete, sí, e forse di cosí belle come ella. Ditemi: non avete voi nissuna che avesse caro che voi l'amasse, in questa terra?
FLAMMINIO. Come s'io n'ho? Ve n'è una, fra l'altre, chiamata Lelia, che mille volte ho voluto dire che ha tutta l'effigie tua, tenuta la piú bella, la piú accorta e la piú cortese giovane di questa terra (che te la voglio, un dí, mostrare), che si terrebbe per beata pur ch'io le facesse una volta un poco di favore; ricca e stata in corte; ed è stata mia innamorata presso a uno anno, che mi fece mille favori, di poi s'andò con Dio alla Mirandola. E la mia sorte mi fece innamorar di costei: che tanto m'è stata cruda quanto quella mi fu cortese.
LELIA. Padrone, e' vi sta bene ogni male perché, se avete chi v'ama e non l'apprezzate, è ragionevol cosa che altri non apprezzi voi.
FLAMMINIO. Che vuo' tu dire?
LELIA. Se quella povera giovane fu prima vostra innamorata, e anco piú che mai v'ama, perché l'avete abbandonata per seguire altri? Il qual peccato non so se Iddio ve lo possa mai perdonare. Ahi, signor Flamminio! Voi fate, per certo, un gran male.
FLAMMINIO. Tu sei ancora un putto, Fabio, e non puoi conoscere la forza d'amore. Dico ch'io son forzato ad amar quest'altra ed adorarla; e non posso né so né voglio pensare ad altri che a lei. E però tornagli a parlare e vede se gli puoi cavare di bocca destramente quel ch'ella ha con me, ch'ella non mi vòl vedere.
LELIA. Voi perdete il tempo.
FLAMMINIO. E perder questo tempo mi piace.
LELIA. Voi non farete nulla.
FLAMMINIO. Pazienzia!
LELIA. Lasciatela andar, vi dico.
FLAMMINIO. Io non posso. Va' lá, ch'io te ne prego.
LELIA. Io andarò; ma…
FLAMMINIO. Torna con la risposta, subito. Io andarò fino in duomo.
LELIA. Com'io veggo el tempo, non mancarò.
FLAMMINIO. Fabio, se tu fai questa cosa, buon per te!
LELIA. A tempo si parte, ché ecco Pasquella che mi viene a trovare.