SCENA II

CLEMENZIA balia e VIRGINIO vecchio.

CLEMENZIA. Io non so quel che si vorrá indovinare che tutte le mie galline hanno fatto, questa mattina, sí fatto il cicalare che pareva che mi volesser metter la casa a romore o arricchirmi d'uova. Qualche nuova cosa m'interverrá oggi; ché non mi fanno mai questa cantèppola che, quel dí, non senta o non m'avvenga qualche cosa mal pensata.

VIRGINIO. Costei debbe testé parlar con gli angeli o col beato padre guardiano di Santo Francesco.

CLEMENZIA. Ed un'altra cosa m'è avvenuta, che anco di questo non so che me ne indovinare: ben ch'el mio confessore mi dica ch'io fo male a por mente a queste cose e dar fede alli augúri.

VIRGINIO. Che fai, che tu parli cosí drento a te? Egli ha pur passata la befania.

CLEMENZIA. Oh! Buon dí, Virginio. Se Dio m'aiuti, ch'io mi venivo a stare un pezzo con voi. Ma voi vi sète levato molto per tempo. Voi siate il ben venuto.

VIRGINIO. Che dicevi cosí fra' denti? Pensavi forse di cavarmi di mano qualche staiuol di grano o qualche boccal d'oglio o qualche pezzo di lardo, come è tua usanza?

CLEMENZIA. Sí certo! Oh che liberalaccio da cavargli di mano! E forse che fa massarizia pei suoi figliuoli?

VIRGINIO. Che dicevi adunque?

CLEMENZIA. Dicevo ch'io non sapevo pensare quel che si volesse dire che una gattina bella, ch'io ho, che l'ho tenuta quindici dí perduta, questa mattina è tornata; e, poi ch'ella ebbe preso un topino nel mio camarin buio, scherzando con esso, mi riversciò un fiasco di tribiano che me lo aveva dato il predicator di San Francesco perch'io gli fo le bocate.

VIRGINIO. Cotesto è segno di nozze. Ma tu vuoi dir ch'io te ne desse un altro, è vero?

CLEMENZIA. Cotesto è vero.

VIRGINIO. Or vedi s'io so' indivino! Ma che è di Lelia, la tua allieva?

CLEMENZIA. Eh! povera figliuola, quanto era meglio ch'ella non fusse mai nata!

VIRGINIO. Perché?

CLEMENZIA. Perché, dici, eh? Gherardo Foiani non va dicendo per tutto che gli è sua moglie e che gli è fatto ogni cosa?

VIRGINIO. Dice il vero. Perché? Non ti par forse ch'ella sia bene allogata, in una casa onorevole, a un ricco, ben fornito di tutti i beni, senza avere niuno in casa, che non avrá a combattere né con suociara né con nuora né con cognate che sempre stanno come cani e gatte? E trattaralla da figliuola.

CLEMENZIA. È cotesto il male: ché le giovani vogliono essere trattate da mogli e non da figliuole; e voglion chi le strazi, chi le morda e chi l'accenci ora per un verso e ora per un altro, e non chi le tratti da figliuole.

VIRGINIO. Tu credi che tutte le donne sien come te? ché sai che ci conosciamo. Ma e' non è cosí; benché Gherardo ha un buono animo di trattarla da moglie.

CLEMENZIA. E come, che ha degli anni passati cinquanta?

VIRGINIO. Ch'emporta cotesto? Io so' pur quasi al medesimo; e tu sai pur s'io son buon giostrante o no.

CLEMENZIA. Oh! De' par vostri se ne trovan pochi. Ma, s'io credesse che voi glie la desse, prima l'affogarei.

VIRGINIO. Clemenzia, io perdei ciò ch'io avevo. Ora mi bisogna fare il meglio ch'io posso. Se Fabrizio, un dí, si trovasse ed io avesse dato ogni cosa a costei, si morrebbe di fame; che non vorrei. Ora io la marito a Gherardo con condizione che, se Fabrizio non si truova infra quattro anni, abbi mille fiorini di dote; se ritornasse, ne abbi aver solamente dugento; e, del resto, la dota egli.

CLEMENZIA. Povera figliuola! So che, se la fará a mio modo…

VIRGINIO. Che n'è? Quant'ha che tu non l'hai veduta?

CLEMENZIA. Son piú di quindici giorni. Oggi volevo andarla a vedere.

VIRGINIO. Intendo che quelle monache la voglion far monaca e dubito che non gli abbin messo qualche grillo nel capo, come è lor costume. Va' fin lá, tu, e digli da parte mia che ella se ne venga a casa.

CLEMENZIA. Sapete? Vorrei che mi prestasse due carlini per comprare una soma di legna, ché non n'ho stecco.

VIRGINIO. Diavolo, empiela tu! Orsú! Va', ché te le comprarò io.

CLEMENZIA. Voglio andare prima alla messa.