PARTE TERZA LA FINE DEL PARLAMENTO.

PARTE III

I due documenti che seguono sono riprodotti da due foglietti volanti. Riguardano la partenza del Re per Lubiana. Ferdinando B. imbarcato a Napoli, sostò, a causa del pessimo tempo di mare, a Pozzuoli, dove — ornato l'abito della coccarda dei carbonari — ricevette la commissione del Parlamento con queste parole:

— Era inutile incomodarvi, con questo tempo, di venire fin qui!

E la rassicurò intorno alle buone intenzioni sue e del suocero.

I deputati, sospettosi d'un tranello, discesero dalla regia nave abbastanza male ed il malumore s'estese subito in tutta la capitale.

Fu allora che re Ferdinando scrisse la lettera e fu pubblicato il rapporto che riproduco:

FERDINANDO I ECC. ECC.

Ai miei fedeli deputati del Parlamento.

Ho con infinito dolore dell'animo mio appreso che non tutti han riguardato sotto un aspetto la mia risoluzione a voi comunicata in data di ieri, 7 del corrente.

Ad oggetto di dileguare ogni equivoco, dichiaro che non ho mai pensato di violare la Costituzione giurata; ma siccome nel mio real decreto dei 7 luglio, riserbai alla rappresentanza nazionale il potere di proporre delle modificazioni che essa avrebbe giudicato necessarie, alla Costituzione di Spagna, cosí ho creduto e credo che la mia intervenzione al congresso di Laybach potesse essere utile agli interessi della patria, onde far gradire anche alle potenze estere progetti tali di modificazioni che, senza nulla detrarre ai diritti della nazione, respingessero ogni cagione di guerra; bene inteso che in ogni caso, non potesse essere accettata alcuna modificazione che non fosse consentita dalla Nazione e da me.

Dichiaro inoltre, che, nel dirigermi al Parlamento, intesi ed intendo di conformarmi all'art. 172, § 2, della Costituzione.

E, finalmente, dichiaro che non ho inteso d'insinuare la sospensione (durante la mia assenza) degli atti di governo legislativo, ma di quelli solamente che riguardano le modificazioni della Costituzione.

Napoli, 8 dicembre 1820.

FERDINANDO

Il segretario di Stato, ministro degli affari esteri
Duca di Campochiaro.


RAPPORTO TELEGRAFICO[85]

Sua Altezza Reale il duca di Calabria al tenente generale Colletta

Il Re, sovrano di Napoli, è stato chiamato al Congresso che sarà riunito a Laybach nell'impero austriaco; e parte col consenso del Parlamento ai termini della Costituzione.

Napoli, 12 dicembre 1820.

Per copia conforme:
Tenente generale: Colletta.


Ecco ora un elenco esatto del personale che intervenne al Congresso. Naturalmente non vi possono essere comprese quelle persone diplomatiche, le quali, senza avere alcuna relazione col congresso, furono chiamate a Lubiana solo dagli affari correnti delle loro Corti e dei rispettivi gabinetti; e neppure quelle che vi furono condotte da oggetti di tutt'altra indole e senza speciali commissioni.

Austria, il principe di Metternich. Co-incaricato il barone Vincent, generale di cavalleria, ministro alla Corte di Francia.

Russia, il segretario di Stato, conte di Nessehode; il conte Capo d'Istria, il signor Pozzo di Borgo, luogotenente generale, ministro russo alla Corte di Francia.

Prussia, il principe di Hardenberg, cancelliere di Stato; il conte Bernstorff, ministro degli esteri. Co-incaricato il signor di Kresemark, luogotenente generale, ministro presso la Corte di Vienna.

Francia, il conte di Blacas, ambasciatore francese presso la Santa Sede ed il re delle Due Sicilie, il marchese di Caraman, ambasciatore alla Corte di Vienna; il conte La Ferronaye, ministro a Pietroburgo.

Gran Brettagna, Lord Stewart, ambasciatore inglese a Vienna; on. R. Gordon, ministro incaricato presso la stessa Corte.

Roma, il cardinale Spina, legato pontificio a Bologna.

Sardegna, il marchese di Saint Morsan, ministro degli affari esteri, il conte d'Aglié.

Toscana, il principe Neri Corsini.

Modena, il marchese di Molza.

***

Il signor di Gentz ebbe l'incarico di stendere il protocollo e gli altri documenti.

Articolo tolto dal giornale del 1820-21 La Minerva napoletana, vol. II, p. 139 (fondata da Giuseppe Ferrigni con Carlo Trova e Raffaele Liberatore).

Napoli, febbraio 1821.

Il Ministero

..... solve senescentem mature senus equum, ne peccet ad extremum ridendus et illa ducat.

Horat.

La patria è in pericolo! A questo annunzio debbono cessare le virtú timide: La Minerva napoletana è stata forse troppo moderata fin'oggi, e forse non aveva abbastanza di lodi verso i ministri: oggi i di lei doveri sono cangiati!

Lungi da noi l'idea che il ministero tradisca la nazione, o che l'essersi eletti nel 10 dicembre gli uomini rispettabili onde è composto, sia da riguardarsi come un secondo e piú funesto colpo di Stato! Cotal pensiero appartiene ai nemici.

Ma i ministri non possono per la loro età presiedere al movimento degli spiriti: questa sola ragione basta perché debbano rassegnare le cariche.

In un momento in cui forse una nuova religione politica, come la nostra, in un momento in cui nuovi Diocleziani senza talenti, si preparano ferocemente dall'Istro ad apprestarle i primi martirî e quindi un sicuro trionfo, egli è fuori di proposito che i vecchi, con deboli mani, si facciano a dirigere la gran lotta. Godano essi la ricompensa della loro probità, siano circondati dalla pubblica stima e riconoscenza, pei loro consigli si abbia il dovuto riguardo; ma cessino finalmente, se amano il loro paese, cessino di credersi atti a sostenere un peso — ahi! — cosí grave!

Se il signor Acclavio, già designato ministro dell'interno, avesse voluto scusarsi a cagione della sua età, qual migliore cittadino di lui?

Ma no: egli non adduceva tale pretesto, ed altro motivo gli attribuisce la fama. Noi siamo lieti che questo uomo del foro sia restato fra i suoi processi.

Legga egli Cuiacio; altri penseranno ad amministrare la cosa pubblica.

In verità, non si può pensare senza raccapriccio che un ministero cosí importante come quello dell'interno, sia stato quasi privo di capo per piú di due mesi. Il marchese d'Auletta non dovea sovrintenderlo che per pochi giorni. Non potendo servir di secondo ad Acclavio il ritroso, era facile il concepire che gli tornava impossibile di spiegare tutto lo zelo necessario a tempi tanto difficili. Ma la nostra causa è bella! Invano tardano i ministri di accorrere al loro posto, invano alcuni antichi intendenti si mostrano pigri a secondare il nobile impulso delle provincie: cresce in esse l'ardore quanto piú mancano gli stimoli dei loro amministratori!

Alla fine, gli affari interni sono stati affidati al cavaliere de Thomasis. Il Parlamento lo ha sciolto dall'accusa di aver preparato il 7 dicembre; ma la sua condotta per l'avvenire sarà la migliore delle assoluzioni.

Il ministero degli affari stranieri dà luogo a riflessioni di ben altra natura. L'antico uomo di corte[86] che oggi l'occupa sarebbe mai divenuto adoratore di libertà?

La storia del suo viaggio a Layback non somministra pruove assai forti di questa sua novella passione.

Arrestato lungamente in Gorizia, doveva egli sentire per lo meno al pari di noi l'indegnità dell'oltraggio, e se qualche cosa poteva consolarlo in quella infame prigione, era senza dubbio la speranza di alzare un giorno la voce per la sua patria. E il giorno giunse, ed egli è chiamato al congresso: ascoltatelo!...

— Se io potessi parlare... — egli dice. Ma niuna forza fisica gli si faceva, onde tacesse; ov'egli avesse aperto la bocca niuno il minacciava sia dello Knout sia del bastone. Se io potessi parlare!... cosí quel ministro compiva la sua orazione e cosí sosteneva i nostri diritti. Che se egli non parlava, perché dunque non preferiva di scrivere? Sarebbe stata inutile, noi lo sappiamo, qualunque protesta; ma almeno la dignità della nazione non era offesa con quella importuna reticenza!

L'egregio difensore della sovranità del popolo!

Se a lui non si concedeva di favellare, chi non l'obbligava di dare orecchio a tante diplomatiche insolenze contro di noi? Perché durare la lettura delle istruzioni destinate ai tre plenipotenziari presso la nostra corte? Un uomo, il quale sapeva sacrificarsi, ed avrebbe interrotto il leggitore ed esclamato che non aveva intrapreso cosí malagevole cammino per vedere insultati ed il suo re e la sua patria!

E fate che io ritorni alla mia prigione — rispondeva Filosseno a Dionigi. — Fate che io vi ritorni; i vostri scritti sono insoffribili! — Ma no; il ministro pregava, onde gli fosse accordata copia di quelle istruzioni gentili, come se diligenti corrieri non fossero già pronti a recarli in Napoli! Ecco ciò che chiedeva il nostro inviato, ecco ciò che a lui si negava.

Fedele istorico del suo silenzio, egli giungeva intanto fra noi. Grandi oggetti debbono richiamare le sue cure; grandi speranze si offrono alla nostra diplomazia.

Vedremo se il ministro saprà trattare gli uni e fecondare le altre: ma i principî non sembrano lieti.

Il principe di Partanna nostro rappresentante in Berlino persiste ostinato nel rifiuto di giurare la costituzione delle Due Sicilie: figlio della moglie del re, non per questo la sua sorte dev'essere diversa da quella dei due Ruffo di Parigi e di Vienna.

I primi figli dei re sono i popoli, diceva l'imperatore d'Austria, cosí quando comandava a sua figlia di sposare l'altrui marito, come quando le strappava dal seno l'unico figlio, relegando quel marito al di là dell'Oceano. Quindi giova sperare, e ciò riguarda la responsabilità del ministro d'affari esteri, che non sarà tollerato il novello insulto alla nazione; e che non si farà ingiustizia ai principi Ruffo e Castelcicala con l'impunità del principe di Partanna!

La nomina dei nostri agenti presso le Corti straniere merita del pari l'attenzione del ministero.

Coloro i quali partirono prima che il Parlamento s'aprisse, non sono i piú atti: essi non han veduto coi loro occhi ciò che dopo quel giorno avvenne tra noi, e forse non prestano fede a quel che loro si narra dello spirito della nazione.

Lo stato delle nostre relazioni politiche con le potenze neutrali è piú difficile di quel che sembra. Se ivi ci amano i popoli, ci detestano i gabinetti. L'oligarchia non è oggi che una specie di monachismo o, se si vuole, di massoneria sparsa in tutta l'Europa. Riti, misteri, linguaggio occulto ed universale, nulla le manca: bisogna quindi combattere dapertutto il mostro proteiforme, e, se sarà possibile, far comprendere alle Corti il loro vero interesse di stare uniti coi popoli.

Noi non sappiamo qual sia la condotta del nostro ministro, riguardo ai Portoghesi; ma ormai ella dovrebbe esser palese. Un inviato del Brasile ostenta in Napoli la sua burbanza contro gli avvenimenti del Portogallo; o ignorando o facendo mostra di obliare che i Portoghesi concedevano il trono alla casa di Braganza, costui avvisa di chiamarli ribelli, or che chieggono di non essere piú colonia del nuovo mondo! Noi non dobbiamo vedere queste cose, né predicare la nostra felice costituzione ad altri popoli; ma se spontanei questi l'adottano, certamente non possiamo trascurare di chiamarli nostri fratelli. Se Giovanni VI non ancora ha sanzionata la costituzione del Portogallo, bisogna credere che lo farà in appresso; ma a noi non è lecito di respingere i voti e forse i soccorsi di quella generosa nazione.

Il papa intanto che fa? Comincia egli a vedere quali ospiti sono i Tedeschi? Permetterà che Ancona e Civitavecchia siano occupate? Se noi saremo costretti di toccare i suoi dominii, non siamo stati certamente coloro i quali, primi, gli han chiesto ospitalità, e non vi combatteremo che per la nostra salvezza. Una volta i papi scioglievano i popoli dal giuramento di fedeltà verso i re della terra, oggi essi sciolgono i re dal giuramento di fedeltà verso la patria; segno evidente che i popoli sono divenuti i piú forti!

Quindi, giova ripeterlo, i monarchi debbono unirsi alle loro nazioni e saranno invincibili. Forse il pontefice comprende questa verità: ma la teocrazia cui egli presiede, gli vieta di recarla ad effetto, e forse non si aspetterà il termine della sua vita per punirlo di aver egli aperto l'adito a truppe straniere.

Allorché si é perduto il pudore politico fino al segno di essersi decretata l'impresa contro Napoli, qual piú agevole cosa di spogliare il papa, se le Sicilie saranno vinte?

Per farlo, basta che l'Austria comandi qualche movimento intestino negli Stati di lui, allorché egli griderà che i carbonari lo hanno prodotto; e poiché, per diritto divino ed imprescrittibile, le sponde del Po appartengono a Cesare, egli sarà evidentissimo per l'Osservatore austriaco, che Cesare deve occupare gli stati del papa con un esercito amico o con un esercito conquistatore.

Ma il papa fa vista di non comprendere nulla; e sembra desiderare la guerra contro Napoli. Si narra che egli ha ordinato di ristaurarsi la via che conduce a Ceprano; e ciò senza dubbio rende piú agevole il movimento dell'artiglieria tedesca. Grazie sieno rese al pontefice: egli ha cura della nostra gloria, e c'invita a combattere! E quindi giungono sommamente opportuni i richiami del suo agente in Napoli, perché il concordato fosse eseguito! Intanto, il nostro ministro di affari esteri o non domanda conto alla corte di Roma delle di lei intenzioni, o nasconde ancora al Parlamento, come non si trattasse delle nostre frontiere, quali sono i di lui provvedimenti intorno ad un soggetto di sí alta importanza.

Noi consigliamo al ministro di non compromettersi con alcuno. Alla sua età si è avuto il tempo d'imparare ad esser prudente!

Qui volevamo noi parlare del ministro di guerra e marina, per rendere omaggio ai suoi talenti ed alle sue virtú, ma egli si è ritirato; e quindi il nostro elogio non sarà riputato meno sincero. Egli ha saputo bene meritare della Patria; e gli succede un uomo, in cui tutti ripongono la fiducia di vedere in brevi giorni recato ad effetto ciò che il suo predecessore non aveva potuto compiere per la sua vecchiezza.

Il nuovo ministro combatterà certamente la calunnia sparsa dai timidi, che possano mancare le sussistenze all'esercito in un regno come quello di Napoli! Egli dee conoscere la furfanteria e l'avarizia degli appaltatori e degli abbondanzieri; non si tratta se non di dar esempi rigorosi, e di mozzare il capo, come vuole la legge, ai convinti di tradimento. Il maresciallo di Turenna disse una volta ad uno di costoro, che lo avrebbe fatto impiccare per la gola...

Vostra Altezza, quegli rispose, dev'essere persuasa che non si può impiccare un uomo il quale in questo momento può spendere centomila scudi!

E non fu il maresciallo ch'ebbe ragione.

La difesa della capitale è uno dei piú alti soggetti, dei quali deve occuparsi il ministro della guerra. Bisogna persuadere al nemico che la capitale non è nulla in questa guerra: che Napoli può essere bruciata come Washington e come Mosca, senza che ciò riguardi la causa della libertà. Che per salvar Napoli, si debba commettere una viltà? No, sarebbe questo un vilissimo tradimento! Quindi conviene prepararsi; e poiché il Reggente ha sanzionato il decreto di doversi trasportare il Parlamento a Salerno, perché non si comincia da ora?

Perché non si fortificano le alture, onde Napoli è coronata? Né solo é necessario di togliere le armi e gli oggetti di guerra della capitale, ma le cose preziose appartenenti alla nazione, statue, preziosi quadri, manoscritti... Chi non sa di quali tesori la corte di Vienna s'impadroní sotto il regno di Carlo VI? L'insigne biblioteca dei manoscritti del cardinale Scripando in San Giovanni a Carbonara non formano oggi forse l'orgoglio della biblioteca viennese? L'Austria non solo vorrebbe rapirci l'onore, ma tutte le nostre ricchezze; che buon paese era per esso questo regno di Napoli! E qual rabbia di vederlo libero!

Noi parleremo altra volta de' ministeri di giustizia e di finanze; ma giova toccar brevemente la condotta di tutto il ministero riguardo al consiglio di Stato.

Questo è l'unico consiglio del Re; e dee principalmente trattar gli affari di guerra e di pace. Intanto dall'ozio e dal lento passeggiare dei consiglieri di Stato, scorgiamo che essi non sono di altro aggravati se non di qualche provvista di abati e di altri piccoli ufficiuzzi. Né si parla se non del consiglio de' ministri?

Speriamo che questo ordine di cose voglia cessare, e la costituzione aver tutto il suo effetto fra poco: senza di ciò vi potrebbe esser luogo ad accusa legale.

C. T.[87]

Al messaggio del re, pubblicato poc'anzi, il Parlamento rispose col Rapporto che segue:

RAPPORTO
della commissione del Parlamento nazionale per l'intervento di S. M. al congresso di Leybach[88].

Signori,

Il messaggio che S. M. vi diresse nello scorso giorno, era ben giusto che occupasse tutti i vostri pensieri. Desideroso di rispondervi con quella calma prudente che non può essere divisa dalla maturità del consiglio, voi nominaste a tale uopo una commissione novella. Non potrei esibirvi i motivi della di lei opinione, se non riproducessi nella vostra mente la storia di taluni fatti notabili.

I rapidi e luttuosi avvenimenti, i quali distinsero la fine del secolo scorso, aveano alterato sensibilmente la marcia della nostra vita politica. La pietà ed il terrore aveano scossi gli spiriti; il sentimento patrio era diventato piú energico, e le cognizioni piú estese; la coscienza della propria forza non era piú muta nel popolo: e gli svantaggi d'una libertà intemperante avevano imparato a desiderarne un'altra piú moderata e piú cauta.

Le sempre nuove e sempre varie vicende che hanno sconvolta l'Europa, non avean fatto che fortificare questa disposizione del popolo. Essi non eran che errori della democrazia o della monarchia assoluta; ed eran quindi i piú atti ad indicare il bisogno d'un partito intermedio. Era facile d'altronde osservare, che contro gl'incerti fenomeni di talune repubbliche efimere reggea tuttora e prosperava la costituzione d'Inghilterra.

Mentre tali riflessioni serpeggiavano oscure nelle menti dei piú, gli amici del potere arbitrario o non erano capaci di scorgerle, o trovavano nel dissimularle il proprio vantaggio. Sorgeva quindi, fra l'opinione ed il governo, quel sordo e grave contrasto che annunzia sempre vicini i grandi cangiamenti. Invano il vigore di Gioacchino Murat e la sua premura di mostrarsi popolare avevan cercato di estinguere l'effervescenza degli animi. Invano il tentativo di rendersi liberi aveva richiamato negli infelici Abbruzzi la rabbia del despotismo militare. Il capo del governo era stato costretto ad accorgersi che la civilizzazione dei popoli non può mai essere illusa dagli artifizi delle Corti e molto meno superata dalla violenza. Dopo di aver vacillato per lungo tempo fra i voti del regno ed i propri, fra l'ambizione e il dovere, ei cadde in fine dal trono. Fu allora che lasciossi sfuggire una costituzione apparente, come l'avaro inseguito si lascia sfuggire un deposito che ha lungamente negato.

Il re legittimo si preparava intanto a rientrare nell'eredità dei suoi avi. Era per lui il coraggio di quegli eserciti immensi che avevan rotta la fortuna del conquistatore dell'Europa, ed avean cangiata la politica dell'universo. Ma la bontà naturale del di lui cuore, era stata perfezionata dalla sofferenza dei mali: egli aveva meditato per due lustri interi nel piú incomodo, ma piú istruttivo gabinetto dei principi, io vo' dire nel gabinetto della sventura. Ei conosceva la smania degli antichi suoi sudditi per isciogliere i vincoli del proprio servaggio. È dunque fama che riprendendo la comunicazione con essi, accarezzò la piú cara delle loro speranze, quella di essere liberi. Furon chiare le voci che, per quanto i fogli assicurano, egli emanò nel proclama del 1º maggio 1815, essendo ancora in Palermo. Egli promise la sovranità al popolo, e la piú energica e piú desiderevole costituzione allo Stato.

Professò anzi che avrebbe solo ritenuta per sé medesimo la piú bella e piú modesta facoltà dei monarchi, quella di serbare intatte e fare eseguire le leggi.

Una dichiarazione sí nobile e sí generosa, non mancò di produrre le conseguenze piú utili. Fu dessa e non il valore alemanno, che nei piani di Macerata dissipò ad un tratto le schiere dei nostri campioni.

Cosí la mano di Ferdinando IV impugnò di nuovo lo scettro: e la di lui anima non dimenticò le intenzioni con cui lo aveva racquistato. Si sa, infatti, che solamente fra i tristi la fortuna è la morte delle promesse.

Sventuratamente, dei rapporti fallaci, e non di rado maligni, della situazione dei suoi popoli, gli persuasero la necessità di ritardare l'effetto dei suoi proponimenti. Se le cose in seguito occorse han potuto occasionargli alcun dispiacere, è stato solamente quello di non aver prevenuti i desiderî coi beneficî.

Continuati intanto ed accesi, erano questi desiderî. Ciò non ostante rimasero in certa guisa inattivi, fino a che il governo blandilli con una condotta liberale. Non si tosto cominciarono a venire irritati dalla persecuzione, che proruppero all'improvviso in uno scoppio violento.

Egli è vero, che i primi segni ne apparvero su le vette dei colli di Monteforte. Ma venner prodotti da un movimento comune alle provincie finitime, e propriamente a quelle di Capitanata, Avellino e Salerno. Fu il popolo che dié la spinta a' 140 individui del reggimento Borbone; ed è perciò che la bandiera da essi inalberata non tardò a circondarsi di centomila proseliti.

Chi ritrova la origine di questo avvenimento nella diserzione militare, deduce in vero il principio della sua conseguenza. Ei crede nata la marea in quel punto del lido in cui l'onda s'è rotta.

Il grido del riscatto arrivò tosto alla Reggia, e risvegliò la memoria delle antiche promesse. Non tardò ad apparire l'effetto nel decreto de' 7 luglio 1820.

In esso il re si compiacque di fondare nei suoi Stati la costituzione di Spagna con quelle sole modificazioni che la rappresentanza nazionale avesse potuto proporre.

Era questa la maggior parte del regno allora quando venne scossa da questa nuova: né ascoltolla dai valorosi di Monteforte, ma dal proprio sovrano. In tal caso la libertà, che in alcuni siti era stata chiamata, giunse in altri inattesa: ma in tutti fu accolta con quel vivo entusiasmo che accompagna la soddisfazione delle lunghe speranze.

La riconoscenza del popolo superò la sua gioia.

Non acclamò egli giammai la costituzione di Spagna, senza mescervi il nome di colui che gliel'avea accordata; e Ferdinando I non mai potè tanto sulla sua nazione, che quando mise una legge al proprio potere.

Sentí egli la sua gloria ed accumulò tutti i mezzi di consolidarla. Sette giorni appena eran corsi, da che egli aveva adottata la costituzione di Spagna, ed innanzi alla Giunta provvisoria recentemente creata, ei ratificò la sua scelta col giuramento.

Tutti i principi suoi figli seguirono l'esempio: e la sua famiglia ed il suo popolo non ebbero quindi che un patto.

Comparve il giorno piú celebre nei nostri annali politici, il primo di ottobre. Nel volto d'infiniti spettatori si vedea brillare la sorpresa, la riverenza ed il gaudio. Un tenero e taciturno contegno era visibile nei vostri sguardi ed in tutti i vostri movimenti.

La conferma della costituzione di Spagna uscí appena dalle labbra del re; ebbe egli appena invocato il tremendo nome di Dio, ed un immenso concerto di voci che tutte insieme esprimeva gli affetti piú cari, scosse le mura del tempio. Egli vide che la piú soave sensazione di un monarca è il grido festoso e spontaneo della riconoscenza di un popolo.

Fa d'uopo osservare che sorbí egli la soddisfazione fino all'ultima stilla. Un fiore non fu sparso, non fu emesso un accento che non risvegliasse nel di lui cuore un piacere distinto. Egli adornò con l'augurio della vostra salute la giocondità della mensa; protestò che i suoi sonni eran divenuti piú dolci; non si nascose il vantaggio di aver vestito il suo trono d'una luce novella.

Fin da' 7 luglio dell'anno corrente aveva egli approvati con anticipazione quegli atti che il suo vicario generale avesse creduti opportuni per mandare ad effetto lo statuto di Spagna. Fu spiegato ai 22 luglio il piú importante fra essi: fu stabilita in fatti la pratica dell'elezione dei deputati, e fu determinata la formola de' vostri poteri. Il governo medesimo credette allora limitarli a mantenere salde le basi di quello statuto politico; né veruna modificazione vi lasciò in dritto di fare, quando non fosse richiesto dalla necessità di adattarlo alle circostanze del regno.

Unisoni a questa formola furono i vostri poteri: unisoni a questi poteri furono i vostri giuramenti, ed unisoni a questi giuramenti furono quelli del re ed il decreto del 7 luglio. L'obbligo di rispettare i principî dello statuto di Spagna, e l'impossibilità di sottometterlo a delle riforme importanti è dunque radicato nel nuovo patto sociale, nella stessa indole de' vostri mandati, nella religione del re e nella vostra.

So che l'invidia del bene ha posto in opera ogni macchina della calunnia.

So che la gloria di un monarca, il quale affrancava il suo popolo, si è deturpata con la taccia della violenza. I posteri crederanno appena che l'ardimento della menzogna sia stato condotto si oltre da voler togliere alla notorietà la sua evidenza. Ma se la natura istessa dei fatti non rispondesse all'accusa, gioverebbe a smentirla un documento della maggiore importanza.

Modificando la costituzione di Spagna, il Parlamento aveva prescritto che per ogni provincia si eleggesse un consigliere di Stato. S. M. si persuase che questa norma restringesse le sue prerogative. Non si stette allora in silenzio, e non si contentò di protestare. Usando anzi francamente dei regi suoi diritti, richiamò alla memoria dell'assemblea il patto sociale, il giuramento comune, l'inviolabile dovere di conservare le fondamenta della costituzione adottata. Mostrò in tal guisa di non essere egli men libero, allora quando aderiva alla rappresentanza del popolo, che allora quando resisteva alla di lei opinione. Se l'unità di questo caso è sufficiente ad escludere la soggezione del sovrano, non lo è meno a render noto l'accordo fra i due principali poteri che dirigon lo Stato.

Era questa la marcia sempre posata e prudente del nostro regime, allorché delle nuvole incominciarono a stringersi verso il nostro orizzonte politico. Gelosi della nostra indipendenza, non avevamo offesa l'altrui. Né ragioni di fratellanza, né opportunità di sito, né utilità di dominio ci avevano indotti a ricevere sotto il nostro patrocinio le città sollevate di Benevento e Pontecorvo.

Gli ambasciatori dei sovrani di Europa avevano goduto nelle nostre contrade di tutta la stima e di tutti i vantaggi che il loro grado esigeva. La nostra libertà era del pari innocente, che urbana e tranquilla.

Eppure i rappresentanti della nostra nazione trovavano chiuse le porte di varie Corti di Europa. Eppure delle penne vendute alla menzogna ed al biasimo, non tralasciavano di ventilar la fama della nostra anarchia.

La curiosità di sapere il motivo di questi modi spiacevoli, pareggiava la certezza di non averli meritati. Fra i nostri agenti diplomatici vi fu chi prese ad appagarla.

Ecco ciò che in data de' 14 novembre egli scriveva sull'uopo: «L'avversione dei gabinetti di Europa, a cagione del modo con cui la Costituzione si è ottenuta, sembra formare il nodo piú forte della questione europea per la sua essenza.

«La Camera unica dei deputati, le restrizioni della prerogativa reale, l'incoerenza di partecipare ad un'assemblea, le negoziazioni diplomatiche, la deputazione permanente, la nomina agli impieghi, dei quali dispone il Parlamento, l'inceppamento del potere esecutivo, l'odiosità del veto lasciato al solo governo, e questo veto anche inefficace, perché solamente sospensivo, ed altre disposizioni della costituzione spagnuola, si trovano dalle varie potenze come tanti germi di discordia e di anarchia, e come incompatibili con la tranquillità dell'Europa».

L'autore del rapporto indicava i mezzi opportuni a riparare questi mali: « — mi sembra, egli diceva, di potere asserire che tutti questi mezzi si riducono ad uno solo; la rifusione della costituzione spagnuola, o piú tosto la formazione di una costituzione napolitana. Mi pare che il punto decisivo sia questo. E riguardo a questo punto il dilemma è breve: o venire incontro con dignità ai desideri dell'Europa, o aspettarsi la guerra e le conseguenze che ne verranno; o modificare da noi stessi la costituzione o aspettare che altri venga a modificarla».

Il nostro agente diplomatico aggiungeva un consiglio. Era quello di domandare l'intervento d'una gran potenza dell'Europa, onde, in compenso delle riforme che avremmo apportate alla nostra legge politica, ci procurasse la pace.

Noi non fummo persuasi dell'esistenza dei mali, e detestammo i rimedi. L'unità della Camera aveva per noi un supplemento nel Consiglio di Stato; non ci sembrava ristretta la prerogativa reale, ma il potere dei ministri; non leggevamo prescritta la necessità d'indicare all'assemblea legislativa le negoziazioni diplomatiche, ma di renderle conto dei risultamenti di esse: trovavamo incapace di essere molesta al governo una deputazione destinata alla sola vigilanza: ignoravamo che il Parlamento nazionale avesse sugli impieghi altro diritto, fuorché quello di presentar le terne per lo stesso Consiglio: se la forza esecutiva è inceppata nel male, la vedevamo sciolta nel bene; o il veto non ci si mostrava sotto l'aspetto di odioso, o credevamo che la odiosità dovesse ferire il Consiglio assai piú che il monarca; ma ci era dato infine il convincerci della inefficacia di un atto che poteva differire per anni la sanzione delle leggi, e che necessitava con questo mezzo al consenso i due poteri sovrani.

Era ben lungi dalla nostra mente il pensiero che gli alti alleati d'Europa volessero gradire il progetto dell'autore del rapporto. La indipendenza del nostro regno è tanto sacra per essi, quanto il dritto delle genti e l'opinione illibata della loro giustizia. Quella storia, che avara per le generose azioni, ha profuso il suo lusso per gli illustri misfatti, non ci presenterà l'aspetto di un principe che abbia snudata la spada per costringere una nazione ad avvilire le sue leggi. L'abolizione dei sacrifici umani coronò una volta il trionfo d'un re di Siracusa: e fu scritto che egli allora stipulava per l'umana natura. La servitú insanguinata d'un popolo, disonorerebbe il piú grande di tutti i trionfi: e si scriverebbe che si è combattuto e si è vinto per lo vitupero del buon senso o per l'infortunio dell'uomo. Chi osò mai di supporre disposizioni sí tristi nei magnanimi regolatori dell'Europa attuale?

Che se aveste obliata la loro virtú e la di loro grandezza, non avreste potuto non sovvenirvi dei vostri poteri. Voi avreste sempre letta nel tenore di essi l'impossibilità di aderire ad un cangiamento essenziale del vostro statuto. Voi avreste riputato contrario alla dignità di quel popolo che rappresentate ed alla vostra costanza l'andare incontro all'intervento d'una potenza straniera, per offerirle di permutare la libertà con la pace.

Riceveste adunque con gratitudine quel messaggio reale, che dimandò il vostro parere sulla mediazione. Ma quando il ministro che vi presentò il soglio, congiunse ad esso i progetti dell'autore del rapporto, tutti i vostri sentimenti vi sboccarono dal cuore, e mi suggerirono l'indirizzo dei cinque novembre.

Esprimeste in esso l'attaccamento ai vostri doveri, la vostra piena fiducia ne' giuramenti reali, la decisione irremovibile dei vostri committenti: la vostra.

I troni di Austria, di Russia e di Prussia erano stati fin qui circondati da un cupo silenzio. La prima voce che da essi ci venne, fu la prima testimonianza della loro giustizia. Non c'internò quello sdegno che non abbiam meritato, ma il desiderio di accordare un posto nel di loro consesso al nostro monarca. Fu questo un introdurre nel gabinetto di Laybach la santità dei di lui giuramenti, la legittimità del nostro cangiamento politico, l'indipendenza e l'autorità del nostro patto sociale.

S. M. ci diresse il messaggio dei 7 ottobre, e noi vi scorgemmo due punti. Manifestò l'uno il disegno di consentire all'invito dei suoi alti alleati: manifestò l'altro le basi d'una costituzione novella, e ci premurò a sospendere alcuna delle nostre incombenze.

La vostra commissione, o signori, non può ravvisare nell'una che le intenzioni reali; non può ravvisare nell'altra che un dispiacevole equivoco del direttore del foglio. È sicuramente degno del cuore di Ferdinando I l'abbellire l'adunanza dei signori del mondo, ed il prendere parte nella sublimità dei loro consigli. Ma come mai avrebbe egli pensato di essere in caso di aderire ad una costituzione novella? Avrebbe egli cancellato il decreto dei 7 luglio, i suoi giuramenti solenni, le sue ripetute proteste, la nobiltà del proprio carattere? Piú non tornerebbero alla di lui rimembranza quelle lagrime di tenerezza, le quali vennero sparse nel primo di ottobre, quelle acclamazioni solenni che accompagnarono la conferma dello statuto di Spagna, quegli accenti interrotti, que' fiori che tanto interessarono il di lui cuore commosso?

La virtú e la condotta del capo della vostra nazione piú non sarebbero sinonimi? E colui che godeva chiamarsi il fondatore e protettore del vostro statuto, presterebbe la mano a divellerlo? E voi destinati, obbligati a mantenerne intatte le basi, potreste voi consentirvi? Un cangiamento preparato da 20 anni diventerebbe adunque per vostra colpa o per vostra negligenza retrogrado?

Rispetto, o signori, alla lealtà, alla fermezza del vostro Monarca.

Tutto ciò che è contrario alla di lui dignità, è per lui impossibile. Se egli è pronto a partire per il congresso di Laybach, non può essersi proposto che il generoso disegno di dileguare le calunnie dei vostri nemici, di rendere sicura la felicità con l'indipendenza del regno e di provare all'Universo che non il palpito del timore, ma lo slancio della gloria gli dirigeva la mano, allorché egli aderiva liberamente alla costituzione di Spagna. Immaginare in lui altri fini è non riputarlo inviolabile: è trasandar lo statuto. Non evvi infatti profanazione maggiore della persona sacra d'un Re, che il supporlo non ricordevole della propria parola.

Quale è dunque lo stato della controversia che voi avete a risolvere? Negherete all'unione dei sovrani il desiderio di chi ha stabilito fra voi il regime attuale, e vi priverete del piú grande difensore della vostra indipendenza?

Perderete la opportunità di spedire un argomento vivente del vostro buon diritto? Ed alla chiamata della giustizia risponderete ferocemente col grido di guerra?

No, cittadini, non è tale il parere che la vostra commissione m'impone di esporvi.

Ella ha creduto di unire nel decreto di cui vi rassegno il progetto, la vostra dignità, la vostra intrepidezza, la vostra fiducia nella virtú del monarca e de' suoi alti alleati, la franchezza e l'onore del popolo da cui tenete i poteri.

Il vostro criterio ne giudichi: il Dio della verità e della buona fede assicuri il vostro giudizio.

Pasquale Borrelli, relatore.

***

La commissione cui questo parere appartiene, era composta dei signori Galdi, Poerio, Berni, generale Begani, colonnello Bausan, di Donato, presidente Ricciardi, colonnello Visconti e Borrelli relatore.


L'ULTIMA SEDUTA
DEL PARLAMENTO NAPOLETANO DEL 1820[89].

15 marzo 1821.

Presidenza del signor Arcovito.

Gli atti della tornata precedente sono approvati.

Il signor Poerio è invitato dal presidente a dare gli ultimi ragguagli venuti alla conoscenza della commissione di guerra sullo stato dei nostri eserciti. L'onorevole deputato è alla tribuna.

— Le ultime nuove del secondo corpo d'esercito recano che le gole di Popoli sono tuttavia libere; che i marescialli di campo Russo e Montemajor, ed il colonnello Manthoné concentrano le loro forze in Solmona: che un reggimento e due battaglioni di linea marciano da Venafro a Castel di Sangro; che il corpo del generale Verdinois era il di 12 del corrente in Ascoli; che l'intera legione Teramana comandata dall'intendente colonnello Lucente sotto gli ordini di quel generale e numerosa di seimila uomini era pronta a seguirlo. Il movimento retrogrado di quel corpo fatto non piú per il lungo cammino degli Abruzzi marittimi, ma per la strada consolare che conduce nel cuore degli Abruzzi, ed il movimento progressivo dei corpi che s'avanzavano da Castel di Sangro e da Solmona, uniti ai rinforzi che sicuramente spedirà il governo, faranno ben presto riprendere a quel nostro esercito le sue antiche posizioni. Confidiamo perciò — ha aggiunto l'oratore — nella previdenza di S. A. R. nell'accordo, nell'esperienza e nel patriottismo dei generali, nel valore e nella buona volontà delle truppe. Non dubitiamo dello slancio di tutte le milizie per la fantasia alterata di pochi battaglioni, né disperiamo della salvezza della patria per un disastro d'un sol momento e d'un sol luogo. Bandiamo le diffidenze. Vinciamo con la nostra calma l'altrui costernazione; e sopratutto non perdiamo di vista, che noi difendiamo la piú santa e la piú bella delle cause; quella della politica indipendenza del trono e della nazione. Rispetto profondo al Re, calda resistenza agli stranieri, moderazione nella prosperità, fortezza nell'infortunio; ecco i nostri doveri.

Adempiamoli, e costringeremo i nostri stessi nemici a stimarci. Può essere incerta la sorte delle armi; ma non deve essere incerta mai quella dell'onore!

(L'onorevole deputato discende dalla tribuna in mezzo ai vivissimi applausi).

Il signor Borrelli. Voi avete emesso un decreto concernente la formazione delle guerriglie; ma voleste che ognuna di esse fosse formata di picciol numero di uomini. Ciò non potrebbe conseguire il grande oggetto di tribulare fortemente il nemico. Io vi propongo di aggiungere a quella saggia ed utile disposizione l'altra che vi presento nel progetto di decreto, il quale è diretto ad autorizzare la creazione di corpi franchi piú numerosi, e capaci perciò di recare al nemico grave danno, e di ritardarne in tutti i punti il cammino.

Comandati quei corpi da cittadini ardenti di concorrere alla salvezza della patria, serviranno essi di singolare aiuto ai corpi regolari dell'esercito, co' quali opereranno in tutti i punti di accordo. Ecco il progetto di decreto:

***

Considerando che niun mezzo dee trascurarsi per la difesa del regno e per la salute della patria.

Il Parlamento nazionale

decreta:

1. Il ministro della guerra è autorizzato ad ordinare, dovunque il creda opportuno, dei corpi franchi; preporre ai medesimi delle persone, le quali abbiano la sua fiducia e quella della nazione, e disporne in generale i movimenti.

2. La sussistenza di tali corpi franchi si regolerà come quella delle guerriglie; giusta il metodo prescritto dal decreto degli 11 dello stesso mese. (Approvazioni).

Il segretario Tumminelli. Legge officio del ministro della finanza, di risposta ad altro del Parlamento concernente i gravi inconvenienti che avvengono nella posta della Sicilia, ove nulla o poco è rispettato il segreto delle lettere. Il ministro domanda che gli sieno date specifiche indicazioni, perché possa procedere secondo la legge, contro gli impiegati infedeli.

Il signor Trigona. I deputati non possono rivelare i casi specifici; eglino indicarono al ministro la norma da seguirsi, quando lo tennero avvertito degli inconvenienti avvenuti. Nel nostro segretariato sono depositate prove contro parecchi impiegati delle poste.

Il signor Morici. Gli atti del Parlamento non giunsero mai in regola nelle provincie; essi o arrivarono in ritardo, o mancarono affatto. Noi abbiamo molte doglianze di questa natura.

Il signor Vivacqua. L'on. ministro avrebbe fatto meglio, se invece di chiedere notizie specifiche dal Parlamento, avesse inviato circolari ed ordini severi per far cessare tali colpevoli abusi e far serbare la fede e l'esattezza che si richiede nel servizio delle poste. La dimanda fatta dal ministro può solo fomentare gli abusi, e far crescere la speranza dell'impunità nei rei. Il Parlamento non può trasformarsi in autorità giudiziaria, cui spetta raccogliere le prove delle infrazioni delle leggi e punirle. Bisogna ripetere al ministro i medesimi uffizi in termini generali ed invitarlo a rendere esatto, regolare e fedele il servizio delle poste. (Approvato).

***

Il reggimento del terzo leggiero si duole di essere stato lasciato in Palermo; chiede di essere chiamato a far parte dell'esercito destinato alla difesa della patria.

Il presidente. Si rimetta la dimanda al ministro della guerra.

Il signor Colaneri. Non basta rimetterla al ministro della guerra. Quei soldati ed ufficiali valorosi, e vecchi alle armi, credono onta rimanere oziosi in Sicilia, privi dell'onore di aver parte in una lotta dalla quale dipende la indipendenza della nazione e del trono. Il loro zelo è degno della vostra estimazione, e simili domande meriterebbero la vostra approvazione. (Onorevole menzione al ministro della guerra).

Il signor Poerio osserva che il Parlamento in questa tornata deve attendere all'esame degli stati discussi di due anni: quello dell'anno 1821 e del prossimo 1822; osserva che la nazione ha diritto a conoscere lo stato delle sue finanze; egli domanda con istanza, che le commissioni attendano di urgenza a questo soggetto.

Luigi Alfonso chiede di armare un legno in corso contro il nemico (al ministro di guerra e marina).

Il signor presidente. Il ministro di grazia e giustizia fece conoscere al Parlamento la necessità d'una riforma nelle nostre leggi penali, per render queste accomodate alla nostra costituzione politica. La vostra commissione di legislazione vi presenta un progetto di appendice a quella parte del nostro codice.

Ecco il progetto della Commissione:

***

Appendice alle leggi penali del regno delle Due Sicilie.

Art 1. La seconda parte dell'art. 1º delle leggi penali è riformato nel modo seguente:

Ogni reato sarà punito con pene criminali, correzionali e di polizia.

La commissione, sul rapporto del ministro di grazia e giustizia, osservando che la seconda parte dell'articolo primo delle leggi penali, in cui si dice nessuna pena é infamante, sia contraddittoria coll'articolo 221 delle leggi civili: La condanna di uno dei coniugi a pene infamanti potrà essere causa di separazione...

Considerando che non è nelle mani del legislatore il dichiarare o il togliere l'infamia da un'azione o da una pena, è di parere di sopprimere la seconda parte dell'art. 1º del codice penale.

Il signor Mazziotti. — Io credo doversi conservare in quel primo articolo le parole: nessuna pena è infamante, come si legge nel codice. I legislatori non possono comandare alla pubblica opinione.

I signori Berni e Vivacqua sostengono il progetto della commissione ed opinano perciò di sopprimere le parole indicate. (Rimane approvato il parere della commissione).

2. L'art. 3º delle medesime leggi sarà espresso cosí:

Le pene criminali sono:

Il signor Saponara. L'ergastolo non fu mai conosciuto dai codici dettati con filosofia ed umanità. Si lasci tal sorta di pena ai barbari legislatori. Ad una nazione libera mal si conviene una pena la quale, isolando per sempre dal consorzio degli uomini le vittime di privati delitti, toglie alla legge il singolare beneficio dell'esempio. Non si devono sottrarre dallo sguardo del popolo le tristi conseguenze a cui conduce il delitto. Io propongo di abolire la pena dell'ergastolo e sostituire ad essa i ferri a vita.

Il cardinal Firrao e molti altri onorevoli deputati secondano il preopinante. (Il Parlamento decide di sostituire alla pena dell'ergastolo quella dei ferri a vita).

Il signor Vivacqua. Adottata la pena dei ferri a vita, rimane a vedere se si debbano conservare le gradazioni nel codice prescritte per la pena dei ferri. Il maximum oggi giunge fino ai 30 anni.

Tolto l'ergastolo — pena intermedia — dai ferri a tempo alla morte, si passa per salto. L'ergastolo non viene rimpiazzato dai ferri a vita, i quali certamente si confondono coll'ultimo grado di questi a 30 anni. Io propongo ridurre il massimo dei ferri a tempo a 20 anni. Allora il primo grado sarà sino a 5 anni; il secondo sino a 10; il terzo sino a 15; il quarto sino a 20. (Il Parlamento approva il parere della commissione e la pena temporanea dei ferri rimane da 7 a 20 anni).

3. La pena di morte si esegue colla decapitazione, salvo le disposizioni dello statuto militare intorno alla fucilazione.

Sono aboliti tutti i gradi di pubblico esempio, stabiliti dall'art. 6º delle leggi penali.

L'esecuzione sul luogo del commesso misfatto, o in luogo vicino, potrà essere, secondo le circostanze, ordinata dal giudice.

Il signor Saponara. Saggia é la disposizione del codice francese per rendere esemplare e terribile la pena del parricida. Si conservi la benda nera e la veste rossa e tutto il triste apparato da quei legislatori sapientemente prescritto.

(Il Parlamento approva l'art. 3º, con l'aggiunzione indicata dal Saponara).

Il Signor Tumminelli. La commissione di finanza ha preso in considerazione il rapporto del ministro dell'interno, il quale chiede fondi necessari all'acquisto di molti frumenti che trovansi sopra bastimenti destinati a consumare la loro contumacia di osservazione nel lazzaretto di Nisida.

La commissione è di parere di chiedere all'on. ministro schiarimenti sui bisogni dell'esercito e sui mezzi per avere i fondi richiesti.

Il signor Poerio. Prego il Parlamento perché ponga la piú matura ponderazione in questo esame. Noi abbiamo grande bisogno di danaro per l'esercito. Chi potrebbe consigliare di versarne ingente somma in mano dello straniero, comperando cinquantamila tomoli di frumento? Prima di deliberare intorno a sí grave oggetto, è d'uopo che il ministro della guerra ci faccia sapere in questa parte i bisogni dell'esercito. Lo zelo e l'energia del sindaco di Napoli ha già scoperto grandi magazzini e conserve di frumento in questa capitale. L'acquisto di quella derrata non è perciò oggi, come prima credeasi, d'urgenza. Non veggo la necessità di emettere oggi stesso la vostra decisione sulla domanda del ministro.

(È adottato il parere della commissione).

L'adunanza si scioglie.

La Costituzione era finita. I tre ultimi documenti che riporto, segnano il principio del..... ritorno all'antico; d'una reazione ben più mite — in verità — di quelle del '99, ma che valse ancora essa a preparare le giornate del 1848 ed il trionfo unitario del '60.

Ministero della guerra.

Eccellenza,

Ieri fui a Torricella fino alle 4 e mezza pomeridiane; ritornai quindi a Casalanza per i movimenti della divisione d'Ambrosio. Nella notte mi è giunto rapporto dal tenente generale Filangieri da Torricella, col quale mi dava parte che quella brigata quasi in totalità s'era sbandata, tirando fucilate sugli uffiziali e particolarmente su di lui: fucilate che traforarono, a centinaia, la porta della stanza dov'egli abitava. Intanto, mi giungeva rapporto, che la brigata leggiera del generale Costa aveva avuto avvenimento simile verso Sessa.

E, mentre mi contristava di tutto ciò, intesi a poca distanza numerose fucilate, e verificai subito che queste partivano dai cinque battaglioni della 1ª divisione, arrivati e bivacquati a Casalanza, che i soldati dirigevano sui proprii ufficiali.

Di lí ad un momento furono caricati da quella canaglia i quartieri generali del generale d'Ambrosio e mio. Il generale d'Ambrosio fu salvo per una compagnia di zappatori che fu fedele ai suoi doveri, ed io il fui per una ventina di gendarmi che fecero fuoco sui soldati, i quali vili quanto iniqui si dispersero per la campagna. Ordinai allora alla cavalleria che li caricasse: ed in questa guisa ne ho raccolti molti e ricondotti nei ranghi: ma V. E. rifletta, che sono questi gli stessi uomini ammutinati e sbandati un'ora innanzi.

La prego di stabilire delle pattuglie di cavalleria sulla strada di Napoli ad Aversa: io farò altrettanto da Aversa a Capua: il dippiú è nelle mani di Dio.

Si degni V. E. di dar subito conoscenza di tutto ciò a S. A. R. il principe reggente.

Capua, 18 marzo 1821.

Carrascosa.

A S. E. il segretario di Stato
ministro della guerra.

Per copia conforme:
Il ministro della guerra
Colletta.


FRANCESCO
duca di Calabria reggente del Regno.

Le paterne intenzioni del Re, mio augusto genitore, vengono ad essere pienamente rischiarate con le ultime sue manifestazioni fattemi in data de' 19 corrente da Firenze e recatemi dal generale Fardella. Io credo non solo glorioso per Sua Maestà che utile a rassicurare tutti gli animi, il farle note, trascrivendole letteralmente:

«Figlio carissimo,

«Ho ricevute le lettere delle quali è stato da voi incaricato il generale Fardella. Dal contenuto delle vostre del 13 corrente rilevo col massimo dolore quanto voi mi esponete sullo stato in cui attualmente si trovano i miei amati sudditi. I ragionamenti che mi fate par che vogliono indicar me per causa de' mali della guerra, che affliggono il mio regno.

«È per l'appunto per evitar questi mali che io mi sono adoperato, e che vi scrissi la lettera del 28 gennaio da Lubiana, alla quale disgraziatamente nessuna attenzione si è fatta. Le ostilità non provocate sono state commesse dalle nostre truppe, e ciò su d'un territorio neutrale e ad onta fin anche del mio proclama del 23 febbraio.

«L'armata dei miei augusti alleati veniva come amica; i sovrani lo avevano dichiarato. Io avevo esplicitamente annunziato le loro e le mie intenzioni. A chi si devono attribuire i disastri? Chi ne ha la colpa?

«Le potenze alleate ed io abbiamo fatto di tutto per porre in veduta le circostanze infelici alle quali venivano esposti i miei popoli. Abbiamo offerto il modo di evitarle ed abbiamo fatto conoscere, che il bene ed il vantaggio del mio regno esigevano che la ragione dettasse l'immediata cessazione di tutto ciò che costà si era innovato. Ma con mio sommo cordoglio ho veduto che sordi alle voci magnanime dell'augusto Congresso, ed a quello dell'animo mio paterno, una cieca ostinazione ha presentato la resistenza la piú inutile e la piú fatale a quanto si è suggerito per la salvezza e pel vero interesse dello Stato.

«Che si dia una volta ascolto alle voci sincere d'un padre affettuoso. Tale sono sempre stato, e tale mi troveranno sempre gli amatissimi miei sudditi. Si abbiano presenti le mie esortazioni, i desiderii ed i voti che vi ho espressi.

«La mia lettera da Lubiana ed il mio proclama contengono tutto ciò che può e deve servire di norma ad una condotta che reclamano gli interessi del regno, i voti dei buoni e quelli che io non cesso di formare per la tranquillità dei miei Stati.

«Son sicuro, carissimo figlio, che contribuirete dal canto vostro, perché si pervenga all'ottenimento di ciò che non può essere disgiunto dai vostri serii ed ardenti desiderii. Teneramente vi abbraccio, vi benedico e sono il vostro

«Firenze, 19 marzo 1821.

«affezionatissimo padre
«Ferdinando B.»


Regolamento delle truppe.

La guardia reale continuerà a prestare il servizio al quale essa è destinata e ad eseguire quello della guardia del Re e del palazzo.

L'entrata delle truppe austriache a Napoli, non lasciando la possibilità di acquartierarvi le truppe napoletane che vi si trovano tuttora, queste riceveranno oggi l'ordine di uscirne e saranno messe per l'ulteriore loro destino agli ordini di S. E. il comandante generale barone di Frimont.

Gli ordini dati da S. A. R. il principe reggente per l'entrata delle truppe austriache nelle piazze di Gaeta e di Pescara saranno rimessi domani prima dell'ingresso dell'armata nella città di Napoli a S. E. il comandante generale barone di Frimont, da S. E. il tenente generale Pedrinelli governatore di Napoli.

Le dette piazze e la città di Napoli saranno occupate nel modo fissato dalla convenzione del 20 marzo seguita innanzi Capua.

Le guarnigioni delle mentovate due piazze seguiranno la sorte delle altre truppe napoletane.

Fatto, conchiuso, e segnato in doppio tra S. E. il tenente generale Pedrinelli, governatore di Napoli ed il signor conte di Figuelmont, general maggiore, tutti e due muniti dei poteri necessarii a quest'oggetto.

Segnato ad Aversa, il 25 marzo 1821.

Pedrinelli. Figuelmont.

Per copia conforme:
Il tenente generale capo dello stato maggiore generale
F. Pepe.