PARTE SECONDA I DEPUTATI.
PARTE II
Quadro delle abitazioni dei Deputati al Parlamento Nazionale.
Matteo Galdi, strada Magnovacallo n. 88.
Tito Berni, salita S. Sebastiano n. 58.
Vincenzo Natali, strada di Chiaia n. 66.
Nazario Colaneri, strada portici S. Tommaso d'Aquino n. 20.
Ferdinando de Luca, strada S. Liborio n. 65, 1º piano.
Francesco Lauria, S. Potito palazzo Solimena.
Francesco Scrugli, strada Concezione a Montecalvario n. 10.
Felice Saponara, strada S. Potito n. 37, 3º piano.
Girolamo Arcovito, strada S. Matteo n. 34.
Vincenzo Catalano, largo S. Maria degli Angeli a Pizzofalcone n. 7, 3º piano.
Michele Tafuri, largo p. Piccola Rosario di Palazzo n. 17.
Alessio Pelliccia, Materdei vico Cangi n. 6.
Pasquale Ceraldi, vico Bisi collegio dei Nobili N. 34.
Francesco Strano, Salita Trinità dei Spagnoli.
Paolino Riolo, Salita Trinità dei Spagnoli.
Innocenzi de Cesare, strada Foria.
Alessandro Begani, vico Trevaccari n. 4, 1º piano.
Giovanni Bausan,.....[49]
Francesco Rossi, strada Incoronata n. 24, 1º piano.
Rosario Macchiaroli, vico Chianche a Palazzo n. 3.
Domenico Mayer, strada S. Cristoforo all'Olivella N. 36.
Giuseppe Poerio, strada Materdei case proprie.
Lorenzo de Conciliis, nel monistero di S. Orsola a Chiaia.
Giuseppe Cardinale Firrao (sic), palazzo Avellino Anticaglia n. 4, 1º piano.
Tommaso Donato, strada di Chiaia n. 209.
Diodato Sponsa, strada Baglivo n. 68, 2º piano.
Pietro Paolo Perugini, strada Guantari n. 99, locanda Lombardia.
Pasquale Borrelli, strada nuova Monteoliveto n. 29, 1º piano.
Ottavio de Piccolellis, largo delle Pigne n. 152.
Gerardo Mazziotti, vico storto Sant'Agostino degli Scalzi n. 12.
Francesco Vivacqua, vico del Carminello n. 51, 3º piano.
Carlo Corbi, vico Baglivo n. 68, 2º piano.
Decio Coletti, strada Stella n. 103, 1º piano nobile.
Paolo Melchiorre, vico largo dell'Avvocato n. 35.
Domenico Matera, locanda dell'Incoronata.
Cesare Ginestous, largo del Castello n. 81.
Giuseppe Grimaldi, strada Nardones n. 14.
Francesco Saverio Incarnati, strada Baglivo Uries n. 13, 1º piano.
Tommaso Giordano, strada S. Liborio n. 65.
Giov. Domenico Paglione, Pallonetto S. Chiara n. 12, 2º piano.
Saverio Arcangelo Pessolani, sopra del Sacramento, vico delle Nocelle n. 87.
Giuseppe Losapio, strada Corsea n. 65.
Luigi Dragonetti, strada S. Mattia n. 88, 2º piano.
Giovan Felice Angelini, strada Nardones n. 95.
Raffaele Netti, strada Atri n. 3, 3º piano.
Michele Coletti, calata S. Tomaso d'Aquino n. 6.
Giuseppe Maria Giovene, Fontana Medina al palazzo Caravita.
Francesco Jacuzio, strada S. Liborio n. 65 3º piano.
Giovanni Antonio Lozzi, vico Afflitto n. 28, 3º piano.
Geraldo Caracciolo, strada Foria.
Vincenzo Comi, strada Guantai nuovi n. 46.
Francesco Petruccelli, calata principe di S. Severo n. 20, 2º piano.
Mariano Semmola, vico dei Giganti n. 44, 2º appartamento.
Domenico Sonni, strada nuova dei Pellegrini n. 4, 1º piano.
Papiniano Jannantuono, strada S. Liborio n. 65, 2º piano.
Vincenzo Lepiane, strada Vicaria n. 339, 1º piano.
Paolo Flamma, strada Chiaia n. 160.
Vito Buonsanti, dentro S. Domenico Soriano.
Giuseppe Desiderio, dirimpetto la porteria del Monistero del Consiglio n. 3.
Melchiorre Delfico, alle case del marchese de Turris dietro il palazzo di Gravina.
Amodio Ricciardi, palazzo Monteroduni, Ponte di Chiaia.
Domenico Nicolai, strada Nardones n. 66.
Luigi Galante, vico Santo Spirito n. 41, 3º piano.
Giovanni Maruggi, Magnocavallo 88, ultimo piano.
Domenico Cassini, Pallonetto S. Chiara n. 8.
Tommaso Vasta, al largo del Vescovado n. 31, a destra.
Petrantonio Ruggiero, Cisterna dell'olio case di Petagna, 2º piano.
Matteo Imbriani, Cisterna dell'olio n. 25, 3º piano.
Ippazio Carlino, strada Montesanto n. 17.
Benedetto Rondinelli, vicoletto 2 della Quercia n. 6.
Biagio de Horatiis, strada Foria ultimo piano in casa di Nicolini.
Liberante Mazzone, vico Tedeschi a Toledo sopra lo speciale S. Giorgio.
Saverio Basile, vicoletto Tedeschi a Toledo n. 4, 1º piano.
Salvadore Giuseppe Trigona, strada Nardones n. 14, 3º piano.
Giovanni Carlo Fantacone, vico Figurella a Montecalvario n. 10.
Michelangiolo Castagna, vico Cinquesanti n. 9, 2º piano.
Antonio Maria de Luca, largo delle Pigne n. 140.
Antonio Mercogliano, locanda villa di Parigi nel chiostro di S. Tommaso d'Aquino.
Carlo de Filippis, strada nuova Pizzofalcone n. 45.
Giuseppe Orazio, strada vico Gerolomini n. 11, palazzo duca della Castelluccia.
Ferdinando Visconti, S. Lucia a Mare n. 64, ultimo piano, a sinistra.
Colonello Pepe Gabriele, alla locanda dei Fiorentini.
Principe di Biscari, dirimpetto la villa.
Queste notizie desunte dai documenti dell'epoca mi parvero d'un certo interesse per la storia delle nostre provincie meridionali: epperò le riprodussi integralmente.
1ª Classe. Preti. — Buonsanti, Coletti (Michele), De Luca (Antonio), De Luca (Ferdinando), Desiderio, Fiamma, Galanti, Geraldi, Giovane, Jacuzio, Jannantuono, Lepiane. Pelliccia, Riolo, Rondinelli, Semola, Sonni, Strano, Vasta — 19.
2ª Classe. Proprietarii. — Basile, Corbo, Falletti, Fantacone, de Filippis, Giordani, Imbriani, Incarnati, Macchiaroli, Mazzone, Netti, Paglione, Rossi — 13.
3ª Classe. Magistrati. — Arcovito, Catalani, de Cesare, Coletti (Decio), Melchiorre, Orazi, Ricciardi, Saya, Saponara, Scrugli, Tafuri, Vivacqua — 12.
4ª Classe. Avvocati. — Angelini, Berni, Carlini, Cassini, Colaneri, de Horatiis, Lauria, Losapio, Mazziotti, Pessolani, Poerio, Ruggero — 12.
5ª Classe. Militari. — Bausan, Begani, de Conciliis, Morice, Pepe, Piccolellis, Perugini, Sponsa.
6ª Classe. Nobili. — Principe di Biscari, Caracciolo (dei duchi di Martina), Marchese Dragonetti, Grimaldi di Terrasana, Nicolai (marchese di Canneto), Cavalier Trigona — 6.
7ª Classe. Medici. — Castagna, Comi, Maruggi, Mercogliano, Petruccelli, Romeo — 6.
8ª Classe. Impiegati. — Borrelli, Donato, Matera, Natale — 4.
9ª Classe. Ritirati con pensioni. — Delfico, Galdi — 2.
10ª Classe. Negozianti. — Ginestous, Lozzi — 2.
11ª Classe. Cardinali. — Firrao — 1.
Estratto dal giornale «La Minerva Napoletana» (1º trimestre 1820, agosto, settembre, ottobre, pag. 332-333)[50].
Dal prospetto dei deputati, si può agevolmente osservare:
1º Che il termine medio delle loro età esclude la prima gioventú, e non tocca l'estrema vecchiezza; donde può sperarsi senno e moderazione con robustezza e virilità;
2º Che manca affatto la tendenza verso l'oligarchia, pochi essendo coloro che appartengono alla 6ª classe; ove per liberalità di principi si distinguono eminentemente il marchese Dragonetti ed il marchese di Canneto;
3º Che lo spirito demagogico non può allettare persone, delle quali tutte può dirsi... quobus est pater, et equus et res;
4º Che gli impiegati attivi del governo sono sí rari, che, ove i loro conosciuti sentimenti non fossero cosí onorevoli come sono, non sarebbe da tenersi sopra di essi alcuna ministeriale influenza;
5º Che nel gran numero di magistrati, scelti dal popolo mentre vivevano in lontane provincia, si scorge una testimonianza lusinghiera pel corpo della magistratura e consolante per la Nazione;
6º Che nel maggior numero degli ecclesiastici si vede con piacere premiato il merito non ordinario di molti, fra i quali giova ricordare Galanti, Giovane, Pelliccia, Semola, Strano, pubblici professori di scienza e nomi cari alle lettere.
Né andranno privi di lode Buonsami e Coletti, educatori della gioventú. Gli ecclesiastici, inviati al Parlamento di Napoli, sono tali che saprebbero, nel bisogno, e difendere a prezzo della vita la patria religione, e rigettar qualunque misura contraria alla dignità ed agli interessi corporali della monarchia, fosse ancor la misura piú favorevole al loro ordine sacerdotale.
Ma alcuni di questi e non per colpa dei vescovi, si mostrarono tiepidi per la causa della libertà costituzionale.
Nelle Provincie dell'Aquila, di Chieti, i preti — si dolgono alcuni — non predicano abbastanza i doveri, che questa impone, ed i vantaggi che ne risultano; e si fanno volentieri a seguire i grandi esempii, che somministra loro il rimanente del clero. Il potere esecutivo non deve tralasciare di porvi ordine e di far conoscere i nomi di quelli, che si distinguono pel loro zelo, e per la loro virtú, come il parroco d'Orazii;
7º Il numero degli avvocati, il quale ad alcuni sembra soverchio, può non credersi tale, se si riflette, che in questo ordine si restringeva pochi anni fa tutto il sapere civile della Nazione; e che in esso anche il talento poteva incontrar la fortuna, al patto, non rade volte, di rinunciare ai sentimenti piú generosi.
Quindi le osservazioni sul numero degli avvocati nel Parlamento non cadono sulle loro persone; ma sopra alcune memorie appartenenti alla loro classe, alle quali essi recano una felice eccezione.
Si desidera che l'eloquenza parlamentaria faccia dimenticar la forense[51]. Questa non saprebbe che oscurare l'evidenza delle cose, corrompere il dritto sentire, e sostituire lunghe parole alle forme amabili e severe della libertà.
Le biografie che seguono sono tratte dai protocolli di Polizia e dell'Interno del grande archivio di Stato di Napoli, dal giornale la «Minerva» del 1820-21, dall'«Omnibus» politico e dal «Pittoresco» diretti dal nap. Vincenzo Torelli e dagli elogi funebri recitati nelle varie occasioni di morte di quelli che appartennero al Parlamento del 1820.
Dei seguenti deputati non ho notizie — per quante ricerche io abbia fatte — e quelle poche che ho, non bastano, quantunque io abbia fatto inutile appello, nelle provincie meridionali, ai loro discendenti.
Angelini Giovan Felice — Basile Saverio — Carlino Ippazio — Castagna Michelangelo — Cassini Domenico — De Cesare Innocenzo — Comi Vincenzo — Coletta Michele — Conti Carlo — Giordano Tommaso — Jannantonio Papiniano — Losapio Giuseppe — Lozzi Antonio — Orazio Giuseppe — Paglione Giovan Domenico — Petruccelli Francesco — Rossi Francesco — Strano Francesco.
***
Arcovito Girolamo[52]. — Fu uno dei difensori di Vigliena nel 1799. Era nato nel 1771 in Reggio Calabria da Natale e da Teresa Ranieri. Fu chierico, ma gettata la sottana, si diede agli studi di legge in Napoli. Nel 1796, fu nominato capo-cantone in Calabria. Dopo i fatti del '99, chiuso in prigione e dannato a morte, fu invece mandato nel castello d'Ischia[53] e godé dell'indulto del 1801 e si laureò avvocato nel 1803. Dai Francesi fu fatto commissario delle colonne destinate alla repressione del brigantaggio, poi giudice, quindi presidente di G. C. Criminale. Tornati i Borboni restò in carica. Nel 1820 fu deputato operoso, e combattette la partenza del re per Lubiana. Nel 1821 fu presidente della Camera e firmò la nobile protesta, nel momento stesso che gli Austriaci entravano in Napoli.
Nella reazione perdette il posto di magistrato e fu latitante fino al 1825, anno in cui fu amnistiato; ma esiliato fino al 1829 in Salerno.
Morí il 1º dicembre 1847. Fu marito d'una Musitano e lasciò erede il figlio adottivo Natale Musitano.
Begani Alessandro. — Il nome del difensore di Gaeta è stato già raccolto dalla Storia e la sua vita va tra quelle dei piú strenui generali italiani.
Nacque in Napoli ai 20 giugno 1770 ed ebbe l'educazione nel nostro collegio militare che fu il vivaio di quanti, da piú d'un secolo, portano alta la divisa dell'esercito. Ne uscí per secondare la sua indole che lo chiamava alle armi, e cominciò la carriera come uffiziale di artiglieria. L'impresa di Tolone fu la sua prima campagna. Ma, quando ne tornò al 1794, ebbe a pagare in dura prigionia il culto che egli rendeva lealmente alle istituzioni liberali. Compreso nel numero dei patriotti fuorusciti napoletani che trovarono asilo in Francia, militò in quell'esercito partecipando con onore alle guerre d'Italia e prese parte anche alla famosa spedizione che si preparava sulle spiaggie della Manica per l'Inghilterra.
Reduce in Napoli nel 1806, percorse rapidamente i gradi militari superiori sino a quello di maresciallo di campo e prese parte in tutti i combattimenti del decennio[54].
Nel 1815 gli venne affidata la difesa della prima cittadella del regno di Napoli: Gaeta[55].
Il 31 maggio se ne chiusero le porte; l'8 di agosto fu resa non a quei che l'assediavano..... ma al Re.
Cosí furono salve per la nazione l'artiglierie e munizioni ivi abbondantemente raccolte, e Gaeta non ebbe a seguire la sorte di Ancona e di Pescara spogliate e mezzo demolite dai Tedeschi che in quell'epoca stessa le occuparono senza espugnarle.
Begani, vittima della bassa vendetta austriaca, ebbe l'esilio in premio della sua bella difesa. Privato d'ogni stipendio, dovette alla spontanea magnanimità del Re un sussidio che piacque alla... voracità del de Medici, risecare ancora d'un decimo!
Il principe Vicario non tardò a richiamarlo nella patria, dalla Corsica, ove egli viveva dimenticato, e lo nominò ispettore generale d'artiglieria. I suoi concittadini lo compresero nella deputazione di Napoli.
Il tenente colonnello Vinci che diresse i lavori della difesa di Gaeta ne pubblicò anche il giornale d'assedio.
Berni Tito. — Nacque nel 1788 da Federico Berni ferrarese e da Camilla Sagarriga in Bitonto (Terra di Bari). Passata la prima giovinezza nella sua patria, ed appresevi le prime istituzioni letterarie, fu menato in Napoli ad erudirsi nella giurisprudenza sotto il chiarissimo professore Nicola Valletta. Benché dedito al Foro, ei si piacque sempre degli studi classici nei quali si distinse, meritando di appartenere a molte accademie, ed alla Sebezia[56] di cui fu per parecchi anni segretario.
D'ingenuo carattere e d'incorrotti costumi, fu chiamato alla deputazione quasi conformato sul modello d'un rappresentante che egli stesso aveva ritratto in un suo giornale: l'Indipendente. Molte sue poesie sono sparse in piccole raccolte per nozze; e la stamperia della Biblioteca analitica nel 1819-21 cominciò a pubblicare due volumi di traduzioni sue dal latino e dal greco, sotto altro nome.
Biscari (principe di). — Nacque a Catania nel 1779. Nel 1820 seppe con la voce e col danaro contribuire alla tranquillità di quella terra di cui fu eletto deputato al Parlamento. Da quel tempo rimase sempre in Napoli, dandosi tutto all'archeologia, passione ereditata dal padre, menando vita ritirata e solitaria. Grandemente ricco, spese immense somme nell'acquisto di oggetti antichi e pietre preziose, nella conoscenza delle quali era cosí dotto da stare molto innanzi ai piú saputi nell'arte.
Aveva tale copia di oggetti che patí un furto di oltre dugentomila ducati senza alterare le collezioni. Veramente tutto fu — in breve tempo — riacquistato, mercé la sagacia del commissario di polizia Portalupi. Tra le gioie rubate erano quattordici grossi bottoni formati ciascuno da un rubino, da uno smeraldo e da un diamante l'uno nell'altro incastrati, straordinario lavoro, e un filo di cinquanta bellissimi diamanti ciascuno di venti grani.
La biblioteca ed il museo passarono, poi, in eredità al fratello. Morí nel 1844 (6 maggio). Passò la maggior parte della sua vita sempre seduto, circondato da antiquari, orafi e gioiellieri, da quanti oggetti d'arte che d'ogni specie possono immaginarsi, da libri, da pappagalli e da animali non comuni di cui era appassionatissimo[57].
Infermo di grave malore, non ricorse ai medici che molto tardi. Il principe di Biscari non credeva alla medicina: e pure aveva tanta fede nell'... archeologia!
Bausan Giovanni. — Nacque a Gaeta il 14 aprile 1757 da Giuseppe, tenente generale nell'esercito napoletano e da Rosa Pinto y Fonseca.
Fu ammesso a dieci anni nella regia accademia di marina di Napoli[58].
Dal marzo al settembre 1774, e dal giugno all'ottobre 1785 navigò sulla galera padrona e nel luglio seguente sulla fregata Santa Amalia, sulla galera San Germano e sulle fregate Santa Dorotea e Santa Chiara.
Serví sulle navi inglesi dove fu inviato con altri dal ministro Acton; nel 1782 combatté al fianco dell'ammiraglio Rodney, e nell'infruttuosa spedizione contro Algeri del 1774, Bausan comandò lo sciabecco Robusto e riportò una ferita nella coscia.
Nel 1788 combattette contro i barbareschi.
Nel 1798, alla fuga del re Ferdinando IV da Napoli, il Bausan trovavasi a Palermo colla corvetta Aurora per caricarvi armi.
Durante la repubblica partenopea stette col Caracciolo e dopo, promosso capitano di vascello, fu imprigionato ed esiliato in Francia.
Coi Francesi tornò in Napoli e fu preposto al supremo comando delle forze navali.
Vinse gli Inglesi ai 24 e 25 giugno 1809[59] e fu nominato barone da Gioacchino Murat con una donazione di 10,000 ducati in beni.
Negli anni 1812-13-14 tenne il comando della flottiglia leggera e dei vascelli Capri, Gioacchino, e della fregata Letizia.
Alla restaurazione del 1816 fu riformato e nominato giudice e presidente in diversi consessi di guerra e della marina.
Nel luglio 1820, scoppiati i moti di Sicilia, fu richiamato in attività di servizio.
Morí nel 1825; le sue ossa, trasportate nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, non ebbero onore di marmi.
Borrelli Pasquale. — Nacque a Tornareccio (Chieti) nel 1782 da Gaudenzio, dotto medico, e Concetta d'Antonio.
Ebbe la prima educazione in seminario, e nel 1796 fu avviato nel collegio di Chieti per apprendervi le matematiche e la filosofia. Nel 1798 tornossene a Napoli, dove volle addirsi alla medicina. Studiò presso Onorato Ricci, presso il Guidi, fisico, e medicina col Macry e nello stesso anno pubblicò per le stampe: Euricipia zooanosiae[60].
Compiuti appena gli studi di medicina, e divulgatosi il nome del Borrelli nella capitale, si vide tosto circondato da folto stuolo di giovani che lui volevano maestro nelle scienze mediche. E il Borrelli di buon grado secondò quelle istanze, insegnando, in una cattedra dell'ospedale di San Giacomo, la materia medica. Volgendo intanto l'anno 1805, gli amici lo persuasero ad entrare nel foro, dove la sua eloquenza avrebbe trovato un campo piú esteso, poiché prima prerogativa di lui era il parlare facondo e spontaneo. Epperò — tralasciati gli studi di medicina — divenne in breve tempo peritissimo in legge e nel mestiere d'avvocato salí in gran fama non solo in Napoli, ma in tutto il regno.
Amò nel 1807 passionatamente Rosina Scotti, bella e colta fanciulla, che immaturamente morí nell'età di ventuno anni. (Vedi Vincenzo Fontanarosa: Una congiura a Napoli nel 1807).
Fu inconsolabile il Borrelli di tale perdita e scrisse versi teneri e pietosi, bellissimi. Da quell'epoca egli lasciò il foro per tornare ancora una volta alla scienza ed alle lettere.
Sul finire di quell'anno vennero in luce i suoi Principii di zoaritmia. Guidato dai risultamenti di vari trovati algebrici, egli spiega in quest'opera — mercé una tavola numerica — i fenomeni principali della vita sana e della inferma; e benché, sí la zoognosia, che la zoaritmia partono dal sistema di Brown, tuttavia sono sparse d'idee originali e vere.
Nel 1809 comincia la vita pubblica di Pasquale Borrelli, perché fu eletto segretario generale della commissione feudale e quindi della prefettura di polizia. Nel quale impiego spiegò carattere di benignità verso i perseguitati e di liberalità verso i suoi subalterni; e si distinse sopra tutto per la eleganza di che faceva uso nella direzione degli atti amministrativi.
Nel 1811, la biblioteca analitica di scienze e belle arti pubblicò una sua prolusione sui poemi di Ossian. La quale, essendo ricca di pensieri originali e nuovi, fruttò bellissima lode all'autore di eruditissimo letterato, nella stessa guisa che da tutti era riputato valentissimo nelle severe filosofiche discipline.
Le sue cognizioni gli valsero la magistratura nel 1813, ed essendo giudice di appello, non sapremmo descrivere come fosse stato attivo, diligente ed accorto nel disimpegno del suo ministero.
Cambiato l'ordine del governo, tornò uomo privato.
Le piú stimabili e ragguardevoli persone della capitale lo visitarono; numerosa clientela ridomandò il suo patrocinio; fu accolto nel foro con una specie di trionfo e le sue arringhe, appena pronunciate, erano pubblicamente applaudite; e d'allora fu gridato sommo e profondo giureconsulto.
Nelle vicende del 1820 e 1821 lo Stato, la provincia e il Parlamento ebbero bisogno di lui. Sicchè lo Stato lo elesse presidente di pubblica sicurezza, la provincia suo deputato ed il Parlamento suo presidente. Sulla sua condotta molto si è detto non che scritto con varietà di giudizio e di passioni, ma noi parleremo, in altro lavoro, piú a lungo e meglio di lui.
Caduta la costituzione, andò in esilio a Gratz e vi stette tredici mesi, cinque a Baden e Vienna, e circa un anno e mezzo in Toscana.
Intorno a quest'epoca scrisse il suo corso filosofico, del quale fin dall'età di 18 anni aveva tracciate le linee generali. Pe' tipi di Lugano, venne pubblicata la sua introduzione alla filosofia del pensiero, sotto il nome anagrammatico di Pirro Lellabasque.
Dal 1825 al 1840 pubblicò le seguenti opere:
— I principii della scienza etimologica che coopera al gran Dizionario della lingua italiana pel ramo dell'etimologia. — Anno 1830.
L'anticholera. Osservazioni famigliari sul cholera di Napoli, sui vermi tricocefali rinvenuti nei cadaveri dei colerosi.
Il calendario dei principi, del quale venne in luce un solo semestre. — Anno 1829.
La memoria letta all'Accademia delle scienze sullo stato fisico e morale degli uomini allevati senza l'uso della parola. — Anno 1832.
Altra memoria letta alla Pontaniana su la guerra considerata nelle sue relazioni morali. — Anno 1839.
Gli elogi del chiar. cavaliere Giampaolo e del presidente Amadio Ricciardi.
Le note alla vita delle donne illustri della signora d'Abrantes.
Poche note alla medicina forense di Giovanpietro Frank.
Articoli di giornali.
Nella biblioteca analitica di sciente e belle arti è una novella lepidissima dal titolo: Breve storia morale-enciclopedico-sacro-profana, che va dalla creazione del mondo al 4 ottobre 1809, dedicata all'impareggiabile merito di chi vorrà lamentarsene.
Trentatré volumi di allegazioni forensi. Di queste memorie trovansi gli originali in Firenze, Bologna, Milano, Malta e Palermo.
Nel 1801 fu nominato membro dell'accademia italiana, nel 1832 socio ordinario dell'accademia delle scienze di Napoli, nel 1839 socio dell'istituto storico di Francia e della Pontaniana di cui fu presidente dall'anno 1840.
Morí nel 1849: ne scrisse l'elogio Ferdinando De Luca, negli atti dell'Accademia.
Buonsanto Vito[61]. — Nacque in San Vito di terra d'Otranto ai 22 giugno 1762 da Oronzio Buonsanto, ricco mercante e da Lucia Prina.
Vestí nella sua patria l'abito dei frati predicatori e, conseguiti gli ordini ecclesiastici superiori, pervenne ad essere Padre Maestro di teologia. Negli ultimi anni del secolo per scampare a persecuzioni popolari se ne venne a Napoli dove prese stanza nel convento di San Domenico Maggiore (1808), e, soppressi gli ordini religiosi, il Buonsanto si ritrovò in mezzo alla vita del mondo. Morí ai 29 maggio 1850.
Di lui abbiamo:
— L'Istruzione morale, o metodo facile per istruire i fanciulli nella lettura e negli elementi della storia cristiana, arricchito di 40 figure ecc.
Il catechismo di grammatica italiana.
Gli elementi di grammatica italiana generale.
La guida grammaticale della lingua italiana.
La lessigrafia latina. L'etimologia e la sintassi della lingua latina.
L'antologia latina.
La seconda categoria delle sue opere riguardo lo studio elementare dalla matematica, della geografia e della storia:
— Gli elementi d'aritmetica.
Introduzione alla geografia antica e moderna delle Due Sicilie.
Introduzione alla storia antica e moderna del regno di Napoli.
Gli elementi della storia cristiana.
La morte lo colse quando attendeva alla composizione di un dizionario di frasi e di modi scelti di lingua ad uso delle scuole.
Caracciolo Gherardo. — De' duchi di Martina: ebbe Vietri per patria. La sua prima carriera fu la militare. Serví prima nella cavalleria dell'esercito di linea, indi passò col grado di colonnello nelle milizie provinciali. Colto nella scienza agraria, si ritirò dalla vita pubblica per attendere nella rustica sua solitudine alle arti di Cerere e Minerva. La agricoltura e la pastorizia ebbero in lui un illuminato ed appassionato cultore. La conoscenza che si aveva del suo caldo patriottismo il fe' ricercare nella solitudine dei suoi ozii campestri per essere inviato a rappresentare la provincia ov'ebbe la culla. Era cinquantenne nel 1820.
Concilii (de) Lorenzo[62]. — Nacque ai 6 di luglio 1776 in Avellino da Donato e Maddalena Genovese. Ebbe i primi rudimenti di lettere da Ignazio Falconieri. Fu volontario nel reggimento Principe cavalleria (i diavoli bianchi) ai 24 d'agosto 1794 e fece la campagna di Lombardia.
Ecco senz'altro il suo stato di servizio:
— Cadetto, nello stesso reggimento 1796; primo tenente nel reggimento di cavalleria Principe Leopoldo ai 27 dicembre 1798; primo tenente reintegrato nella cavalleria urbana ai 6 aprile 1801 (campagna di Roma), capitano nel secondo leggiero 30 giugno 1806, nei veliti a piedi 12 dicembre 1808; nei veliti a cavallo 19 maggio 1809. Capo-squadrone nel terzo cavalleggieri 22 febbraio 1812; tenente colonnello in Re cavalleria agli 8 d'ottobre 1816; colonnello nel secondo dragoni 14 d'ottobre 1820. Fu sospeso al 1º agosto dell'anno seguente.
Fu colonnello della guardia nazionale al 6 maggio 1848; maggior generale al 1860, promosso tenente generale e collocato a riposo al 1º novembre 1861.
Vittorio Emmanuele II lo insigní della commenda dei Ss. Maurizio e Lazzaro.
Morí in Avellino al 1º d'ottobre del 1866, novantenne.
Ceraldi Pasquale[63] — Successore del Claresi nella rettorica del collegio cosentino nel novembre 1813 era rampollo di famiglia nobile di Fuscaldo. Abbracciata la carriera ecclesiastica, nel seminario di Napoli approfondí ed estese i suoi studi. Poscia attese sotto il Cavallari alla scienza legale e gli venne conferita la laurea dottorale. Montagna Francone vescovo di Cosenza, richiamandolo dalla capitale, nominollo professore di filosofia nel seminario. Per insinuazione del Lombardi e del cav. Michele Bombini segretario perpetuo dell'Accademia cosentina e per le autorevoli preghiere dell'intendente Flach, fu fatto rettore dell'Ateneo di Cosenza.
Nel 1820 fu eletto fra i deputati.
Catalano Vincenzo[64]. — Nacque il 26 gennaio del 1769 a Fiumara in provincia di Reggio-Calabria da Antonio e Maria Cutellé. S'ebbe a maestri in Napoli Longano e Conforti. Esiliato pei fatti del '99, ebbe cattedra di diritto a Marsiglia e di lingua italiana in quel liceo. Tornato nel regno tu promosso giudice d'appello in Lanciano ed alla restaurazione del 1815 presidente di G. C. Criminale. Ma l'ingegno versato piú nel diritto civile gli fece chiedere ed ottenere di far parte della G. C. Civile degli Abruzzi.
Fu poi procuratore generale a Catania e nel 1820 consigliere di Corte suprema a Catanzaro. Nel ventuno rinunziò a tutto e volle dedicarsi esclusivamente all'avvocheria.
Come giureconsulto dettò eruditissime memorie Sulle quistioni transitorie per la legittima dovuta ai figli sulle donazioni pie delle nuove LL.: quando la successione si fosse aperta sotto l'impero delle novelle.
È notevole di lui la raccolta delle decisioni della G. C. Civile degli Abruzzi.
Morí ai 23 di agosto 1843.
Coletti Decio. — Nato in Cisterna il 21 settembre 1753 fu educato nel seminario di Caiazzo, ove apprese le lingue dotte e le lettere; e quindi nel collegio di Capua, in cui venne ammaestrato nella filosofia e nelle matematiche. Compito il corso della giurisprudenza presso il professore Fighera, attese all'avvocheria. Nel 1799 però fu commissario del potere esecutivo a Capua, indi rappresentante del popolo nella Commissione legislativa.
Esiliato in Francia, passò dopo alcuni mesi in Torino, e quivi divenne segretario-archivista nel tribunale della salute. Il suo merito non tardò ad essere conosciuto e quantunque straniero fu nominato primo professore di matematiche in quelle pubbliche scuole; e di umane lettere nelle altre di Carignano.
L'accademia di storia e belle arti di Torino l'ascrisse tra i suoi membri ordinari. Di là potè nel 1806 restituirsi nella terra nativa: ma il governo di allora togliendolo alla sua solitudine lo promosse tre anni dopo a procuratore generale sostituto presso la Corte di appello di Altamura, della quale poi tenne la presidenza dal 1810 al 1817, quando coi semplici onori di presidente passò giudice nella gran corte civile di Trani.
Di là lo trassero i voti della provincia. Avvocato e matematico, poeta e magistrato seppe insieme conciliare le facoltà che sembrano tra loro piú insociabili.
Delfico Melchiorre[65]. — Nacque il 1º d'agosto 1744 in Leognano, castello baronale, da Bernardo e Margherita Civico, scampati all'invasione tedesca.
Fu nominato alfiere appena nato da Carlo III.
Fanciullo, fu inviato coi fratelli a Napoli, dove fu alunno del Genovesi e scrisse in favore del diritto sovrano riguardo ai limiti dello Stato vicino, incaricatone da don Ferdinando de Leon allora avvocato della Corona.
Trovossi in Napoli nel 1779 presente all'eruzione del Vesuvio e vi tornava nel 1782.
L'anno seguente scrisse una memoria sui risi e fu nominato assessore militare del tribunale di milizia della provincia di Teramo (20 giugno 1783).
Nel 1785 era nuovamente nella capitale. Scrisse nel 1787 una memoria sui regî stucchi o sia sulla servitú dei pascoli invernali nelle provincie marittime degli Abruzzi.
L'anno seguente diede pubblicità ad un'altra memoria sul tavoliere di Puglia, ed un'altra sui pesi e le misure del regno.
Nell'anno 1790 pubblicò delle riflessioni sulla vendita dei feudi devoluti con una lettera dedicatoria, e pubblicata poi a parte, al duca di Cantalupo sullo stesso argomento.
Nel 1791 diede alla luce le Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana, libro stampato a Firenze e per la terza volta a Napoli nel 1815. Nel 1757 Ferdinando IV lo decorò delle insegne di cavaliere dell'ordine Costantiniano. Fu ascritto alla cittadinanza di San Marino e ne scrisse le Memorie storiche.
Dettò in Firenze i pensieri sull'Incertezza e sull'inutilità della storia che parve ardimento grande.
Nel 1816 fece parte del Consiglio di Stato del regno di Napoli e si ha la stampa d'una sua memoria del 1809 sul sistema giudiziario che si riformava. Due anni prima era stato ascritto tra i primi soci dell'accademia Ercolanese rinata a vita novella e vi lesse parecchi lavori che per brevità omettiamo.
Restaurati i Borboni nel 1815, rimase presidente della Commissione generale degli archivii e diè in luce le Nuove ricerche sul bello, ed ebbe assegnata l'annua pensione di 507 ducati con un'indennità di duc. 900 pel soldo che aveva di consigliere di Stato.
Nel venti fu deputato, presidente della giunta provvisoria di governo. Tradita la costituzione, colse il pretesto della sua età e degli acciacchi per ritirarsi in patria.
Altre lettere e memorie pubblicò durante la sua ultima e lunga dimora in Teramo fra le quali è degno di nota il Saggio filosofico sulla storia del genere umano.
Colpito d'apoplessia ai 26 di maggio del 1830, dopo venticinque giorni di malattia morí ai 21 del giugno seguente.
Desiderio Giuseppe[66]. — Non abbiamo precise notizie sulla nascita del Desiderio; sappiamo solo, che, adolescente, fu chiuso nel seminario di S. Agata in Sant'Agata dei Goti e, presi gli ordini superiori se ne venne in Napoli. Quivi, all'università, ebbe diploma di diritto civile e canonico, e, promosso al vescovado monsignor Pezzuoli lo volle seco come maestro nel patrio seminario. Fu subito promosso canonico e, nel 1814 primicerio cantore e poco dopo arcidiacono. Rinunziò al vescovado a Napoli ed a Roma; nel 1820 fu deputato fra i preti. Morí il 1º settembre del 1836, in patria.
Donato Tommaso.[67] — Nel 1793 fu ufficiale maggiore nelle poste di Basilicata e di Melfi, e quando il governo rivoluzionario sei anni dopo lo chiamava direttore generale di quelle di Napoli, si dimise. Uscí di Napoli e visse in Toscana e quindi a Marsiglia.
Quivi fondò una casa di commercio, la quale durò solo quattro anni per le comunicazioni interrotte con la Sicilia dagli inglesi che l'avevano occupata.
Recossi allora a Parigi ove fu ammirato dagli artisti dai quali ottenne ogni suffragio per le estese conoscenze che mostrò in fatto di pittura. Tornato in patria, gli si affidò il segretariato della camera di commercio novellamente istituita. Dopo qualchetempo, durante il regno di Murat, il duca di Gallo, ministro degli affari esteri, lo chiamò a sé dandogli il carico dei consolati e del commercio.
Nel 1816 fu creato direttore del porto franco di Messina e nel 1843 gli onori ed il soldo di amministratore delle dogane.
Morí in patria, ai 12 d'ottobre 1844.
Fantacone Giovan Carlo. — Nel 1775 nacque in Roccaguglielma; fu educato in Napoli nel collegio di Caravaggio [Barnabiti] e si dedicò al fôro.
Ritornato nella sua patria fu piú volte eletto a consigliere provinciale ed a deputato delle opere pubbliche. Era uno dei piú ricchi proprietari di Terra di Lavoro.
Filippis (de) Carlo. — Nato in Serino nel 15 maggio 1773, fu educato nelle umane lettere da Ignazio Falconieri, morto sulle forche del 1799[68].
Intraprese la carriera amministrativa e fu consigliere dell'intendenza di Basilicata; fece parte della deputazione di principato Ultra.
Firrao Giuseppe, cardinale vescovo di Petra. — Nacque ai 20 di luglio 1736 da Pietro Firrao principe di Luzzi e da Livia Gallo dei duchi di Mondragone, in Fagnano, feudo di casa sua. Ebbe la prima educazione nel collegio Clementino di Roma, sotto la scorta dello zio paterno anche cardinale e segretario di Stato presso la suprema curia romana.
A vent'anni, il N. fu prescelto a recare la rosa d'oro al doge di Venezia ed un anno dopo fu nominato da Benedetto XIV vice-legato in Romagna.
Nel 1791 fu da Pio VI consacrato arcivescovo di Petra, fu inviato nunzio apostolico a Venezia, carica che onorevolmente copri per 13 anni; indi fu segretario a Roma della Congregazione dei vescovi e regolari.
Pio VII lo creò cardinale; ed a Napoli, durante il periodo francese del decennio, fu grande elemosiniere di Corte e ben voluto da Carolina Annunziata, sorella di Napoleone e dal re Gioacchino Murat[69].
Morí in Napoli ai 24 di gennaio del 1830 e ne recitò l'elogio il canonico Ciampitti dell'Università.
Flamma Paolo. — Nacque ai 17 gennaio del 1753 in Messina da Gaetano Flamma, dottore in medicina del reggimento svizzero Wirtz e da Marianna Giurlando.
Volle darsi al sacerdozio e se ne venne colla madre, passata a seconde nozze con tale Bartolommeo Masnada, a Napoli, dove vestí l'abito monastico agli 11 settembre 1773. Nel 1795 dimise l'abito e restò prete secolare. Fra le sue carte, dopo la morte, non si trovarono che pochi suoi manoscritti scolastici, alcuni brevissimi rudimenti di metrica italiana, di mitologia, di logica e diritto naturale.
Fu, in Parlamento, accanitamente avverso al mutamento di nomi delle provincie del regno. Morí nel novembre dell'anno 1836.
Galanti Luigi[70]. — Fu l'ultimo dei dodici figli di Giambattista ed Agata Musacchi e nacque il 1º di gennaio del 1765 in Santacroce del Sannio. Ebbe la prima educazione nel convento di Montevergine, dove a 12 anni quei cenobiti ne erano ammirati. Nel 1777 ne vestí l'abito, nel 1781 fece la sua professione di fede monastica e partí per Roma a proseguire i suoi studi.
Fu geografo e storico scrupoloso e rimasero di lui opere insigni.
Nel 1801 fu elevato da papa Pio VII alla dignità di abate benedettino. Nel 1806 fu nominato professore di geografia nella regia università degli studi, revisore di libri esteri e membro della commissione creata per il restauro della pubblica istruzione.
Nel 1811 fu professore di storia e di belle lettere sublimi nel reale istituto politecnico militare e membro del consiglio di perfezionamento.
Fu rappresentante del Sannio al Parlamento del 1820, e consacrò l'onorario di 180 ducati ai veterani ed alle vedove dei soldati morti in battaglia.
Morí in patria nel 1836.
Galdi Matteo. — Fu cavaliere della Corona di ferro, membro della giunta di pubblica istruzione, direttore della biblioteca della regia Università, socio dell'accademia Pontaniana e dell'accademia di Harlem.
Nacque in Coperchia, in quel di Salerno, ai 5 di ottobre del 1766 da Pasquale ed Eugenia Fiore, agiati proprietari.
Ebbe a Salerno la sua prima educazione e poi a Napoli. Nell'occasione della morte di Carlo III scrisse un poema in versi sciolti che gli procurò l'applauso universale ed il favore della Corte.
Abbracciò la carriera del foro, ma dovette abbandonarla nel 1794 e passare in Francia, dove iniziò la carriera delle armi, ottenendo perfino il grado di capitano.
Fu spedito dalla repubblica in Olanda in missione di ministro plenipotenziario, ed essendosi ivi trattenuto dal 1799 al 1809, pubblicò un quadro politico di quella nazione.
Tornò nel 1809 in Napoli e fu nominato intendente della provincia di Molise e poi di Calabria citeriore; finché nel 1812 fu elevato al posto di direttore della pubblica istruzione e nel 1815 direttore della biblioteca dell'Università col soldo di annui ducati duemila.
Fu deputato e morí di mal di fegato ai 31 ottobre del 1821.
Fu presidente dell'accademia delle scienze di Napoli, del reale istituto d'incoraggiamento, dell'accademia Ercolanese e della Pontaniana.
Le sue opere pubblicate sono:
— Poema in versi sciolti per la morte di re Carlo III, Salerno, 1780, in 8º.
Analisi ragionata del codice Ferdinandeo per gli abitanti di San Leucio, Napoli, 1789, in 8º.
Osservazioni sulla costituzione elvetica, Milano, 1798, in 8º.
Vicende del teatro italiano, Milano, 1798, in 8º.
Saggio del commercio d'Olanda, Milano, 1809, in 8º.
Quadro politico dell'Olanda, Milano, 2 vol., in 8º, 1809.
Pensieri sull'istruzione pubblica relativamente al regno delle Due Sicilie, Napoli 1813, in 8º.
Due memorie sull'economia dei boschi.
Memoria sul sistema commerciale d'Europa.
Memoria su d'una nuova divisione geografica del regno di Napoli.
Ginestous Cesare. — Figlio d'un negoziante francese stabilito in Napoli, nacque ai 22 gennaio 1765, e, compita la sua educazione, continuò la carriera del padre. La sua probità, i suoi modi dolci e concilianti, le sue commerciali cognizioni lo fecero chiamare ben presto ai pubblici impieghi.
Nel 1798 fu posto fra i governatori del banco dello Spirito Santo; ed anche allora che il nome francese tanto periglio recava, egli fu rispettato sempre dal popolo.
Creata in Napoli una camera di commercio in novembre 1808, egli fu dei primi che la composero. Nell'anno seguente entrò a far parte dei giudici del tribunale di commercio della capitale, quindi nel consiglio di commercio che nel febbraio 1811 fu nominato presso il ministero dell'interno. In quello stesso anno fu deputato al consiglio provinciale di Napoli, e sostenne con successo le ragioni della provincia che si voleva gravare della spesa della nuova strada di Posillipo, oggetto di delizia che altri, certo, non poteva interessare tranne la capitale.
Chiamato nuovamente nel 1813 al tribunale di commercio, egli rinunciò a questa carica, e visse tranquillo e privato sino al 6 settembre 1815, epoca in cui fu destinato per la seconda volta, ma dal re, al consiglio della provincia. Due anni, dopo il tribunale di commercio lo rivide fra i suoi giudici, in qualità di supplente, e nel 1819 egli ne rinunciò la presidenza.
Convocate le assemblee parrocchiali, particolari faccende gli vietarono d'intervenirvi: ciò non ostante fu scelto per uno degli elettori di provincia, Questi avevano già nominato al Parlamento otto deputati, allorché unanime voce si alzò, chiedendo un negoziante. Fu allora che la maggior parte dei voti si riunirono in favore di Ginestous. È rimarchevole nella sua vita pubblica l'aver egli appartenuto al collegio elettorale dei commercianti, i quali nel 1810 doveano far parte della costituzione di Baiona.
Giovane Giuseppe Maria[71]. — S'occupò di scienze e di lettere. Fu arciprete, socio dell'accademia italiana delle scienze, e dell'istituto borbonico di Napoli.
Nacque a Molfetta ai 23 gennaio 1753 da Giovanni e da Antonia Graziosi, nobili cittadini. Ebbe la prima educazione nella città nativa in un collegio dei gesuiti, e quando i seguaci di Loiola furono soppressi, egli, appena novizio, voleva uscire con essi dal regno. Invece fu trattenuto a Napoli in casa di Ciro Saverio Minervini, e riprese poco dopo il corso interrotto di matematiche e filosofia e fu elevato agli ordini minori. Apprese le scienze legali e vi si addottorò.
Varie sue opere nel 1789 erano state date alle stampe, tra le quali furono apprezzate la memoria sulla natura degli ulivi, la lettera diretta a Saverio Mattei colla quale argutamente dimostrò che Cristo allorché paragonò gli apostoli al Sale della terra intese di voler parlare del... sal-nitro; l'avviso sui vermi che rodono la polpa degli ulivi, la memoria sulla nitrosità generale delle Puglie che fu persino riprodotta in francese dallo Zimmermam.
Scrisse opuscoli sulla rosa prolifica e sulla pioggia rossa e varie memorie izziologiche e zoologiche che gli valsero fama ed onori.
Fu uomo di vastissimo talento e di svariata erudizione sempre profonda.
Nel 1804 era vicario generale della sua diocesi e sopraintendente del seminario e nel 1806 vicario apostolico di Lecce donde tornò in patria dieci anni dopo.
Fece dono al seminario della sua ricca biblioteca, del museo di storia naturale e geologia, della raccolta di numismatica e dei vasi italo-greci.
Fu deputato al Parlamento del 1820 e morí ai 2 di gennaio del 1837.
Jacuzio Francesco Paolo. — Nel 1831 gli fu permesso di tornare nel regno. Era conosciuto un suo scritto: A Carlo Alberto di Savoia... un Italiano.
Fu però sospeso l'ordine del rilascio del passaporto[72].
Imbriani Matteo[73]. — Nacque nel 1783 su un piccolo colle della Valle Caudina. S'occupò di lettere e filosofia. Rimangono di lui ancora inediti alcuni lavori intorno alla grammatica filosofica condotti con grande amore e con diligenza incredibile. Nell'antica biblioteca analitica e nell'effemeride che egli pubblicò durante gli anni 1820 e 21 si hanno bei saggi della sua mente.
Fu deputato al Parlamento del 1820 e non si scostò mai da quella savia temperanza opposta agli impeti dei demagoghi ed alle insidie di coloro che vorrebbero spenta ogni giusta speranza.
Visse a Roma e a Firenze in esilio in compagnia di Gabriele Pepe. Ebbe due figli: Emilio che sposò la figliuola del Poerio, e Rosario; morí nel 1847.
Le Piane Vincenzo. — Fu scrittore e traduttore in dialetto calabro del catechismo dei Carbonari. Fu canonico della chiesa cosentina, vicerettore del collegio di quella provincia e deputato nel 1820.
Altre notizie non abbiamo di lui, senonché dagli Annali di Citeriore Calabria[74] sappiamo che nel 1811, riaperta l'Accademia Cosentina col nome di Reale istituto, «... si commise la vicepresidenza a Vincenzo Piane, vago piú di filosofare, che di ecclesiastiche elucubrazioni, concionatore persuasivo, meno elegante che semplice».
Liberatore Raffaele[75]. — Era ex ufficiale di carico della reale segreteria degli Esteri col grado di uffiziale di ripartimento, destituito nel 1821, domandò di conseguire dalla reale clemenza il terzo del soldo che godeva: il re annuí alla domanda.
Lauria Francesco[76]. — Nacque ai 6 di giugno 1769 da Giuseppe Lauria, avvocato, e Antonia Ribas, figliuola de fiscale dell'udienza di Montefuscoli di Principato Ulteriore. In tenera età perdette il padre e fu rinchiuso al seminario di Nusco; non lasciò per allora l'abito clericale sí da essere nel 1792 rivestito della dignità di canonico nella chiesa di San Giovanni del Vaglio, nel suo paese, quando ancora non aveva ricevuti gli ordini sacri. Poi si recò a Napoli, dove si diede agli studi legali, abbandonando ad altri il canonicato.
La sua vita forense cominciò brillantemente nel 1794. La sua memoria era ferrea e gli effetti della sua eloquenza erano addirittura meravigliosi. Gli aneddoti sulla sua vita sono numerosissimi e non mette conto riportarli tutti. Fu insino al 1779 con Pagano, Raffaelli, e Serio, che non lo vincevano in valore ed in tattica forense e la reazione lo trovò al suo posto fermo ed immutabile nei piú rigidi principî di giustizia e di diritto.
I Francesi venuti dal 1806 al 1815[77] lo tennero in grandissimo onore. Nel 1807 fu professore di dritto criminale nell'Università di Napoli, dettandone le lezioni nel piú puro e classico idioma latino.
Scrisse poi un commento al codice francese, e piú tardi i pensieri su d'un codice criminale, ed il saggio sulla corruzione dei popoli letto nell'accademia Pontaniana ai 10 di ottobre 1810.
Morí nel 1829 in Napoli e lasciò undici figliuoli.
Luca (De) Ferdinando. — Nacque ai 15 d'agosto 1785 in Serracapriola (Capitanata). Fu educato nei primi anni nel seminario di Troia, quindi in quello di Larino. Della età di 18 anni sostenne due pubbliche conclusioni di filosofia e teologia e nelle stagioni autunnali insegnava umanità e rettorica ai giovani della sua patria.
Venne in Napoli nel 1806, si applicò allo studio delle leggi e cominciò quasi da capo a rifare la sua educazione scientifica, dandosi contemporaneamente allo studio delle matematiche, della fisica, della chimica e delle tre branche della storia naturale. Nel 1809 avendo scritto una memoria sulle ragioni e proporzioni colla teorica degli esperimenti, ed un'altra sulle applicazioni dell'algebra alla geometria, fu chiamato ad insegnare geometria nella scuola militare provvisoria; e nel 1811, essendosi ordinata la scuola politecnica, fu scelto per uno dei professori e gli fu affidato l'incarico di scrivere la geometria elementare, la trigonometria analitica e l'analisi a due coordinate. Durante tutto l'anno 1811 e parte del 1812, uscirono alla luce le accennate opere in quaderni separati che si stampavano come si componevano per farli studiare agli alunni. Sul finire del 1812, le tre accennate opere furono compiutamente stampate.
Il de Luca dette alle stampe anche molte memorie di fisica e geografia e sopratutto della geografia egli pubblicò un corso compiuto, ma diviso in periodi.
Appartenne a diverse accademie e dette alle stampe le seguenti opere:
— Geometria sintetica, pubblicata in Napoli nel 1810.
Geometria piana trattata con l'analisi geometrica degli antichi, 1811.
Trigonometria analitica con un saggio di poligonometria, 1811.
Geometria analitica trattata con l'analisi a due coordinate, e colla cartesiana, 1811.
Analisi a due coordinate, con molti problemi generali, un grosso volume di 35 fogli di stampa, 1812.
Agrimensura popolare ove il problema della divisione del poligono in data ragione è sciolto nella massima generalità ed in un modo geometrico, Napoli, 1842.
Memoria per rivendicare alla scuola italica tutta l'antica geometria, Napoli, 1845.
Geometria e trigonometria elementare sferica, dedotta da una sola formola analiticamente.
Pensieri sull'educazione, applicati all'istruzione dei seminarii, anno 1826.
Piano di un'educazione compiuta religiosa, letteraria, scientifica e navale, Napoli, 1835.
Sul miglior sistema di una pubblica istruzione, Napoli, 1836.
Nuovi elementi di geografia, disposti secondo l'ordine dell'insegnamento, Napoli, 1838.
Istituzioni elementari di geografia naturale, topografia politica, astronomica, fisica e morale, con un ramo per la geografia astronomica, Napoli, 1845.
Elementi di geografia antica, Napoli, 1834. Memoria per l'ordinamento degli studi geografici, letta nell'accademia Pontaniana.
Memoria della giusta nozione che bisogna dare alla geografia storica, letta nell'accademia delle scienze e commentata nel giornale dell'Istituto storico di Francia, t. 5, p. 187.
Memoria fisico-matematica sulla meteora americana comparsa a Filadelfia in novembre 1833, memoria prima e seconda letta alla regia Accademia delle scienze.
Memoria sul magneto-elettricismo, letta nella regia Accademia delle scienze.
Memoria sui varii punti della storia delle matematiche, inserita nel Progresso.
Tavola per la conversione reciproca dei pesi e delle misure antiche in quelle sanzionate dalla legge 6 aprile 1840.
Prese parte al VII congresso degli scienziati, tenuto in Napoli nel 1845 e morí nel 1869.
Luca (de) Antonio Maria. — Nacque nel comune di Colle e fu educato per opera dello zio, vescovo Lippi, nella congrega dei pp. Giuranisti. Iniziato nello stato sacerdotale, ottenne laurea in teologia, e poscia, mercé concorso, fu all'età di anni 30 nominato canonico penitenziere nella chiesa cattedrale di Policastro.
Arrestato come liberale nella proscrizione del 1799, ottenne la libertà col trattato di Firenze.
Nell'anno 1811 — morti quattro suoi fratelli — rinunziò alla carica ecclesiastica per dare opera alla domestica economia. Corrispondente della Società agraria dei Principati Citra ed Ultra, conosciuto per non aver giammai abbandonata la causa della libertà fu scelto a deputato nell'età di circa cinquant'anni.
Macchiaroli Rosario di Bellosguardo, nel distretto di Campagna, di circa anni quaranta.
I suoi primi studi furono per la carriera legale. Gli affari della sua famiglia lo richiamarono ancor giovane dalla capitale. Nel principio della dominazione francese fu eletto a capitano della legione provinciale; poscia trasferito nell'esercito di linea.
Dopo il 1815 venne creato consigliere dell'intendenza di Salerno. Sospetto di principî liberali, egli era vicino a soggiacere alle persecuzioni della polizia, quando il 6 luglio 1820, a cui dicesi di aver dato mano, gli acquistò quell'opinione per la quale fu eletto a rappresentante della sua provincia.
Mazziotti Gherardo. — Nato in Celso a quaranta miglia da Salerno, portossi in Napoli a percorrere la carriera forense. Nella rivoluzione del 1799 fu creato giudice di pace, indi imprigionato come liberale e bandito dal regno. Tornato in patria, nella organizzazione giudiziaria del 1809 venne eletto a giudice civile, e poco dopo elevato a giudice criminale in Campobasso, donde fu trasferito colla stessa carica in Avellino. Promosso a presidente del tribunale civile della provincia di Lecce, domandò di tenere la magistratura nella città capitale della sua provincia. Volendo il governo inviarlo a Reggio rinunziò alla toga ed esercitò in Salerno l'avvocheria. Egli toccava quarantacinque anni quando fu eletto deputato.
Mercogliano Antonio. — Vide la luce in Nola nel 1784, e dopo gli studi preliminari compiuti in provincia si recò a Napoli a studiare medicina. Andria e Cattolica furono i suoi maestri. Nel 1799, coinvolto nei tumulti, fu esiliato per quindici anni e risedette in Toscana.
Nel 1818 — scoverto di far parte d'una società segreta — fu rilegato in Pantelleria a disposizione del re.
Nell'agosto del seguente anno potette tornare in patria.
Nicolai Domenico, marchese di Canneto[78]. — Di lui esiste il seguente documento: «Supplica del figlio Carlo affinché il padre carico di anni e quasi cieco torni in patria in seno all'ammiserita famiglia.»
La supplica non fu accettata perchè il richiedente fu «... immoderato nelle discussioni parlamentari!»
Dalla corrispondenza dell'ex-magistrato Pisa emergono alcune lettere che il Nicolai e de Conciliis indirizzavano a Lucenti ed al Pisa mentre erano in Ispagna. Nel 1829 il Nicolai era a Barcellona in seguito di misura generale presa dal governo spagnuolo contro gli esiliati. Nel 30 dicembre 1830 trovavasi a Marsiglia. Il ministero degli esteri era convinto che il Nicolai fosse l'autore d'alcune stampe per la indipendenza italiana.
Pessolani Saverio Arcangelo. — Atena fu il luogo dei suoi natali. Istruito nelle leggi, reputato per maturità di consiglio e per disinteresse a niuno secondo nel suo distretto, difese per molti anni i diritti dei privati ed in particolare quelli dei poveri. Toccava il quarantesimo anno di età.
Pepe col. Gabriele. — Sannita e degno emulo di Florestano e di Guglielmo, calabresi. Combatté a Civita-Castellana e ad Otricoli contro i Francesi. Difese la Repubblica partenopea a Nola, a Torre Annunziata ed a Portici[79], ove fu ferito.
Combattette poi anche a Marengo nella legione italiana e fece la campagna del 1815. A Tolentino riportò quattro ferite d'arma bianca.
A Firenze sfidò a duello il Lamartine che osò chiamare l'Italia: — La terre des morts!
Poerio Giuseppe. — Ebbe i natali in Belcastro (Catanzaro) ai 6 gennaio 1775 da Carlo e Gaetana Poerio. Fu, adolescente, nel collegio dei nobili di Catanzaro ed a sedici anni esordí perorando nei tribunali e salvando un fanciullo di dodici anni, imputato di omicidio volontario.
Raggiunse nel 1799 lo Championnet e diventò suo aiutante di campo. Proclamata la repubblica fu nominato commissario in Catanzaro e tornò a Napoli per via di mare quando seppe della marcia del cardinal Ruffo.
Fu condannato a morte dalla Giunta di Stato, ma la pena gli fu poi commutata in ergastolo a vita col Torelli e con l'Abbamonte. Dopo 22 mesi di duro carcere, dopo la battaglia di Marengo, per gli accordi di Firenze, gli fu concesso di tornare in patria.
Tolse a moglie Carolina Sossisergio del Poggiando[80], e nel 1806 fu nominato da Giuseppe Bonaparte intendente e preside di Molise e Capitanata. Nel 1808 re Gioacchino lo prescelse a primo avvocato generale della Gran Corte di cassazione con Sirignano, Raffaelli, Cianciulli ed altri grandi. Contemporaneamente ottenne di essere relatore al Consiglio di Stato, indi regio commissario nelle Calabrie; e poi presidente della Commissione per la riforma del Codice penale, ed a 35 anni procuratore generale di Cassazione. Consigliere del re sostenne contro il Briot: — non potere senza acquistare nazionalità ottenere cariche e preminenze gli stranieri nel regno.
Fu anche in Bologna come commissario straordinario dei dipartimenti italici ed in prosieguo uno dei sette direttori del Consiglio di governo sedente in Roma col carico della giustizia.
Tornati i Borboni, il Poerio emigrò per Parigi e di là per Ginevra, dove ebbe notizia d'essere stato condannato all'esilio perpetuo.
Gli fu offerto, per rientrare in Italia, la cittadinanza della repubblica di San Marino, ma egli non accettò e si stabilí a Firenze fino al 1820.
Ai 19 marzo 1821 dettò la protesta con la quale dichiarava che — i corpi e non gli animi avevano ceduto alla forza del nemico; disciogliersi il Parlamento per la presenza del nemico, per volontà del principe, per mancata cooperazione del potere esecutivo; protestare contro la violazione del diritto delle genti, rimettersi alla giustizia di Dio la causa del trono e della indipendenza nazionale.
Fu arrestato, imprigionato per circa tre mesi e inviato a Trieste ed indi a Gratz con la moglie ed i figli[81], e finalmente ottenne di poter risiedere a Firenze.
Ai 14 novembre 1830, scacciato di Toscana, riparò in Francia col figlio Alessandro, mentre la moglie rimpatriava. Visitò l'Inghilterra e dopo 13 anni di esilio Ferdinando II gli permetteva il ritorno ai 28 ottobre 1833, ripigliando fervorosamente l'avvocheria.
Morí ai 15 d'agosto 1843, dopo un anno di languore e di sofferenza.
Perugini Pietro Paolo. — Di anni 48, nativo di S. Lorenzo Minore, nel distretto di Piedimonte. Si applicò alla medicina. Esiliato in Francia, nel 1799 tornò nella patria in grazia della pace di Firenze. Appartenne alla legione della sua provincia ove pervenne, di grado in grado, a maggiore. Egli era agiato proprietario ed esercitò le funzioni di consigliere distrettuale e provinciale. Socio corrispondente dell'accademia di Terra di Lavoro, della Cosentina e del reale Istituto d'Incoraggiamento di Napoli. Pubblicò nel 1819 una memoria sulle acque minerali di Telese.
Piccolellis Ottavio. — Nacque in San Nicola la Strada ai 4 di giugno 1786 e si ascrisse volontario alle guardie di onore nel 1806. Nello stesso anno fu tolto a tenente nel secondo reggimento dei cacciatori a cavallo; indi a capitano delle cennate guardie d'onore, nel quale grado fu inviato nel 1812 alla campagna di Russia. Nella sera del 6 dicembre, rimasto Napoleone in mezzo ad una boscaglia, intirizziti i suoi aiutanti di campo dal freddo, morti i vetturali, il de Piccolellis, che era al seguito, lo salvò menandolo a Vilna. Nel 1813 prese parte alla campagna di Germania. Distinto nelle tre famose giornate di Lipsia del 14, 16 e 18 ottobre, ricevé sul campo di battaglia la Legion d'onore dalle mani di Bonaparte e l'Ordine delle Due Sicilie da Gioacchino Murat.
Elevato da questi al grado di maggiore nel 4º reggimento cavalleggieri intervenne in Italia ai fatti d'arme di Reggio e del Taro.
Nel 1815 fu nominato tenente colonnello nel reggimento di cavalleria Principe.
Pelliccia Alessio. — Ebbe in Napoli i natali nel 1744. Educato nelle filosofiche discipline dall'abate Genovesi e nelle ecclesiastiche dal vescovo Giuseppe Rossi, diessi a coltivare, in preferenza degli altri, gli studi della diplomatica, ed ogni maniera di archeologiche dottrine. Innalzato al sacerdozio, dopo aver data prova dei suoi talenti e di sue cognizioni con due pubblici esperimenti l'uno in etica e l'altro in dritto canonico, fu chiamato a reggere nel 1781 la cattedra di antichità ecclesiastica nella reale Università di Napoli. Avido di conoscere le patrie memorie, visitò i grandi archivi del regno, ove raccolse grande messe di notizie preziose. Nel 1812 fu eletto professore di diplomatica e nello stesso anno a provicario generale della chiesa e diocesi di Napoli; poscia presidente del giurí di esame nella commissione dell'istruzione pubblica, carica che occupò sino alla fine del decennio.
Istituita una commissione per sovraintendere agli archivi, Pelliccia fu tra i membri di essa.
Si debbono a lui le seguenti opere:
— Dissertazione della disciplina della chiesa intorno alla preghiera pubblica pel sovrano, Napoli, 1760 (tradotta in tedesco nel 1760 per ordine dell'imperatrice Maria Teresa e stampato a Vienna; e recata in latino dall'autore medesimo, Napoli, 1789).
Corso di antichità ecclesiastiche, tomi 4, in-8º, Napoli, presso Morelli.
Quest'opera comprende sei libri, e vi sono descritti tutti i rami della polizia ecclesiastica dei riti greco e latino, principalmente per quello che riguarda la parte piú oscura, cioè i tempi di mezzo. Nel terzo e nel quarto tomo si leggono varie dissertazioni, in una delle quali è data una specie di istituzione lapidaria del medio evo; un'altra riguarda i tempietti portatili degli antichi; la piú insigne è quella sulle vecchie catacombe di Napoli, lavoro di molti anni, durante i quali l'autore passò lunghi giorni nelle tenebre di quelle caverne.
Cronache e diarj del regno di Napoli, cinque tomi in-4º, Napoli, stamperia del Perger (tale raccolta serve di continuazione a quella degli storici napoletani del Gravier, e contiene molti codici, la maggior parte di autori contemporanei all'epoche di che scrissero).
Dissertazione sul ramo degli Appennini che termina dirimpetto all'isola di Capri, Napoli.
Dissertazioni sopra l'antica città di Equi, Napoli.
Dissertazioni sul vero significato della Sheol nel testo ebraico.
Del culto della chiesa verso la Vergine, Napoli, 1820.
Istituzioni della scienza diplomatica, Napoli, 1821.
Promise il marchese Maffei una istituzione della scienza diplomatica, ma non la formò prima del Pelliccia.
La topografia di Napoli e sobborghi.
Origine e vicende della proprietà dalla discesa dei Longobardi (queste due ultime opere sono inedite).
Romeo Santi[82]. — Nacque in Messina il di 25 febbraio 1775. Suo padre Domenico professò medicina, ed ebbe nome di felice e sagace interprete della natura. Giovane ancora, Santi ascoltò le lezioni paterne con l'alacrità che muove gli spiriti cui sprona vivo genio e nascente amore di sapere. Compiutamente istrutto nelle scienze che concernono direttamente l'arte di curare le malattie, o servono a quella di aiuto e sostegno, venne in Napoli, città in quei dí fiorentissima nelle mediche discipline e udí Cotugno e lo sventurato Cirillo, ed ebbe particolare dimestichezza con Antonio Sementini, splendidissimo lume dell'Università nostra.
Reduce in patria, fu troppo presto salutato erede dell'ingegno e del nome paterno.
Jenner aveva dato al genere umano l'antidoto contro la peste vaiuolosa. A vincere l'ostinata renitenza di gran numero di madri contro quella pratica salutare, Santi tradusse le ricerche storiche e mediche di Huxon sulla vaccina nelle quali aggiunse doti teoriche, che comparò con belle e giudiziose osservazioni, le quali accrebbero i pregi della versione in tal maniera divenuta originale. La peste di Malta richiamò Romeo da quella specie di inerzia, in cui cade lo scienziato quando si consacra di soverchio all'esercizio della pratica. Le sue Ricerche sopra grave questione, se la peste bubbonica possa comunicarsi ai bruti come agli uomini, parvero spargere nuova luce sopra difficile soggetto, intorno al quale la medicina era ancora fanciulla. Malgrado la guerra che era allora di ostacolo ad ogni maniera di commercio, le Ricerche in quella occasione pubblicate vennero altamente commendate in tutte le opere di medicina.
Ottennero fortuna anche maggiore i suoi pensieri intorno alla febbre micidiale che nel 1817 visitò tutta l'Italia e che non infierí meno nel grande ospedale di Messina.
Obbligato dallo stato di salute ad allontanarsi per qualche tempo dalla patria, visitò le principali università della penisola, e si conciliò l'amicizia di tutti i professori italiani che visitò.
Nelle sue peregrinazioni scrisse utili ma semplici istruzioni per le genti di campagna della Sicilia, ad oggetto di prevenire i guasti che a quei giorni di là dal faro facea una feroce epizoozia.
Poco dopo aggiunse una dotta nota sulle fumigazioni solforose, le quali aveva nella sua dimora in Napoli sperimentato sommamente proficue sotto la cura del chiarissimo cavaliere Assalini.
Parecchie altre sue scritture date a stampa, o concernono l'utilità pubblica o tendono a campare i creduli dalle facili imposture dei falsi medici. Appartengono a questa classe la sua Relazione sull'ipocondria di un tal Lamaestra, ed un suo secondo ragionamento sullo stesso soggetto edito dal Nobili.
Fu professore di medicina nel ginnasio di Messina, medico di quel grande ospedale civico e consultore fisico della deputazione di salute.
Fu uno degli ultimi eletti e prese parte alla memorabile tornata dell'8 dicembre 1820.
Ricciardi Amodio. — Nacque nel 1756 a Palata nel Molise. Furono suoi genitori Paolo e donna Diana Carunchio. Venne in Napoli adolescente per darsi agli studi legali ed abbracciare la carriera nobilissima del foro.
Nel 1790 interruppe i suoi trionfi d'avvocato per esulare in Piemonte donde tornò nel 1808 e fu nominato da Murat procuratore generale presso la corte d'appello di Napoli. Nel maggio del 1812 fu creato consigliere di cassazione e nel 1817 destinato a presiedere — la reazione era incominciata — la gran corte di Aquila.
Il Parlamento lo ebbe fra i suoi piú ardenti e costanti membri, e poco dopo il suo ritorno nella capitale morí nel 1835 ai 3 d'agosto, di mattina.
Ruggieri (de') Petrantonio. — Mirabella, nel Principato ulteriore, fu la sua patria, e vi nacque ai 20 luglio 1766. Formato alla cultura delle lettere in paese, venne poi a compiere gli studi a Napoli, ove intraprese la carriera dell'avvocheria cogliendone non pochi allori. Nel 1814 fu nominato giudice del tribunale civile della Capitale ed indi a poco promosso pubblico ministero nel medesimo collegio. Amò piuttosto la difesa libera dei civili diritti che il penoso uffizio di magistrato al quale rinunziò spontaneamente. Conosciuto per la liberalità delle idee e per la inviolata probità della sua condotta, nei primi dí della riforma politica fu chiamato a far parte della commissione di pubblica sicurezza e conseguí l'approvazione generale nei piú difficili momenti.
La nazione lo designava alla rappresentanza e fu presto unanimemente eletto a deputato della provincia di Napoli. Era anche decorato dell'ordine gerosolimitano.
Rondinelli Benedetto. — Nacque in Campagna nel dí 20 giugno del 1772. Dedicatosi agli studi ecclesiastici fu nel 1805 creato canonico della cattedrale della sua patria.
Poscia nel seminario di quel comune insegnò per molti anni gli studi filosofici e le matematiche discipline. In appresso, tenne anche la carica di pievano nella mentovata chiesa, e nel 1818 fu dal governo eletto a giudice conciliatore.
Sonni Domenico Antonio. — Nacque in Falerno ai 12 giugno 1758, e nel 1776 entrò nel seminario di Tropea, (Calabria ulteriore). Fu ordinato sacerdote nel 1784 ed un anno dopo portossi in Napoli. Vi riuscí valoroso nelle scienze positive, tanto che con real dispaccio del 29 luglio 1792 fu chiamato a dettare matematica sublime nell'Università. Nel 1796 ebbe laurea di teologo e fu educatore del duca di Spezzano e de' principi d'Ischitella e Pignatelli.
Fu nominato professore di matematiche nella reale accademia militare con decreto 1º novembre 1802, regio revisore delle stampe ed esaminatore degli aspiranti al magistero delle matematiche nel 1805: fu professore trattatista ed esaminatore della r. accademia delle guardie marine (24 novembre 1806), esaminatore dei libri della biblioteca di San Severino ai 19 marzo 1807, membro della commissione per la statistica generale del regno (1808). Socio residente del R. Istituto d'incoraggiamento e della Pontaniana (11 luglio 1809). Nel 1815 tornò ad essere revisore della stampa, ispettore generale e segretario interino dell'istruzione pubblica, esaminatore del concorso alla cattedra dei concilii e successivamente delegato alla ispezione degli stabilimenti d'istruzione delle Calabrie, di Principato Citra e di Basilicata.
Colto da apoplessia mentre camminava, in Napoli, per la strada di Toledo, morí addí 4 febbraio 1840.
Sponsa Diodato. — Fu tra gli esiliati a Tunisi e tornò in patria dopo il 1831.
Semmola Mariano. — Del comune di Brusciano nel distretto di Nola. Dopo aver appreso nella patria i rudimenti delle lettere, fu dal vescovo Lopes inviato in Napoli agli studi delle scienze: all'età di anni 21 fu richiamato per insegnarle al seminario nolano. Intrapresa la carriera ecclesiastica dopo aver passato circa quattro lustri in quell'uffizio di professore al seminario, si riportò in Napoli ove die' un pubblico esperimento per ottenere la cattedra di fisica nella Regia Università degli studi, e benché non fosse riescito nell'intento ne ottenne riputazione, onde messosi privatamente ad insegnare le scienze filosofiche ebbe frequenza di giovani allievi.
Non molto dopo, conseguí nella stessa Università la sostituzione alla cattedra di logica e metafisica. Nel decennio francese fu ivi incaricato dell'insegnamento della Ideologia, e riconfermato poscia, dopo la espulsione dei Francesi, nell'insegnamento dell'antica logica e metafisica. Si hanno di lui pubblicate per le stampe in varie edizioni le istituzioni di logica e metafisica ad uso del suo studio privato.
Tafuri Michele. — Figliuolo del barone Tommaso di Melignano e di Teresa Perrone, nacque il dí 27 di maggio 1769 a Nardò (Lecce) nel cui seminario fu educato e poi inviato a Napoli, per studiarvi diritto canonico e poi prendervi gli ordini; invece egli s'accinse agli studi legali per la carriera del foro. Sposò nel 1799 Rosa di Masi. Durante il decennio, ministro nel 1807 il commendatore Pignatelli lo volle al ministero di grazia e giustizia e cosí anche Zurlo e Ricciardi.
Nel 1815, tornati i Borboni, si dimise e tornò a vita privata. Fu nominato, quindi, giudice della corte criminale di Salerno e nell'anno seguente (1816) andò alla corte criminale di Trani. Solo nel 1818 passò alla corte civile della medesima città.
Fu deputato nel 1820, e nella sessione che seguí tornossene, per sempre, a vita privata.
Morí di bronchite ai 7 settembre 1857.
Trigona Salv. Giuseppe, marchese di Camicaro e Dominamare. — Nacque in Noto (Sicilia) nell'anno 1792. Fra gli agi della famiglia non obbliò che la istruzione e lo studio aggiungono pregio alla nobiltà dei natali e si diede alacremente a coltivare le belle lettere, la filosofia e le leggi. La economia politica alla quale l'età nostra aggiunge importanza, divenne la sua precipua occupazione. Temperò quest'arduo studio coltivando la poesia, per la quale sentiva inclinazione particolare.
Visitò Parigi, Londra, vide tutta Italia, e dopo otto anni reduce in patria, si diede con molto impegno all'azienda dei domestici affari ed all'esercizio delle cariche municipali.
Dichiarato nel 1820 deputato del Parlamento non fu studioso che del bene del suo paese. Venne nominato ricevitore generale della provincia, ed ebbe tre volte la presidenza del consiglio generale della medesima, fu deputato delle opere pubbliche provinciali e della commissione di salute.
Queste serie occupazioni se lo distrassero al seguire con ardore i suoi studi, non lo tolsero interamente alle accademie scientifiche e letterarie. Fu ascritto all'Arcadia di Roma, ai Trasformati di Noto, e fra i pastori Aratusei. Fu socio ordinario della società economica del suo paese, corrispondente di quella di Girgenti. Fu ascritto anche al VII congresso degli scienziati.
Nel 1843 era stato nominato gentiluomo di camera, con esercizio, del re delle Due Sicilie Ferdinando II.
Vasto Tommaso. — Ebbe la cuna nel comune di Cardinale in sul finire del 1757. Fu educato nel seminario di Nola, ove professò poi, per ben trent'anni, diritto civile e canonico. Nel 1820 era canonico decano di quel capitolo e vicario generale della diocesi.
Visconti Ferdinando. — Nacque a Palermo ai 9 di gennaio 1772 da Domenico Visconti capitano del reggimento di fanteria Real Napoli. Nel 1778 fu nominato cadetto.
Dieci anni dopo entrò nella Reale accademia militare in cui compí l'educazione e gli studî, premio dei quali fu il grado di sottotenente nel reggimento Re del corpo reale di genio ed artiglieria, conseguito ai 27 febbraio 1791.
Come sospetto di professare dottrine liberali, nel 1794 fu posto in giudizio, congedato dal servizio militare e condannato alla reclusione d'un decennio nel castello di Pantelleria. Ivi passò sette anni ed alla pace di Firenze fu posto in libertà; ma non potendo trovare impiego in Napoli, andò a cercarlo a Milano. Al 1º settembre 1802 venne nominato tenente nel corpo degli ingegneri topografici della repubblica italiana. I suoi talenti superiori nelle scienze esatte non tardarono a farsi conoscere, sí che nel 1805 fu destinato per aggiunto al capo di quel corpo topografico per la parte riguardante le osservazioni astronomiche e le operazioni trigonometriche. In quell'anno istesso seguí a Bologna e nel Veneziano lo stato maggiore dell'esercito, comandato dal viceré d'Italia. E quando nel seguente anno tutti i Napoletani impiegati in Francia ed in Italia vennero congedati, egli meritò l'onorevole eccezione conceduta a pochissimi, di rimanere agli stipendi del regno italico.
Ricevette allora la missione di recarsi in Vienna per ottenere la consegna delle carte e dei documenti topografici relativi allo stato Veneto, i quali, pel trattato di Presburgo, l'Austria dové cedere all'Impero francese. Tornato a Milano con quelle spoglie, non rimase a lungo inoperoso. Dal maggio 1808 fino al gennaio 1809 egli percorse tutte le coste dell'Istria, delle isole del Quarnero, della Dalmazia e dell'Albania, determinando con osservazioni astronomiche la loro posizione geografica, affine di costruire la carta idrografica dell'Adriatico. Fu nominato cosí capitano in secondo nel corpo degli ingegneri geografici.
Nel 1810 gli venne affidata altra commissione allorché sotto gli ordini del generale Danthouard attese a stabilire nel Tirolo la nuova linea di confine tra il regno italico, la Baviera e le provincie illiriche; ciò che gli valse la promozione a capitano in primo nel corpo accennato e quindi nell'anno successivo quella a sotto direttore del deposito generale della guerra.
Nel 1813 fu capo squadrone nel corpo degli ingegneri geografi e nello stesso anno compí una ricognizione generale militare sulle frontiere delle provincie illiriche da Villach fino allo sbocco dell'Unna nella Sava.
Nel maggio del 1814 tornò in Napoli, dopo ripetute e vivacissime insistenze di re Murat[83]. Fu nominato capo-battaglione dello stato maggiore dell'esercito e direttore del gabinetto topografico per la morte di Rizzi-Zannoni[84]. Nel 1815 fu promosso colonnello di stato maggiore.
Creato deputato supplente, rimpiazzò il Bausan. Fu anche socio ordinario dell'Accademia delle scienze, della Società reale di Napoli e della Pontaniana.
Vivacqua Francesco. — Nacque in Tarsia e si addisse all'avvocheria. Asceso di poi alla magistratura, fu giudice di gran Corte criminale, segretario della Corte di cassazione, e quindi procuratore generale in Catanzaro.
Nel 1820 fu deputato. Socio dell'accademia Cosentina, vi lesse parecchie disquisizioni e discorsi di apertura che si fecero apprezzare per erudizione e per acume giudizioso.
Destituito, spogliato di ogni pubblico ufficio, dopo i moti del 1820, visse privatamente in patria, dove morí nel 1851.