NOTE
[15] Bellermann, p. 64-74.
“Este romance foi citado por Jorge Ferreira de Vasconcellos [† 1585] na Aulegraphia (Sc. I, A. III), e publicado pela primeira vez por José Maria da Costa e Silva nas notas ao poema Isabel ou a heroina de Aragão, em 1832.„ Hardung, I. p. 88, in nota. Delle tre lezioni che l'egregio raccoglitore ne dà sotto il titolo Romances de d. Martinho de Avizado, nessuna è uguale al testo da me seguito.
Ecco i quattro versi che soli ci avanzano della lez. castigliana conservataci dal Ferreira:
“Pregonadas son las guerras
de Francia contra Aragon.
¿Como las haria, triste
viejo, cano y pecador?„
Sia come si vuole, fatto è che abbiamo nell'Italia superiore e centrale canzoni piú o meno conformi o remotamente analoghe alla romanza portoghese. Ben dodici lezioni ne cita o riporta il Nigra; quattro delle quali piemontesi, tre canavesi e cinque monferrine. Cfr. Ferraro, Canti monferrini (La ragazza guerriera), Torino, 1870, p. 54-56; Wolf, Volkslieder aus Venetien (La figlia coraggiosa), Wien, 1864, N. 79; Bernoni, Canti pop. veneziani (La guerriera), Venezia, 1873, puntata XI, N. 5; Gianandrea, Canti pop. marchigiani (La ragazza guerriera), Torino, 1875, p. 280.[19]
Nella Romania del 1874, p. 96, il Puymaigre pubblicò una canzone bearnese, mancante della fine, ch'egli dice “une variante du romance portugais.„ È intitolata: Les filles du seigneur de Meyrac, e comincia: “Las guerres son cridades„ ecc. La greca riferita dal Nigra si discosta molto dalla nostra; bellissimo riscontro le fa invece la ballata serba, che l'illustre uomo tolse dalla raccolta del Tommaseo, Canti pop. toscani, còrsi, illirici, greci, Venezia, 1842, t. IV, p. 79 e segg. Notevoli conformità con la romanza portoghese ha parimente la piesna del bojaro Stavro Godinovitch, pur citata dal Nigra, e che puoi leggere compendiata nel Rambaud, a carte 83-85.
“Che poi anche nelle tradizioni popolari di tutti i paesi non sieno rare le donne guerriere, e le Amazzoni greche, e le Valkirie dell'Edda, e Brunechilde dei Nibelunghi, e la bellicosa Cammilla dell'Eneide, e l'altiera Clorinda della Gerusalemme liberata, e le Polenitze delle byline [canti epici] russe ce lo testimoniano in irrefragabile modo.... Un altro esempio di donna guerriera ci si presenta nella tradizione mongolica (vedi Bernard Jülg, Mongolische Maerchen): questa donna guerriera è la moglie dello sciocco protagonista del presente canto: essa, mentre il marito è andato a caccia, si traveste da guerriero, muove incontro al marito, si fa scambiare per il famoso Surya-Bagatur; lo vince, s'impadronisce del suo arco, della sua faretra e del suo cavallo, sottoponendolo inoltre ad un'umiliazione singolarissima, che qui la decenza non mi consente d'indicare.... Tornando al canto in questione,.... il signor G. Teixeira Soares indica un fatto della storia portoghese molto popolare, che, al dire del Braga, conferí non poco al divulgamento di questa canzone comune ai popoli del mezzodí d'Europa [e non solo a questi, come vedemmo piú sopra]. Esso è la storia della celebre Antonia Rodriguez, che si segnalò militando in Oriente in qualità di soldato, come si narra nel Theatro heroico di Froez Perym, t. I, p. 54, e di cui parla Duarte Nunes nella sua Descripsão de Portugal, cap. 89, p. 346, ediz. del 1785.„ Prato, scritto cit.
In una assai graziosa novella toscana (Fanta-Ghirò, persona bella), certo re, tribolato da incurabile malattia, ha tre figliole. “E nella cambera ci teneva tre siede, una celeste, una nera e una rossa. E le su' figliole, quando andevan da lui la mattina, guardavan sempre su che sedia s'era messo il padre; se su quella celeste, voleva dire allegria; su quella nera, morte; su quella rossa, guerra. Un giorno entrano in cambera, e il Re siedeva sulla sedia rossa. Dice la maggiore:—“Signor padre, oh! che gli è intravvenuto?„—“Ho ricevuto una lettera dal Re a confino, e lui mi dichiara la guerra. Ma io, a questo modo ammalato, non so dove sbacchiare il capo, perché da me non posso andare al comando dell'esercito. Bisognerà che trovi un bon generale.„—Dice la maggiore:—“Se lei me lo permette, il generale sarò io. Vedrà che son capace a comandare a' soldati ecc.„ Imbriani, La Novellaja fiorent., Livorno, 1877, p. 537. Se al valente raccoglitore non fosse piaciuto di porre certi limiti a' suoi riscontri, credo per fermo che nella nota appósta alla presente novella non sarebbe mancato almeno un accenno a quelle parecchie canzoni (la portoghese, le piemontesi del Nigra, la slava ecc.) che hanno con essa corrispondenza sí grande. Sol nelle parti accessorie è qualche diversità; e la differenza piú notabile è forse questa, che nella versione prosastica toscana (bisogna proprio dire cosí) tutte e tre le sorelle tentan la prova, cominciando dalla maggiore; dovecché nelle versioni poetiche su citate, una sorella soltanto, od una figlia unica, veste l'assisa soldatesca. Ed è troppo facile intenderne la ragione: quando nei racconti e nelle fiabe popolari tre o piú fratelli mettonsi ad un'impresa qualsiasi, è oramai legge antichissima e quasi costante (chi non volesse dire connaturale a codeste parti dell'immaginazione e del sentimento dei volghi); è legge, ripeto, quasi costante, che solo al minore venga fatto di condurla a buon fine; gli altri n'escono il piú delle volte col danno e con le beffe.—Questa novella era stata prima raccolta e pubblicata da G. Nerucci, nel vol. intitol. Sessanta nov. pop. montalesi, Firenze, 1880. Num. 28, p. 248 e segg. L'Imbriani cita come raffronto La serva d'Aglie, Tratten. VI della III giorn. del Pentamerone, che a me è mancato il tempo di vedere. Cfr. anche Comparetti, Novelline pop. ital., Torino, 1875 (Il drago), N. 17, p. 70 e segg.; un racconto albanese cit. dal Rambaud, p. 85, ecc. ecc. Del ciclo della donna guerriera trattò dottamente il Liebrecht, in Heidelberger Jahrbuch, anno 1877.
“La situation qui fait le sujet de notre romance, a pu, d'ailleurs, se produire plus d'une fois. Pitre Chevalier a raconté l'histoire de la bretonne Mathurine partant à la place de son frère et faisant, comme dragon, les campagnes de 1812, 1813 et 1814.... On lisait aussi dans le Figaro du 20 octobre 1879 un récit du même genre, l'histoire de Silvia Marietti se substituant également à son frere. Dans les Chants de la Carniole, traduits en allemand par Anastase Grun, Alenka prend les armes pour venger la mort de son frère Gregore (N. 42).„ Puymaigre, Romanceiro, p. 167-68.
Una giovinetta boema vuol seguire l'amante che va soldato. Ma essa non ha bisogno di travestirsi; farà ben altro: “Je me changerais,„ dice, “en petit oiseau, et je me poserais sur ton chapeau.—Je me changerais en hirondelle, et je me poserais sur ta tête chérie.„ Leger, Chants héroïques et chansons popul. des Slaves de Bohême, Paris, 1866, p. 205. E in un rispetto umbro, canta una ragazza animosa:
“Giovanettino dallo fiore in bocca,
e vi sta ben quell'elmo in su la testa:
san Giorgio vo' parete quando scocca
la sua lombarda [labarda] al drago in su la cresta.
Giovanettino dal cappello oscuro,
quando sarà che sonerà il tamburo?
Io vo' venir con voi mattina e sera,
se non foss'altro, a fa' la vivandiera:
e per vo', damo mio, se ce n'accada,
saprò trattare il fucile e la spada:
e per vo', damo mio, né c'è da dire,
io saperò combattere e morire.„
Marcoaldi, Canti pop. ined. umbri, liguri, piceni, piemontesi, latini, Genova, 1855, p. 65. Al Rubieri (op. cit., p. 555) pare che questo rispetto abbia dell'artificiato; e pare anche a me.
[16] La novella fiorent.:
“Fanta-Ghirò, persona bella,
du' occhi neri, drento la su' favella:
carissima madre, mi pare una donzella.„Imbriani, La Nov. ecc., p. 539.
[17] Di questo verbo usato cosí assolutamente, reca noi lessici un esempio di Francesco da Barberino. Io me ne son valso non per comodo di rima o di verso, ma perché mi suona bene all'orecchio.
[18] L'Ariosto, di Marfisa:
“Fu conosciuta all'auree crespe chiome,
ed alla faccia delicata e bella.„
[19] All'erudito e cortese prof. S. Prato vo debitore della seguente canzone affatto inedita, ch'egli raccolse or è poco dalla bocca d'una giovinetta di Roncofreddo (circond. di Cesena), chiamata Maria Regini, la quale disse d'averla imparata a Bologna da un'amica sua. Eccola:
V'eran due belli amanti;
'l giovin fa un delitto:
fu mandato 'n prigió.
La bella giovinetta,
vestita da Napuglió,
lo va a troà 'n prigió.
E quando la fu dentro,
lo comincia a bacià:
“Levati li tui panni,
mettiti 'l mio vestí,
che poi te n'esci fora,
ed io rimango qui.„
Quando fu la mattina,
'n giustizia fu porté,
e presto la fantina
là venne esaminé.
“Grazie, grazie, sor giudice,
di vostra gran ragió;
di condannà 'na figlia
è falsa l'occasió.„
“Se vo' siete 'na figlia,
fatemelo sapé.„
“Sí, sí, io so' 'na figlia
lontana dal mio paé.
Per no' esse scoperta,
mi so' vestía da 'nglè.„
Quando fu la mattina,
la fece scarceré.
“Grazie, grazie, sor giudice,
di vostria carità
de liberà 'na figlia
col proprio innamorà.„
Non manca il Prato d'avvertirmi come questa canzone sia quasi totalmente identica ad una romana data in luce dal Sabatini (Riv. di letterat. pop., 1877, vol. 1, fasc. 1, N. 13), e come ne sia la forma alquanto bastarda, “cioè né del tutto italiana, né del tutto vernacola.„ Nessuno, credo, vorrà meravigliarsi di tale mischianza: ad ogni modo, giovi qui rammentare queste savie parole del compianto Imbriani: “Si noterà che i canti non sono quasi mai nel dialetto puro e schietto, contengono colori, forme e parole d'altri idiomi; quasi sempre forme e parole della lingua aulica. Fatto costante del quale non occorre indagar la cagione, e che risponde appunto al bisogno d'idealizzare il linguaggio, quando il pensiero che ci occupa è nobile ed alto.„ Vedi Canti pop. delle prov. merid., Torino, 1871-72, t. 1, p. X; e Rubieri, Storia della poesia pop. ital., Firenze, 1877, p. 226.
Del resto qui siamo, come ognun vede, lontani un bel tratto dalla romanza portoghese: qui l'invenzione, i particolari, ogni cosa è diversa: unica rassomiglianza il travestimento militare della ragazza. Questo canto in somma non entra, si può dire, per niente nel ciclo della donna guerriera; ed io non l'avrei forse riferito per intero se non ci venisse dalle Romagne, che sono, com'è noto, un di que' paesi “i quali finora poco o nulla diedero alla letteratura popolare messa insieme dai dotti.„ (Fanfulla della domenica, A. III, N. 23, p. 8.) Poco diedero, perché poco vi si cercò; ma gli studiosi e gli amatori di buona volontà non vi perderanno certo né il tempo né l'opera. Ed io gradirei non si contentassero solo di rispetti e di stornelli: anche canzoni, o romanze, o ballate che debba dirsi, potranno raccogliere, se ci si mettono con pazienza. Anzi, giacché mi capita il destro, voglio riportare alcuni periodi di un recente scritto del mio bravo amico Guido Mazzoni, che dice, a parer mio, santamente: “È opinione comune tra i cultori e gli studiosi della nostra poesia popolare che lo strambotto, il rispetto, lo stornello fioriscano o, per dir meglio, abbiano fiorito (ché il popolo oggi ricanta piú che non inventi) nell'Italia media ed inferiore; la canzone o romanza nella superiore. Cito le parole d'un giudice molto autorevole, il Comparetti:—L'altra forma [quella della canzone] è polistrofa, non è esclusivamente italiana, ed in Italia non si trova che nel settentrione.—Che questo, detto in genere, sia vero non negherà nessuno; ma che la Toscana e l'Umbria non abbiano che liriche popolari, e non anche qualche canzone o romanza, non sono disposto a concedere io che piú d'una ne ho udita nelle nostre campagne. Dove, se è vero che i contadini si compiacciono vantarsi o lagnarsi di amore ne' brevi canti, usano pure rallegrare il lavoro con belle storie in strofette.„ (Cronaca Minima, anno 1, N. 7, pag. 50.)
CONTE YANNO
(Conde Yanno)