NOTE

[44] Bellermann, p. 134-38.

“O romance do Conde Niño, ou Conde Nillo, come lhe chama Almeida-Garrett, encontra-se na provincia de Tras-os-Montes, no Algarve, onde foi recolhido por Estacio da Veiga sob o titulo de Dom Diniz, e nas ilhas dos Açorez, onde le chamam Dom Duardos. Não existe nas colleções hespanholas.„ Hardung, I, 216, in nota.

“M. le comte Albert de Circourt et moi avons traduit un ancien ouvrage espagnol, où, sous le titre de Victorial, est racontée la vie de Don Pero Niño, comte de Buelna. Ce Pero Niño, dont l'existence fut très aventureuse, épousa dona Beatrix, infante du Portugal et cela en dépit du père de celle-ci Dom Joan. Malgré le mécontentement de ce prince, ce mariage n'amena aucune catastrophe. Suivant Braga, ce serait cependant cet épisode qui aurait donné lieu au romance du comte Nillo. Nous doutons de cette origine, sur laquelle Braga revient encore dans ses Trovadores, p. 325. Almeida-Garrett remarque que le nom de Nillo n'est pas portugais, mais que, sous la forme Niño, il serait espagnol. Il croit que ce chant vient de la Provence ou de la France. On a plusieurs leçons de ce chant: Dom Doardos, Ermida en mar, Dom Diniz ecc. [V. Hardung, ivi, p. 217-224].„ Puymaigre, Romanceiro, p. 188.

Arieggia in alcune parti alla bella romanza di Gerinaldo, di cui si conoscono piú versioni e che si legge anche nei canzonieri spagnoli: questa, secondo il Braga l'Almeida-Garrett e l'Hardung, è una reminiscenza dell'avventura apocrifa di Einhard o Eginhart, celebre segretario di Carlo Magno.

[45]

“Erguei-vos, bella Infanta;
vindo ouvir lindo cantar:
ou são os anjos no céu,
ou as sereias no mar.„

“Pois não são anjos no céu,
nem as sereias no mar;
é um triste prisioneiro,
que meu pae manda matar.„

Romances de Gerinaldo [lezione dell'isola di San Giorgio], Hardung, I, p. 108. E nella lezione Almeida-Garrett, ivi, p. 115:

“Anda ouvir, oh minha filha,
este tam lindo cantar,
que ou são os anjos no céo,
ou as serejas no mar.„

“Não são os anjos no céo,
nem as sereias no mar;
mas o triste sem ventura
a quem mandais degollar.„

Una lezione della romanza castigliana Conte Arnaldos, edita dal Delius e riferita dal Nigra, Canzoni ecc. Riv. Contemp., fasc. gennaio 1860, p. 82:

“O idolo ha la princesa
en los palacios do está:
—si saliredes, mi madre,
si saliredes de mirar;
y veredes como canta
la sirena de la mar.—

—Que non era la sirena,
la sirena de la mar;
Que non era sino Arnaldos ecc.„

Accenna pure alle sirene una canzone canavese edita dallo stesso Nigra, fasc. cit., p. 78:

“La serena ch'a cantava
s'a n'in chita [smette] de canté.„

Dove l'illustre uomo annota opportunamente:

“Il mito delle sirene, popolarissimo nella poesia greca e latina (V. Omero, Odiss. μ, 39-53; 158-209; φ, 306; Virgilio, Eneid. V ecc.) si perpetuò nelle tradizioni del medio evo, e nei numerosi canti e racconti intorno alle Nisse, alle Elfine, alle Ondine, alle Korrigan e alle Fate, fra cui fu lungamente popolare la celebre Melusina. V. Kastner, Les Sirènes. Paris, 1859; Roman de la rose; Roman de Brut, passim; i poemi italiani di cavalleria; Les pays basque, par Francisque Michel. Paris 1859, 334.—Il canto della sirena è spesso mentovato nella poesia popolare italiana. V. la raccolta di Tommaseo, Tigri, Marcoaldi, Pasqualigo ecc.„

Ecco in fine il ritratto che della sirena ci dà un bestiario pubblicato da P. Meyer, in Romania, 1872, p. 430; ritratto, come si vede, al tutto identico a quelli che ce ne lasciarono i classici:

“Sereine est de mer. j. peril:
feme est part desus le lonbril,
et poisons desoz la centure.
Tant chante bel que creature
ne s'e[n] porroit pas sooler
ne d'oïr le dòuz chant chanter ecc.„

In secolo assai piú vicino al nostro, quella gran testa quadra di Don Ferrante “sapeva a tempo trattenere una conversazione.... descrivendo esattamente la forma e l'abitudini delle sirene.„ V. Promessi Sposi, cap. XXVII.

Quando i portenti erano cosa piú che ordinaria, anche i pesci (gli uccelli è inutile dire) fecero mirabilia come virtuosi di canto. “E poi videro una fontana lunga e larga per spazio di miglia cinque, piena di molti pesci, li quali cantavano dí e notte... e era sí dolce canto, che lingua umana non potrebbe narrare. E poi videro l'arbore della gloria... lo quale arbore era pieno di uccelli piccoli; e aveano penne rosse come carbone di foco acceso, e parevano lucerne appese, e cantavano tutti ad una voce sí che parevano angeli del Paradiso celestiale. E cosí facevano a tutte ore del dí, e tanto era dolce e soave quello canto, che ogni mente umana si sarebbe addormentata;...„ V. Leggende del sec. XIV (Del paradiso terrestre), Firenze, 1863, I, p. 496-97.

[46] Cfr. La Tessitrice, canto ellenico: “E la fanciulla [uccisa] divenne canna, e il giovine [suicida] un cipressetto ecc.„ Tommaseo, op. cit., t. III, p. 64-68; La suocera omicida, ivi, p. 135; Marmier, Chants popul. du Nord (Adeline, canto svedese), Paris, 1842, p. 213; Marcellus, L'amour au tombeau, op. cit., p. 212; Dozon, Chansons pop. bulgares (L'amant déséspéré), Paris, 1875, p. 391, ed ivi, p. 334, per la citaz. di un canto serbo e di altri canti scozzesi, brettoni, catalani, normanni, ecc. La stessa circostanza è in un canto rumeno, che per essere pochissimo noto in Italia, riporterò tradotto dal professore S. Friedmann e da me, sperando di far cosa grata ai lettori. Va col titolo L'anello e il velo, e dice:

I.

C'era una volta, c'era una volta un figliol d'un re,
giovine e bello
come l'abete del bosco[47]
sovr'alta montagna.
Or ei tolse in moglie
una fanciulla del villaggio,
una fanciulla rumena,
cara a tutto il vicinato,
con faccia soave lucente,
con persona tenera flessuosa
come il fiore dei campi
nella luce del sole.
Ecco gli è giunta
lettera grande [con ordine] di partire,
di andarsene al campo.
Nell'anima e' si duole,
e parla cosí:

“O cara mia, cuor mio,
prendi 'l mio anello
e mettitelo in dito.
Se l'anello arrugginirà,
sappi, o cara, ch'io sarò morto.„

“Dacché mi lasci in casa piangendo,
eccoti 'l velo di seta,
guarnito d'oro negli orli.
Se l'oro si struggerà,
sappi, o fratello, ch'io sarò morta.„

II.

E' monta a cavallo
e si pone in viaggio.
Va fino a un luogo,
dove accende un gran fuoco
in mezzo del bosco,
alla fontana del Corvo.
Si mette la mano in seno,
guarda il velo,
e il cuor gli si spezza.

“Cari amici, guerrieri miei,
prodi figli di draghi,[48]
statevi pur qui a banchettare
e all'ombra sdrajatevi.
Or io me ne vo,
ché in casa ho dimenticato
la spada arrotata
sur una tavola verde.„

Torna addietro,
ed ecco s'incontra in un bravo,[49]
in un bravo su picciol cavallo.

“Buona fortuna, o giovinotto mio bravo!„

“Che rechi? onde vieni?„

“Se brami, o signore, saperlo,
ad altri potrebbe esser bene,
ma è per te mala cosa ed amara.
Tuo padre è córso,
il paese tutto ha posto a soqquadro,
finché ha trovato la tua bella,
e l'ha gettata
in uno stagno largo e profondo.„

“Tieni, o bravo, il mio cavallo,
e menalo al padre mio.
Se chiedesse ov'io sia,
digli ch'io sono andato
giú in riva allo stagno,
e nell'acqua mi son buttato
a ritrovare la fanciulla che amai.„

III.

Il padre si tira dietro tutto il paese;
asciuga lo stagno,
e i due giovani trova
insieme abbracciati,
su la rena gialla prostesi;
ambedue nel volto sereni,
talché vivi parevano.
Il re allora si pente;
nella seta gli avvolge,
in chiesa li fa portare,
e in due casse li mette,
casse belle da imperatore,
sopravi lettere latine:
e lui ha murato
presso l'altare ad oriente,
lei nell'atrio a occidente.
E dalla tomba di lui è uscito, o fratello,[50]
un abete verde coperto d'ellera,
che pende su la chiesa;
e da quella di lei una piccola vite
fiorita pieghevole,
che dall'alba alla sera
alla chiesa si è abbarbicata
e con l'abete confusa.
Tuona, o Signore, e fulmina;
tuona su chi tronca a mezzo
il dolce e fervido amore
d'un giovine e d'una fanciulla.

Alle piante cresciute su la sepoltura di amanti infelici, una canzone italo-albanese (La ballata di Angelina) attribuisce virtú miracolosa: “Andò a nascere un cipresso—là dove sepolto era il garzone;—e spuntò una vite bianca—là dove sepolta era la fanciulla.—Per sotto l'alto cipresso i feriti passavano:—prendevano foglie di cipresso,—e alle ferite le mettevano.—E sotto quella vite bianca—i malati andavano a passare;—prendevano gli acini della vite bianca,—e l'infermità guarivano.„ Camarda, Appendice al saggio di grammatol. comparata su la lingua alban., Prato, 1866, p. 113. In una delle piú antiche ballate inglesi (Fair Margaret and sweet William), dal cuore della fanciulla spunta un rosajo, e da quel dell'amante una rosa selvatica, che, al solito, cresciuti, s'intrecciano insieme; e il canto finisce con una scappatella burlesca: “Poi venne il cherico della parrocchia,—per dir la verità,—e disgraziatamente li tagliò;—altrimenti vi sarebbero ancora.„

Quanto all'origine di questa leggiadra fantasia popolare, convien ricercarla nella storia di Tristano e d'Isotta, che nel medio evo si propagò per quasi tutta l'Europa, e che procede visibilmente dalle metamorfosi mitologiche. Vedi Bossert, La litterature allemande au Moyen-Age, Paris, 1882, p. 298.—Ma dal cuore e sulle tombe di amanti sventurati, non soltanto sorgono fiori arboscelli ed altre maggiori piante. A mo' d'esempio, in certa novellina popolare russa raccolta dall'Atanasieff e citata dal prof. Prato (Quattro novelline popolari livornesi, ecc., Spoleto, 1880, p. 105), su la tomba di due fanciulli barbaramente sgozzati dalla zia, spuntano un ramo d'oro e uno d'argento. Né si può legger senza ridere un canto serbo, che nel luogo dove una giovinetta innocente morí per man del fratello, fa saltar fuori di schianto non già fiori od alberi od arbusti, ma una chiesa a dirittura: non dice (peccato!) se col bravo suo campanile o no.

A proposito di piante venute su da cadaveri o da sepolture, vedi Marmier, Légendes des plantes et des oiseaux, Paris, 1882, p. 34-35; De Gubernatis, La mythologie des plantes, ou les légendes du règne végétal, Paris, 1878, t. I, p. 161-62; Gaster, Literatura populara românâ, Bucuresci, 1883, p. 483, il quale rimanda specialmente a Liebrecht, Zur Volkskunde, p. 166 e 282-83, ecc.

“Dans un chant de l'Ukraine (Chants hist. de l'Ukraine, tr. par Chodzko, p. 30), une rose est regardée comme l'âme d'un jeune homme:—Cette rose c'est l'âme du jeune homme, qui est mort de chagrin pour la jeune fille.—Dans la Cronica dos Vicentes, monument de la langue portugaise au XV siècle, on rencontre, dit Braga, des traditions relatives aux Français, qui virrent aider à conquérir Lisbonne. Telle est la légende du chevalier Henrique et de son page fidèle. Sur la tombe d'Enrique poussa un palmier.—Au chant VIII des Lusiades, nous voyons que Camoens a rappelé ce prodige:

“Olha Henrique famoso cavalleiro
a palma, que le nasce junto a cova.„

Puymaigre, Romanceiro, p. 189-90.

Un canto brettone: “Ce fut merveille de voir la nuit qui suivit le jour où on enterra la dame dans la même tombe que son mari,—de voir deux chênes s'élever de leur tombe nouvelle dans les airs;—et sur leurs branches, deux colombes blanches sautillantes et gaies,—qui chantèrent au lever de l'aurore et prirent ensuite leur volée vers les cieux.„ H. de la Villemarqué, Barzaz-Breiz, Paris, 1846, I, p. 45. “Le couplet de la chanson de Malborough,„ dice l'Arbaud, I. p. IX, in nota: “On vit voler son âme—à travers des lauriers,—ne parait pas avoir eu une autre origine.„ Sarà o non sarà; poco importa. Concluderemo piuttosto col De Gubernatis, op. e t. cit., p. 160, in nota: “On veut absolument revivre après la mort, et l'arbre est le symbole le plus vivant de la vie.„

[47] In altro canto: Sette fratelli come sette abeti. Anco dai Greci moderni l'uomo è paragonato spesso ad un albero alto e diritto, come sarebbe il cipresso. Una canzoncina nuziale albanese, raccolta da G. Jubany (Trieste, 1871, p. 109), dice della sposa: Ha la statura come il cipresso. Nel Libro dei re di Firdusi questo paragone è frequentissimo.—Homme grand comme un pin du dèsert, comme un sapin du marais. Vedi Kalevala, runo 48 (traduz. di L. Léouzon Le Duc) Paris, 1879. I Serbi rassomigliano ad un pino il guerriero: un vòcero còrso ancora inedito: Lu me altu quantu un pinu!—lu me minutu cipressu! Polipete e Leontèo sono da Omero paragonati a due querce. (Iliade, XII.)

[48] Orig. Zmeu. Forse non c'è cosa che piú sovente dei draghi s'incontri nei canti e nelle fiabe popolari rumeni; ai quali un guerriero, un uomo valoroso è un drago; drago un cavallo forte e veloce al corso. Anche ai Serbi, drago (Zmei) vale uomo fiero, prode, terribile: anzi, nella mitologia slava, col suddetto nome si designa spesso qualche iddio, per es., quello del fuoco. Draghi e dragonesse hanno i Bulgari, presso i quali mutansi talvolta in orsi in pesci ed in uomini. Dozon, Chansons popul. bulgares inedites, ediz. citata. Altrove occorrono in vece uomini trasformati in dragoni. Dulaurier, Les chants pop. de l'Arménie, in Revue des deux mondes, 1 avril 1852. In un canto (pesma) della Macedonia, Alessandro il grande è generato da un drago; ed anche un'antica favola greca, riferita da Luciano, lo disse nato da un serpente, come di un serpente fu, tanti secoli dopo, creduto prole l'albanese Giorgio Castriota. Dozon, Rapports sur une mission littéraire en Macedonie, Paris, 1873, p. 42. G. Maspero (Contes pop. de l'Egypte ancienne, Paris, 1882, p. 42) fa menzione d'altro drago che parla veramente bene ed è signore d'un'isola incantata. Certa fiaba calmucca narra d'un drago ch'è una pasta di zucchero. Sono alquanto simili ai draghi le Koutchédras degli Albanesi, le quali hanno un po' dell'uomo ed un po' della bestia. Circa i draghi e le dragonesse delle fiabe e novelline pop. ital. e specialmente siciliane, vedasi la dotta prefaz. di G. Pitré al vol. IV della Biblioteca delle tradiz. pop. sicil., Palermo 1875, p. CXX-CXXIII.

[49] Al bravo dei Rumeni si può estendere quanto si legge nella seguente noticina apposta ad un canto pop. russo dal De Julvécourt (La Balalayka, Chants pop. russes, Paris, 1837, p. 12): Le brave c'est le héros de toutes les chansons pop.; c'est une espèce de titre de noblesse que le paysan s'attribue avec amour; c'est une épithète glorieuse qu'une belle adresse toujours à son amant.

[50] Fratello (altre volte amico) dice all'uditore il poeta, forse a imitazione dei Serbi.


LA PRINCIPESSA PELLEGRINA

(A princeza peregrina)