SCENA III.

FIORENZA dal fondo in abito dimesso, ma pulito, con un involto di cortine che va a deporre sul tavolo. Detti.

Oreste. — Sorella, sorella, difendimi!

(correndo in giro dal proscenio alla comune più per far chiasso che per paura).

Fior. — Dove vai con quel viso sudicio?

Oreste. — Me lo sono lavato domenica.

Fior. — Va subito a pulirti... Guarda che mani! Come hai coraggio di offrire un giornale con quelle mani?

Oreste. — Diranno che l'ho scritto io (via dalla destra; Nanni lavora, ma di poca voglia, zufolando).

Fior. — Come stai, mamma? Un po' meglio, non è vero? Ma sta a sedere, non ti straccare inutilmente.

Maria. — Devo salire dai pigionali, lo sai pure.

Fior. — No, no, ci andrò io. Guarda che benedetta donna tu sei; non ti reggi ritta, e vorresti andar su a rifare quattro letti... (sottovoce) Quando sarò moglie di Luigi, ci penserò io a fare imparare un mestiere a Oreste; così tu starai più tranquilla.

Maria. — Speriamolo, cara la mia Fiorenza..... Se non avessi te... a quest'ora sarei morta.

Fior. — Oh non dire così, cara mamma!