SCENA IV.

ORESTE dalla destra. Detti.

Nanni. — Sicchè si va o non si va?

Oreste. — L'acqua è tanto fredda! Guarda che geloni!

Fior. — Sei in un bello stato! Se arrivo a comprarmi una macchina da cucire, coi primi guadagni ti vesto di nuovo...

Nanni. — Sì, brava, vestilo di nuovo; non venderà più nè un giornale, nè un mazzo di zolfini!

Fior. — Ne venderà anche di più, perchè nessuno avrà paura d'accostarglisi... Alla fin fine non chiede l'elemosina! Ora vai, e corri.

Oreste (colla solita voce lamentosa). — Io ho i geloni.

Nanni. — Corri, li perderai per la strada.

Oreste. — Come faccio a correre con queste ciabatte?

Nanni. — Vuoi giuocare che ti fo' correr io?

Oreste. — Cuccù! (fugge dal fondo).

Nanni. — Bel rispetto al padre gl'insegnate!

Maria. — È meglio che io stia zitta.

Nanni. — Vi farà un bell'onore uno sbarazzino di quella fatta! (una pausa).

Fior. — Babbo, lascia che ti faccia una domanda. Io aveva pochi anni quando la zia buon'anima mi prese con sè... Ella fu per me quasi una madre. Dopo dieci anni io ritorno con voi, e quando parlate di me alla gente del vicinato mi levate a cielo perchè ho voglia di lavorare, mi piace di essere pulita, ed ho imparato, in grazia della povera zia, un mestiere, e so leggere e scrivere... Dunque se la zia ch'era una povera donna potè educarmi così, e voi siete tanto contenti di me, perchè non tirate su nello stesso modo anche Oreste?

Nanni. — Chiedine alla sua mamma. Io non ho tempo da buttar via con lui.

Maria. — Senti, almeno, almeno non lo fare uscire di casa con quelle povere scarpe rotte...

Nanni (cantarella fra i denti).

Maria. — Nanni, mi pare che lavorando tutte e due giorno e notte si abbia pure il diritto di dire una parola.

Nanni (si alza e scende). — Ma che diritto? Ma che mi state a rompere le tasche col figlio, le ciabatte e il diavolo che se le porti! Io so dove volete venire coi vostri discorsi... Ebbene sì, ho giuocato, giuoco e giuocherò fino a che non abbia vinto... Oh!

Fior. — Intanto tu perdi un monte di denari.

Maria. — Ah, se tu dessi retta a chi ti vuol bene!

Nanni. — Non vi voglio forse bene io? Non è forse per vedervi felici, ricche, che mi sacrifico tutte le settimane?

Maria. — Tu sacrifichi te e noi, perchè con quello che possiamo guadagnare, avremmo tanto da campare discretamente ed onoratamente...

Nanni. — O cos'è questo onoratamente, signora avvocatessa? Che faccio del torto a qualcheduno io?

Maria. — A te e a noi!

Fior. — Sicuro!

Nanni. — Oh! sentiamo anche la figliuola ora!

Fior. — Ma credi tu che io non sappia che non c'è più una bottega in tutto il borgo in cui possiamo trovare una libbra di riso a credito? Credi che non sappia che quel po' di roba che t'ha portato la mamma, è tutta al Monte di pietà? Non sai che la tua figliuola non può passare una volta dinanzi a certe botteghe senza sentir parole che le fanno fare il viso rosso dalla vergogna?... Oh! se tu non facessi soffrire che me, io non mi lagnerei; sono giovane, ho coraggio, ho fede... Ma la mamma! Sentile un po' le mani... ha la febbre addosso! (moto di Nanni) e tu mi parli di non fare torto a nessuno!

Nanni (confuso). — Sta zitta! sta zitta! (chiamandola a sè con un certo mistero). Gli è sabato, sai, oggi? E io ho giuocato certi numeri... ma che numeri! Tutti cabalati! E che cabala! E son cinque, nientemeno! Senti che bei numeri: 13, 33, 55, 90, 81... Eh? Tu vedrai se non escono tutti! To'... o che non ho a vincere anch'io una volta?

Fior. — Dio! Dio! questa speranza sarà la nostra rovina!

Nanni. — Ma che rovina! Dio volesse fossi ancora a tempo a rovinarmi! Ma siamo rovinati di già, e appunto per questo non voglio rinunziare alla sola speranza che ci può arricchire. Oh sono tanti, tanti anni che l'aspetto questa fortuna! Un giorno viene a tutti grande o piccina, a chi ha costanza; e non verrà a me, proprio perchè sono Nanni? Ma allora lassù non ci sarebbe più senso comune!

Maria. — Tu mi farai prima morire di crepacuore!

Fior. — Allora... quando non avrete più la vostra Maria, e la vostra figliuola sarà disgraziata per sempre... che cosa ne farete della vostra ricchezza?

Nanni (stizzito). — Ma guarda: per fare il loro bene mi squattrino, e loro si ostinano a non volere capir nulla!... Vado via, chè se resto ne dico più che non ne vorreste sentire!

Maria. — Nanni, per carità!

Nanni. — Ma che carità, che Nanni! Aria! aria! E quando qui e quando là..... Quando sarai morta, amen, ne sposerò un'altra! (esce dal fondo brontolando).

Fior. — Babbo! — Oh! mai più sarà contento Andrea che il suo figliuolo mi sposi!

Maria. — Speriamo ch'egli non sappia nulla... Di', Fiorenza, io salgo su da quei pigionali...

Fior. — Domando io come si fa a lavorare con queste spine nel cuore, come si fa a cucire quando si hanno gli occhi gonfi dall'aver pianto! Andrea mi raccomandò questo lavoro... lo aspettano in bottega... Ma pure, aspetta... verrò con te a darti una mano.

Maria. — No, lascia stare... andrò a dire che per oggi mi scusino... Oh che vita. Vergine santa! (via dal fondo).

Fior. (si asciuga gli occhi e si pone a lavorare). — Ho le mani intirizzite dal freddo e lo scaldino è spento... Chi ti avrebbe detto, Fiorenza, quando eri colla zia che avresti dovuto mangiare di questo pane con tuo padre?... Ma se Andrea che è così contento del mio lavoro mi desse per marito il suo Luigi, con lui non avrei certo mai a patire questi guai! Non ha che il vizio di fumare... ma lavora tanto! E poi mi dice che i sigari sono sempre più cattivi... Tanto meglio, dico io, così smetterà più presto... A proposito di fumare, quel signore che sta sul canto della strada, e che quando esco di casa ed alzo gli occhi, lo vedo sempre là dietro le invetriate che fuma e mi saluta..... scommetto che era lui quello che mentre svoltava stamane il canto della strada mi ha detto: addio, angiolo del mio paradiso! Se è lui, se crede di farmi piacere, si sbaglia; preferisco il mio purgatorio... Ah! se fosse Luigi... allora sì che lo capirei il paradiso!