SCENA IV.

ORESTE dal fondo, soffiandosi sulla dita e saltando per cacciare il freddo. Detto.

Oreste. — (Questo è un freddo proprio da batter le gazzette! Che cosa fa mio padre?) Ah! i soldi del giornale tu prendi?

Nanni. — Senti, moccolino; tu sai se ti voglio bene...

Oreste. — Oh! per saperlo non lo so, ma lo vedo e lo sento! Dammi quei soldi.

Nanni. — Aspetta; finora non ho mai potuto fare una bella vincita, ma ora...

Oreste. — Se l'hai fatta, non hai bisogno di quei soldi. Dammeli che è tardi, e se non corro, oggi resto senza Opinioni! (forte) Voglio i miei soldi.

Nanni (turandogli la bocca). — Zitto che svegli la mamma!

Oreste. — Che importa a te della mamma!

Nanni (minacciandolo). — Vuoi chetarti, birbaccione?

Oreste. — Io un birbaccione? Forse perchè in questa casa senza di me non si mangia, e nemmeno te, sai, che non sei altro che il babbo; bella fatica!

Nanni. — Bada, veh!

Oreste. — Oh! io sono stufo di voi altri, cominciando da te! Ma lascia fare, vedrai dove si andrà a finire! La mamma all'ospedale, Renzina con quell'altre... e io... (coi polsi in croce, rompendo in uno scroscio di pianto) io in fondo a via Ghibellina!

Nanni. — Zitto, ti dico!... Vieni qui, via! Senti; hai appetito? Vuoi andarti a divertire?

Oreste (cessando subito di strillare). — Che si domandano queste cose?

Nanni. — Bene... (Dieci... no... sarebbero troppi...) prendi, va a comprarti da colazione... corri...

Oreste. — Quattro soldi per levarmi l'appetito e per divertirmi? Quanti ne ho da risparmiare?

Nanni. — Via, eccone un altro... (del papa...); ma spicciati, per mille ciabatte!

Oreste. — Non mi dai nulla per la sorella e per la mamma?

Nanni. — Ne darò anche a loro, ma vai...

Oreste. — Di sicuro?

Nanni. — Che ti ho già detto bugie io?

Oreste. — Tutti i venerdì.

Nanni. — Che c'entra il venerdì?

Oreste. — Il venerdì è la vigilia del sabato, sor nesci... Il venerdì: vedrai domani che vincita! che regali! Il sabato: tanto di muso, bolletta completa, e in fatto di regali... moccoli e scapaccioni a tutto spiano!

Nanni. — (Figlio d'un cane, com'è nato cogli occhi aperti!) Ebbene tu hai ragione; ma ora sono finiti i moccoli e gli scapaccioni!

Oreste. — Sì? Ma anche le mie ciabatte son finite!

Nanni (ridendo). — Tu sei figlio d'un ciabattino!

Oreste. — Ebbene io ti crederò quando me n'avrai dato un paio di buone... Fino allora crederò alle tue parole come ai giornali che vendo! (corre via dal fondo).

Nanni. — Bel rispetto! Ma che m'abbia i quattrini della quaderna, e poi anche tu t'ha a parlare in altro modo, monellaccio! A proposito, li potrò pigliare in giornata? Se il governo per un accidente non avesse quattrini sufficienti?