SCENA X.
ANDREA e LUIGI dal fondo. Detti.
Fior. — Venite, Andrea: ecco mio padre... (Che cos'ha Luigi?)
Andr. — Buon giorno, Nanni.
Nanni. — Buon giorno, Andrea (seguita a lavorare).
Fior. — Eccovi da sedere (siedono tutti meno Luigi e Fiorenza). Non state a guardare intorno, che questa non è come la vostra casa.
Andr. — A me basta che sia pulita... Nanni, io vorrei dirvi due parole senza testimoni.
Nanni. — Bobi è un mio vecchio amico; e non ho segreti per lui... E poi io ho bell'e capito: voi siete venuto a chiedere la mano della mia Fiorenza pel vostro Gigi.
Andr. — Proprio questo non lo potrei dire.
Fior. — (Come?)
Nanni. — Pretendereste forse che venissi in casa vostra ad offrirvela io?
Andr. — Neanche per sogno!
Nanni. — Oh! avrei voluto vedere anche questa!
Andr. — Ma pretendo di più.
Nanni. — Pretendete di più? Ohe! a che gioco giochiamo?
Fior. — Babbo, persuaditi che tutto quello che dirà il signor Andrea, sarà per nostro bene...
Nanni. — Sentiamo, sentiamo adunque il signor Andrea!
Andr. — È presto detto: Luigi ha un buon mestiere nelle mani, è figliuolo unico, non è peggio degli altri, e può quindi chiamarsi un discreto partito. Un momento: io vi dico subito che non conosco una ragazza migliore della vostra Fiorenza, che bada ai fatti suoi, lavora e non sta come le altre a fare ciance e pettegolezzi... Ed io sono arcicontento che Luigi se la sposi, col vostro consenso, s'intende alla prima. Ma Luigi, ai tempi che corrono, sarà gala che possa mantenere sè, la moglie e i figliuoli che verranno.
Nanni. — O chi vorreste avesse da mantenere di più? Il mio gatto?
Andr. — Voi, caro Nanni, ed è quello che per il vostro onore e per la loro pace non voglio.
Nanni. — E perchè m'avrebbe a mantenere?
Andr. — Perchè il primo giorno che la vostra moglie fosse malata e il figliuolo non vendesse i giornali e gli zolfini, voi non sapreste dove dare di capo per avere un tozzo di pane.
Nanni. — E chi v'ha dato ad intendere...?
Andr. — Nanni, io so tutto, e poichè vi voglio bene, esigo che la felicità di questi ragazzi dipenda da voi. Alle corte, questo matrimonio non si fa finchè non avete dato prova di aver messo giudizio.
Nanni. — Non sono i ragazzi che debbono metter giudizio, è il babbo! (a Bobi) Il mondo alla rovescia!
Fior. — Babbo...
Nanni. — Sta zitta tu... E, per esempio, che significa questo far giudizio?
Andr. — Sentite: noi abbiamo gli stessi anni, ed abbiamo cominciato a lavorare assieme... Un giorno voi avete giuocato con altri al lotto e vinto poche lire; ma da quel giorno maledetto vi siete messo in testa di potervi arricchire, e così ogni settimana avete portato al botteghino quanto io portavo invece alla Cassa di risparmio. Che cosa è successo in questi trent'anni? Che io vivendo meglio di voi ho messo assieme un gruzzolo di quattrinelli ed ho potuto avviare la mia industria, mentre voi... oh il mio povero Nanni!... Ma già di qui non si scappa; è morale aritmetica; due e due quattro, che nessuno al mondo può fare che siano tre o cinque: morale facile, chiara e lampante, la quale però non impedisce che se voi guadagnaste col lotto quanto ho guadagnato io col lavoro e col risparmio, le due sole lotterie in cui si vinca ogni settimana, sareste invidiato da mille e mille altri giuocatori... (si alza) imbecilli, che non sapete nemmeno che cosa sia il lotto!
Nanni. — Oh! sentite, che mi vogliate insegnare a lavorare, tiriamo via, ma il lotto poi! (si alzano tutti).
Bobi. — È un professore lui: sa la cabala a memoria!
Andr. — Ma che professore, che cabala! Su, per diana, giuocatori marci che giuocate tutte le settimane da venti a trent'anni, sapete quanti terni, quante quaderne ci sono in novanta numeri?
Nanni. — Che importa? fossero anche mille!
Andr. — Mille? Mille? Cento diciassette mila terni, due milioni e mezzo di quaderne!
Bobi. — (Senti il tappezziere come imbottisce!)
Fior. — Signor Andrea, abbiate pazienza se ci metto bocca io. Il mio povero babbo va compatito: non sapeva quello che sapete voi per resistere alla tentazione, e così la sua testa fu un pochino traviata...
Nanni. — Ma che cosa c'entra la Traviata adesso?
Fior. — È quello che stava per dire; ma il suo cuore è sempre buono ed affettuoso, e se voi che avete stima di me e volete bene anche a lui, dopo di avergli dato così buoni consigli, vorrete dargli anche una mano, io vi benedirò come il benefattore della mia famiglia.
Andr. — Ma sicuro che coi consigli voglio anche dare l'aiuto!... E l'aiuto che vi offro è lavoro... Io sto mettendo una piccola fabbrica di mobili in un paese sopra Pistoia, dove ho una casetta... Ebbene, voi verrete con me; ma nè lotto, nè amici vecchi!
Luigi. — Casa nuova, vita nuova!
Bobi. — Se mi lasci metter fuori a questo modo, ti ringrazio, Nanni.
Nanni. — Non parla di te, sai...
Andr. — Parlo proprio di lui che grande e grosso com'è...
Bobi. — Non fa nulla, non è vero? Se me lo aspettava! Ma, signor predicatore, che vi chiedo qualcosa io? Ho alle volte da sposarvi io?
Andr. — Non fate il buffone con me voi, che non avete mai saputo mettervi a un mestiere, trovarvi una posizione...
Bobi. — Un mestiere, signor mio, l'ho: ramerino bollente! una posizione non ho che da sdraiarmi, e l'ho bell'e trovata! (si sdraia nuovamente sulla panca).
Andr. — Voi mi fate schifo!
Bobi. — Sarà lei uno schifo!
Andr. — Nanni, date retta a me, piantate quel poltrone che non può darvi che dei cattivi consigli!
Fior. — Sì, sì... Vieni, babbo, per amor mio e della povera mamma!
Luigi. — Su, via, un po' di coraggio una volta, Nanni!
Nanni. — Sì, avete ragione, andiamo... Ma io ho giuocato... e vorrei sapere...
Andr. — Li saprete i numeri, non dubitate!
Nanni. — Zitti!