SCENA XIV.
PROSPERA dal fondo. Detti.
Val. — Le sue parole le vorrei scritte sulle pareti delle scuole, delle officine, delle caserme, come sui muri delle piazze!
Gius. — Tu sei un adulatore!
Prosp. — Scusi se interrompo, quel signore che è venuto stamattina, quello che cercava di suo nipote, vorrebbe dire una parola all'avvocato Barbariccia.
Petr. — Eccomi. (esce con Prospera dal fondo)
Gius. (a Tullio). — Riparo ad una dimenticanza grave: il signore, uno dei miei migliori amici, è il cavaliere Valori, un soldato valoroso ed un industriale modello...
Val. — Ora sei tu l'adulatore!
Tullio. — Lo zio ha ragione: mi ricordo quanto dissero di lei i giornali allora che fu ad un pelo di essere ucciso, dopo di essere derubato, senza contare il pericolo di bruciare colla sua officina! Che birbone, che fior di canaglia quel mascalzone che s'era preso fra i suoi lavoranti!
Val. — La ringrazio del suo interesse; ma a che questo processo, dal momento che l'imputato si è reso contumace?
Tullio. — Contumace? (O che bell'asino!)
Val. — Mi darà un grave disturbo, nient'altro. E se anche il reo sedesse sul banco degli accusati, non mi meraviglierei di essere fatto segno a qualche pubblica insolenza, visto lo abuso del diritto di difesa che si fa da qualche avvocato.