INSETTI NOCIVI ALLA VITE.

Ortotteri. — Locusta viridissima — Decticus albifrons — Calloptenus italicus — Ædipoda fasciata — Acridium peregrinum — Acheta italica — Varie specie di Ephippigera.

Neurotteri.

Rincoti. — Aphis vitis — Phylloxera vastatrix — Lecanium vitis.

Ditteri. — Drosophila uvarum.

Lepidotteri. — Cochylis ambiguella — Eucarphia vinetella — Eudemia botrana — Grays olbellus — Tinea albertinella — Aciptilia pentadactylus — Antispila rivillella — Albinia wochiana — Albinia casazzae — Pyralis vitis — Tortrix heparana — Bombyx neustria — Deilephila celerio.

Coleotteri. — Melolontha vulgaris — Anomala vitis — Oxythyrea stictica — Epicometis hirtella — Agrilus viridis — Synoxylon muricatum — Apoderus coryli — Rhynchites betuleti — Rhynchites baccus — Brachyrrhinus vitis — Eumolpus vitis — Haltica ampelophaga — Cryptocephalus vitis.

Imenotteri. — Vespa crabro — Vespa vulgaris — Polystes gallica

Questa tavola indica a colpo d'occhio quali siano quegli ordini da cui la vite ha più da temere. Io verrò passando in rassegna questi ordini dicendo brevemente di ciascuno, e fermandomi, naturalmente, più a lungo su quelli che porgono materiali maggiore al mio discorso.

Ortotteri. Quest'ordine, in cui sono note e comuni forme le cavallette e i grilli, non ha specie particolarmente nocevoli alla vite, sebbene molti ortotteri vivano sulla vite medesima: nei nostri vigneti, venuta la sera, fra i varî rumori della notte predomina, eccheggia per sterminate distese un continuo e non disaggradevole trillo, che si deve ad una specie di grilletto cui fu dato il nome di Acheta italica[[IV-3]] (Acanthus pellucens): immensamente diffusa è questa specie, ma non in un numero d'individui abbastanza grande per recare qualche rilevante danno alla vite su cui vive. Vivono pure sulle vite varie cavallette verdi, come quella dei prati, cui si da il nome di Ephippigera e talora certe specie migratrici. Il genere Acridium comprende le cavallette migratrici per eccellenza, quelle di cui già si occupavano i più antichi legislatori cinesi, e di cui la storia antica, il medio evo, i tempi nostri riferiscono le tremende devastazioni.

Nei piani sterminati dell'Asia e dell'Africa sgusciano le piccole cavallette dalle uova che la madre ha affondato nella terra a poca profondità; siccome è noto, in questi insetti le metamorfosi sono incompiute: le cavallette non hanno al nascere la forma di verme, ma hanno già la forma dei progenitori, da cui solo differiscono per non essere ancora provvedute di ali: saltellano sul suolo e ne divorano fino all'ultimo filo d'erba: quando son giunte a questo periodo e ove fossero per rimaner più a lungo nello stesso luogo non avrebbero più di che pascersi, generalmente sono loro spuntate le ali: dico generalmente perchè non va sempre così, e allora faticosamente imprendono un viaggio a piedi (dico a piedi per contrapposto all'andare a volo) in cerca d'altra verdura, e nel viaggio sovente muoiono di fame.

Quando le cose vanno regolarmente, e, consumate le provvigioni della terra dove son nate, possono levarsi a volo, le cavallette si spingono a grandi viaggi per l'aria in cerca di nuove terre: sovente questi loro viaggi sono in balìa delle correnti aeree che le portano dove non vorrebbero andare, e le precipitano talora nel mare, rigettandole poi le onde sulla spiaggia con grande infezione tutto all'intorno, tanto il loro numero è sterminato. Quando scendono sopra una terra verdeggiante, in breve la fanno brulla, non lasciando più traccia di sostanze vegetali alimentari per l'uomo. In Europa non sappiamo adoperare lo spediente cui ricorrono in Africa i neri: questi mangiano le cavallette. Io mi trovai una volta in Egitto ad uscir sollecitamente fuori di casa, per vedere quale fosse la inaspettata causa per cui in quel cielo sempre splendidissimo veniva ad un tratto ad offuscarsi il sole: erano nuvole viventi di cavallette; passavano a volo, molte cadevano, per cui dalla nuvola veniva giù come una gragnuola sul terreno: alcuni neri dei due sessi che si trovavano là dove seguiva quella scena per me tanto inaspettata si precipitavano sulle cavallette cadute, le masticavano esprimendo colla faccia il piacere che loro dava quel cibo, e quando incominciarono ad essere satolli, prendendone taluna in mano, me ne vennero ad ofrire invitandomi a mangiarne, ed assicurandomi essere quello ottimo cibo. Ebbi la debolezza di ricusare.

Del resto, le cavallette non prediligono le viti, ma bensì le erbe tenerelle dei prati, ed il frumento verde: intaccano le viti quando hanno distrutto già ogni altra vegetazione.

Neurotteri. I moderni naturalisti restringono in una cerchia più angusta che non si facesse prima l'ordine dei neurotteri, e allogano nell'ordine precedente degli ortotteri molti insetti che prima erano compresi in quest'ultimo. Comunque si voglia intendere l'ordine dei neurotteri, sia nel senso più largo precedente, o in quello più ristretto attuale, le specie in esso comprese non appaiono dannose alla vite, ma piuttosto utili per la distruzione che fanno d'altri insetti che possono riuscire dannosi. Ai neurotteri, nel senso ristretto moderno, spetta e vuol esser menzionato siccome il più noto il Formicaleone, che in istato di larva ricorre ad un tanto conosciuto quanto singolare spediente per procacciarsi il pasto.

Spettavano una volta ai neurotteri e ora son rilegate fra gli ortotteri le graziosissime libellule che volano lungo i margini dei ruscelli e ci ricordano le felici ore della fanciullezza, quando correvamo dietro al loro volo: i francesi danno a questo vago insetto il nome di demoiselle; gl'inglesi lo chiamano ladybird, i tedeschi wasserjungfrau: noi a somiglianza dei francesi nel nostro dialetto lo chiamiamo pure sgnoura, ma più comunemente ancora preivi, e non ne so invero il perchè. Le libellule nel primo stadio della loro vita vivono nell'acqua, poi volano a far preda di insettucci, moscerini ed altri, di cui taluni son dannosi alla vite, ma altri pure sono utili in modo indiretto, siccome dirò più tardi: cosicchè avviene per le libellule come per tanti altri viventi e cose e persone che fanno un po' di bene e un po' di male, ma qui nel caso nostro tanto l'uno quanto l'altro in piccolissimo grado.

Quell'ordine d'insetti che si chiamò fino ad oggi degli Emitteri, e che oggi ha mutato il nome in quello di Rincoti, era conosciuto dai viticoltori siccome comprendente qualche specie nociva alla vite, ma di una nocevolezza non tanto funesta quanto quella che arrecano altri ordini, e sovratutto quello dei Lepidotteri, che, in ordine a nocevolezza rispetto alla vite, teneva il primato. Oggi questo primato è stato tolto ai Lepidotteri dai Rincoti. La fillossera, la terribile fillossera, appartiene a quest'ordine: ma vi appartengono pure altre specie nocevoli, sebbene assai meno, e di queste dirò prima qualche parola.

Nella famiglia dei Coccidi, quella famiglia cui è ascritto il famoso insettuccio che fornisce la cocciniglia, qualche specie reca danno alla vite. Tale è fra noi il Lecanus vitis. Nei Coccidi è notevole il modo in cui, diremmo così, si sacrifica la madre allo sviluppo delle uova: rimangono le uova sotto al corpo della madre, questa sta loro sopra e le ricopre e muore e la spoglia dorsale del suo corpo, quella più salda e dura che più tardi si decompone, rimane come un coperchietto sulle uova sino al loro sviluppo: troviamo questi corpicciuoli a preferenza sulle viti male andate e malaticcie, onde non è grave il loro danno.

All'ordine dei Rincoti spettano gli Afidi, insettucci molto comuni e diffusi, che vivono nelle foglie e sui rami di varie sorta di piante, e per molti rispetti sono curiosi e degni di studio. I nostri giardinieri chiamano pidocchi delle rose, e nella nostra lingua si chiamano Gorgoglioni, certi insetti che si trovano sovente in gran numero non solo sulle foglie e sui rami delle rose nei giardini, ma anche su quelle rose ed altre sorta di piante che si tengono in città, nei vasi da fiori, in estate sulle finestre, in inverno nelle stanze. Questi Gorgoglioni delle rose sono verdi come le foglie su cui stanno, si mostrano consuetamente senz'ali, e hanno sulla parte superiore e posteriore del corpo una piccola sporgenza dalla quale sgocciola un umore dolcigno, cui, come da un capezzolo, vanno a suggere le formiche. A mezzo dello scorso secolo il Réaumur, di cui il nome diventò popolare col suo termometro, fece intorno a questi insetti curiosissime osservazioni che dapprima furono accolte con grande diffidenza, ma poi, verificate, si mostrarono esattissime. In sul finire dell'estate i gorgoglioni delle rose appaiono distinti nei due sessi, i maschi con ali, le femmine senza. Le femmine depongono uova che rimangono senza svilupparsi tutto l'inverno: da queste uova sgusciano in primavera tante femmine sprovvedute d'ali che, senza nissuna opera di maschi, generano, non uova, ma subito altrettante femmine, le quali alla loro volta ne producono altre, e così successivamente finchè in autunno insieme colle femmine appaiono i maschi alati, e le femmine allora prima di morire depongono uova destinate a svernare e a dar origine a femmine nella seguente primavera. Questo fatto di una serie di generazioni di femmine da femmine senza opera di maschi destò allora somma maraviglia: ma poi fu scorto in molti altri casi, e s'ebbe il nome di Partenogenesi.

Nella famiglia degli Afidi una specie è riconosciuta dannosa alla vite, e si ebbe il nome di Aphis vitis: il danno che fa non è grande tuttavia, ed appare minimo quando lo si paragona a quello spaventoso che fa una specie sua affine, oggi proclamata l'insetto più terribilmente dannoso alla vite, la fillossera, che riempie del suo nome l'Europa, e preoccupa i governi e promuove congressi e fa andare in giro gli agronomi e i naturalisti e fa diluviare libri e fascicoli, descrizioni e disegni e articoli di giornali. Questo parlare senza fine che si fa oggi appunto della fillossera mi dispensa dallo spendere qui intorno ad essa molte parole, e mi concede di raccogliere in breve le cose principali che le si riferiscono. — Si dice che la fillossera sia originaria del continente americano e la cosa è molto probabile, ma non assolutamente certa: certo è che fu fino al tempo nostro ignota agli entomologi del continente antico. Il genere Phylloxera fu istituito nel 1834 da un naturalista francese di Aix, il signor Boyer de Fonscolombe: allora questo genere non aveva importanza nè nella pratica agricola nè altrimenti: il mondo non ci badò; quei pochi che ne ebbero contezza forse pensarono alla soddisfazione del naturalista che aveva dato questo battesimo.

In America la fillossera di cui parliamo incominciò ad essere conosciuta nel 1856, e il signor Asa Fitsch la descrisse e la nomò Pemphigus vitifoliae.

Pare che sia stata scoperta in Inghilterra pure la fillossera, e ciò nel 1863; ma siccome in quella contrada la vite non prospera all'aperto, e la si coltiva solamente nelle serre, in tal condizione appunto si trovò la fillossera ad Hammerswith, e il Westwood la descrisse e la denominò Peritymbia visitana.

Radice di vite sana. Le radichette sono tutte senza rigonfiamenti. d radichette morte ed abbrunite.

Il professore Planchon riconobbe nell'insetto il genere Phylloxera, già prima costituito, siccome abbiamo detto, e gli diede il nome specifico di vastatrix, descrivendola diligentemente; aveva già allora conquistato una certa importanza, non era più quistione solo di un fatto entomologico, ma bensì di un fatto in rapporto colla prosperità nazionale. Allora s'incominciò uno studio accuratissimo di tutti gli atti della vita di questo insetto che minacciava e compiva devastazioni e sterminio nei vigneti preziosissimi del contorno di Bordeaux, e fu scoperto che la vita della fillossera è per varî rispetti molto singolare, e varie le forme che assume la specie. Non si può dire con questo, e a malgrado degli studî diligentissimi fatti da valenti naturalisti intorno alla fillossera, che ogni dubbiezza sia dileguata e tutto proceda appunto come dai più si asserisce: qualche incertezza v'è ancora. Secondo quello che venne osservato e si osserva da entomologi competentissimi, la vita varia della fillossera si può in breve riassumere nel modo seguente: parecchie sono le forme nella specie, non due sole come avviene consuetamente (questa cosa, del resto, si riscontra anche in altri insetti, come le api e le formiche, ed altri). Si possono distinguere le forme della fillossera in una forma alata e parecchie forme senz'ali: si può anche dividere la vita di questa specie secondochè si passa sotto terra o all'aria aperta. La forma alata è la più perfetta, ed appunto perchè ha le ali può recarsi lontano sia col sussidio delle ali verso una meta determinata, sia passivamente trasportata dal vento, percorrendo allora talvolta grandissime distanze; ciò dimostra come non possano dare sicurezza tutti i mezzi d'isolamento da paese a paese, la proibizione dei trasporti e della introduzione in un luogo immune da un luogo infetto dei tralci e dei vitigni: questa proibizione, sia detto ciò di passata, non è efficace più di quello che non siano le altre barriere doganali; ma quando anche assolutamente fosse, mentre si tien lontano il nemico senz'ali rigorosamente alla frontiera, può avvenire che la forma alata porti con sè i germi delle future generazioni, e perciò, e per le attitudini al migrare, questi individui alati furono detti colonizzatori. L'individuo alato colonizzatore fa due bozzoletti, ciascuno dei quali contiene un individuo, e i due individui di sesso differente: questo è il solo punto della carriera vitale della fillossera in cui si vedano i maschi: tutte le generazioni seguenti sono di femmine e si riproducono partenogeneticamente. Questa femmina, che è nata a paro col maschio, e che è al pari di esso sprovveduta d'ali, ma più grossa di corpo, fa un uovo, un solo uovo, cui si da il nome d'uovo d'inverno, destinato veramente a svernare attaccato ai nudi tralci: da quest'uovo in primavera si sviluppano altre forme senz'ali, le quali si producono per uova senza opera di maschi, e talora, ma da quanto pare non sempre, le uova di questa generazione si trovano entro a galle sulle foglie della vite: le forme derivanti da queste uova scendono e s'affondano nel terreno, e quivi depongono altre uova che s'attaccano alle radici e da cui nascono individui che succiano gli umori delle radici e spengono la vita della pianta. Le ultime generazioni di queste forme sotterranee hanno un principio di metamorfosi incompiuta, la quale consiste nello spuntare di un rudimento d'ali: a questo punto sono a fior di terra, e finiscono per uscirne; alla luce del sole le ali si sviluppano, e la forma alata, la forma riproduttrice, la forma più perfetta piglia il volo per andar lungi a fondare colonie novelle.

Radice di vite colpita dalla fillossera.

s Radichette sane; s' radichette sane nate sopra rigonfiamenti; r rigonfiamenti prodotti dalla fillossera; r' rigonfiamenti prodotti dalla fillossera sviluppatisi sopra altri rigonfiamenti; r″ rigonfiamenti appassiti, divenuti neri e già in istato di decomposizione.

Fillossera alata.

o occhi composti formati da moltissimi cristallini; o′ occhi sferici formati da tre cristallini; corrispondente agli occhi delle fillossere attere; o″ occhi semplici laterali; o‴ occhio semplice frontale; a prime ali o ali superiori; a′ seconde ali o inferiori.

Madre attera partenogenica delle radici, vista per di sotto.

g guaina del succiatoio; s succiatoio.

Larva di fillossera subito dopo la prima muta.

a antenne; b, c, d zampe; o′ occhi formati da tre macchie di pigmento rosso.

Fillossera femmina senza succiatoio, vista per di sotto. Per trasparenza vedesi l'uovo d'inverno entro il suo turgido addome. b bocca rudimentale senza succiatoio; u uovo; visto per trasparenza.

Fillossera maschio, senza succiatoio, visto per di sotto; b bocca rudimentale senza succiatoio.

Come si vede da tutto questo complicato circolo di vita, i danni della fillossera sono principalmente nella sua vita sotterranea. Il nostro Cossa, autore di una pubblicazione fatta nel 1875 intorno a questo insetto devastatore, e nella lezione sul vino che fece qui ora è poco tempo, fa questa domanda: se per avventura non avvenga che i danni della fillossera siano in rapporto con uno stato malaticcio della vite, frutto della lunga opera ignorante od avara del coltivatore. Questo dubbio è avvalorato da molti e gravi argomenti.

I fatti che abbiamo esposto dimostrano senz'altre parole la difficoltà per l'uomo di distruggere questo insetto o ridurne il numero in più discrete proporzioni, perchè poco assai può fare l'uomo contro un nemico così piccolo e nocente sotterra. I rimedî proposti son molti, e questo è cattivo segno, perchè quando c'è un rimedio buono tutti si appigliano a quello. Si parlò di allagamento, impossibile fra noi, dove son quasi tutte le viti in collina, si parlò di sradicare interamente i vigneti, rimedio radicale, ma di cui non è d'uopo dire gli effetti una volta che fosse spinto alle sue ultime conseguenze. Venne consigliato il solfuro di carbonio, la coltivazione di certe piante tra i filari, aglio, canapa, euforbia, stramonio ed altre, ed il loro sovesciamento; si parlò ancora di far assorbire sostanze tossiche dalle viti, sublimato corrosivo, preparati arsenicali, per avvelenar la fillossera; non parlo di altri rimedî fantastici e numerosi di gente che per lo più non ha mai bazzicato colle viti.

Vi fu anche chi lanciò quest'atroce calunnia, che taluni naturalisti trasportassero dall'una all'altra contrada la fillossera, per aver poi la gloria di scoprirla in quella nella quale l'avevano trasportata. Calunnia che si smentisce, senza cercar altro, pel solo fatto che quando la fillossera si scopre in un paese, ciò avviene dopo molti anni da che vi ha posto dimora; e un uomo tanto smanioso di nome da commettere un simile delitto non ha pazienza di aspettar degli anni.

La vita in grande parte sotterranea della fillossera, ciò giova ripetere, fa sì che quando se ne riconosce la presenza in una data regione essa già vi è venuta da molti anni e vi si è grandemente propagata; mentre in una località della contrada invasa abbonda tanto che riesce agevole lo scorgerla, non può a meno di trovarsi ancora in piccolo numero, così piccolo da sfuggire all'attenzione dell'uomo, in altre località più o meno discoste. Supponiamo che la fillossera venisse ad invadere i bei colli pampinosi del contorno d'Asti, e che vi si propagasse in tal modo da riuscire al tutto palese; supponiamo che si fosse trovato un rimedio veramente efficace, ciò che per sventura oggi non è affatto, e che con esso si venisse a distruggere l'insetto in quel luogo; tutto porta a credere che quando era numerosa la fillossera nell'astigiano, qualche individuo non avrebbe potuto a meno di venire, sollevato sulle ali e trasportato dai venti, sulla collina di Torino, per incominciare a propagarsi, e dopo parecchi anni rivelare la sua presenza devastatrice; l'uomo allora si darebbe attorno per distruggerla sulla collina di Torino; ma essa avrebbe incominciato ad allignare nel Canavese.

La nazione più danneggiata dalla fillossera è la Francia, tanto dalla parte del nord quanto nella parte meridionale; si poteva aspettare, ed era ragionevole temere, che ove fosse venuta in Italia avrebbe dovuto entrare, portata dal vento, per la via della Liguria, lungo il littorale per cui confinano i due paesi; invece apparve l'anno scorso a Valmadrera, in Lombardia, venuta probabilmente dalla Svizzera, ma da parecchi anni.

L'uomo dunque, che non ha rimedio contro la fillossera, quand'anche l'avesse non potrebbe adoprarlo che sopra un dato spazio, mentre già in altri luoghi vicini l'insetto incomincierebbe a propagarsi per apparire numeroso più tardi.

Non solo in Francia ed in Svizzera si trova oggidì la fillossera, ma anche in Ispagna ed in varie parti dell'Europa centrale ed orientale e al di là del limite entro il quale la vite cresce e fruttifica in piena terra si trova nelle serre.

I governi di tutta Europa fanno congressi internazionali, ed in ogni nazione i naturalisti sono invitati a studiare la quistione; in questi giorni sono radunati a Roma in commissione naturalisti ed agronomi a cercare i rimedî. Io parlava un giorno ad un naturalista zelante della inutilità dei rimedî tentati, ed egli mi rispose: — Bisogna fare qualche cosa, ad ogni costo far qualche cosa: meglio sradicare i vigneti che non far nulla. —

La fillossera ha parecchi nemici naturali: ne distruggono le libellule, alcuni coleotteri, come le coccinelle, gli uccelletti; più infesti alla fillossera sono gli acari, e fra questi uno è riconosciuto suo grande distruggitore, diligentemente studiato e descritto, e denominato Tyrogliphus phylloxerae; ma, come sempre, il distruggitore cresce e si moltiplica in ragione dell'ospite cui divora, e sempre questo è più numeroso.

La complicatezza della carriera vitale della fillossera, ciò ripetiamo ancora una volta, la sua vita in gran parte sotterranea, la grande prolificità, proteggono la moltiplicazione della fillossera, ed un solo individuo alato sfuggito ai suoi nemici può andare in lontane contrade a spargere a migliaia di milioni innumerevoli le schiere infeste devastatrici.

Lo aver solo un paio d'ali valse a far denominare Ditteri certi noti insetti; il nome che hanno fu loro dato da Aristotile oltre a due mila anni or sono. Le mosche e le zanzare sono i più noti rappresentanti di quest'ordine d'insetti. Il nostro Rondani, naturalista molto meritevole, più meritevole assai che non conosciuto ed apprezzato, morto recentemente, il quale si consacrò con speciale amore e dedicò gran parte della sua vita allo studio dei ditteri, parlò maestrevolmente dei danni che arreca il moscerino dell'uva, di cui descrisse i costumi, e che denominò Drosophila uvarum. Questo moscerino, il quale si trova in quantità grandissime nelle cantine, quando segue la fermentazione del vino depone le uova negli acini già intaccati da altri insetti e con un principio di fermentazione; nei vigneti piantati in luoghi umidi, in fondo alle vallate, questo insetto è più abbondante e reca maggior danno col far marcire gli acini; nei vigneti ben soleggiati, sui colli aprici è in minor numero e arreca minor danno, perchè gli acini tendono meno al marcire e piuttosto allo appassire. In ogni caso non è mai molto nocevole questo moscerino che non riesce da sè a forare gli acini ed ha bisogno che altri gli apra la strada. Molti ditteri sono utili alla vite facendo morire bruchi di farfalle o larve di coleotteri nocevoli, e in singolarissimo modo, come più estesamente fanno certi imenotteri, per la qual cosa mi riservo a parlare di ciò quando sarò a dire di questi ultimi insetti.

Lepidotteri. Con questo nome vengono chiamati scientificamente quei leggiadri insetti che son noti a tutti col nome di farfalle, e che sfoggiano nello stato adulto aleggiando per l'aria le maraviglie dei loro variopinti colori: in questi insetti le metamorfosi sono veramente compiute: sguscia dall'uovo una forma che il volgo chiama addirittura verme, e che di verme ha veramente sembianza: questo ad un certo periodo della vita s'isola dal mondo esterno incrisalidandosi, ed esce finalmente pel suo ultimo stadio più elevato e perfetto. La vita della farfalla in quest'ultimo stadio è tutto una vita di volo e di allegrezza, e l'opera della riproduzione la occupa tutta: è breve e lieta. La vita in istato di bruco è tutta una vita di nutrizione; la vita in istato di crisalide è tutta rivolta all'opera della trasformazione. La vita di bruco è tutta una vita di nutrizione: l'animaletto non fa altro che pascersi: tutta la sua organizzazione non è, si può dire, fatta d'altro che di organi digerenti: i sensi lavorano pochissimo, è al tutto scarsa la locomozione, tutte le forze dell'essere sono volte a mangiare, e giorno e notte non fa altro accumulando una immensa copia di grasso sotto alla pelle lucida e tesa, che di tratto in tratto si screpola e vuol essere mutata. Quando milioni e milioni di questi bruchi sono sopra alla vite, s'intende come ogni verde ne deva scomparire: le gemme, i fiori, le foglie, i grappoli, tutto divorano questi terribili bruchi delle farfalle, numerosi d'individui come di specie. Alcuni anni or sono i Lepidotteri in istato di bruco venivan proclamati i più terribili nemici della vite fra tutti gl'insetti: oggi non è più così, perchè la fillossera, più formidabile, è venuta a dare all'ordine dei Rincoti tale funesta prerogativa. Ma i danni recati dai bruchi delle farfalle non sono per questo scemati. Si conoscono una buona ventina di specie veramente dannosissime, ed un numero maggiore d'altre che recano un minor danno, ma pur grave, e che da un giorno all'altro, date le circostanze, possono diventare dannosissime pur esse. Ne menzionerò qui specialmente qualcuna.

Nota comunemente è la Piralide della vite, Pyralis vitis dei naturalisti, chiamata anche più modernamente Tortrix pilleriana. Non solo oggi è conosciuta comunemente questa specie, ma anche in passato, e fino da tempo antichissimo fu fatto menzione di certe annate, nelle quali apparve in numero sterminatissimo e fu causa di sommi danni. Frequentemente i bruchi della Piralide devastarono i vigneti nel medio evo. In Francia, ad Argenteuil, nel 1562, questi bruchi, che negli scritti del tempo son chiamati.... Lysetes, Becardos, ma più comunemente Diablotinos, desolarono talmente il paese che l'Arcivescovo di Parigi si credette in dovere di scomunicarli.

La scomunica era il mezzo più adoperato allora contro i bruchi e gli animali nocivi in generale. In Torino fino alla fine del secolo scorso fu quest'uso: il Municipio comprava ogni anno da Roma una maledittione che pagava il più possibile per averla più forte: pel prezzo trattava all'amichevole il diplomatico del nostro Principe presso la Corte di Roma. Venuta la maledittione, l'arcivescovo in pompa magna, circondato dallo stato maggiore de' suoi canonici, cui faceva ala un esercitino di chierichetti, il Sindaco e i signori di città vestiti alla spagnuola, insomma tutte le autorità ecclesiastiche, militari, civili, municipali, si raccoglievano in Piazza Castello presso il portone del Palazzo Madama in faccia a Doragrossa: l'Arcivescovo saliva sopra un palco coperto di velluto, posto appunto dove ora è il piedestallo dell'alfiere di marmo donato dai Milanesi all'esercito sardo, e si veniva così a trovare in vista al disopra delle teste degli altri com'è ora la statua dell'alfiere; allora con voce tonante scagliava la maledittione e i chierichetti proseguivano colle giovanili loro voci un canto in coro.

La scomunica era il mezzo principale adoperato contro i bruchi, ma non era il solo: c'erano anche i processi davanti ai tribunali susseguiti dalle condanne, ma dopo che erano state fatte da valenti avvocati le accuse e le difese. A Vercelli ci fu una grande discussione se certi bruchi dovessero essere giudicati dai tribunali civili oppure dagli ecclesiastici, perchè avevano saziato il loro appetito sulle terre di una parrocchia.

I danni della Piralide della vite furono in Italia frequenti e gravi in parecchi luoghi; ora questa specie non fa più parlare di sè, dappertutto si è fatta piuttosto rara e da qualche località pare al tutto scomparsa. Ben inteso, ciò non ci assicura per l'avvenire.

I nemici della Piralide della vite sono numerosi e ne minacciano la vita sovratutto in istato di bruco: sono principalmente piccoli imenotteri delle famiglie degli icneumonidi e dei calcididi[[IV-4]], e anche piccoli ditteri, che operano a suo danno, come a danno di tanti altri bruchi, in un modo che, per quanto l'abbiamo quotidianamente sott'occhio, non tralascia dall'essere sorprendente, e di cui mi riservo a dire fra breve parlando specialmente degl'imenotteri. Forse anche qualche acaro divora i bruchi della Piralide: questi bruchi sgusciano in sul finire d'agosto dalle uova deposte dalle femmine sui giovani pampini più elevati della vite.

Nei primordi del loro sviluppo i brucolini della Piralide non riescono guari dannosi, perchè allora l'uva è giunta a un dipresso a maturazione: al sopravvenire dei primi freddi, i brucolini si appiattano sotto la scorza dei tralci e fra i fessi dei pali che sostengono le viti, e al sopravvenire della primavera, più o meno presto secondo i paesi e le annate, escono affamati, e allora incomincia il danno: il bruco lega con una finissima seta di sua secrezione gl'invogli della gemma, s'addentra in questa, poi incomincia a rodere intorno e così tutto distrugge e toglie lo svilupparsi dei tralci: presso al compimento di questa opera di distruzione si trasforma in crisalide e nel luglio diventa farfalla e subito dà opera alla riproduzione: la femmina depone sui giovani pampini le uova della seguente generazione.

Dannosissima pure alla vite, e oggi più della precedente, è un'altra farfalla, la Procride, Procris ampelophaga, che talora distrugge oltre alla metà delle uve; ciò avvenne più d'una volta sui colli del Piemonte ed altrove in Italia. Qui segue diversamente dalla Piralide. La femmina della Procride depone le uova in estate sotto la scorza delle viti e fra i fessi dei pali, e queste uova svernano e non si schiudono che nella seguente primavera: i brucolini nascono in marzo e subito van sulle gemme, le forano, vi si addentrano, le rodono. Basta uno di questi brucolini ad impedire lo sviluppo di una gemma. Dopo la prima muta della pelle, esce dalla gemma il bruco e va sui nuovi pampini e sui nuovi germogli sviluppati dalle gemme rimaste immuni e li divora, doppiamente dannoso; poi si trasforma e, fatto farfalla, depone le uova. Questa specie ha, come la precedente, parecchi parassiti che vivono alle sue spese.

Minutissima farfallina, lunga appena due millimetri, è la Antispila rivillella[[IV-5]] che in istato di bruco vive entro a certe gallerie che si scava nel parenchima delle foglie, di queste pascendosi: queste gallerie si scorgono dal difuori per certe macchie bianche e gialle che si vedono sulle foglie; quando il bruco è giunto al suo pieno sviluppo, colla epidermide della foglia si fa un astuccio e si trasforma. Questa specie venne scoperta primieramente nell'Isola di Malta dal signor Godeken de Riville, e passò un lunghissimo tratto di tempo dopo che ne fu fatta la scoperta, tantochè questa fu messa in dubbio: il Rondani la ritrovò al tempo nostro nel contorno di Parma; non ha fino ad oggi recati danni gravi, non essendosi mai straordinariamente moltiplicata. Si conoscono ad essa tre specie di piccoli imenotteri parassiti[[IV-6]].

Dal Direttore della Stazione chimico agraria sperimentale di Roma, il signor Briosi[[IV-7]], venne scoperta una specie di farfalla che recò danni notevoli ai vigneti della Sicilia, e che egli denominò Albinia wochiana; è somigliante alla Piralide ed alla Procride sia nei colori, sia nelle dimensioni; intacca principalmente i grappoli; per la qual cosa, quando in sul finire dell'estate o in sul principiare dell'autunno si entra in un vigneto preso da tale malattia, i tralci delle viti si mostrano perfettamente sani, ma l'uva è, per la maggior parte, in uno stato di vera disorganizzazione: i grappoli portano in varie proporzioni acini sani ed intatti ed altri putridi e passoli; la buccia di questi ultimi è più o meno rammollita e livida, ed il granello non contiene che poca polpa raggrinzata che sa di muffa ed è di un dolce scipito al palato: causa di ciò si è il bruco della farfalletta sopra menzionata (Briosi). I costumi di questa specie non sono ancora ben noti. Altre specie affini a queste, e sovratutto alle due prime menzionate, vivono sulla vite, ora innocue pel non troppo grande numero, ora qua o colà dannose quando vengono a svilupparsi maggiormente.

L'ordine dei Coleotteri, che dopo quello dei Lepidotteri è il più conosciuto, e che comprende quelle specie d'insetti che ci stanno più consuetamente d'intorno e talora pure si attirano il nostro sguardo per la bellezza dei colori delle loro elitre, ed attraggono la nostra attenzione pei fatti varî della loro vita, reca pure danno ai vigneti, e son parecchie le specie dannose.

Notissimo ai nostri contadini è il Rhinchytes betuleti, che in dialetto piemontese chiamano taglietto o tajet, e nella lingua Sigarajo o Tortiglione, ed anche Punteruolo. Quest'ultimo nome esprime un carattere assai vistoso che distingue la famiglia di Coleotteri cui spetta questo, detta dei Rinchiti, ed è che il loro apparato boccale si allunga e si fa acuto a mo' di becco. Il nome di sigaraio gli viene da ciò che, siccome ora dirò meglio, egli avvoltola le foglie della vite, facendo loro prendere una forma somigliante a quella di sigaro. È quest'insetto dannosissimo alla vite: in sul principio di maggio comincia per questi insetti l'opera della riproduzione: i maschi e le femmine vanno insieme sul picciuolo della foglia e lo rodono per modo che la foglia cade giù penzoloni: allora la femmina incomincia a deporre qualche uovo alla base della foglia e poi prende ad accartocciarla, poi depone altre uova e l'accartoccia ancora, e così via la riduce alla forma di sigaro che gli fece dare i nomi sopradetti. I romani antichi la chiamavano Involvulus, e Plauto a questo insetto che si avvoltola nella foglia paragonava una persona imbrogliata nel suo parlare e che s'andava avvoltolando nel discorso:

Involvulorum quæ in pampini folio implicat se

Itidem haec exorditur sibi intortam orationem.

La foglia avvoltolata perde a poco a poco il suo verde ed ingiallisce per mancanza di umori, tagliate quasi al tutto le comunicazioni col ramo.

Dopo una diecina di giorni, poco più poco meno, sgusciano dalle uova le larve che rodono le foglie, e a un dipresso in un mese hanno il loro pieno sviluppo: passano allora allo stato di ninfa, e al principio di luglio son diventati insetti perfetti. Non raramente i Rinchiti, specialmente quando sono in grande numero, fanno cadere anche i grappoli col rodere loro in massima parte il picciuolo.

Il riparo migliore contro questi insetti sta nel raccogliere i pampini avvoltolati e bruciarli: dico bruciarli, non affidarli al terreno, ove le larve troverebbero e trovano naturalmente scampo.

Probabilmente altre specie di rinchiti molto affini a questi: R. bacchus, R. populi, ecc., che consuetamente devastano altre piante, danneggiano pure qua e colà la vite, per cui non sono d'accordo i naturalisti intorno alla identità della specie.

È pure un Rincoforo, il Brachyrrhinus (Otiorhyncus) che rode le gemme, i teneri germogli di parecchi alberi ed anche quelli della vite: secondo il Genè questo insetto nel 1808 danneggiò grandemente i vigneti dell'Italia superiore: oggi non si vede più tanto numeroso.

Vuole pure qui essere menzionato lo Apoderus coryli, che spetta alla stessa famiglia, intacca molte piante ed anche le viti, ed ha costumi affini a quelli dei rinchiti.

Venne dato il nome di Anobiidi ad una famiglia d'insetti che intacca il legno, tanto degli alberi vivi, quanto anche il legno secco e già foggiato dall'uomo per suo proprio uso in mobili di varie sorta. Gl'insetti di questa famiglia sono molto somiglianti a quelli della famiglia degli Ptinidi di cui tutti conoscono i Ptini, che entro al legno degli armadî e dei cassetti nelle case vanno scavandosi le loro piccole gallerie e producono quel piccolo rumore secco e continuato che nel silenzio della notte entro alla stanza di un malato spaventa chi veglia e si ebbe il funereo nome di Oriuolo della morte. Agli Anobiidi e precisamente alla sottofamiglia degli Apatini appartiene il Synoxylon muricatum, che ha una forma singolare: capo piccolissimo e quasi nascosto nel protorace, e troncato il corpo dalla parte posteriore. Questo coleottero in istato di larva vive nei tralci, entro ai quali in varia direzione si scava gallerie pascendosi delle materie degli strati legnosi che viene disaggregando: a mano a mano che si spinge avanti la parte scavata si riempie dei suoi escrementi e della polvere rosa del legno; passa dopo un periodo variabile di tempo in istato di ninfa nella stessa sua galleria, poi verso la fine del luglio compie la sua ultima trasformazione, trafora il legno ed esce. S'intende come il danno che reca sia grave con questo suo traforare il legno, e gravissimo quando si moltiplica straordinariamente; convien dire tuttavia che, come quasi tutti gl'insetti suoi affini che intaccano il legno, predilige i tralci malaticci o in via di deperimento. È uno degl'insetti più malagevoli da distruggersi, vivendo esso inosservato entro al legno[[IV-8]].

La famiglia dei Crisomelini comprende insettucci che danno nell'occhio pel vivo colore dei riflessi metallici delle loro elitre; vivono varî generi di questa famiglia su varie piante: sugli alni, sui cavoli, e vengono chiamati dai nostri ortolani, pel loro saltellare, pulci dei cavoli. Ad una specie di questa famiglia, lo Eumolpus vitis, venne dato il nome di Scrivano, perchè intacca il parenchima delle foglie per modo da produrvi sopra qualche cosa che rammenta una scrittura, come fu dato il nome di tipografi ad altri insetti pure del gruppo dei Coleotteri, ma non più Crisomelini, i quali intaccano analogamente il legno. Lo scrivano distrugge la sostanza delle foglie, e talora intacca anche i grappoli, riuscendo così doppiamente nocevole; nello stesso modo opera l'Altica ampelophaga, il Cryptocephalus vitis ed altre specie affini; sebbene si trovino nei vigneti, prediligono i fiori d'altre piante, e fino ad oggi non hanno recato alle viti che poco danno.

Venne dato il nome di Lamellicorni a certi Coleotteri, i quali han tutti questo carattere comune che le loro antenne terminano con tante lamelle, le une accosto alle altre, come i fogli di un libro; alcuni di questi coleotteri sono abbastanza grossi, come i maggiolini, altri, oltrechè grossi, anche singolari, come il cervo volante. Taluni di questi coleotteri lamellicorni vivono sulle viti, e sono più o meno dannosi: la Oxythyrea stictica e la Epicometis hirtella abbondano nei giardini sulle rose e in campagna sulle margherite, sui terrasaci, nei ranuncoli e somiglianti fiori: finora non si son trovati che raramente sulle viti, ma se un giorno le venissero a prediligere, riuscirebbero dannosissimi. È oggi talora dannosissima la Anomala vitis segnatamente in Piemonte: nel 1870 la anomala della vite devastò i vigneti dell'Astigiano. È questo tuttavia uno degli insetti che meno difficilmente l'uomo può distruggere: è grosso, sta sulle foglie, nelle ore mattutine è intormentito e facile da far cadere e raccogliere: i proprietarî che domandano i rimedî alla scienza potrebbero mettere questo in opera, semplicissimo ed elementare. La riproduzione dell'anomala segue come quella del maggiolino.

Due specie affinissime e viventi promiscuamente rappresentano fra noi il Maggiolino, il Givo dei piemontesi, Carruga dei lombardi, Melolontha vulgaris dei naturalisti la specie più grossa e più comune, e Melolontha hippocastani all'altra somigliantissima. Non sono i maggiolini nemici speciali della vite, ma di essa con altre piante, pioppi e salici; anzi preferiscono assai questi, ed aggrediscono la vite solo quando, essendo in numero straordinario, sugli alberi loro prediletti non c'è più pasto per tutti. Son dannosi agli alberi nel primo e nell'ultimo periodo della loro vita. In istato di larva vivono due o tre anni sotto terra e intaccano le radici delle piante; in istato perfetto son pur voracissimi e divorano le gemme e sovratutto le foglie. In certe annate si moltiplicano così straordinariamente che tutto il verde scompare dagli alberi: la loro moltiplicazione fu talora così grande da fermare i carri e le vetture sulle pubbliche strade, togliendo la vista agli uomini ed ai cavalli, e facendo diventare per qualche tratto di tempo un ostacolo insuperabile la vivente parete costituita dai loro innumerevoli stormi.

I coleotteri hanno alla loro volta parecchi nemici: se ne pascono i piccoli mammiferi insettivori, toporagni, ricci; se ne pascono e ne fanno grande distruzione gli uccelli, i rettili e sovratutto gli anfibî. Qualche imenottero predatore s'impadronisce di alcuni coleotteri, li ferisce in modo da non ucciderli, ma paralizzarli per modo che non possan più muovere nè zampe nè ali, e li pone presso le uova affinchè possano trovare cibo vivo le larve allo sgusciare; parecchi acari vivono parassiti fuori, e talora si vedono gremiti alle giunture del torace o dell'addome; i ditteri e gli imenotteri vivono entro di loro in istato di larva, come dirò fra breve, e passa nel corpo dei giovani coleotteri parassiticamente il primo stadio di vita il gordio, verme che poi vive libero nelle acquicelle ferme o di lento corso, e che, dallo attorcigliarsi di ogni individuo e di molti individui insieme aggrovigliati, si ebbe appunto, dal nodo Gordiano, il nome di gordio, come fu dato pure a tutto il viluppo il nome collettivo di capelli di Venere.

I naturalisti moderni collocano a capo della classe degli insetti, considerandoli come superiori a tutti gli altri, gli Imenotteri, mentre prima vi si collocavano i coleotteri: prima si teneva maggior conto della mole e della forza, oggi della intelligenza, perchè in verità non si può chiamare con altro nome il complesso degli atti che costituiscono la vita di questi mirabili insetti. Due estremi nel loro modo di vivere ci presentano da una parte le farfalle e dall'altra gli imenotteri: nelle prime spensieratezza, trastullo, volo alla ventura, amoreggiamenti, senza ombra di cura dei nati: nei secondi lavoro, fatiche, sagrifizî, predominio dell'azione collettiva sull'azione individuale, associazioni in cui tutti gli individui, più che non pel proprio, lavorano pel bene comune: una schiera d'individui che sagrifica tutto, e sovratutto, massimo dei sagrifizî, l'amore, per la cura della prole, e il buon essere delle generazioni future. — Non si può dire che gli imenotteri rechino qualche danno alle uve, ma si può pure affermare, con assoluta certezza, che recano sommo vantaggio colla distruzione che fanno dei principali nemici della vite. I calabroni ronzano intorno all'uva e abboccano gli acini maturi, sovratutto quelli che hanno più tenera e più facilmente intaccabile la buccia; così fa pure la vespa, così la cartonaia, ed anche l'ape: ma chi vorrebbe rimproverare all'ape il suo bottino mentre ci dà il miele? I servizî che rendono gl'imenotteri alla vite sono immensi, se è un servizio il far scemare il numero di quegli insetti che rodono le gemme e le foglie.

I nemici più fieri della vite fra gli insetti, fatta solo eccezione della fillossera che è il più terribile di tutti, sono, siccome abbiamo veduto, le farfalle in istato di bruco: ora parecchi imenotteri, e sovrattutto quelli della famiglia degli icneumonidi, fanno morire ogni anno una quantità immensa di questi bruchi, e il modo è veramente singolare. Le femmine degli imenotteri di cui parlo hanno il corpo terminato da una punta aguzza e lunga detta ovopositore (ciò si vede pure in altri insetti) che serve a preparare all'uovo il suo nido: il nido dell'uovo di questi imenotteri è il grasso che si accumula in gran copia sotto la pelle dei bruchi: la femmina dell'imenottero passa a volo presso la foglia su cui lentamente striscia il bruco avidamente pascendosi, colla velocità del lampo gli piomba sopra, gli fora coll'ovopositore la pelle tesa e sottile e depone sotto questa nel grasso un uovo e ripiglia il volo; un'altra femmina passa poco dopo e piomba anch'essa sul bruco e ripete la medesima operazione, e così altre ed altre. Il bruco, tutto intento al pasto e pochissimo sensitivo, non avverte queste madri che hanno a lui affidato la cura della loro prole e hanno con ciò segnato la sua sentenza di morte. Dalle uova poste in tal modo sotto la pelle del bruco sgusciano le larve dell'imenottero che cominciano a pascersi del grasso nel quale son nate; il bruco non se ne da per inteso e seguita a mangiare allegramente e produce sempre una nuova quantità di grasso, tanto copiosa da bastare largamente ai bisogni attuali suoi e dei suoi parassiti; ma oltre ai bisogni attuali egli ha quelli dell'avvenire: deve in istato di crisalide compire una trasformazione per la quale non ha più in sè i materiali all'uopo, impoverito siccome è stato da tutto quello che gli hanno tolto. Al punto di incrisalidirsi non ci riesce o se riesce non giunge a compiere l'ultima metamorfosi in insetto perfetto. Al momento per lo più di passare dallo stato di larva a quello di crisalide si ferma, e dalla sua pelle crivellata escono da ogni parte trasformati gli insetti che crebbero alle sue spese.

Io mi trovava alcuni anni or sono in un villaggio alpino molto elevato, in una casupola parte in legno e parte in muratura, che aveva un orticello davanti: dall'orticello venivano in grande numero i bruchi della cavolaia, vicini al termine della loro vita larvale, e prendevano a salire lungo la parete sotto il tetto o per la finestra, ai travicelli del soffitto per incrisalidarsi. Un giovane e valente pittore ch'era con me venne meravigliatissimo a dirmi che la maggior parte di questi bruchi generava dalla pelle gran copia d'altri e ben differenti insetti; eravamo in tre lassù, oltre al pittore, un botanico versato pure nell'entomologia; prima di vedere la cosa dicemmo subito al pittore come andasse per l'appunto, e per tre giorni fummo ridotti in casa: era quello che ci voleva per renderci attenti e vogliosi di tener dietro alla osservazione iniziata: i bruchi venivano a centinaia dall'orto su per la muraglia, ma si fermavano quasi tutti a metà del camino, sovente prima, raramente più in su, e lasciavano uscire i parassiti allevati, perdendo essi la vita. Dalle osservazioni fatte allora potemmo scorgere con nostra meraviglia che di dieci bruchi otto a un dipresso avevano dentro i parassiti micidiali, ed erano condannati a morire senza avere vagheggiato la luce dell'alba novella, l'alba del giorno finale, quello della festa degli amori.

Non so qual conto si debba tenere di quella proporzione che venne in quel luogo indubbiamente per me verificata: certo è che infinitamente maggiore è il numero dei bruchi in quel modo distrutto di quello degli immuni, e non son soli gli imenotteri a compiere questa distruzione, ma anche i ditteri, come già ho accennato testè parlando di questi ultimi insetti.

Questi imenotteri e ditteri distruggitori dei bruchi operano più e meglio assai degli uccelli: prima perchè gli uccelli distruggono molto meno bruchi che non questi parassiti, in secondo luogo perchè gli uccelli distruggono anche gli insetti che son causa di morte a quelli nocevoli, e in questo modo, mentre fanno bene da una parte, nuociono dall'altra, per cui non è facile dire quale dei due fra il male e il bene prevalga.

L'uomo colla distruzione diretta può assai poco. Quando si tratti di uno spazio ristretto non è molto difficile raccogliere le chiocciolette e le limaccine nocive alla vite; gl'intelligenti e pratici raccomandano pure lo sbrucolamento: ma se è possibile (giova ripetere la stessa cosa) diminuire, raccogliendoli e chiamando molta gente a raccoglierli, in un breve tratto di tempo, i bruchi (sovratutto quelli un po' grossi) in una vigna ristretta dove il pregio delle uve meriti una tale fatica e una tale spesa, la cosa riesce poi impossibile al tutto quando si tratti di grandi distese, d'intere provincie infestate. I nemici naturali, gli acari, le varie sorta di parassiti fanno di più; il naturalista cattedratico od accademico raccomanda al coltivatore di adoperarsi a moltiplicare il numero dei parassiti infesti agli animali nocevoli, ma non dice appunto in qual modo egli possa adoperarsi a produrre questa moltiplicazione.

Il dottore Lorenzo Camerano ha presentato testè all'Accademia delle Scienze di Torino[[IV-9]] un suo lavoro intorno all'equilibrio dei viventi mercè la reciproca distruzione, nel quale con rigore matematico dimostra in qual modo questo equilibrio si regga pigliando le mosse dalla vegetazione e proseguendo cogli animali che vivono alle spese di questa e poi cogli altri, sia predatori sia parassiti, che distruggono gli uni e gli altri; questo lavoro esprime meglio che non sia stato fatto prima il complesso dei rapporti e dei legami mercè cui campano i viventi gli uni alle spese degli altri; argomento complicatissimo, di cui maestrevolmente il giovane naturalista ha segnato le prime linee, ma di cui fra breve farà più distinto il contorno e segnerà l'ombreggiatura.

L'annessa tavola mostra riuniti in un quadro solo i principali gruppi di animali nocevoli alla vite e nello stesso tempo anche i nemici predatori o parassiti dei primi.

Affinchè la cosa riesca chiara consideriamo un gruppo qualunque, per esempio quello dei Rincoti.

I Rincoti che si nutrono a spese della vite possono divenire preda di varî Ortotteri, Anfibî, Rettili, Uccelli, ecc. o di varî animali parassiti, Acaridi, Endoparassiti, ecc. Ciascuno dei gruppi di animali ora menzionati è a sua volta preda di altri animali predatori più grossi o preda di altri parassiti. Gli Anfibî, per esempio, sono preda di alcuni Rettili, Uccelli, Mammiferi e di varî parassiti, Ditteri, Endoparassiti, ecc. I Ditteri parassiti degli Anfibî sono preda alla loro volta di altri Anfibî, Rettili, Mammiferi, uccelli, ecc. e di altri parassiti, Acarini, Imenotteri, Endoparassiti, ecc. Questi Imenotteri sono essi pure preda di altri Imenotteri, di Anfibî, di Rettili, di Uccelli, di Mammiferi, ecc. e di Acarini, e di Endoparassiti e altri via discorrendo. Ragionando in questo modo si giunge ad una serie di animali i quali mentre predano altri animali non sono più alla loro volta preda di altri animali predatori; ma soltanto di animali parassiti interni, di endoparassiti.

Per maggior chiarezza nella tavola qui unita non sono stati segnati sempre per ciascun gruppo tutti gli animali che sono predatori o parassiti del gruppo stesso. Ciò è stato fatto una volta sola per ciascuno dei varî gruppi i quali per ciò sono stati segnati di un numero. Esaminando, per esempio, il gruppo degli Ortotteri nocevoli alla vite (2) si vede che sono parassiti di questo gruppo i Ditteri (4), gli Imenotteri (7), ecc. I numeri (4) e (7) indicano che si devono aggiungere qui i parassiti ed i predatori segnati per gli Imenotteri (7) e pei Ditteri (4) nocevoli alla vite ecc.

Da quanto si è detto fin qui risulta che gli animali che hanno rapporti mediati o immediati colla vite si possono dividere nelle seguenti categorie, in animali cioè:

fitofagi che si nutrono direttamente a spese della vite;

predatori che si nutrono a spese degli animali fitofagi o di altri animali predatori;

parassiti che vivono alle spese degli animali fitofagi o degli animali predatori o di altri animali parassiti.

I parassiti poi alla lor volta possono dividersi in esoparassiti e in endoparassiti.

Lorenzo Camerano dis. Lit. Salussolia

E. Loescher Editore, Torino, Roma.

Ciò premesso, e partendo dal principio che il numero degli animali è direttamente proporzionale alla quantità di nutrimento che è a loro disposizione, si vede che una rigogliosa vegetazione della vite produce in generale un aumento degli animali fitofagi; l'aumento degli animali fitofagi produce l'aumento dei predatori; l'aumento di questi ultimi fa aumentare gli endoparassiti. L'aumento degli endoparassiti fa diminuire il numero degli animali predatori; la diminuzione dei predatori lascia aumentare il numero dei fitofagi: l'aumento di questi ultimi fa naturalmente diminuire la sorgente del loro nutrimento, la vite.

Si vede da ciò, supponendo che le cose vadano regolarmente come si è detto e che non intervenga nessuna causa perturbatrice, che una rigogliosa vegetazione è per dir così la causa prima della diminuzione della vegetazione stessa. Ora la diminuzione della vegetazione, ragionando analogamente a quanto si è fatto ora, è causa di un nuovo aumento della vegetazione stessa. Nella piccola tavola A si può vedere chiaramente l'andamento del fenomeno. È ben inteso che in questo ordine di fatti non si tiene conto del tempo. Gli aumenti e le diminuzioni sopradette possono compiersi in breve tempo od impiegare invece un tempo lunghissimo.

Tutti i giorni, siccome ognun sa, piovono opuscoli, volumetti e volumi, articoli di giornali, discorsi di accademie, lezioni più o meno popolari sui mezzi più efficaci di distruggere i nemici della vite, e si asseriscono certi questi rimedi; ma la cosa è ben lungi dall'esser tale. In verità, bisogna fare questa confessione, i rimedi proposti ora non hanno più efficacia degli scongiuri e delle condanne del medio evo: la scienza, la vera scienza sincera ad ogni costo non può fare oggi altra conclusione.

I nemici di cui sono venuto parlando finora sono nemici di tal fatta che l'uomo non ha guari azione contro di essi.

Ma tutti questi animaletti che sono certamente nemici della vite, sono poi veramente nemici dell'uomo? Questa domanda vale quanto quest'altra: il vino è un bene o un male? Io mi ricordo una apostrofe di Amleto, sulla quale non mi fermo a parlare, per non invadere il campo del mio amico Giacosa che deve fra poco parlarvi qui del vino nei poeti e riferirvi il bene e il male che i più segnalati ne hanno detto in ogni tempo e presso ogni nazione. Corrado Corradino ha pur fatto qui il bilancio del bene e del male del vino. Molti popoli non bevono vino, ma trovano altri sussidi per togliersi di senno: l'oppio, lo hacscis, il betel: in ogni tempo ed in ogni luogo, secondo quello che dice Teofilo Gauthier, l'uomo s'è ingegnato di bere la spensieratezza, fumare l'oblio, masticare l'ilarità. Più recentemente il Baudelaire dice del vino che esso è come l'uomo: non si arriva a definire fino a qual punto possa riuscire stimabile, e fino a qual punto possa riuscire disprezzabile.

Giacomo Leopardi diceva che nell'antichità si erano addotti molti argomenti in favore della schiavitù dei negri, al tempo nostro contro, e che la schiavitù fu sempre tanto nell'antichità quanto al tempo nostro; del vino si disse e si dice molto bene e molto male e si beve sempre. È questo un capitolo di quell'immenso volume che nissuno scrive e tutti facciamo, intitolato «Le contraddizioni umane».