VIII.
La indecisione, la contradizione, l'oscillare fra due tendenze egualmente forti, rese infelice il Petrarca; uomo che le fallaci esteriorità della vita ci farebber parere felice e invidiabile. È nato poeta ed artista — ma non gli basta che l'idea, l'immagine, sia vera e viva, come bastava a Dante; vuol che sia artisticamente e spesso artificiosamente bella: vuol provare il piacere estetico (e in questo è essenzialmente il più moderno dei nostri antichi poeti) di cercarla, carezzarla, contemplarla. È già in parte l'uomo del Rinascimento, del nuovo mondo plastico e naturalista — ma resta pure uomo del Medio Evo, ed è imbevuto dalla sostanza della sua fede e delle sue dottrine. Vi è in lui lotta e reazione reciproca di Misticismo e di Naturalismo: indi, le continue contradizioni del suo amore, della sua poesia e della sua vita. Dante è tutto d'un pezzo — e va diritto alla mèta coll'impeto fulmineo e irresistibile d'un proiettile; il Petrarca procede per vie sinuose, or tra fiori or tra spine, e si attarda e si pente, e torna addietro per poi riprender la stessa strada. Stato doloroso, insopportabile, e che egli espresse con sovrana efficacia nella Canzone alla Vergine: che io definirei la più preziosa gemma del Misticismo nel Dolore.
Questo poeta ammirato, adorato dai contemporanei, ospitato dai monarchi come un monarca, confessa che
Non è stata sua vita altro che affanno!
che
Mortal bellezza, atti e parole gli hanno
Tutta ingombrata l'alma!
e conclude:
I dì miei più correnti che saetta
Tra miserie e peccati
Sonsene andati, e sol Morte m'aspetta.
Ormai non spera più che nella Consolatrix Afflictorum: vuol amare lei sola — dimenticare il vano e colpevole amore per Laura:
Vergine, tu di sante
Lacrime pie adempi il mio cuor lasso.
Che almen l'ultimo pianto sia devoto;
Senza terrestre limo,
Come fu il primo, non d'insania vuoto.
Paragonate queste parole a quelle di Dante per Beatrice. Che abisso di differenza!
La Canzone alla Vergine è inno ed elegia, confessione e preghiera ad un tempo. Vi è come un ritmico singhiozzo nelle rime a metà di verso — vi è come un desolato e supremo appello nell'insistente invocazione — “Vergine!„ — a ogni principio di strofa. E finalmente vi è un presentimento di riposo e di pace ineffabile nei versi finali: “Raccomandami al tuo Figliol verace — Uomo e verace Dio — Che accolga il mio spirto ultimo in pace.„
Ripeto: tutto il Medio Evo nei suoi secolari dolori cerca e trova rifugio nel Sacro Ideale Femminino, nella Consolatrice. Ed è lei che risolve il gran problema del dramma medievale del Faust.
Das Ewig Weibliche
Zieht uns hinan!
Vi rammentate la mistica scena finale? Il Pater Extaticus, in preda al delirio dell'amor puro, esprime le più ardenti aspirazioni all'incorporeo, all'infinito: non appartien più a questo mondo; e librato sull'ali del desiderio, nuota nel puro etere. Il Pater profundus esalta in un magnifico inno l'amore, e canta Dio nella natura. Il Pater Seraphicus annunzia e invita le schiere angeliche che si trasmettono la parte immateriale di Fausto. San Bernardo (Doctor Marianus) dalla cella più elevata e più pura, annunzia l'arrivo della Mater gloriosa, che s'avanza nel blù profondo dell'atmosfera. A lei s'inchinano le tre grandi penitenti, la Maddalena, la Samaritana, l'Egiziaca, e una penitente che un tempo si chiamò Margherita, prega la Vergine Madre per la salute di Fausto. È quella stessa voce che abbiamo udita tremante d'amore nel giardino — rotta dai singhiozzi al tabernacolo della Madonna — e morente in un gemito nella Cattedrale.... E il risentirla ora in cielo, sempre amante, e supplicante per Fausto, produce un effetto unico. Come la Vergine attirò e salvò Margherita — così Margherita attira e salva Fausto. Mistica catena, magnetiche attrazioni, nelle quali e per le quali, Amore e Religione diventano una medesima cosa!