XVI.

Tutti i signori si servirono di mercenari, ma niuna casa quanto quella dei Visconti, che con Matteo, cacciati per sempre i Torriani, nel 1315, si erano stabilmente insediati a Milano. Accadde al successore di lui, Galeazzo, che le sue masnade gli si ribellarono, e lo spodestarono nel 1322, ad istigazione del suo cugino Lodrisio Visconti; il quale, dopo un mese, mutato proposito, coll'aiuto delle stesse soldatesche, lo rimise in seggio. Per il che Galeazzo chiese ed ottenne di assoldare 600 cavalieri tedeschi a quel Lodovico il Bavaro che doveva poi, cinque anni appresso, imprigionarlo per un tempo nei famosi forni di Monza.

Altri già v'intrattenne, meglio ch'io non potrei fare, delle origini di questa casa e delle sue gare coi Torriani. Or qui ricorderò soltanto come Azzo figlio di Galeazzo, ingrandisse coll'acquisto di Brescia lo stato che aveva ricomprato da Lodovico il Bavaro; e come poi l'arcivescovo Giovanni v'aggiungesse Bologna vendutagli da Taddeo Pepoli e Genova ricevuta in dedizione. Morendo nel 1354 egli lasciò tre nipoti, Matteo, Galeazzo e Bernabò; gli ultimi due avvelenarono il primo e si divisero i dominii, tenendo in comune Milano e Genova. Giangaleazzo, succeduto al padre Galeazzo, incominciò, secondo le tradizioni domestiche, con carcerare e assassinare lo zio Bernabò e due suoi figli; così riunì le varie parti dello Stato; e parve ancora raccogliere in sè tutti i vizi e le qualità di quella singolare famiglia. Gli altri tiranni, pur servendosi di mercenari, solevano guidar l'esercito in campo e combattere di persona. Egli invece, rinchiuso nel suo castello, coll'opera di ministri e di condottieri, volse l'animo a fondare una grande monarchia. Bensì col sagace ingegno aveva inteso l'importanza di crearsi un esercito nazionale che capitanato da soli italiani, Ugolotto Biancardo, Facino Cane, Ottobuono Terzo, i due Dal Verme, e il maestro di tutti, Alberico di Barbiano, gli dette infatti la vittoria sulle milizie straniere. Profondo dissimulatore e destro statista, spiava ogni occasione propizia, non risparmiando denaro nè sangue, per conseguire il proprio intento. La sua crudeltà non può mettersi al paragone con quella del suo zio Bernabò, tristamente famoso per l'uffizio dei cani e per quelle quaresime, che erano 40 giorni di lenti tormenti, cui sottometteva le sue vittime prima di finirle; mentre egli dimostrò pure il suo gusto per la scienza e per l'arte istituendo un'accademia di architettura e di pittura, raccogliendo codici, ampliando l'università e fondando la certosa di Pavia, iniziando la costruzione del Duomo di Milano. Prese Verona e Vicenza agli Scaligeri, Padova e Treviso ai Carraresi; occupò Siena e Pisa; poi Perugia ed Assisi, ed infine Spoleto e Bologna; anche Lucca stava per cadere in sua balìa. Firenze sola resisteva gagliarda, ma incominciava a sgomentarsi. Egli aveva comprato, per 100 mila fiorini, dall'imperatore Venceslao il titolo di duca; ma ambiva quello di re; e già ne aveva ordinato la corona, quando improvvisamente morì nel 1402; e l'edifizio da lui innalzato andò in isfacelo.

Uno stuolo di poeti in Lombardia, in Toscana, nell'Emilia celebrava il gran principe e lo stimolava a compiere il suo vasto disegno; e vorrei potervi dare qualche maggior saggio di tal letteratura viscontea, così ricca che ha dato materia ad una speciale bibliografia. Persino la vita e la morte dell'odioso Bernabò aveva acceso la fantasia di novellieri e di cantastorie; a lui non mancarono rime politiche, che lo animassero nelle sue imprese dicendogli: “Al punto se' d'Italia dominare„; nè lamenti che moralizzassero poi sulla sua misera fine o che ne facessero l'epico racconto. Ma anche più numerosi e importanti sono i versi indirizzati a Giangaleazzo. La canzone di Saviozzo, che abbiam citata in principio, lo invitava senz'altro a prender la corona d'Italia, col favore delle stelle, dei Numi, dei Santi e dei Beati, anzi faceva che l'Italia stessa gliela offerisse:

Ecco qui Italia che ti chiama padre,

Che per te spera omai di trionfare,

E di sè incoronare

Le tue benigne e preziose chiome.

Similmente un Tommaso da Rieti lo esortava a seguire il leggiadro e bel destino a cui i Cieli lo chiamavano

Per onorare il gran nome latino,

E far vendetta della lunga offesa

D'Italia nostra, dopo lunghi affanni.

E ripetevagli:

Correte alla corona

Che vi promette chi corrusca e tona.

Un anonimo rimatore gli rappresentava le città lombarde, che schiave ed afflitte, aspettavano salute da lui:

Stan le città lombarde con le chiavi

In man, per darle a voi, Sir di Virtute.

e Roma stessa lo chiamava Cesar mio novello e gli chiedeva di coprire la sua nudità, per dar principio all'affrancazione di tutta Italia.

Infine, riproducendo sott'altra forma la stessa idea, un padovano, Francesco di Vannozzo, gli dedicava una corona di otto sonetti, il primo a nome d'Italia, gli altri delle principali città: Padova, Vinegia, Ferrara, Bologna, Firenze, Rimini, Udine, Viterbo, Roma, tutte unanimi di una sognata concordia; per cui il poeta concludeva:

Dunque, correte insieme, o sparse rime,

E gite predicando in ogni via

Che Italia ride e che è giunto il Messia.

Ma il Messia di Francesco di Vannozzo, come il Veltro di Dante, erano di là da venire. Spirato che fu Giangaleazzo, nel 1402, apparve chiara la vanità di quelle speranze e di quelle profezie. I valorosi capitani che lo avevano servito passarono subito agli stipendi de' suoi nemici: il Barbiano fu assoldato dai Fiorentini, il Del Verme da Venezia, Carlo Malatesta dal Papa; altri si fecero signori di alcune città ribellatesi, come Facino Cane a Alessandria, Ottobono Terzi a Parma, Pandolfo Malatesta a Brescia. La vedova di lui, Caterina, morì in prigione: ai due figliuoli legittimi, che si erano diviso lo Stato, restò soltanto un'ombra d'autorità; ed un terzo, naturale, che comandava in Pisa, ne vendette la cittadella ai Fiorentini. In tal modo si avverò pure questa volta il detto del Villani sulla formazione e sulla fine delle signorie.