XVII.
Anche per noi è tempo di por fine al discorso e di raccoglier le vele. Abbiamo veduto come, dopo essersi sostituito al feudo, il Comune, travagliato da fazioni interne e circondato da potenti nemici, avendo oppresso parte de' suoi abitanti ed escluso dal governo le genti soggette, fosse tratto necessariamente a perdere le proprie libertà ed a trasformarsi in signoria; e come trovasse molti ambiziosi pronti ad assumerne o a usurparne la sovranità col favore d'una fazione o dei più. Abbiamo veduto come questi signori o tiranni sorti cogli accorgimenti, colle violenze o più spesso con gli uni e le altre, fossero costretti a servirsi degli stessi mezzi per mantenersi, e governassero generalmente senza alcuno scrupolo nè freno morale, creando una forma originale di Stato, che per altro conteneva in sè il germe della propria rovina. Abbiamo veduto infine come con tale condizione di cose si collegasse per varii rispetti l'uso delle armi mercenarie e l'origine delle compagnie di ventura; e come le minori signorie andassero a mano a mano inghiottite dalle maggiori.
Questo moto di fatti storici, a cui fa riscontro in altri paesi d'Europa, la costituzione di monarchie nazionali, non produsse in Italia il medesimo effetto; perchè incontrò un invincibile intoppo, non tanto nel papato (come sentenziò il Machiavelli), quanto nell'indole individuale degli Italiani, contrastando alla unità il sentimento proprio delle diverse città e regioni, e mancando tuttavia una coscienza politica nazionale. E qui mi fermo. Non temete che, raffrontando il passato al presente, io vi ripeta ciò che sta scritto nel cuore d'ogni italiano. Qualsiasi più gustoso sapore, diventerebbe stucchevole, se fosse ammannito a tutto pasto.
Aimez-vous la muscade? on en a mis partout!
Dirò soltanto che occorreva si avverasse, per tutta quanta la patria nostra, la profezia predicata a Firenze dal Savonarola. Bisognava che l'Italia per rinnovarsi fosse flagellata a sangue; e la flagellazione doveva durare più secoli. Così possano le memorie del passato e lo studio della storia (per amor del quale avete oggi dato una prova di longanime pazienza), spronandoci ad emulare la feconda operosità intellettuale e la mirabile spontaneità artistica del primo rinascimento, premunirci dal rinnovare, sott'altri nomi, le discordie intestine e le intolleranze faziose dei Comuni, le crudeltà e le perfidie dei tirannelli, le male arti e le interessate scorrerie degli avventurieri senza patria, senza fede, senza ideali!
LE CONSORTERIE NELLA STORIA FIORENTINA DEL MEDIO EVO
DI
MARCO TABARRINI
Signore gentili e signori,
La vita morale dell'uomo ha presso a poco le stesse leggi che governano la natura fisica. Tutti più o meno abbiamo l'età in cui fioriscono le facoltà della mente, come piante vigorose in terra vergine; alla quale succede poi quella che ne matura i frutti; finchè si arriva alla vecchiezza che non ha più nè fiori da sbocciare, nè frutta da cogliere. Chi nacque col bisogno di fare qualche cosa nel mondo, di non seppellire nell'ozio il danaro dell'ingegno che gli fu concesso, se rifà con la mente la storia della sua vita intellettuale, si accorgerà facilmente che tutte le risoluzioni più efficaci di operosità di pensiero, tutti gli argomenti di studi geniali, si produssero in lui nella gioventù, vera primavera della vita, quando le forze dell'intelletto sono ancor fresche, e si ha fiducia in sè stessi e negli altri. I disegni più arditi, gli studi più faticosi son propri di quella prima levata dell'ingegno giovanile, che poi si coloriscono e si compiono nelle età successive, se un felice concorso di circostanze favorisce la buona volontà. È questa presso a poco la legge di produzione dei frutti dell'ingegno, dai più alti ai più umili.
E anch'io, per quanto ultimo degli ultimi, quando fui onorato dell'invito di fare una conferenza di argomento storico in questa cara Firenze, ove, se non ebbi la fortuna di nascere, ricevei però il battesimo della vita civile, dolente di rispondere con un rifiuto, mi diedi a riandare i miei studi giovanili, per vedere se tra i lavori incominciati ed interrotti per le vicende della mia vita, che ho dovuto consumare tutta in cure disparatissime, alcuno ne trovassi che potessi riprendere oggi, e ridurre alle proporzioni di una conferenza tollerabile. Fra il disordine di carte polverose trovai certi studi sulle consorterie del medioevo, incominciati con molta pazienza trent'anni sono, quando non mi mancava il tempo di consultare biblioteche ed archivi. Su questo tema mi aveva messo il mio maestro di diritto romano Pietro Capei; il quale mi ammonì che poco avrei trovato nei libri, e che bisognava cercare la materia negli statuti e negli atti pubblici e privati dei secoli XIII e XIV. Mi posi con grande amore in queste ricerche, e tanto mi si allargarono tra mano che il materiale raccolto fu piuttosto eccessivo che abbondante. Ma ripresi oggi quelli studi, presto dovei accorgermi che tutta quella congerie di testi e di documenti non faceva ora al caso mio, e che, tenendomi su quella via, non ne avrei potuto cavare un discorso tollerabile anche da uditori indulgenti. Allora pensai che altro non mi rimaneva da fare che trarre da quelle minute ricerche le conclusioni più logiche ed evidenti, lasciando da parte quasi tutta la preparazione erudita. Così se il mio discorso perderà gran parte della sua importanza scientifica[4], avrà però il merito di non annoiarvi soverchiamente, e, sacrificando la vanità di erudito, di trattenervi sopra un argomento poco noto di storia patria, senza tedio e stanchezza.
La gran mole dell'Impero romano nel quale si era conchiusa la sintesi della civiltà pagana, era caduta pezzo per pezzo sotto la spada dei barbari, aiutata dall'odio delle provincie soggette a Roma. La rovina fu lenta, perchè le forze che sostenevano quell'enorme edifizio vennero meno a poco a poco; e la distruzione si arrestava talvolta per qualche tempo, per riprendere poi con maggiore impeto l'opera sua. Il Cristianesimo guardava quasi con indifferenza questo sfacelo di un mondo che non era il suo, aspettando di poter ricostituire sopra altri fondamenti una nuova civiltà. Alla fine del VI secolo si può dire che la dissoluzione dell'Impero romano fosse compiuta. Roma, presa due volte dai barbari, privata dell'Imperatore e dei Consoli, non era più il capo del mondo, e con lei si spegneva lo spirito latino che aveva informato la civiltà da lei imposta alle nazioni. Un avanzo dell'Impero durava ancora sul Bosforo, nella città di Costantino, ma poco o nulla aveva di romano; e la sua vita morale si alimentava degli avanzi della civiltà greca ed orientale, infeconda nella sua decrepitezza, e sulla quale i Teologi consumavano l'opera deleteria dei Sofisti antichi.
La caduta dell'Impero latino lasciò un gran vuoto nel mondo, e l'umanità smarrita non sapeva per qual via incamminarsi per trovare nuove ragioni di civiltà e nuove forme di reggimento. Di costituito non c'era altro che la Chiesa, la quale, forte del principio che le dava vita, custodiva la tradizione latina, e preparava l'avvenire. Questo periodo di sgomento e di incertezza, è rappresentato nella storia da due secoli di oscurità e di paura, nei quali non si scorge altro che la violenza di chi opprime e l'avvilimento di chi si lascia opprimere.
Finalmente allo spirare del millenio, sopra questo campo insanguinato, in questo rimescolarsi confuso di vincitori e di vinti, cominciano a disegnarsi le prime forme civili, e si mostra l'embrione d'una società nuova. È naturale che dalle genti germaniche le quali avevano disfatto l'Impero romano, venisse il concetto dei nuovi organismi sociali; poichè la forza era nei vincitori, e chi vince colla spada nel campo dei fatti seguita a vincere nel campo delle idee. Senza fermarci a discutere quali elementi di vita propria portassero nel mezzogiorno dell'Europa le razze germaniche conquistatrici, a noi basterà notare come al finire dell'XI secolo, anche in Italia, la nuova società si fosse costituita a forma feudale, la quale era quella che meglio rispondeva ai sentimenti e al costume di quelle genti. Debolissima e quasi obliterata l'idea dello Stato unitario, della suprema potestas, come i Romani l'avevano intesa, i feudi la rappresentavano frantumata nelle famiglie. Non più la respublica divisa in provincie, in municipii, in colonie, ma un impero nominale diviso in marche, ducati e contee.
È inutile per noi la ricerca se il feudo venisse dal beneficio latino, se il colonato si mutasse in vassallaggio. Quello che importa di stabilire è chi fossero i marchesi, i duchi, i conti; chi fossero i vassalli, di chi si componesse il popolo libero.
Le irruzioni dei barbari in Italia avevano proceduto con forme diverse, producendo molta varietà di effetti. Alcune erano di eserciti che si aprivano la via con la spada; altre di popoli che scendevano ad occupare le terre abbandonate o non difese. Le prime eran passate come uragani distruggitori, le altre con occupazioni violente, avevano sovrapposto un popolo sull'altro. Gli Eruli e i Vandali, dopo aver corsa l'Italia, si erano dispersi nell'Africa; i Goti, dopo un regno effimero semi-romano, erano passati in Spagna; i Longobardi avevano preso stanza nella Valle del Po, da questa erano entrati, passando l'Apennino, nella Valle del Tevere; e coi ducati di Spoleto, di Benevento e di Salerno, avevano invaso anche l'Italia meridionale. Il regno da essi fondato durò due secoli. Distrutto da Carlo Magno, rimasero i vinti nelle loro sedi accomunati ai vincitori, coi quali avevano comune il sangue; e pesarono ambedue sulla misera plebe del popolo di razza latina. In Italia dunque, verso il mille, c'era un popolo vinto che serviva, e un'accozzaglia di vincitori che dominava. I vincitori, seguendo l'antico costume germanico che aborriva dal chiudersi nelle città murate, si erano sparsi per le campagne, e nei contadi avevano ascritto alla gleba i coltivatori delle terre, appropriandosene i frutti. Nella città era rimasto il popolo che esercitava le arti e i mestieri, ingrossato da quanti vi avevano cercato rifugio nelle prime invasioni.
Questa divisione etnografica prendeva forme civili dall'organismo feudale prevalente; ed ogni signore teneva il feudo come un piccolo Stato, sicuro nel munito castello, intorno al quale formicolavano le turbe dei vassalli. Le città uscirono da questa rete di piccole signorie, sebbene fino a un certo tempo anch'esse avessero i conti; ma forse più come magistrati che come signori.
I signori dei grossi feudi erano di stirpe longobarda o franca, e i loro titoli di signoria risalivano alle prime conquiste; poi seguivano quelli che erano venuti cogli imperatori e singolarmente cogli Ottoni, ed erano rimasti in Italia gratificati di feudi per afforzare il partito imperiale. C'erano poi signori feudali di razza latina, ed eran quelli tra i più ricchi che avevano ottenuto, per premio di devozione o per moneta, concessioni feudali dagli imperatori di Alemagna nelle loro frequenti discese in Italia; e c'erano finalmente i Vescovi e gli Abati, baroni e conti dell'Impero, pei quali era sorta la gran quistione delle investiture ai tempi di Gregorio VII. Inferiori a questi pullulavano una miriade di conti, di cattani, di militi, e di lambardi i quali o si erano arrogati la signoria di piccoli borghi o casali ai tempi della conquista, o avevano ottenuto subinfeudazioni di terre dai maggiori feudatari.
E tutti questi o per diritto di conquista o per leggi e consuetudini del diritto feudale, esercitavano giurisdizioni mal definite, o meglio un potere arbitrario che non aveva limiti, e contro il quale non c'era riparo possibile; perchè l'Imperatore che soprastava a questo esercito di prepotenti, era lontano e senza forza; i suoi Vicari tiranneggiavano per conto proprio; e il Papa, difensore naturale dei deboli e degli oppressi, doveva difendere sè stesso.
Sotto queste diverse categorie di soprastanti che comandavano, stava nei contadi la plebe dei vassalli, forse avanzo degli antichi coloni latini, e di piccoli proprietari spossessati dalla violenza delle conquiste. I miseri legati alla gleba che bagnavano del loro sudore, si compravano col fondo come il bestiame e gli altri strumenti di produzione. Ed ove i feudi avevano lasciato qualche tratto di terre franche, c'erano proprietari liberi che coltivavano il fondo con le proprie braccia, o lo facevano coltivare da lavoratori non ascritti alla gleba. La libertà e la proprietà erano sicuramente grandi benefizii per questa classe media posta tra i signori di feudi e i vassalli; ma libertà e proprietà non difese da poteri pubblici erano di poco valore, e non li francavano dalle angherie dei feudatari, che li taglieggiavano nelle vie, ai passi dei fiumi, ai mulini; o turbavano i confini dei campi con frequenti usurpazioni. Queste violenze ci sono insegnate dagli statuti dei Comuni, che più tardi ne ordinarono la repressione. Risparmio le citazioni per diminuire la noia di chi mi ascolta. Voglio però notare come il linguaggio del tempo facesse palese l'indole tutta feudale che aveva assunto la società; contado (comitatus) era la signoria del conte; contadini (comitatini) gli abitanti delle terre del contado. La parola vassallo, per quanto sappia, è rimasta viva soltanto nel dialetto romanesco, nel senso di uomo vile e spregevole; perchè a Roma, l'antica baronia durò potente più che altrove, mentre in Toscana feudi e vassalli sparirono troppo presto per lasciar traccia nella lingua.
Mi resta ora a parlare delle città che erano rimaste immuni dal regime feudale. Nelle città desolate dalle prime invasioni, e ridotte senza mura, perchè non potessero essere centri di difesa, erano rimasti gli avanzi del popolo latino, il quale viveva esercitando i mestieri ed il commercio, da cui aborrivano gli invasori, e serbando le tradizioni d'una civiltà la quale, se non era bastata a liberarli dalla barbarie irruente del settentrione, almeno li consolava nella presente miseria con la memoria dell'antica grandezza. Che gli artieri e i mercanti della città conservassero le tradizioni latine e l'orgoglio del loro sangue, e che poca presa vi facessero le leggi e le costumanze barbariche, almeno per ciò che riguarda la Toscana, mi pare indubitato. Qui meno che altrove i conquistatori presero stanza; qui prima che altrove rifiorirono le industrie e i commerci; e finalmente qui ebbe vita la lingua volgare che più si avvicinava al latino. Se a questo si aggiunge l'azione del Clero, il quale di continuo, e colla lingua rituale e con la poca coltura che possedeva, richiamava le menti al passato, e le professioni della legge personale ammesse nella legislazione carolingia, si avrà una serie di argomenti per dimostrare che gli spiriti latini continuarono negli animi del popolo della città, anche nei tempi più tenebrosi della barbarie.
Questo popolo cittadino, come abbiamo già notato, si componeva di proprietari liberi di beni nel contado, di mercanti e di artieri. Il clero ed i notari ne formavano, a così dire, la parte colta, sebbene la loro coltura andasse poco più in là del leggere e dello scrivere. Ciò che mancava a questa gente operosa, che nelle città smantellate non si teneva sicura, e nel contado andava soggetta alle vessazioni dei signori feudali, era principalmente la tutela degli interessi; e come questa tutela non la trovavano nell'Imperatore lontano ed impotente, nè tampoco nei suoi Vicari, intesi sopratutto a mantener vive le ragioni imperiali in Italia, senza alcun riguardo alla soddisfazione dei popoli, furono condotti a cercarla in sè stessi.
La stessa fiacchezza del potere imperiale, che dopo gli Ottoni, impigliato nelle guerre interne e nella gran lotta coi papi, esercitava ben poca azione sulle città italiane, prestò occasione agli uomini delle città prima di chiedere privilegi, come di rialzare le mura diroccate, poi di batter moneta, e inoltre di vendicarsi in libertà, e di costituirsi a Comune, cioè con un reggimento proprio che provvedesse ai comuni interessi. Questo felice rivolgimento che segna il principio di una grande epoca nella storia italiana, accadde sulla metà del secolo XI; e fu il risvegliarsi dell'idea del municipio latino, forse non del tutto spenta anche sotto le dominazioni barbariche, come si vede dal primo magistrato creato dai Comuni liberi, che furono i consoli, nome che non veniva sicuramente dalle foreste germaniche.
Come e quando si costituisse il Comune di Firenze, meglio che dagli altri storici antichi è stato messo in chiaro dai recenti studi del Villari, del Santini e del Del Lungo, nè io voglio ripetere qui quello che da essi fu scritto. A me basta rammentare, come, appena costituito il Comune, i Fiorentini videro bene che la nuova libertà bisognava difendere da due potenti avversari che l'avrebbero prima o poi insidiata ed oppressa; dall'Imperatore che avrebbe quando avesse potuto rivendicata la sua autorità, e dai signori feudali che impedivano al Comune di espandersi nel contado. Perciò, all'Imperatore lontano, contrapposero la Chiesa e la lega degli altri Comuni guelfi della Toscana, ed ai signori feudali vicini ruppero subito una guerra implacabile.
Ed infatti la dieta di San Genesio che costituì la lega delle città guelfe, è del 1172, ed è il primo grande atto del Comune di Firenze, che avesse effetti i quali passavano gli stretti confini del suo territorio; atto che imitava in più esigue proporzioni la Lega Lombarda, che appunto in quel tempo era uscita vittoriosa dalla guerra contro l'Imperatore Federico. Ma prima ancora della lega guelfa, il Comune aveva cominciato le guerre feudali. Fino dal 1107 si erano abbattuti i castelli di Pogna e Montegrossoli nel Chianti, e di Monte Orlandi a Signa; e in quel torno si disfà il castello di Cambiate nel Mugello e se ne cacciano i Cavalcanti. Si fabbrica Montelupo a fronteggiare gli Alberti di Capraia, e nel 1135 si rovina il castello di Monteboni, costringendo i Buondelmonti a venire in città e starvi da cittadini. Queste guerre erano feroci e si combattevano col ferro e col fuoco; e sulle prime le difese dei signori erano disperate, perchè vedevano nella vittoria del Comune la loro rovina; ma poi fatti accorti che ogni resistenza veniva meno di fronte a quegli impeti popolari che sempre si rinnovavano, alcuni piegarono ad accordi, ed il Comune li ricevette in accomandigia, che è quanto dire garantì loro la proprietà della terra, ed essi diedero fede al Comune di essere suoi difensori. Così furono accomandati i conti di Mangona e di Vernio, e più tardi i Ricasoli di Brolio ed altre potenti famiglie. E questa politica di guerra contro i feudatari non mutò mai per mutare di governi in Firenze, per oltre due secoli. Quando Pistoia fu aggregata al contado fiorentino, nel 1331, si disfanno i castelli della Montagna, e lo stesso accade nel 1339 quando Firenze ebbe Arezzo; i Tarlati e i Barbolani furono ricevuti in accomandigia, e agli Ubertini, ai Pazzi di Valdarno, ai conti della Faggiola e di Montefeltro, fu vietato di accostarsi ad Arezzo meno di dieci miglia.
Oltre a snidare i magnati dai castelli, pensò il Comune di diminuirne la potenza, emancipando i vassalli da ogni servitù, dichiarandoli liberi nella persona e nello stato, e vietando loro, sotto pena di lire mille di fiorini piccoli, di vendere per qualsiasi titolo, a tempo, o in perpetuo la loro libertà. L'atto dei Priori delle arti ha un proemio dottrinale sul diritto naturale dell'uomo ad esser libero e sull'interesse che ha lo Stato ad avere liberi cittadini anzichè servi, che parrebbe scritto nel secolo XVIII, mentre ha la data del 1279 e meriterebbe di essere testualmente riferito, non fosse altro per dimostrare che le dottrine di libertà erano note ed applicate in Italia, cinquecento anni prima che fossero proclamate in Francia dalla Rivoluzione; ma se io lo recitassi qui nel barbaro latino del notaro imperiale Bonsignore di Guezzi che lo scrisse, annoierebbe la cortese udienza, e voltato in italiano perderebbe il suo carattere e la sua importanza. È giusto poi di notare che in questa emancipazione dei vassalli, il Comune di Firenze fu preceduto dal Comune di Pistoia che la dichiarò nel 1205, e dal Comune di Bologna che fece lo stesso nel 1256; e della grande contentezza che questi atti produssero nelle popolazioni rurali, si ha la prova nell'appellativo di paradiso di gioia che ebbe a Bologna il libro ove si scrissero i nomi dei liberati.
L'emancipazione dei vassalli recise i nervi della potenza feudale, perchè tolse le braccia che essa armava in sua difesa e ad offesa degli inermi. Ma conseguenze economiche anche più benefiche ebbe quell'atto per il contado fiorentino. I signori non avendo più i contadini in loro balìa, nè potendo loro imporre la cultura dei campi come servigio obbligatorio, doverono patteggiare con essi, e diedero le terre in affitto, o in enfiteusi, o a colonia parziaria (partiarius colonus) per via di contratti di mezzeria (locatio ad medium) che poco differiscono da quelli tuttora in uso tra noi. L'enfiteusi, o come poi si disse il livello, creò gran numero di proprietari nelle terre e nelle ville, i quali a poco a poco fatti ricchi col risparmio, formarono quella grassa borghesia campagnuola che diffuse poi l'agiatezza in tutta la Toscana; mentre la mezzeria diede vita ad una classe numerosa di lavoratori liberi, quasi condomini coi padroni delle terre, che con loro ne dividono i frutti: nullum justius genus reditus, quam quod terra, cœlum, annus, refert, come dicono le carte del tempo.
Abbattuti i castelli, sciolti da ogni vincolo di servitù i vassalli, il Comune costringeva i signori di feudi a venire in città e fare vita civile. Con che animo e con quali passioni venissero in Firenze questi magnati a contendere in palagio coi mercanti di Calimala e coi lanaioli di Mercato Vecchio, è facile immaginare. Memori degli aviti castelli e sdegnando abitare le umili case dei cittadini, cominciarono a fabbricarsi palazzi merlati di solida architettura, con torri altissime, e mensole per reggere impalcature esterne, e grosse campanelle di ferro con catene atte a fare serraglio alle strade; vere fortezze munite, nel mezzo della città. E intorno al palazzo del capo della casata si distendevano le case dei parenti come campo trincerato a comune difesa. Mi ricordo che un giugno del 1853 passeggiando con Adolfo Thiers le vie di Firenze, ed ammirando le solide costruzioni degli antichi palazzi dei secoli XIII e XIV, senza finestre al pian terreno e colle mura rivestite di pietra forte, senza che il tempo vi abbia potuto fare una sconnettitura, egli osservava acutamente che i Fiorentini avevano inventato l'architettura della guerra civile.
E veramente arnesi validi di guerra civile furono quei palazzi abitati da famiglie che portavano in città i costumi e le prepotenze della vita feudale, aborrenti dalla quiete del vivere cittadinesco e dall'eguaglianza civile professata dal Comune. Le famiglie feudali di razza teutonica erano fortemente costituite, non per l'autorità del padre di famiglia secondo le leggi romane, ma per un legame di solidarietà riconosciuto e mantenuto da quanti uscivano dal medesimo sangue, e avevano comuni il nome e l'arme. Ed anche le famiglie di origine latina che avevano avute investiture feudali dagli Imperatori alemanni, avevano a poco a poco adottato i costumi e le consuetudini delle prime.
Questo vincolo di solidarietà, che era patto tacito di mutua offesa e difesa per tutti, debole finchè le famiglie feudali erano disperse nei castelli del contado, si fece forte e prese una forma più determinata quando queste famiglie furono costrette a vivere in Firenze, dove trovavano il popolo nemico, e dove il bisogno della comune difesa era più urgente. Perciò esse cominciarono dal fabbricarsi palagi e torri una presso all'altra, per essere vicini e pronti sempre all'offesa e alla difesa. Così c'erano vie ove quasi tutte le case appartenevano alla medesima casata, e le torri, costruite a spese comuni, si aprivano per accogliere in caso di pericolo, quanti erano di quel gruppo di famiglie. E le famiglie spesso erano numerose, ma, per quanto crescessero, non si staccavano mai dalla comunanza del nome che portava seco comunanza di passioni e d'interessi. Degli Ubertini di Mugello si contavano quindici famiglie, e i Cancellieri di Pistoia, mandarono in campo dei loro fino a 107 uomini d'arme.
Questa unione di famiglie uscite dal medesimo ceppo, che faceva comuni a tutti le offese e le vendette costituiva quel vincolo che allora si disse consorteria, e che era un prodotto più del costume che della legge, talvolta modificato dalle convenzioni, ma che sempre portava obbligo d'onore ai consorti di non infrangerlo. E la solidarietà dell'offesa portava seco la solidarietà della vendetta per tutti i consorti. Dante nel Canto XXIX dell'Inferno trova Geri del Bello suo parente che era stato ucciso e non vendicato; e l'ombra di costui fugge via sdegnosa senza voler parlare al Poeta, ond'egli ne spiega la ragione in questi versi:
. . . . . . La violenta morte
Che non gli è vendicata ancor, diss'io,
Per alcun che dell'onta sia consorte,
Fece lui disdegnoso; onde sen gio
Senza parlarmi......
Consorti si nasceva, e consortes sunt de eadem stirpe per lineam masculinam usque in infinitum, si legge nelle carte del tempo. Chi volesse rintracciare l'origine precisa delle consorterie, non verrebbe a capo di scoprirla; si trova il fatto nella storia, e la sua repressione nella legge statutaria, senza sapere quando e come si producesse. Piuttosto non mi pare oziosa l'indagine diretta a conoscere se le consorterie derivassero da costumanze germaniche o da tradizioni latine.
I conquistatori di razza teutonica, avean portato, con la conquista, costumi, leggi, ed affetti propri. Il Cristianesimo, ordinato nella Chiesa, compenetrava del suo spirito vivificatore gli avanzi umiliati della gente latina e le vigorose propagini dell'innesto barbarico; e mentre ai dominatori temperava gli istinti selvaggi, teneva viva nei vinti la memoria delle loro nobili origini, che non sarebbe stata sempre il misero orgoglio d'un tempo che fu. Da questa mescolanza di idee e di sentimenti, che in parte erano eredità dei vinti, in parte patrimonio dei vincitori, deriva una grande incertezza sulle origini delle istituzioni medioevali, tanto nella loro forma esteriore, quanto sul principio storico che le ha generate. Le ricerche più pazienti rare volte conducono a stabilire se una istituzione politica o civile sia stata fra noi un portato germanico o una reminiscenza latina. La geologia, distinguendo le stratificazioni sovrapposte che formano la corteccia della terra, determina esattamente i prodotti particolari delle diverse epoche cosmiche: altrettanto non può fare la storia; la quale, per ciò che tocca il medioevo, meglio si assomiglierebbe ai codici palinsesti, ove la sbiadita scrittura antichissima trasparisce qua e là sotto la più recente del monaco copiatore, tanto da far leggere al paleografo esperto, tra i versetti d'un salmo, un frammento di Cicerone. Proviamoci a trattare questo metodo nella ricerca delle origini della consorteria.
Abbiamo notato più sopra la costituzione della famiglia germanica, nella quale la proprietà, la colpa e la vendetta erano comuni a tutti gli uomini atti alle armi; differiva essenzialmente dalla famiglia latina, nella quale l'autorità era concentrata nel padre di famiglia, che rispondeva di tutto e per tutti. Ora aggiungiamo, che, per le antiche consuetudini germaniche, più famiglie del medesimo sangue costituivano una fara. Più fare costituivano un gau, forse il pagus dei latini, a cui presiedeva un ufficiale pubblico detto graf. Quando queste genti occuparono le terre del mezzogiorno, il luogo ove queste unioni di famiglia si formavano e prendevano sede, si chiamò fara; nome che è rimasto ancora ad alcune località, come Fara Sabina, Fara Novarese, Fara Olivara, Fara San Martino, Fara Vicentina. Nella lingua nostra, per quanto mi sovvenga, la parola non è entrata altro che nella voce farabutto, che sicuramente fu trovata dai vinti in dispregio ed in onta dei vincitori. A non guardare ad altro, parrebbe che la consorteria fosse una derivazione della fara longobarda. Ma noi non crediamo di doverci fermare qui. La parola consorteria, che viene dal latino, ci induce a credere che nella idea originata dalla particolare costituzione della famiglia germanica, entrasse pur qualche elemento di romanità. Le parole non si usano a caso e sono segno d'idee, e, quando i nostri antichi chiamarono consorteria l'unione di più famiglie uscite dal medesimo sangue, danno indizio che volessero esprimere qualche cosa che non era la fara longobarda.
I Romani oltre la familia avevano la gens che comprendeva le famiglie uscite da un medesimo stipite. Ex gente Domitia duo familiæ venerunt Calvinorum et Ænobardorum, dice Svetonio. La gens era segno di nobiltà perchè dimostrava l'antichità della schiatta; ed Orazio nelle Satire chiamava sine gente un uomo spregevole e macchiato di colpe. Coloro che uscivano dalla medesima gente, erano chiamati gentiles, e Cicerone li definisce egregiamente nella Topica, gentiles sunt qui inter se eodem sunt nomine; ab ingenuis oriundis; quorum majores nemo servitutem servivit, et qui capite diminuti non sunt; e in altro luogo con perdonabile vanità chiama il re Servio Tullo meo gentili, quasi ambedue fossero usciti dalla gente Tullia. Dunque anche presso i Romani la medesimezza del sangue e del nome produceva un legame tra più famiglie; legame che non era soltanto una comunanza della religione domestica e del sepolcro, ma produceva anche effetti civili; perchè lo stesso Cicerone nella Rhetorica ad Erennio, ci insegna che se il padre di famiglia moriva intestato, il suo patrimonio (familia et pecunia) andava agli agnati e ai gentili. Nè questo concetto della gens e della gentilitas si spense coi Romani, ma perdurò anche nel medioevo, che della tradizione latina aveva conservata più che non si creda dai fautori del germanismo. Coppo Stefani nella sua Cronica, parlando dei grandi che sostenevano il conte Guido Novello vicario imperiale, aggiunge così chiamavano li gentili. E Dante, nella fiera esortazione ad Alberto imperatore, esclama:
Vien crudel, vieni, e vedi la pressura
Dei tuoi gentili....
E parlando della discendenza delle case nobili antiche la chiama gente. Così dei Malaspini di Lunigiana, dice:
Che vostra gente onrata non si sfregia:
e deplorando la decadenza dei Traversari e degli Anastagi
Che l'una gente e l'altra è diretata.
Così pare evidente che prima assai della fara germanica, gli Italiani latini ebbero la gens romana, con significato presso a poco eguale ma con effetti meno assurdi e più civili.
Ed ora, ripigliando la parola consorteria, derivata dal latino consors, che è dei tempi migliori della latinità, anche qui la romanità vince la barbarie. La definizione di consors, ci è data dai commentatori del diritto romano: consors significat dominii perticipem, et hii quibus talis communis est res, consortes appellantur. Nè il consorzio riguardava soltanto il dominio di una cosa comune a più, ma si estendeva anche ad altri oggetti; e si aveva il consors litis, munerum, petitionis, quasi eiusdem sortis, hoc est fortunæ, in omni vel in aliqua re. E nel diritto feudale passò la parola consortes a significare il signore e il vassallo, quasi eiusdem militiæ socii.
Non voglio moltiplicare citazioni, e, raccogliendo il pensiero in una sintesi conclusiva, a me pare che, data la costituzione germanica delle famiglie signorili nel medioevo, colla solidarietà di tutti nell'offesa e nella vendetta, si applicasse fra noi a queste famiglie il concetto tradizionale latino della gens, e si chiamassero pure con voce latina consorterie queste comunanze. Ond'è che nella consorteria, come in quasi tutti gli istituti del medioevo, c'è una mistura di elementi germanici e latini, senza prevalenza assoluta degli uni sugli altri, ma con tendenza manifesta a fare assorbire il più barbaro dal più civile, perchè la civiltà nuova, fino dai suoi primi albori, accennava a costituirsi con intendimenti essenzialmente latini.
Dai signori di feudi venuti ad abitare in Firenze si continuarono, quanto era possibile, le consuetudini della vita dei castelli. Dispregiatori di questo popolo di artigiani e di mercanti che li aveva cacciati dai luoghi ove eran nati, vivevano appartati nelle case, muniti di torri per la difesa e di logge per le radunate dei consorti. Le case una accanto all'altra impedivano vicinanze ostili ed incomode. Per avere un'idea del numero e della potenza delle consorterie dei grandi, rammenterò che in uno dei tanti tumulti popolari, i Bardi ebbero rovinate 22 case, e persero mobili per il valsente di molte migliaia di fiorini.
Nell'anno 1200 si contavano 75 famiglie che avevano torre. Le torri erano quadrate, alte dalle 120 alle 140 braccia, e si tenevano in condominio dalla consorteria. A questo condominio si dava sanzione con atto pubblico, assegnando a ciascun ramo della consorteria la sua parte, e si eleggevano uno o due dei consorti più provetti e autorevoli, come capi e conservatori della comune giurisdizione che la consorteria aveva sopra la torre. Il governo dello Stato non ebbe mai tanta forza da far demolire questi baluardi di prepotenza e strumenti di guerra civile, e soltanto assai tardi ordinò che fossero scapezzate di braccia 40.
Queste torri, oltre il nome della famiglia e della consorteria alla quale appartenevano, erano designate dal popolo con soprannomi forse imposti a scherno dall'ira delle guerre civili. Quella presso Badia ove si radunavano i Priori delle arti era detta la Castagna; quella dei Magalotti e dei Mancini presso San Firenze, la Pulce; quella dei Castellini da Castiglione presso Mercato Vecchio, la Lancia; quella presso il Bigallo, il Guardamorto; quella a pie' del Ponte Vecchio, del Leone; quella tra Borgo SS. Apostoli e Porta Rossa, la Basciagatta; e così di molte altre.
La loggia era una specie di piazza coperta, più o meno ornata, che si apriva sulla via pubblica in mezzo alle case dei consorti. Prima del 1200 erano 13 le famiglie che avevano loggia; e le loggie come le torri erano di condominio della consorteria. Servivano ai ritrovi festivi dei consorti, alle radunate per nozze e sepolture; ed alcuna aveva dinanzi uno sterrato usato per il maneggio dei cavalli. Fu anche preteso che fossero luoghi di asilo, e più volte i consorti respinsero gli esecutori della giustizia che volevano porvi il piede. Avevano il nome della consorteria, ma quella degli Adimari era chiamata la neghittosa. Della loggia degli Agolanti si diceva che lì non si faceva casaccia, cioè che lì non si concludevano matrimoni sconvenienti alla nobiltà dei signori. E nei matrimoni e nelle esequie la consorteria sfoggiava nelle loggie col lusso delle vesti che era segno di ricchezza e col numero dei consorti mostrava la sua potenza. Il Monaldi, nella sua Cronaca, descrive le esequie che si fecero a Jacopo degli Alberti, e narra “che tutti i consorti e parenti stretti della casa comparvero vestiti a sanguigno, tutte le donne entrate e uscite di lor casa vestite a sanguigno, e molte famiglie, i servi e i garzoni a nero„. Chi diceva in Firenze famiglia di torre e loggia, intendeva quelle più illustri per antica nobiltà e per ampiezza di possessioni in contado.
Abbiamo detto fin qui delle consorterie del sangue che dipendevano dal fatto naturale dell'agnazione; altre però ve ne erano che si stringevano per carta, che è quanto dire per convenzione scritta, tra famiglie alle quali mancava il nesso del comune stipite. In queste però sembra che rimanesse distinto il nome e l'arma dei consorti. Altro genere di consorterie eran quelle che si concludevano per esercizio di mercatura e singolarmente per i banchi di cambio, sebbene queste prendessero il nome più proprio di compagnie. Vi erano finalmente le consorterie degli uffici, e ce ne dà esempio la istituzione dei Priori delle arti, che fu la prima forma popolare del governo del Comune. Per dare stabilità e forma a questa istituzione, si volle che il priorato fosse una consorteria di libertà, vale a dire che i Priori fossero solidali nei loro atti ed obbligati tutti uno per l'altro; e questo trovato mostra come allora della responsabilità politica non si avesse altro concetto che quello che risultava dalla consorteria.
Le consorterie avevano durata indefinita, perchè il vincolo del sangue durava sempre; ma quando la casata si era assai accresciuta di famiglie consorti, quella di essa che si sentisse forte, e volesse farsi grande per fatti propri, si staccava dalla consorteria, e prendeva nome ed arme propria. Ma così le consorterie non scemavano ma si moltiplicavano. Quando poi per levare gli uffici pubblici alla parte avversa, si cominciò ad ammonire, cioè a dar divieto a persone ed a consorterie di potere esercitare certi uffici, qualche famiglia e non pochi cittadini dichiararono al Potestà di rinunziare alla consorteria a cui appartenevano, e così tornavano abili alle magistrature da loro ambite.
Nel 1337 quando il Comune di Firenze ebbe Arezzo, fece larghi patti ai conti Tarlati di Pietramala ed ai loro consorti. Concesse a tutti la cittadinanza di Firenze, promise la difesa dei loro castelli, consentì che tenessero armati fino a 90 famigli, distribuiti fra i consorti, prout placuit Domino Petro. Il Comune gli promette 32 paghe per 32 militi a cavallo italiani, e queste paghe il conte potrà dividere e distribuire fra i suoi consorti. Tutto questo per sicurezza personale dei conti Pietramala, giacchè il capitano preposto alla difesa d'Arezzo, doveva tener seco ducentos equites et ducentos pedites italianos, qui non sint de dicta civitate. Ed è questa la prima volta che trovo la parola italiani nei documenti di quel tempo.
La consorteria, come abbiam detto, era vincolo gentilizio tra le famiglie nobili e potenti, e il Borghini, nei Discorsi, dice che non esistevan tra la “gente bassa, perchè non hanno legame che li ristringa insieme, e fuor dei gradi vicinissimi, in poco tempo appena si riconoscono„. Non mi pare esatta questa affermazione, perchè quando negli ordinamenti di giustizia, rub. XVIII, si vieta ad un grande di comperare beni di un popolano venuti per condanna al Comune, prima di sentire i consorti del popolano si consortes habuerit, et si non habuerit, duo vel tres de proximioribus consanguineis, si riconosce che anche le famiglie popolane avevano e potevano avere consorteria.
Raramente, ma pur qualche volta, le consorterie si disfacevano per comando dell'autorità pubblica; come si rivela dallo Statuto di Siena, libro detto la catena, che annulla la consorteria dei Galeazzi, protetta dal duca di Milano, e vuole che ne sia tolta l'arme dentro quindici giorni, con la pena di scudi mille per chi contro facesse.
Le questioni sulla consorteria si portavano ai tribunali ed erano decise dai magistrati. Nel 1453 le due famiglie Capponi e Vettori, ricorsero di comune accordo ai tribunali, acciò dichiarassero che non v'era tra loro nessun vincolo di consorteria, per non aver divieto agli uffici della Repubblica. Si allegava che le due famiglie non avevano avuto interessi comuni altro che di mercatura fino dal 1314, e che non avevano mai tenuto a briga insieme. A ciò si opponeva la pubblica opinione che le aveva sempre riconosciute come consorti, e l'arme comune che si vedeva in certe sepolture di San Jacopo sopr'Arno, e che si vede ancora.
I giudici sentenziarono che i Capponi e i Vettori non erano di presente, nè erano mai stati consorti, ma poi, con manifesta contraddizione, mantennero alle due famiglie il divieto dei tre uffici maggiori, gonfaloniere, priore e collegi.
Invoco l'indulgenza di chi mi ascolta per questo tritume di erudizioni storiche; ma in parte è colpa dell'argomento mal definito dai cronisti del tempo; che non si può illustrare altrimenti che raccogliendo fatti minuti dalle carte antiche per trarne qualche conclusione che sia di lume alla storia.
Come abbiam visto, l'aristocrazia feudale si era quasi tutta rassegnata a vivere in città; e chiusa in palagi muniti, rafforzata con la consorteria, stava in mezzo ad un popolo libero come nemica. Voleva soprastare negli uffici maggiori del Comune, e quando non riusciva con le male arti, ricorreva alla violenza. Erano due razze diverse costrette a vivere sullo stesso terreno, con istinti e passioni non pur diverse ma contrarie. Le fazioni dei guelfi e dei ghibellini rinforzarono questa divisione, e diedero un nome e una bandiera alle parti che già esistevano. Tutto questo ci conduce a dubitare della sentenza del Balbo, il quale ritiene che, dopo la pace di Costanza, la fusione delle razze in Italia fosse fatta, e l'unità morale della nazione ormai costituita. Per compire questa fusione e questa unità ci vollero i secoli della servitù domestica e straniera, la quale, pesando su tutti, fece scordare, nei comuni dolori e nelle comuni umiliazioni, le antiche divisioni d'origine e di sangue.
Le fazioni dei guelfi e dei ghibellini più che odii di famiglia erano un portato del tempo. La gran contesa tra l'Impero e la Chiesa che divideva il mondo d'allora, sotto forme diverse divideva le città, i contadi, le famiglie. Coll'Impero stavano tutti i signori di feudi, tutta l'aristocrazia che aveva antichità di nome e di ricchezza, sia per affinità di razza, sia perchè nell'Imperatore riconosceva il suo capo naturale, come quello dal quale venivano le investiture. Colla Chiesa stavano i popoli di recente costituiti a Comune, che avevano tradizioni latine, e che nel Papa riverivano il capo della loro fede, il fautore e il difensore della loro libertà. Il Comune di Firenze nacque naturalmente guelfo, perchè il popolo vecchio che lo costituì era di spiriti latini e di molto sentimento religioso. Sulla religione dei ghibellini, c'era molto da dire, e ne sia prova Guido Cavalcanti.
I guelfi di Firenze, dopo la vittoria di Campaldino, ebbero in mano il governo del Comune per parecchi anni. I ghibellini tentarono più volte di rilevare il capo come partito politico, facendo testa agli Uberti che erano i più potenti; ma il popolo li ributtò sempre, e nel 1251 ne cacciò dalla città i caporali, e poi nel 1258, abbattute le case degli Uberti presso il Palagio, li bandì tutti; e fu questo il primo esempio dell'esilio di tutta una parte. Allora i ghibellini si raccolsero a Siena, e aiutati dal re Manfredi che mandò loro il conte Giordano con buona mano di Tedeschi, vinsero nel 1260 a Montaperti. I guelfi, decimati da quella sconfitta, si ritrassero volontariamente a Lucca, senza aspettare la vendetta dei vincitori.
E le vendette pur troppo arrivarono pronte e terribili. Rientrati i ghibellini, manomisero le proprietà dei guelfi, case rovinate in città, possessioni devastate in contado; tanta ira di distruzione non si era mai vista. I Pazzi di Valdarno tentarono di riattaccare alla gleba i contadini, che il Comune aveva emancipato. Ma questa baldanza durò pochi anni. Rotto e morto il re Manfredi a Benevento, la fortuna dei ghibellini cominciò a declinare, e i guelfi, aiutati da Carlo d'Angiò, ripresero animo; e cacciato da Firenze il conte Guido Novello, vicario imperiale, ebbero soli il governo del Comune. I ghibellini impauriti uscirono dalla città, ed il governo guelfo si impadronì di tutti i loro beni e ne fece una massa che divise in tre parti: ed una ne assegnò al Comune; una ne diede ai suoi per risarcimento dei danni patiti; della terza fece il patrimonio della parte. E questo fu l'atto più audace e più astuto che i guelfi consumassero contro i loro avversari; rappresaglia crudele dei mali sofferti e mezzo efficacissimo per mantenersi in mano il potere.
Intanto il reggimento del Comune si faceva sempre più popolare. Il vicario del re Carlo aveva instaurato il governo dei Buonuomini, al quale si sostituì nel 1282 quello più largo dei Priori delle arti. Assicurato così il dominio della parte guelfa nel Comune per l'abbassamento dei ghibellini, le lotte interne non ebbero più il colore politico, e si combatterono unicamente tra la parte aristocratica e la popolare. Non è più quistione d'Impero o di Chiesa, ma di grandi e di popolo.
E contro i grandi o magnati, come allora si diceva, cominciarono quelle leggi d'odio e di rancore che il popolo, memore delle antiche offese, chiamava di giustizia. Nel 1285 si impose alle famiglie dei grandi di città e del contado di dare malleveria pecuniaria al Comune per tutti i malefizi che si potevano commettere dai loro componenti maschi maggiori di età; e non si creda che queste leggi ferissero pochi; poichè il Buoninsegni ci dice che nel 1338, erano 1500 i nobili che sodavano, cioè davano garanzia per grandi al Comune. Finalmente nel 1292 si proposero da Giano della Bella e si vinsero nei Collegi gli ordinamenti di giustizia. Giano della Bella di buona famiglia ed antico popolano era in quel tempo il maggior cittadino di Firenze, così scrive Coppo Stefani, e veramente egli è rimasto nella storia di Firenze una delle più nobili figure. Egli era dei Priori nel 1293, e, per la difesa della parte popolare e per contenere i grandi senza rispetto al colore politico, fece passare gli ordinamenti che furono una legge d'eccezione contro l'aristocrazia, non domata dalle battiture precedenti. Le disposizioni di questa legge sono contrarie ad ogni principio di giustizia, ed apparisce chiaramente che questa era un'arma di guerra in mano ad una fazione che voleva abbattere gli avversari. Le consorterie furono attaccate nel loro principio, ed ove era la solidarietà dell'offesa e della vendetta, si pose la solidarietà della pena. La famiglia e la consorteria pagavano per maleficio dell'uomo. Alla casa dell'esecutore era una cassetta dove ognuno poteva deporre accuse contro i grandi; ogni otto giorni si apriva, e sulle accuse trovate si faceva inquisizione. Per la prova del reato bastava un solo testimone de visu o due testimoni di pubblica voce e fama. Contro la procedura non si ammettono eccezioni. Il potestà deve dare sentenza dentro cinque giorni, e le sentenze sono inappellabili. Le pene in gran parte pecuniarie sono gravissime; vietato l'accatto dei partigiani per mettere insieme la somma. Per l'uccisione di un popolano, condanna nel capo e devastazione dei beni, che, devastati, cedono al Comune. Per ferite gravi, se si può aver il reo, gli si recida una mano, se è fuggito, paghi la famiglia e la consorteria 2000 lire; per ferite lievi 1000 per ferita.
A fare eseguire gli ordinamenti, si istituì il Gonfaloniere di giustizia, con 1000 popolani armati al suo comando. Quando succedeva un malefizio, si suonava la campana a martello e l'Esecutore andava con buona mano di gente armata a casa del colpevole e la faceva abbattere fino alle fondamenta. Queste ed altre feroci disposizioni, ora aggravate, ora mitigate secondo i tempi, si leggono nel testo degli ordinamenti di giustizia, che furono la legge di più lunga durata che avesse la Repubblica fiorentina, giacchè erano in parte sempre in vigore quando fu spenta.
Che pace e che tranquillo vivere potessero portare alle città questi ordinamenti che pur si dicevano fatti a quel fine, è facile immaginare. I grandi male potevano tollerare quella oppressione ed empirono la città di tumulti; nei quali soffiavano i popolani grassi, come li chiamavano, cioè quelli che nella mercatura avevano fatto ricchezze e che avevan seguito nel popolo. Già trapelavano le ambizioni di questa classe di cittadini, che invidiava il nome e la grandigia delle famiglie dei magnati, e ad esse si accostava quando poteva farlo senza pericolo. Ma se si veniva alle mani, allora erano col popolo per dividere con lui i frutti della vittoria. Così in uno dei tanti tumulti di questi tempi, avendo il popolo assalito le case asserragliate dei Frescobaldi nei Fondacci di S. Spirito, nè potendosi dagli assalitori venire a capo di espugnarle, i Capponi che avevano le case accosto, ruppero il muro comune, e lasciarono che il popolo, passando per quella rottura, prendesse i Frescobaldi alle spalle e li cacciasse. L'uomo di maggior conto che tenesse il campo in quelle opposizioni armate dell'aristocrazia magnatizia, fu senza fallo Corso Donati, guelfo, di poca ricchezza, ma capo d'una consorteria numerosa potente. Natura fiera e superba, egli presenta il tipo di quei nobili violenti, avvezzi a farsi ragione colle armi, che non sapevano rassegnarsi ad esser comandati da gente minuta in farsetto. Di lui dice lo Stefani, “che aveva gran seguito e grande grandigia, e che, per gli ordinamenti di giustizia, non poteva esser grande quanto gli pareva di meritare„.
Ucciso nel 1308 Corso Donati, non per questo cessarono le offese e le vendette. I popolani, armati degli ordinamenti di giustizia, adoperarono quest'arma senza misericordia. Poco sangue si sparse, ma un gran numero di famiglie andarono in rovina, consumate dalle condanne o pene pecuniarie esorbitanti. Gli ordinamenti, come abbiam visto, avevano per fine di escludere i grandi dagli uffici del Comune, di disfare le consorterie dando divieti ai consorti e facendoli solidali nelle pene; e di difendere i popolani dai soprusi dei grandi. Questi fini furono raggiunti, ma, coll'escludere un'intera classe di cittadini dal governo, e metterla fuori dal diritto comune nelle pene, si perpetuarono le discordie e gli scandali. Eppure, quando quelle leggi furono proposte, da alcuni buoni mercatanti ed artefici desiderosi di vivere in pace, dei quali fu caporale Giano della Bella, come dice il Buoninsegni, se ne sperava una gran bene. Coppo Stefani peraltro meglio avveduto dice che ogni male di Firenze è proceduto dal volere gli uffici, e poi avuti, ciascuno a volerle per sè tutti e cacciarne il compagno.... Sotto colore di Guelfi si sono ammoniti uomini detti Ghibellini, non per altro fine che per avere per sè gli uffici; e si è trovato l'ammonire e il confinare, e il porre a sedere, e il divieto degli uffici.
I nobili, stanchi di questa oppressione, e delle leggi iniquie fatte a lor danno, e la parte popolare desiderosa di crescere favore a sè stessa togliendolo agli avversari, condussero alcune famiglie potenti a farsi popolari, e furono come tali ricevute dal Comune, a patto che rinunziassero alle loro consorterie, e mutassero il nome e l'arme. Queste condizioni per casate antiche, orgogliose del loro nome, erano umilianti, ma di poco effetto, quando la consorteria continuava a sussistere nelle famiglie che restavano dei grandi. Anche nelle armi e nel nome si fece poca mutazione; come può vedersi da queste famiglie che tolgo da lunghi elenchi. Gli Agli presero il nome di Scalogni, i Tornaquinci quello di Tornabuoni, i Mannelli quello di Pontigiani, perchè avevano le case a Pontevecchio, i Cavalcanti quello di Cavallereschi, i Bostichi quello di Buonantichi. E come per grazia i grandi potevano essere fatti popolani, così per pena questi si facevano dei grandi, per colpirli con le ammonizioni e coi divieti.
Gli ordinamenti di giustizia durarono in pieno vigore fino al Duca di Atene, che non li abrogò ma li applicava a capriccio. Dopo la cacciata di lui, furono ravvivati, e inaspriti sotto il governo dei Ciompi, ultima espressione della democrazia fiorentina. Nel governo degli ottimati, che successe ai Ciompi, furono assai mitigati secondo i tempi, ma nessun governo osò mai di abolirli, perchè il popolo non lo avrebbe consentito, considerandoli come la carta delle sue libertà. Quando a Roma Cola di Rienzo voleva restaurare la repubblica, chiese al Comune di Firenze le leggi con le quali si governava, ed il Comune gli mandò gli ordinamenti, che a nulla valsero per il tribuno; il quale se aveva a Roma la baronia feudale come a Firenze, non aveva il popolo risoluto a conquiderla e a renderla impotente.
Sotto le ferree disposizioni degli ordinamenti, anche le consorterie a poco a poco piegarono, e dopo essere state la forza dei grandi nella lotta coi popolani, rimasero poco più che un legame tradizionale di famiglia, che poi si sciolse col tempo. Ed infatti questo arnese di guerra civile, potente finchè durò la lotta di due principii, non ebbe più valore, quando, annientata la fazione feudale, la contesa si ridusse alla supremazia di famiglie appartenenti a quel popolo grasso che era rimasto incolume sul campo, pronto a dividersi le spoglie dei vinti.
Nè altro senso hanno le discordie che si videro nei tempi susseguenti tra gli Albizzi, gli Strozzi, gli Alberti, i Ricci e i Medici. Era questione di sapere quale di queste famiglie sarebbe stata la famiglia principe che avrebbe dominato sulle altre; il popolo aveva cessato di essere attore, ed era divenuto strumento delle private ambizioni.
Quando si pensa che le agitazioni e i tumulti nei quali stette il Comune di Firenze per quasi tre secoli, furono il periodo storico per lui più glorioso, una grande ammirazione ci prende per la fortezza di quegli uomini, i quali, fra gli orrori della guerra civile, sapevano arricchire coi loro commerci, innalzare monumenti d'arte che le pacifiche età susseguenti non hanno saputo emulare, e attendere alle arti e agli studi preparando il Rinascimento. Non si può fare paragone di quei tempi coi nostri, nè pronunziare giudizi di confronto che sarebbero temerari. Quello che si può dire, senza fallo, è che i caratteri si formavano a quella rude scuola, e che la fortezza dell'animo era sempre maggiore delle sventure. La vita allora tra la guerra, le condanne e gli esigli, sicuramente era dura, ma non trovo che nessuno si uccidesse per uscirne. Il suicidio è quasi ignoto nel medioevo. Grande era in quegli uomini la virtù del sopportare; e se Dante scrisse fra i dolori dell'esiglio il suo divino poema, mille altri minori di lui ed anche di povero ingegno, si aiutarono come poterono ad uscire da quella stretta senza mai disperare di nulla.
Nella storia fiorentina l'ammirazione di noi posteri, è tutta per quel popolo pieno d'ingegno e di coraggio che instaura nel Comune la sua libertà e la difende contro tutti. Ma per essere giusti convien dire che anche in quell'aristocrazia feudale era gran forza di resistenza, e nature d'uomini gagliarde e fieri caratteri; e se la parte popolare avesse saputo ammansirli e dar loro un posto nell'assetto del Comune, forse ne avrebbe cavato una milizia formidabile nelle guerre esterne, e la Repubblica non sarebbe caduta in mano dei capitani di ventura che furono la peste d'Italia. Ma i fiorentini mercanti aborrivano dalle armi, e le domestiche credevano pericolose per la libertà, mentre avevano danari per pagare le mercenarie.
Fatta questa riserva, noi dobbiamo essere riconoscenti a questo popolo che al principio del secolo XIII, costituiva il Comune libero, scioglieva i vassalli dal vincolo feudale, emancipava i servi dalla gleba, ed abbatteva l'aristocrazia feudale compiendo quel riconoscimento dei diritti umani, che altrove si fece, ed a qual prezzo! parecchi secoli dopo. La Toscana deve a questa prima infusione di democrazia, quel sentimento di libertà e di eguaglianza civile, che si innestò alle sue tradizioni e che rimase nei suoi costumi, più forte della mutria spagnuola portata dai Medici. Ed anche ai tempi nostri, in mezzo alle utopie dei socialisti che agitano la moltitudine pasciuta di folli speranze, noi possiamo mostrare con orgoglio, come prodotto di quell'epoca memorabile la mezzeria, che ha resistito a tutte le vicende, e che è anch'oggi l'unica soluzione pratica, non imposta da leggi, non escogitata dai filosofi, ma figlia del buon senso dei nostri maggiori, della questione eterna del capitale e del lavoro della terra, che all'Irlanda costa lacrime e sangue.
Con questi precedenti storici, la Toscana si trovò bene apparecchiata alle riforme civili alla metà del secolo XVIII; tantochè quando più tardi la libertà ci fu portata di fuori con apparato di parole magnifiche, i Francesi, che si annunziavano come liberatori, videro con stupore che noi godevamo pacificamente, già da tempo, quelle che essi chiamavano le nuove conquiste del secolo.
E poichè anche la storia ha le sue antitesi, noterò, per conchiudere queste parole già soverchie alla vostra cortese attenzione, che, nel tempo stesso che a Firenze si costituiva il governo popolare, a Venezia il Gradenigo chiudeva il gran Consiglio. Così, accanto ad una repubblica democratica, sorgeva in Italia la più potente oligarchia che sia stata al mondo. Quale dei due Stati meglio provvedesse alle sue sorti future, lo dice la storia. A Firenze la libertà morì oppressa dalle armi straniere, dopo aver combattuto le ultime battaglie col Ferruccio, con Dante da Castiglione, con Stefano Colonna; Venezia si spense per impotenza senile, senza che un braccio si levasse a difenderla e a darle almeno la dignità del morire.
SVEVI E ANGIOINI
DI
ERNESTO MASI
Se, pigliando alla lettera il tema assegnatomi, avessi a narrarvi per filo e per segno i fatti compresi sotto i due nomi di Svevi ed Angioini, dovrei, pur non oltrepassando il secolo XIV, narrarvi per lo meno un dugento quarant'anni di storia. Che se poi, dopo avervi mostrata intiera la parabola storica, ascendente e discendente, della dinastia Sveva, volessi fare altrettanto per l'Angioina, seguendola fino al tempo che, morta la seconda Giovanna, finisce con essa la linea principale della Casa d'Angiò, e nella monarchia dell'Italia meridionale le sottentra con Alfonso il magnanimo la dinastia Aragonese, dovrei, a dir poco, narrarvi più di trecent'anni di storia, e di quale storia! Della più varia, più complicata, più intricata anzi di tutto il nostro Medio Evo; trecento e più anni, nei quali tutte le instituzioni, che compongono la tela del terribile dramma, fanno l'estremo di lor prove, si svolgono, si combattono, vincono, sono vinte, e dopo avere nei loro contrasti perpetui, nelle loro antitesi inconciliabili mandati a male, non dirò i possibili tentativi, ma le meno utopistiche occasioni d'una qualsiasi ricostituzione nazionale, consumano tutta la vita politica italiana, compiono un intiero ciclo di storia e con esso ancora un intiero ciclo di civiltà, che d'italiana si trasforma in mondiale, e dà luogo ad una mutazione così profonda, che, come evoluzione civile, torna bensì col Rinascimento a beneficio di tutti, ma, come vicenda di storia, si chiude nella catastrofe politica dell'Italia medievale, destinata, com'altri disse, a morir sola per la salvezza di tutti.
Non vi spaventate, o signore, di tale orribile ampiezza di disegno. Sarò al possibile misericordioso e con voi e con me. Il Tommasèo consigliava di studiare la storia per circoli concentrici e sempre allargantisi, vale a dire sempre più comprensivi di un maggior numero di particolari. Per questa volta converrà invertire il metodo proposto dal Tommasèo, e dai circoli esteriori e più larghi venir dritto ai più interni e più ristretti, scegliendo, fra tanta congerie di fatti e tanta ressa di personaggi storici di capitale importanza, quelli che sono più spiccatamente caratteristici dei varii periodi che dobbiamo percorrere; quelli che più ci giovino quindi, se non a penetrare, ad intendere alquanto il mistero di quella torbida vita italiana dei secoli XIII e XIV e che più s'attengano come sfondo di quadro storico e come fonte d'inspirazione ai sentimenti, ai pensieri, alle creazioni d'arte del triumvirato toscano, le cui opere immortali fecero di Firenze la vera Roma del Medio Evo e sono quest'anno il principale soggetto di queste conferenze.
Anche per scegliere però c'è di troppo, e a persuadervene vi basti ricordare quanti e quali fatti, fra quelli soltanto di ordine più generale, sono coinvolti nel destino della dinastia Sveva e dell'Angioina: la seconda e terza lotta fra il Papato e l'Impero, le quattro ultime Crociate, la prima e la seconda Lega Lombarda, l'apogèo della teocrazia con Innocenzo III e la sua decadenza con Bonifazio VIII, il tentativo di Federico Barbarossa d'imporre all'Italia la sovranità tedesca e quello di Federico II di far dell'Italia il centro e la sede d'un nuovo Impero, la monarchia dell'Italia meridionale congiunta all'Impero e poi separatane per sempre per la tenace e implacabile politica dei Papi, l'espansione italiana dei tre primi Angioini di Napoli e la decadenza della dinastia iniziata dal Vespro Siciliano, il Comune finalmente, che nell'Italia superiore sostiene contro l'Impero con federazioni transitorie i diritti penosamente conquistati, pur non cessando mai un momento le proprie lotte interiori di Guelfi e di Ghibellini, e coi podestà e coi capi militari inclinando ben presto a signoria, mentre in Firenze invece, nel Comune più tardivo a svolgersi, ma straziato esso pure dalle medesime lotte interiori, la parte popolare sormonta, e, superata la forza dell'Impero, vinte le insidie papali e francesi, esplica tutte le sue potenze fino alle più tiranniche e diviene il tipo del Comune guelfo e democratico, sicchè dir Parte Guelfa e dir Comune di Firenze è tutt'uno.
Questi i fatti, ripeto, di ordine più generale, e non son tutti. Dei personaggi non parlo. Sono tutti gli attori della Divina Commedia, che, sparsi e variamente atteggiati, incontrate qua e là nelle bolgie d'inferno, sul monte del Purgatorio, nei nove cieli tolemaici del Paradiso, perchè la Divina Commedia è principalmente lo specchio della vita politica dell'Italia nel tempo di cui ci occupiamo; la Divina Commedia si profonda anzi talmente nel più fitto baratro delle lotte contemporanee e soprattutto fiorentine, che quanto è ad esse estraneo quasi non vi trova luogo, e di certi fatti, che pur sono grandissimi, di certi personaggi, che pur sono famosi, di certe città, illustri nella storia, Dante non parla o vi accenna appena. Non saprei spiegarmi in altro modo certi silenzi d'un poema storico per eccellenza, qual è quello di Dante. Di Venezia, ad esempio, che, come sapete, rimane fuori dalla lotta delle fazioni italiane, nulla dice. Federico Barbarossa è nominato appena con una parola incerta fra la stima e l'ironia. Di Enrico VI nulla. Di Federico II in persona il nome soltanto fra gli eresiarchi ed altri, poi parla di lui per ricordo. E tutti e tre questi Svevi chiama i tre venti, i tre uragani, come pare che debba intendersi, i quali hanno sconvolto il mondo, e non più. E tant'altri potrei accennare di questi silenzi e di queste reticenze dantesche. Ma se poco dice dei primi Svevi, non è così degli ultimi, non è così degli Angioini, più strettamente collegati alle fortune del Comune di Firenze; sicchè, scegliendo solo fra i personaggi della storia quelli che entrano nel poema dantesco, potremmo conoscerli, se non tutti, quelli, almeno, che importa più di conoscere. E le figure che vi atterriscono nella Divina Commedia, quelle pure che son nominate ad ogni momento e quasi con riverente terrore nel Novellino, vecchia raccolta d'indole ben più umile e popolare, vi fanno ridere nel Decamerone e nelle novelle di Franco Sacchetti, e tuttavia sono press'a poco le stesse; ma sotto la celia comica del Boccaccio e del Sacchetti si vede già che la solennità tragica delle grandi lotte italiane sta per dissolversi, si vede già che nel periodo di storia, il quale comprende gli Svevi e gli Angioini, si viene compiendo la trasformazione della società medievale in moderna, tant'è che la modernità già si mostra coi rosei bagliori dell'alba nel Petrarca, il quale libera dai veli e dalle oscurità del Medio Evo la scienza, la donna, l'amore; sebbene poi, allorchè vagheggia, come uomo politico, un rimedio all'anarchia italiana, esso pure non sappia trovarlo che nel passato, nel concetto cioè universale di Roma e d'Impero, ed il suo pensiero si riscontri anzi quasi identico a quello che cent'anni prima ferveva nella mente di Federico II. Quanto v'ha di nuovo e di profetico nell'opera sua forse sfugge al Petrarca, perchè i contemporanei ignorano il senso storico dei propri atti. Nella letteratura stessa, quando è più prossima l'evoluzione del Rinascimento, Franco Sacchetti, morto il Petrarca nel 1374, morto il Boccaccio un anno dopo, crede tutto finito e sclama disperato:
Or è mancata ogni poesia,
La stagione è rivolta,
Se tornerà, non so, ma credo tardi;
e ciò quasi al momento stesso che fra la morte di Roberto d'Angiò e quella delle sue due figliuole, Giovanna I di Napoli e Maria di Durazzo, tra il 1343 e il 1382, la fortuna degli Angioini s'avvia alla sua estrema ruina.
Quantunque precedente in ordine di tempo ai due secoli, che più specialmente ci sono assegnati, mi sarebbe impossibile parlarvi degli Svevi e non prender le mosse almeno da Federico Barbarossa. Quando nel 1154, eletto già da due anni Imperatore, egli discese per la prima volta in Italia, da diciassette anni niun esercito tedesco avea più varcate le Alpi. Come trovava Federico l'Italia, e che cosa voleva esso in Italia? Quel che voleva è presto detto: ricostituire i diritti del regno tedesco sull'Italia come al tempo d'Ottone I. Quel che trovava è un po' più lungo a dire, ma mostra appunto la difficoltà dell'impresa, a cui s'accingeva, perocchè i Comuni dell'antico regno longobardo hanno ormai abbattute le instituzioni del tempo degli Imperatori Sassoni, si sono ormai messi al posto dei feudatari e riconoscono bensì l'autorità imperiale, ma ne contrastano l'esercizio ogni volta che lo giudicano contrario alle loro buone consuetudini, che nel linguaggio del tempo valgono come diritti.
Nel resto d'Italia (e poichè a parlar di Firenze è ancor presto) Federico trovava la monarchia meridionale, che alle pretensioni dell'Impero, se ne ha, oppone l'alta sovranità del Papa; trovava il Papa, che alla sua volta vanta sull'Italia e sul mondo un diritto superiore a quello dell'Imperatore. Tuttociò indica che un gran mutamento è avvenuto nei Comuni, nell'Impero, nel Papato stesso, il qual è ben lontano ancora dall'avere raggiunto tutta la sua grandezza; ma esso pure, nel momento che Federico scende per la prima volta in Italia, è travagliato interiormente da avverse tendenze, da tendenze filosofiche trascendenti a razionaliste, da tendenze mistiche, che vogliono rivocarlo alla povertà dell'Evangelo, alla separazione dei due poteri, e queste, uscite dalle scuole francesi d'Abelardo, vengono ad assalirlo con Arnaldo da Brescia nella stessa sua Roma. Non per questo il Papa è disposto a transigere coll'Imperatore e occorrendo si associerà ad ogni suo avversario. Che cosa farà Federico? Sotto la guida di lui, scrive Giacomo Bryce nel suo bel libro sul Sacro Impero Romano, il potere transalpino compì il massimo de' suoi sforzi per soggiogare i due antagonisti, che allora lo minacciavano ed erano all'ultimo destinati a distruggerlo: il Papato e quella che, con espressione poco esatta, lo stesso Bryce chiama la nazionalità italiana. A tal fine, approfittando delle feroci discordie comunali, Federico cercherà di opporre i Comuni minori ai maggiori, il contado alle città prepotenti, ma in questo non riescirà che a mezzo, perchè pochi Comuni si uniranno a lui insieme coi feudatari (i discendenti degli antichi invasori barbari) e gli altri Comuni si stringeranno insieme contro di lui, salvo a straziarsi di nuovo in appresso gli uni cogli altri. Peggio è che i propositi dell'Imperatore non si limitano a sottomettere i Comuni. Vuol sottomesso anche il Papa; vuol tornare anche più addietro del concordato di Worms del 1122; non pace, ma tregua, che fu, colla quale però si chiuse la prima lotta fra l'Impero e il Papato. Ora è fatale che questa lotta si riaccenda e spinga il Papato ad associarsi ai Comuni. Non divamperà subito. L'Imperatore vuol essere coronato a Roma e il prezzo di tale concessione è la vita d'Arnaldo. Di fatto Arnaldo può ben essere per noi un eroe, un precursore, un profeta, ma che cos'era e poteva essere per Federico? Meno di nulla, e fu immolato. E che cos'era per Federico quella Repubblica, allora proclamata in Roma, quella Repubblica colle sue strambe pretensioni classiche di concedere per gran grazia all'Imperatore i diritti del popolo romano; di ospite, come dicevano, farlo cittadino, di straniero, farlo principe? — “Ma che linguaggio è codesto? (è naturale che Federico rispondesse). Sono ombre di morti che parlano o sono pazzi?„ — E la coronazione finì in una strage.
Sei volte l'Imperatore scese in Italia. Alla quarta la Lega Lombarda, che giurata già una prima volta a Bergamo, una seconda a Cremona, pigliò nome dal terzo giuramento di Pontida, è già costituita di venticinque città; bel moto, non d'indipendenza nazionale (che a chiamarlo così si commette un anacronismo ridicolo), ma bel moto nazionale ad ogni modo, stupenda riscossa latina, e che non ha riscontri nella nostra storia medievale. Alla quinta discesa Federico è sconfitto nella battaglia di Legnano il 29 maggio 1176. L'indomabile Imperatore piega dinanzi ad avversari degni di lui, un gran Papa, Alessandro III, una lega di città eroiche. Ma non chiediamo nè al Papa di pensare ad altro che al Papato, nè ai Comuni di perseverare nella Lega per costituire l'Italia in una federazione perpetua. Oibò! Ognuno ha combattuto colle idee del suo tempo, non con quelle di sei o sette secoli dopo. Se c'è un solo, che abbia mutato opinione, è il leale Imperatore, il quale s'avvede che dinanzi al Comune, dinanzi a questo feudatario nuovo, che nel suo regno d'Italia ha preso un posto così formidabile, è forza cedere e cede in realtà a Costanza nel 1183, benchè il Papa avesse già trattato per primo e da sè, e benchè la Lega Lombarda si fosse già a quest'ora disciolta. Ad ogni modo, ripeto, la prima Lega Lombarda, Pontida, Legnano sono certamente le più grandiose ed epiche pagine del nostro risorgimento comunale nel Medio Evo. Quali che siano i fini della lotta, v'ha Italiani contro stranieri e la lotta è santa, giusta, gloriosa. Ma v'ha ancora Italiani alleati dell'Imperatore e ciò in forza delle condizioni e delle divisioni storiche d'allora, che non si possono giudicare coi sentimenti dei nostri giorni. Bisogna guardarsi dal recare idee d'altro tempo in questi conflitti, altrimenti si rischia di non capirci più nulla; bisogna guardarsi dal quarantotteggiare (permettetemi la parola) anche nella storia, come quando dir Pio IX e Alessandro III, imperatore d'Austria e Barbarossa, Goito e Legnano pareva che fosse tutt'uno e che non facesse una piega.
Ad un ultimo fatto della storia di Federico Barbarossa mi conviene accennare, ad un ultimo fatto, che ha conseguenze d'estrema importanza. Quella Milano, ch'egli ha combattuto con tanto accanimento, quella Milano, ch'egli ha umiliata, distrutta, rasa al suolo e che nondimeno l'ha vinto, è divenuta ora la prediletta di quel grand'animo di soldato e di cavaliere, e la ricolma de' suoi favori, e vi celebra, per farle onore, le nozze di suo figlio Enrico VI con Costanza, l'erede del trono normanno di Sicilia, le quali nozze danno agli Svevi un diritto di successione alla monarchia meridionale, nei tempo stesso che gli Svevi cercano di rendere ereditaria nella loro casa la corona imperiale. Per tal guisa diventa possibile l'eventuale unione dell'Impero e della monarchia meridionale italiana; per tal guisa alla lotta perpetua di preminenza fra l'Impero e il Papato, s'aggiunge un altro argomento, e più aspro, di nuovi dissidi; per tal guisa il destino di casa Sveva è più che mai stretto, vincolato indissolubilmente all'Italia. Il caso volle che di tuttociò si vedessero ben presto gli effetti, perocchè presa da Saladino Gerusalemme e commosso di tanta perdita tutto il mondo cristiano, il vecchio imperatore Federico, che già da giovinetto avea presa la croce, volle finire da crociato la gloriosa sua vita e la finì non in battaglia, combattendo, ma tragittando un fiumiciattolo, che lo strascinò nella sua corrente e l'affogò. Strano ludibrio di destino, che parve allora all'ingenua fantasia dei contemporanei in tal contrasto, in tale sproporzione, dirò meglio, coll'epica figura di quest'eroe nazionale tedesco, di questo fulmine di guerra, uscito vivo da tante battaglie, di questo Ildebrando imperiale, come il Bryce lo chiama, ultimo forse ad avere schietto e splendente nell'animo il concetto dell'origine divina della sua potestà universale, a considerarsi secondo la conferma, che al suo concetto porsero i grandi giuristi bolognesi, padrone del mondo, fonte della legge, incarnazione del diritto e della giustizia, che alla sua morte non si volle credere, e Barbarossa trapassò nella leggenda e nella poesia come il mito perpetuo e sempre aspettato del Sacro Impero, come il vendicatore millenario, che tornerà nel giorno assegnato dal destino per castigare i nemici dell'Impero e della Germania. L'Imperatore non è morto (canta la vecchia ballata, che potete vedere riprodotta sino ai giorni nostri nei versi del Rückert, dell'Heine, del Geibel), l'Imperatore non è che addormentato coi suoi cavalieri in una caverna inaccessibile dell'Untersberg, aspettando l'ora che i corvi abbiano finito di svolazzare intorno alla cima del monte e il pero nano di fiorire giù nella valle, per ricomparire alla testa de' suoi crociati e riportare alla sempre giovane Germania dalle bionde chiome l'èra della pace, della forza e dell'unità.
C'è che ire però prima che il misterioso vaticinio si compia. Ma non è lontano il tempo, che un altro successore degno del primo Federico, benchè con tutt'altri pensieri, si mostri sulla scena del mondo. Intanto il figlio di Barbarossa, Enrico VI, doma con selvaggia ferocia il regno tedesco, tutto sconvolto alla morte del padre, poi tenta due volte la conquista della Sicilia, spettantegli per diritto ereditario di sua moglie Costanza, e la seconda volta la prende e la tiene con così spietata crudeltà di governo, che viene in odio a tutti, alla stessa sua moglie, la quale movendo dalla Germania per partecipare ai trionfi del marito avea dato alla luce in Jesi un fanciullo, Federico II, che i contemporanei chiameranno poi stuporem mundi, la meraviglia del mondo. Ma tra la morte d'Enrico VI e l'anarchia, che le succede nel regno tedesco a cagione dell'Impero conteso tra Filippo di Svevia e Ottone di Brunswick, un altro gran Papa, il maggiore dopo Gregorio VII, è salito sulla cattedra di San Pietro, Innocenzo III, che la dottrina della supremazia papale formulerà con tal audacia teorica, e praticherà con tale ardimento, abilità e scaltrezza di politica, da doverlo considerare come l'ultimo dei grandi Papi del Medio Evo, e quegli che veramente chiude un'epoca della storia del Papato, siccome Federico II ne chiuderà e per sempre un'altra della storia dell'Impero. Dove non ha egli, Innocenzo III, distesa la sua mano?! Durante il suo papato le crociate, questo gran moto dell'Occidente sull'Oriente, questo gran moto inspirato, promosso, capitanato sempre dai Papi (anche quando trovansi fra i crociati i più potenti principi d'Europa), sta per cambiare carattere, perchè l'antico entusiasmo è sbollito, perchè la speculazione commerciale e politica (come chiaramente dimostra la quarta crociata, che piglia Costantinopoli e lascia
Il sepolcro di Cristo in man dei cani),
la speculazione commerciale e politica, dico, vi s'è infiltrata e prevale in sostanza all'inspirazione religiosa; ma Innocenzo III crea un'altra specie di crociata, quella contro gli eretici, gli Albigesi per primi, con che all'astratta supremazia papale surroga una ingerenza strana e nuovissima nel governo d'uno Stato europeo. Quanto alla Sicilia, Innocenzo III ha un concetto assai chiaro, che trasmetterà ai suoi successori: impedire che sia unita all'Impero con un solo sovrano, e vi persiste, nonostante che la vedova di Enrico VI abbia messo sotto la sua tutela l'erede diretto degli Svevi e della corona Normanna; vi persiste sino a che la necessità lo spinge ad opporre Federico II ad Ottone di Brunswick, a cui è riescito d'arraffare l'Impero. Allora credendo in poter suo costringere poi il suo pupillo a rinunciare alla Sicilia, Innocenzo III può dunque morire nella dolce illusione d'aver sottomesso il mondo al Papato. In quella vece il principio imperiale, civile, laico, che dir vogliate, è appunto allora che sta per reagire. È tristo a dirsi, signore mio, ma fra queste azioni e reazioni, fra questi corsi e ricorsi si travaglia continuamente la storia. È egli vero, che al di sotto di essi c'è, come crede il Gervinus, una corrente profonda, che avanza sempre e sempre procede? Speriamolo! Intanto la supremazia papale di Innocenzo III era un sogno, e quella dell'Impero, che un altro grand'uomo, Federico II, ritenta, sarà un sogno ancor essa!
Consideriamo Federico specialmente in relazione all'Italia, perchè al mio tema mi convien cercar limiti da ogni lato.
Dalla prima Lega Lombarda in poi s'hanno altri esempi e frequenti di leghe di Comuni, quella di San Donnino, quella di San Ginesio in Toscana, quella per aiutare Innocenzo III. È bensì vero che ne sono aiutati talvolta anche Ottone, anche Federico, e che si hanno altresì leghe di Comuni contro Comuni. Ma infine questa forma persiste. È forse essa che potrà riordinare stabilmente l'agitata vita dei Comuni italiani? Oibò! Le leghe sono uno spediente transitorio. Gli odii sopravvivono; lo strazio persiste; per le più futili cagioni i Comuni si combattono, ed una caricatura profondamente storica, nonostante i suoi anacronismi, è la Secchia Rapita del Tassoni, che tutti conoscono. Non basta! La lotta è anche dentro il Comune, permanente, indomabile, fra classe e classe, fra una contrada e l'altra, fra una casa e l'altra. Non importa contare le sette od ottomila guerre di Comuni, che ha noverato il Ferrari. Bastano i versi di Dante:
E l'un l'altro si rode
Di quei che un muro ed una fossa serra.
Come fa, ciò nonostante, a vivere il Comune? Eppure, non soltanto vive, ma oggi è guelfo, domani è ghibellino, a seconda che l'una o l'altra parte prevale, e nondimeno questo nocciolo centrale, quest'unità primitiva, che si chiama Comune, non si dissolve. Oh, vorrei ben vedere quanto resisterebbero oggi a tali prove i nostri grandi congegni parlamentari ed amministrativi! Quell'unità del Comune ha pur dunque saputo imporsi alle divisioni delle parti. Perchè non potrebbe un'unità superiore imporsi ai Comuni? Non ha già il Comune una autorità unificatrice nel Potestà, che per i patti di Costanza era imperiale ed ora è suo? non è il Podestà straniero per rappresentare appunto una giustizia superiore ai partiti? e perchè non si può avere un Podestà straniero e più alto, che molti Comuni rispettino? Potrebbe essere un gran papa, se Innocenzo III non fosse morto. Sarà invece un grande imperatore? Sarà Federico II? È questo, o signore, il suo gran tentativo. Chi potrebbe osarlo meglio di lui? “È il più italiano, dice il Del Lungo, anzi il solo italiano fra quei Cesari ghibellini„; ha sangue normanno e tedesco nelle vene, è nato in Italia, è imperatore in Germania, è re in Sicilia, è, soggiunge il Lanzani, sveglio e immaginoso come un Italiano, ardito e scaltro come un Normanno, scettico come un Greco, voluttuoso come un Arabo, tenace come un Tedesco; è bello, cultissimo, parla cinque lingue, ha il pensiero libero, la mente sagace, pochi scrupoli, diplomazia sopraffina. Quale attitudine gli manca ad una grande impresa, come quella di pacificare i Comuni e riunirli sotto di sè, egli, che è già signore diretto di così gran parte d'Italia? C'è di più. Federico ha il concetto dello Stato laico ed accentratore (le sue costituzioni melfitane del 1231 lo dimostrano) quasi come un moderno. Non ha, non vuole ombre medievali intorno a sè, ma gaiezza, luce, amore, poesia. Fra le più rabbiose contese reca un alto senso di tolleranza scettica e filosofica. Predilige le scienze, le arti, le lettere, tanto che v'ha chi anche oggi sostiene che la poesia italiana è nata alla sua Corte. Quanto a me, quest'opinione ho per troppo assoluta; e il fatto m'è sempre sembrato assai più complesso, e non così determinabile di tempo e di luogo. Comunque, l'affermazione di Dante è in suo favore ed è tutto dire, sebbene la poesia aulica siciliana sia assai povera di contenuto e la più aduggiata d'influenze straniere. Ma ciò non scema nulla all'agile ingegno di Federico, che, curioso e indagatore, ama, oltre le lettere, la scienza, non solo nelle sue indagini pazienti, ma ancora nei suoi deliri. Si tiene accanto uno dei più grandi ingegni del tempo, Pier delle Vigne, e dal nulla lo solleva ai primi onori. Ha una corte splendida; gli fa corona una figliuolanza bellissima; ben sedici figliuoli gli conta il Raumer, lo storico degli Hohenstauffen. I cronisti e i novellieri del tempo lo ammirano. “Lo vidi una volta e lo amai„ dice fra Salimbene, che pure era guelfo ardentissimo. Tutto questo, o signore, vi indica una personalità straordinaria, una figura, che non ha riscontri in tutto il nostro Medio Evo. Ma che giova tutto questo agli intenti di Federico? Con lui scoppia la terza lotta fra il Papato e l'Impero, e le grandi qualità personali di Federico divengono quasi altrettanti delitti, dei quali i Papi lo tacciano. Con tre di essi specialmente ebbe briga, per usare l'espressione dantesca. Ma se con Onorio gli bastò destreggiarsi, con Gregorio IX e con Innocenzo IV fu una guerra a morte e nella quale Federico ebbe la peggio. Era il pupillo dei Papi, il Re dei preti, lo chiamavano per beffa i Guelfi tedeschi: i Papi s'erano covata essi in seno, come dicevano, questa serpe, ma a proposito della Crociata, sempre promessa e sempre differita, Gregorio IX (che non è un don Bartolo come Onorio, ma ha nelle vene il sangue d'Innocenzo III) lo scomunica tre volte in un anno e dalla scomunica Federico si appella (gran novità anche questa) alla pubblica opinione, segno certo, che questa si veniva mutando. Tant'è che nel giugno 1228 Federico, benchè scomunicato, parte per la Crociata, e questa è condotta da lui, anzichè come una guerra, come un negoziato diplomatico, degno di un principe sapiente, cristiano e tollerante. Ma è uno scomunicato, che invece di massacrar gli infedeli, ha trattato con essi. Che importa, se ha riacquistato Gerusalemme e il sepolcro di Cristo? Non avesse contro di sè che questa lotta così pazzamente insensata, Federico forse la supererebbe, ma quando vuol ricondurre i Comuni dell'Italia ai patti di Costanza, che s'erano già pian piano rimangiati, egli si trova a fronte d'una seconda Lega Lombarda. Come domarla? Gli mancano gli aiuti feudali di Germania. Venissero; la lega chiude i passi delle Alpi. Non resta se non poggiarsi sul partito Ghibellino, che è dentro ai Comuni. E allora dove se ne va l'ideale del Podestà supremo, del principe pacificatore? Il Papa stesso, che non è più arbitro del regno di Sicilia, dove troverà aiuto contro l'Imperatore? Nei Guelfi dei Comuni. Il fatto delle discordie italiane trascina dunque per forza nel suo stretto campo, contaminato d'odii e di sangue, le grandi potestà universali del Medio Evo. E con esse tutti vi sono trascinati egualmente, chè anche i grandi feudatari non hanno forza, se non s'aggrappano alle fazioni lottanti nelle città. Ezzelino da Romano, bizzarro ceffo di tiranno in
Quella parte della terra prava,
Italica, che siede in fra Rialto
E le fontane di Brenta e di Piava,
è un Ghibellino; come gli Este son Guelfi. L'Imperatore lotta colle forze che ha. I Comuni invece con vera soppiatteria e perfidia italiana (gli stranieri hanno questa volta ragione di chiamarla così) porgono di nascosto la mano al ribaldo figlio dell'Imperatore, che gli si è ribellato in Germania; infamia, nella quale almeno, dice il Raumer, il violento ma onesto Gregorio IX non trescò. Con tutto questo Federico vinse la seconda Lega Lombarda a Cortenuova il 27 novembre 1237. È la rivincita di Legnano codesta? Mai più! Anzi, mandando a Roma in Campidoglio, come alla sua capitale, le spoglie opime di Cortenuova, Federico allarma ed irrita sempre più il Papa, che non ha più ritegno nella lotta, e lo scomunica, lo destituisce dal regno e dall'Impero, gli cerca ovunque competitori, lo denuncia per ateo, eretico, epicureo, maomettano, gli bandisce contro una crociata, e indice un concilio, mentre l'Imperatore dal canto suo fa mandare a picco le navi, che vi portavano cardinali, vescovi e prelati. Morto Gregorio, la lotta è continuata da Innocenzo IV, nè d'altro lato l'Imperatore riesce a domare i Comuni, i quali colla battaglia di Parma del 1248 vendicano anzi Cortenuova e infliggono all'Imperatore un disastro irreparabile. Oramai la stella di Federico tramonta; sventure pubbliche, sventure private, tutto gli si accumula addosso; lo stesso suo figlio Enzo, bello, cavalleresco, valoroso, amore del padre, idolo dei poeti e delle donne, è sconfitto a Fossalta e cade prigione dei Bolognesi, che non lo restituiranno mai più. Fu l'ultimo colpo — e tanta ruina abbuiò anche la generosa indole di Federico; lo rese sospettoso, feroce, sicchè è di questo tempo la morte di Pier delle Vigne, il consigliere più illustre, l'amico più fido dell'Imperatore, che improvvisamente gli cade in disgrazia ed il cui supplizio rimane un'onta per Federico, quasi come quello di Boezio per Teodorico. La cagione fu e rimane un mistero. Fra i contemporanei si credette Pietro vittima dell'invidia e della calunnia, ed oggi l'Huillard Breholles, l'illustre storico di Federico e di Pier delle Vigne, conferma quest'opinione, che fu pur quella professata da Dante, il quale incontrando Pier delle Vigne in Inferno fra i suicidi, si fa dire da lui:
E se di voi alcun nel mondo riede
Conforti la memoria mia, che giace
Ancor del colpo che invidia le diede.
L'Imperatore morì l'anno dopo, negli ultimi del 1250. Di lui riparlerò conchiudendo. Basti qui che con lui scompare la più grande forse e la più complicata figura di tutto il Medio Evo. È la figura di un vinto? Nella lotta fra Impero, Papato e Comuni il vincitore vero è pel momento il Comune, ma Federico segna la prima riscossa del principio laico contro il principio teocratico, e questa è la sua vera vittoria.
Ben lo sentono i Papi e non daranno più tregua alla dannata razza degli Svevi. Sembra un fato di tragedia greca che, al pari di quella degli Atridi, incalzi questa famiglia, e gli epigoni di Barbarossa scompaiono uno dietro l'altro misteriosamente. Rimangono in Germania un fanciullo di nome Corradino, figlio di Corrado di Svevia e di Elisabetta di Baviera, ed in Italia, Manfredi, figlio naturale di Federico II, legittimato in punto di morte. Corrado era morto in Italia (vero cimitero degli Svevi) contrastando ai Papi, insieme con Manfredi, il regno di Sicilia, e intanto, durante il grande interregno dell'Impero, passerà più di mezzo secolo prima che l'Italia riveda un Imperatore tedesco. Ha usurpato Manfredi il regno di Corradino? La questione è dubbia, ma inclinerei ad ammetterlo. Non per nulla Manfredi è figlio di Federico e di una bella e astuta Siciliana! Ma la corona di Sicilia non se l'era forse guadagnata? e chi l'avrebbe difesa dal 1250 al 1258 contro le furie del Papa, se non era questo giovane ventenne, erede dell'ingegno, dell'avvenenza, della scaltrezza e del valore del padre? Pensate, o signore, in che temperie sociale e politica egli deve agire. Egli è in Italia, si voglia o no, il rappresentante del principio ghibellino e d'altra parte pei Ghibellini è un usurpatore. I Guelfi lo temono, ma temono assai più i vecchi e feroci feudatari ghibellini, uno dei quali, Ezzelino da Romano, osa innalzare fin su Milano le sue mire ambiziose. Il Papa, implacabile sempre, maledice Manfredi, come ha maledetto in fasce Corradino, e intanto fra così fiera lotta di passioni selvaggie, turbe infinite di flagellanti percorrono le città, implorando pace e perdono. Le leghe guelfe s'accosterebbero a Manfredi, ma la sua coronazione, che pare l'accenno d'una riscossa Sveva, rianima i Ghibellini, i quali coll'aiuto di Manfredi vincono il 4 settembre 1260 la battaglia di Montaperti, la qual vittoria è la fine di quello che i nostri cronisti chiamano il vecchio popolo di Firenze ed il principio del secondo popolo, fattosi in pochi anni “così vigoroso (scrive Cesare Paoli, pubblicando quel prezioso monumento di storia, che è il cosiddetto libro di Montaperti) da compiere prima che termini il secolo la sua evoluzione guelfa e democratica coll'istituzione del Magistrato dei Priori delle Arti, da affermare la sua nuova e grande potenza colla battaglia di Campaldino„; la rivincita guelfa, in cui, secondo la tradizione, anche Dante ha combattuto.
Dopo Montaperti e la morte del Papa Alessandro IV si svolge la breve fortuna di Manfredi. Egli è sul trono; parte ghibellina prevale; la sempre torbida Roma ha cacciato in esilio la corte Papale; Manfredi marita sua figlia Costanza a Pietro d'Aragona (altre nozze che avranno conseguenze importanti); egli stesso, Manfredi, mortagli Beatrice di Savoia, sposa Elena, greca e discendente dei Comneni. Mai la casa di Svevia era stata così potente in Italia, e in questa breve tregua Manfredi si volge alle più civili arti di regno coll'intuito, il buon gusto, l'alacrità del padre. Sembrano rinati i più bei tempi della corte di Federico; il re è il più gentile cavaliere d'Italia; sua moglie una delle più belle donne del mondo. Intorno a questi due giovani tutto è festa, luce, musica, amore, poesia. Perchè non potrebbe Manfredi stendere da mezzodì al centro e a settentrione d'Italia la sua egemonia, determinando la conciliazione dei due partiti? È un bel sogno anche questo, che forse attraversò la mente di Manfredi, ma si dileguerà come un sogno! Manfredi pure non è in realtà che un capo di parte. Di suo, proprio suo, non ha che la sua spada, i Saraceni di Lucera e i mercenari tedeschi. Ha un bell'essere e sentirsi italiano. Pei popoli d'Italia è un tedesco; pei Papi è il figlio di Federico II, e durante quattordici anni i Papi gli cercano un competitore, battendo a tutte le porte, finchè Urbano IV, un papa francese, si volge a Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia e conte di Provenza. Costui è un principe cupido, valoroso, violento e già dalla Provenza al di qua delle Alpi ha distesa la mano rapace su parecchie città del Piemonte. Non è senza virtù; ha vigor d'animo e di corpo, e Dante, così avverso a questo primo Angioino ed ai seguenti, salvo Carlo Martello, amico suo personale, ce lo indica come colui dal maschio naso, il nasuto, certo però con intenzione non benevola, al pari del figlio Carlo II, il zoppo, indicato pel Ciotto di Gerusalemme; al pari del nipote Roberto, che sebbene noto nella storia coll'attributo di savio e di buono, Dante disprezza come un qualunque pedante coronato, chiamandolo re da sermone.
Istigato dall'ambiziosa moglie, che ha tre sorelle regine e vuol essere regina essa pure, soccorso con ogni mezzo, lecito ed illecito, da due papi francesi Urbano IV e Clemente IV, Carlo d'Angiò muove alla conquista del regno, e sebbene Manfredi raccolga ogni mezzo di difesa, Carlo passando senza inciampo per
Ceperan là dove fu bugiardo
Ciascun Pugliese,
lo raggiunge a Benevento e il 26 febbraio 1266 lo sconfigge, e Manfredi muore, combattendo da eroe. Onorando da soldato il valore infelice, Carlo volle dar sepoltura al corpo di Manfredi. Glie la negò invece il legato del Papa. Ma al di sopra di questi odii selvaggi, al di sopra di queste atroci intolleranze, che inferociscono anche contro un cadavere, si solleva, come la giustizia di Dio, la giustizia di Dante, che assolve Manfredi nei suoi versi immortali.
Carlo d'Angiò, atteggiatosi subito come capo di parte guelfa in Italia, appena assestate con mano di ferro le faccende del regno, va in Toscana in persona, ma intanto al Papa non paga il tributo, non fa la Crociata, si mescola a tutta la politica italiana. Da tale amico mi guardi Iddio, deve dire il Papa! Ma è tardi a pentirsi! Nel regno però il malcontento è grande e con lagrime di coccodrilli si rimpiangono Manfredi e gli Svevi. Ne approfitta il giovinetto Corradino, e spinto dal tristo fato della sua casa viene in Italia. Parve da prima arridergli la fortuna. A Carlo d'Angiò ch'era, come ho detto, in Toscana, si ribellò mezzo il regno, l'isola di Sicilia andò in fiamme, ma Carlo accorse come un fulmine, e il 23 agosto 1268 vinse Corradino sui campi Salentini, nella battaglia, che erroneamente ebbe nome da Tagliacozzo, come ha dimostrato il Ficker, correggendo a questo proposito gli errori topografici del Raumer e dei suoi predecessori. Rientrato nei confini romani, Corradino si rifugiò nella Torre d'Astura, ma tradito da un Frangipani e consegnato a Carlo, il 29 ottobre 1268, senz'alcuna forma di giudizio, checchè si sia preteso in contrario, fu giustiziato sulla piazza del mercato di Napoli come un volgare predone di strada. Che parte ebbe il Papa Clemente IV in questo delitto, che tale è veramente? Molti lo accusano. Il Del Giudice, così benemerito dei documenti Angioini e così autorevole illustratore di questa catastrofe, lo assolve; ma è in punto oscuro di storia, tanto più che il pietoso e breve romanzo di quest'ultima vittima Sveva, eccitò, come doveva, la fantasia popolare, che vi ricamò attorno ogni sorta di leggende, fra le quali basti ricordare quella del guanto, che Corradino getta dal patibolo ed è raccolto da Giovanni da Procida, il futuro e dubbio eroe dei Vespri Siciliani. Ciò dimostra però che tra i due fatti la coscienza popolare intravvedeva un rapporto, che in realtà è storico, anche se, come l'Amari ha provato, Giovanni da Procida è bensì intermediario fra la malcontenta baronia siciliana e le cupidigie aragonesi, ma non l'eroe dell'improvvisa e spontanea insurrezione siciliana, che nel 1282 troncò il volo alle ambizioni di Carlo d'Angiò, le quali oramai da occidente ad oriente parevano non avere più limiti. Ma la separazione della Sicilia è il primo segno della decadenza angioina, perchè, nonostante una guerra interminabile, la Sicilia non fu ricuperata, e quando, salito al Papato Bonifacio VIII, al debole successore di Carlo I d'Angiò fu dal Papa chiamato in aiuto un altro avventuriere francese, Carlo di Valois, tutto finì nell'abbietta pace di Caltabellotta, la quale lascia la contesa come la trova, e di cui, ora invocandola ora violandola, sapranno ben avvalersi gli Aragonesi. Certo la loro ambizione fu più fortunata ed accorta di quella del Papa loro nemico, quel peccatore di grand'animo, strumento e vittima della lega guelfa fra la Chiesa e la Francia, che Dante mise ancor da vivo in Inferno, sebbene compassionasse in lui la dignità del Papato vilipesa nel sacrilegio d'Anagni. Trinciandola da Gregorio VII, Bonifazio VIII non ne fu che la caricatura, perchè all'alto ideale di quel Papa non surrogò che cupidigie e passioni personali, delle quali anche Firenze portò la pena e nelle quali il Papato non guadagnò che l'abbandono di Roma e la schiavitù d'Avignone. Chi aiutò molto a far durare questa schiavitù e ne trasse profitto fu re Roberto di Napoli, figlio di Carlo II d'Angiò e il più notevole dei successori di Carlo I. Fra le satire e le invettive dantesche contro Roberto e le lodi che gli tributavano il Petrarca, fatto da lui incoronare poeta, ed il Boccaccio, vissuto alla sua corte e che adombrò nel Filostrato la storia dei suoi amori con una figlia naturale del re, il giudizio può rimanere un po' incerto, ma guardando ai fatti si conferma che quel titolo di re da sermone, affibbiatogli da Dante, non gli tornava poi tanto male. Potenza ebbe molta; occasioni a farsi grande non gli mancarono; l'animo gli mancò. Non seppe riacquistare la Sicilia; non seppe nè mantenere, nè assodare l'ascendente che esercitò nei primi anni dal suo regno in Roma, in Toscana, in Lombardia. Ai tentativi dei Ghibellini, di Arrigo VII, di Lodovico il Bavaro, di Giovanni di Boemia contrastò con fortuna; ma se Convenevole da Prato, il maestro del Petrarca, interprete d'una necessità, che da molti allora doveva essere sentita, lo preconizzò in un poema latino come futuro capo d'un gran regno, non napoletano o siciliano soltanto, ma italiano, certo è che mal poteva rispondere a cosiffatto ideale, e in quel tempo, un re dotto bensì e letteratissimo, protettore di poeti e scienziati, ma timido, non guerriero, e che non aveva lasciata altr'arme in mano ai suoi sudditi che una mazza di legno per difendersi dai cani.
Di Giovanna I, la donna dai quattro mariti, che colla tragica morte espia le colpe della giovinezza, di Ladislao, le cui cesaree velleità Firenze seppe a tempo frenare, di Giovanna II, che come dice il Cipolla, fra l'impero dei favoriti, le gelosie dei cortigiani, le sanguinose gare dei principi, la guerra esterna ed interna, e l'universale anarchia, precipita la ruina degli Angioini, non ho più tempo a parlare e varcherei del resto i limiti cronologici che mi furono assegnati.
Mi affretto dunque a conchiudere, chiedendovi scusa se per quanto io me ne sia ingegnato, non m'è riuscito d'esser breve quanto avrei voluto.
Ho cominciato dal parlarvi di Federico Barbarossa, archetipo d'imperatore tedesco, affinchè poteste meglio apprezzare il carattere italiano di Federico II e di Manfredi. V'è in questa trasformazione dei nipoti di Barbarossa tale vittoria della civiltà latina sul germanesimo, che vi colpisce per la sua rapidità e i suoi effetti. — Rendere italiano l'impero, come tentò Federico II, era un concetto degno d'una gran mente, ma era un concetto utopistico. Ad ogni modo, se non il Comune, il Papa era per certo un ostacolo insuperabile, ed è perciò che fu talora creduto avere Federico mirato ancora a cumulare in sè Papato ed Impero. In Manfredi invece v'è in realtà un momento, in cui si direbbe davvero possibile per la casa di Svevia assumere tale egemonia italiana da raccogliere sotto di sè tutta la penisola. Se non che anche Manfredi è storicamente collegato al ghibellinismo, ha contro di sè il Papato e l'Italia comunale. Non può riescire e non riesce.
La vittoria definitiva dei Guelfi dopo la battaglia di Benevento porta alla maggiore altezza la civiltà dei Comuni, principalmente in Toscana, ma è pure preparazione alle signorie nell'Italia superiore. È in quella vittoria guelfa che si fonda l'autorità di parecchi Podestà e capitani del popolo, i quali si mutano in signori, e l'esempio del principato e di una corte italiana, dato da Federico II e da Manfredi, non è senza efficacia a formare il tipo del signore e delle corti italiane, che qua e là divengono centro di civiltà e di splendido vivere.
L'età di Federico II e di Manfredi è uno dei momenti di più operosa vitalità politica italiana, sia per l'azione sveva e ghibellina, sia per la reazione comunale e guelfa. Questa vitalità per l'improvviso apparire della casa d'Angiò rimane interrotta, perchè vien meno uno degli elementi della lotta, vale a dire l'Impero, e gli altri, il Comune guelfo e il Papato, s'adagiano più tranquilli all'ombra della nuova monarchia guelfa. Qual'è l'azione di questa nuova venuta nella storia d'Italia? A torto o a ragione tutti si volgono, come eliotropi, a questo sole nascente. Che meraviglia? Sia giusto o no, il mondo è dei forti e (come ha di recente dimostrato il Merkel in un lavoro di assai belle e originali ricerche, in cui prende in esame le storie, le cronache, le canzoni dei trovèri, dei trovatori, dei minnesingeri e dei poeti, che cantarono nel provenzale nativo o nel nuovo volgare italiano) la caduta materiale degli Svevi s'accompagnò con la loro caduta morale nella pubblica opinione, la quale fu in prevalenza favorevole all'impresa di Carlo d'Angiò. S'ebbe come una sosta nel turbinìo degli elementi componenti la vita italiana, ma gli ideali politici del tempo scaddero tutti e neppure la vittoria finale fu degli Angioini. L'idea imperiale era già diminuita, fin da quando casa di Svevia s'era fatta italiana, perchè, scemata la sua autorità al di là delle Alpi, perdette con questo della sua universalità. Ed ora la separazione dall'Impero di quel regno delle due Sicilie, ove gli Italiani avean veduto da ultimo la sede degli imperatori, compie la scomparsa dell'idea imperiale dalla vita reale d'Italia. Quest'idea rimane il sogno di Dante; rimane un'ombra che inutilmente cerca incarnarsi in Arrigo di Lussemburgo, in Lodovico il Bavaro. L'ultimo suo nobile rappresentante è Arrigo, a cui Dante prepara in Paradiso un seggio di gloria; poi l'idea imperiale casca negli impronti, negli avventurieri, nei truffatori.
Che cosa surroga a quell'idea la casa d'Angiò? Nulla di grande, perchè è guelfa, perchè è straniera e rimarrà sempre tale; perchè la sua azione si va sempre più ritraendo, prima dalla valle del Po, quindi dalla Toscana, ed infine si regge a mala pena entro gli stessi confini del regno.
Quanto al Papato, e al Comune guelfo, che hanno vinto colla spada di casa d'Angiò, essi non coglieranno che tristi frutti dalla loro vittoria. Il Papato s'è dato un padrone; il Comune settentrionale decade nelle signorie, le quali chiedono una consecrazione alla loro usurpazione, che gli Angioini sono impotenti a dare e che esse preferiscono ricevere dall'Impero, ogni volta che pare risorgere, sia pure sotto l'aspetto di una scorribanda di ladri, o di un'avventura da intriganti. Quanto ai Comuni dell'Italia centrale, essi vedono gli inframmettenti Angioini mescolarsi alla loro vita, ma per recarvi nuovi elementi o di discordie o di servitù.
Finalmente, quanto alla stessa casa d'Angiò, se paragonate soltanto le condizioni d'Italia nel primo decennio del secolo XIV cogli ultimi anni della casa di Svevia, vedrete che gli Angioini hanno già perduta una parte della loro monarchia, che hanno il Papato avverso e cospirante alla loro ruina, che alle signorie dell'Italia superiore basta la comparsa d'un'ombra d'imperatore per rifarsi ghibelline, che i Comuni dell'Italia centrale invocano talvolta il suo aiuto, ma poi subito l'hanno in sospetto e se ne liberano. In tali condizioni essa, non solo non ha più speranza di divenire una potenza italiana, ma, mantenutasi a stento napoletana, non le rimarrà che sprofondarsi a poco a poco nell'anarchia e finalmente cedere il campo agli Aragonesi, più validi, più destri e più fortunati.
Che tetra e dolorosa storia ho dovuto narrarvi! Gente che corre dietro alle ombre; grandezze fatue, colpe, sventure, illusioni; nulla di certo, tranne sognare, decadere, annientarsi, scomparire come in un perpetuo nirvana. Ma queste conclusioni dolorose sono la grande e malinconica poesia della storia! Nella quale intendo la rassegnazione cristiana del Manzoni, il gemito disperato del Leopardi, ma nella quale l'ottimismo, se non è sulle labbra sarcastiche del Voltaire, mi sembra la più volgare delle conclusioni. Del resto, che meraviglia? La storia è la vita!
LA GENESI DELLA DIVINA COMMEDIA
DI
PIO RAJNA
La molta cortesia non vi faccia dire di no, Signore e Signori: voi mi guardate con una certa quale curiosità per vedere che razza di viso abbia la sfacciataggine. Avete mille volte ragione. Ho osato sottomettere spontaneamente le spalle ad un carico, al quale non reggerebbero muscoli ben altrimenti robusti che i miei. La Genesi della Divina Commedia!
O tu chi se', che vuoi sedere a scranna
Per giudicar da lungi mille miglia
Con la veduta corta d'una spanna?
(Paradiso, XIX, 79).
Per scusarmi posso ben dire qualcosa. Nella letteratura italiana la Divina Commedia giganteggia in maniera, che il cupolone del Brunellesco non basta a renderne immagine. Piuttosto sarà da ricorrere a quel Duomo mirabile, che là nella gran pianura lombarda si slancia verso il cielo, cospicuo da ogni parte a cento e più miglia, tra l'ammasso delle case milanesi; dorato il mattino dai primi raggi del sole, imporporato dagli ultimi, sfolgoreggiante ne' suoi bianchi marmi sotto la luce meridiana. Orbene: questo gran monumento, tolto il quale la nostra letteratura cambia affatto d'aspetto, nel disegno delle conferenze quale a me fu annunziato, appariva solo di traverso. Ed ecco uno stimolo interno pungermi irresistibilmente a voler sopperire al difetto, mostrandovi un'altra faccia del portentoso edificio. Bella scusa davvero! Ho fatto come un villano, ingenuo e dabbene, che, penetrato, Dio sa in qual modo, in una sala dove sia gente di gran conto, vedendo l'uomo, ch'egli sa tra tutti il più famoso, lasciato pressochè solo in disparte da una specie di reverenza timorosa, vada a piantarsegli accanto.
Ma questi tutti son vani discorsi. S'io ebbi l'imprudenza, o l'impudenza, di mettere il mio nome appiè di una grossa cambiale senza pensare s'ero da tanto di poterci far fronte, ora, che la scadenza è venuta, bisogna che m'ingegni almeno di raggranellare le poche lire di cui dispongo. Un fallito dovrò essere di necessità; ma che io sia, se non altro, un fallito d'onore.
Donde cominciare? — La Signora Critica, dopo aver fatto la bisbetica per un pezzo — come pur troppo le avvien molto spesso, non già per malanimo, ma per rigido amore del vero — permette ch'io muova di colà, di dove, se a voi fosse lasciata la scelta, desiderereste di certo che io principiassi. È una figura ed è un nome di donna che devo qui evocare, ed è dell'affetto più gentile e più potente che abbia signoreggiato la mente dantesca che v'ho da intrattenere anzitutto. Guai di sicuro a chi nella Vita Nuova prenda ogni cosa alla lettera; ma la Vita Nuova non è neppure un tessuto di finzioni immaginate colla mira di comporre un romanzo; anche là, dove non è storia di fatti reali, essa viene ad essere pur sempre — talora con una certa perturbazione cronologica — storia di sentimenti, di pensieri, di fantasie.
A Dante fanciullo — “Prima che fuor di puerizia fosse„ — entrò nel cuore l'immagine di una fanciulletta, che di certo allora egli non chiamava altro che “Bice„. Chi s'inalberi all'idea di un innamoramento così infantile, può essere dottissimo e sapientissimo in tutto, ma non conosce abbastanza l'anima umana. Passarono gli anni senza che l'immagine, di continuo ravvivata, venisse mai a cancellarsi; i sentimenti che essa suscitava si fecero via via più distinti; beato nel pensiero di quella gentile, il giovane ebbe a dirla la sua Beatrice — beatificatrice —, ossia fu portato a designarla col nome intero, di cui Bice era lo scorciamento familiare. A questo modo il caso (non il caso, direbbe lui, dacchè per que' tempi “nomina consequentia rerum„, i nomi nascono dalle cose) gli forniva quel senhal, o nome convenzionale, cui i trovatori avevan ricorso per cantare più liberamente le donne amate: un senhal non molto recondito, se si vuole, ma da bastare tuttavia allo scopo; qui specialmente, dove, sotto alle eteree sentimentalità, non si nascondeva, come tante volte nel mondo provenzale, una tresca impudica. D'altronde di questo senhal Dante doveva allora servirsi solo, o pressochè solo, ragionando con sè medesimo, dacchè esso nelle poesie pervenuteci si mostra unicamente dopo la morte della donna.
Dante è in sui diciotto anni. Abbattutosi nella regina del suo cuore, che se ne va, in bianca veste, tra due matrone, e inebriato dal saluto di lei, si ritrae alla sua camera e pretende di aver avuto un sogno. Nel sogno vuole aver visto Amore, che regge in sulle braccia Bice addormentata, avvolta in un drappo leggermente sanguigno. In una delle mani egli tiene, ardente, il cuore dell'innamorato; e di questo, destata la fanciulla, induce lei a mangiare. Voltosi quindi di gaio ch'egli era prima, a piangere amarissimamente, si avvia verso il cielo, portando seco la donna.
Che Dante in quella notte sognasse di Bice, niente d'inverosimile; che la vedesse al modo che narra, pochi saprebbero credere, nè io sarò certo del numero. Ma se le cose dette non vide, egli, quel giorno o un altro, le immaginò, salvo assai probabilmente l'ultimo tratto del volo verso la regione degli angeli, inspirato dai successivi eventi. E questa fantasia fu da lui esposta in un sonetto, che, pur non essendo stato di sicuro la prima prova del suo librarsi sulle ali del canto, è il più antico saggio che noi di lui si possieda. Il sonetto, indirizzato “A ciascun'alma presa e gentil core„, ma destinato propriamente per coloro che “erano famosi trovatori in quel tempo„ come una specie di problema di cui si chiede la spiegazione, non ha bisogno di essere letto qui perchè voi vediate in esso come un primo presagio della Divina Commedia. Il presagio è ben tenue di certo; ma forse che la sproporzione toglie la rispondenza tra l'immagine che si disegna sulla nostra retina e lo sterminato volume della stella che da una distanza inconcepibile manda all'occhio la sua luce? Fatto sta che in un caso e nell'altro abbiamo una visione, e una visione che muove dall'amore medesimo, quale materia di una creazione artistica.
A questa prima visione tante altre ne tengono dietro, da far sentenziare a un illustre storico della nostra letteratura — ad Adolfo Bartoli — che la Vita Nuova “procede tutta, si può dire, per via di visioni„. Un valore generico queste visioni l'hanno sempre per noi; ma, naturalmente, non ci si deve arrestare se non a quelle che abbiano anche qualche importanza specifica. E così, prima d'incontrarci in nessuna di cui sia ancora a far parola, si dà di cozzo in una composizione, che, sebbene non sia il riflesso di nulla di cosiffatto, ci trasporta tuttavia ai mondi oltraterreni.
Dante, in un periodo d'afflizione, perchè la sua Beatrice, biasimando alcuna cosa in lui, gli ha tolto il prezioso saluto, cerca conforto nell'esaltazione dell'amata, e s'attenta, forse per la prima volta, ad affrontare il genere lirico più elevato, cioè la canzone. Egli parla a “Donne e donzelle amorose„, e squarcia loro d'un tratto i misteri del Paradiso:
Angelo clama in divino intelletto,
E dice: Sire, nel mondo si vede
Maraviglia nell'atto, che procede
Da un'anima, che fin quassù risplende.
Lo cielo, che non have altro difetto
Che d'aver lei, al suo Signor la chiede;
E ciascun santo ne grida mercede
Sola Pietà nostra parte difende
Chè parla Iddio, che di Madonna intende:
Diletti miei, or soffrite in pace
Che vostra speme sie quanto mi piace
Là, ov'è alcun che perder lei s'attende,
E che dirà nello 'nferno a' malnati:
Io vidi la speranza de' beati.
Se tutto non v'è riuscito chiaro in questi versi, non fatene colpa a voi stessi, giacchè anche la gente che pretende di spiegarli agli altri, dopo averci ficcato gli occhi ben addentro, dubita e disputa. Molto tuttavia si capisce abbastanza. Un angelo chiede istantemente a Dio, a nome di tutti i beati, che sia chiamata in cielo un'anima, che unica manca a rendere perfetta la festa di lassù. La Pietà sola — s'io non m'inganno, Maria — propugna le parti della povera umanità. Questa voce la vince: Dio conforta i suoi “diletti„ a portar pazienza, e lasciare che la loro “speme„, Beatrice, resti sulla terra tanto, quanto piace a lui di lasciarvela. Insomma, noi veniamo ad aver qui una piccola “Commedia divina„.
Ma “l'enimma forte„, che tormenta gli Edipi, è la chiusa della stanza. In terra, per testimonianza di Dio, è, tutto pauroso di perdere Beatrice, alcuno
... che dirà nello 'nferno a' malnati:
Io vidi la speranza de' beati.
Se prima abbiamo avuto come un lieve sentore della Divina Commedia, in questi due versi da un pezzo se ne scorge il deliberato proposito, e gli sforzi fatti per cercarvi altra cosa, riescono, per quanto vengano da intelletti vigorosi, vani del tutto. E vani sono del pari i tentativi di resecare chirurgicamente dalla canzone questa stanza, supponendola aggiunta poi; ed urta contro improbabilità ben gravi e difficoltà pressochè insuperabili anche la congettura recente, che solo questi due ultimi versi siano stati inseriti di nuovo, surrogandoli ad altri, nell'atto del legar questa gemma dentro allo splendido diadema della Vita Nuova. Frattanto il disegno di un viaggio sotterra avanti la morte di Beatrice, riesce a noi difficile da comprendere; ed io per il primo m'ho da rammaricare che, se il disegno è formato fin d'ora, la bella dimostrazione della lenta, graduale evoluzione del futuro poema, che a me pareva di potervi fare, e che in sè stessa appariva la cosa più logica di questo mondo, ne vada non poco in iscompiglio. Ma, grazie a Dio, non sono ancora avvezzo a mettere il bavaglio ai fatti, perchè non abbian modo di levare la voce contro le concezioni del mio cervello; e l'esperienza m'ha insegnato da gran tempo che il vero si prende non di rado il gusto di andarsene a stare ben lontano dal verosimile. Così, se Dante fin d'ora — ossia non più tardi del 1289, posto che Beatrice sia, come penso ancor io, la figliuola di Folco Portinari, morto il 31 dicembre di quell'anno e non morto ancora quando la canzone fu composta — se Dante, dico, ha già immaginato una Divina Commedia senza voler permettere a noi di scrutare in che modo propriamente l'idea venisse a nascere, e sia pure! Cosa questa Divina Commedia fosse per essere, nessuno di certo saprebbe dire; si può dire bensì cosa non sarebbe stata, ossia, che essa sarebbe riuscita quanto mai diversa da quella che possediamo. Certo nel lunghissimo periodo che corse in ogni caso dal primo concepimento all'esecuzione, il concetto dell'opera ebbe a subire via via una serie di trasformazioni profonde. Ben diversa dall'attuale era manifestamente anche la Commedia che Dante ebbe ad immaginare, quando, come vedremo tra poco, nessuno dubita ch'egli ad essa non pensi, e quando intanto la maggior parte delle vicende che improntarono il poema del loro marchio, ancora non era seguita. O che diremmo, se, per esempio in questa primissima fase, egli avesse fantasticato una specie di purgazione in vita, analoga a quella, che sarà da menzionare più tardi del Pozzo di San Patrizio, come solo mezzo atto a renderlo degno di amare colei che di continuo ci rappresenta come angelo in terra?
Rimettiamoci in via, dolenti di saperne forse un po' troppo perchè l'interesse dell'osservare non venga a soffrirne, ma fermi sempre nel proposito di tener gli occhi bene aperti. Dante ammala e cade in estrema debolezza. In quello stato gli succede di pensare, da una parte alla sua donna, da un'altra alla fragilità della vita, sicchè gli s'affaccia naturale l'idea che Beatrice stessa dovrà un giorno morire. Sopraffatto da smarrimento, chiude gli occhi e vaneggia. Ed ecco che “nel cominciamento dell'errare che fece la mia fantasia, apparvero a me certi visi di donne scapigliate, che mi diceano: Tu pur morrai! E poi, dopo queste donne, m'apparvero certi visi diversi ed orribili a vedere, i quali mi diceano: Tu se' morto„. Continuando il farneticare, egli non sa più dove sia: “e veder mi parea donne andare scapigliate, piangendo, per la via, maravigliosamente triste; e pareami vedere il sole oscurare sì, che le stelle si mostravano d'un colore, che mi facea giudicare che piangessero: e parevami che gli uccelli volando cadessero morti, e che fossero grandissimi terremoti„. O cos'è questo pianto della natura? La parola di un amico glielo spiega: “Or non sai? La tua mirabile donna è partita di questo secolo„. Egli allora alza gli occhi al cielo: “E pareami vedere moltitudine di angeli, i quali tornassero in suso ed avessero dinanzi da loro una nebuletta bianchissima; e pareami che questi angeli cantassero gloriosamente; e le parole del loro canto mi parea udire che fossero queste: Osanna in excelsis.„ Dopo di ciò la fantasia gli rappresenterà ancora in atteggiamento ineffabilmente sereno le spoglie mortali della sua donna, ed egli si sentirà tratto a invocare la morte, e piangerà lagrime vere, finchè non sarà destato, nel momento che gli uscirà di bocca il nome di Beatrice.
In questo caso la visione non è un sogno, bensì un delirio. E il delirio è preparato da condizioni siffatte e si viene svolgendo in cotal maniera, che nessun psicologo ci troverebbe a ridire. Però stavolta abbiamo forse a fare proprio con qualcosa di sostanzialmente reale. Ma non è di ciò che a noi importa. C'importano, comunque sorti nella mente, quei ceffi di demonii, quelle figure d'angeli, tutto quello spettacolo pauroso e fantastico di morte, di dolore, di beatitudine. E c'importa che anche qui alla fantasticheria tenga dietro la rappresentazione artistica, dataci dalla canzone “Donna pietosa e di novella etate„, che è tra le più belle, più calde, più vive, che Dante componesse mai.
Beatrice non molto appresso viene realmente a morire, e l'Alighieri rimane lungamente affranto. Si rianima poi a poco a poco, e finisce per lasciarsi vincere da un nuovo amore, rampollato dalla compassione che s'accorge d'aver destato in un'anima gentile. Sennonchè presto “una forte imaginazione„, in cui gli pare di vedere Beatrice fanciulletta, come l'aveva vista la prima volta e in quelle stesse vesti sanguigne che allora indossava, lo riconduce, pentito, a pensar di lei sola. Ora dunque egli riprende a cantare il dolor suo. Non a lungo tuttavia; chè, ecco apparirgli “una mirabil visione, nella quale„ egli dice, “vidi cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infino a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò, studio quanto posso, sì com'ella sa veramente. Sicchè, se piacere sarà di Colui, per cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, spero di dire di lei quello che mai non fu detto d'alcuna.„
Che ciò che qui s'annunzia sia la Divina Commedia, è da avere in conto di cosa certa. E se non fossero i due versi che ci hanno dato filo da torcere poco fa, noi diremmo che essa erompa proprio dalla visione a cui qui oscuramente s'accenna, senza unirci tuttavia al coro di coloro che identificano in certo modo il poema colla visione stessa. Il bottone, turgido da un pezzo, al bacio di un sole infocato aprirebbe ora primamente i suoi petali. Ma se il disegno è vecchio già di qualche anno, bisognerà che in questo luogo esso venga solo a subire una metamorfosi. Quanto a determinar propriamente in che la visione attuale consistesse, ne lascerò il còmpito a chi sia dotato di una potenza divinatrice, che il cielo a me, poveretto, non ha voluto concedere. Questo so bene di poter dire, sicuro oramai di avervi compagni, che il concetto del gran poema sgorga direttamente dalla vita dell'Alighieri e dall'affetto santissimo della sua gioventù, e che il suo prender forma di visione, non è che una manifestazione più intensa di tendenze che noi vediamo connaturate colla mente sua.
Dal punto a cui ci s'è condotti all'esecuzione definitiva, correrà tuttavia molto tempo ancora. Qui non dobbiamo essere che al 1292 all'incirca; e la scena stessa del poema è posta nel 1300. Degl'indugi sarà poi da chieder conto alla bufera politica che travolgerà l'Alighieri; ma prima il conto vuol domandarsi a un doppio ordine d'infedeltà, solo apparenti le une, più che reali invece le altre. Dante si dà allo studio della filosofia; e questa passione s'impadronisce a tal segno dell'animo suo, da sopraffare il pensiero della morta donna. Di cotal lotta, dell'esito che essa ha, ci è documento l'ammirabile canzone: “Voi che intendendo il terzo ciel movete„, ampiamente commentata nel secondo trattato del Convivio. Ma se qui l'Alighieri ha l'aria di discostarsi da Beatrice, e però anche dalla Divina Commedia, mentre in realtà sempre più loro s'avvicina, egli se ne discosta realmente d'assai lasciandosi andare ad una vita licenziosa, nella quale il peccato che ultimo si espia sul monte del Purgatorio, ebbe manifestamente non poca parte. Eppure questo stesso traviamento finisce per accatastare nuova legna per la immensa fiamma che verrà poi a divampare; più l'Alighieri s'imbraga, e maggiore diventa la necessità di mezzi più straordinari che non siano le “spirazioni„, in sogno o non in sogno, per trarlo a salvezza:
Tanto giù cadde, che tutti argomenti
Alla salute sua eran già corti,
Fuor che mostrargli le perdute genti.
(Purg., XXX, 136).
Sarà mai vero che il proposito fermo di battere quind'innanzi altra strada e gli sforzi di salire “il dilettoso monte„ irradiato dal sole della virtù, fossero fatti allorchè il gran Perdono del 1300 offriva per la prima volta a tutta la Cristianità, conturbata dalla coscienza delle proprie colpe e dai terrori della vita futura, un modo relativamente agevole di lavarsi da ogni macchia e di sciogliersi da ogni pena? — Impossibile rispondere; ma se anche questo non fu, Dante non poteva certo scegliere momento più opportuno per collocarvi il suo mistico viaggio.
Quella che noi s'è venuta finora considerando per la Divina Commedia, è la genesi interna: la genesi in quanto ha luogo nell'animo stesso di Dante. Ma di contro a questa c'è una genesi esteriore. Al fenomeno soggettivo corrisponde un fatto oggettivo; se da un lato c'è una corda mirabilmente disposta a vibrare e render suono, dall'altro c'è una mano che la scuote. Si tolga l'una delle due: s'immagini un Dante diverso da quello che è, oppure si collochi a vivere in un mondo diversamente foggiato, e il grande poema andrà del pari a perdersi nell'infinito popolo dei non nascituri.
Volgiamoci a quest'altra parte. Volgervisi, dovrà manifestamente significar soprattutto rendersi conto del posto che tenevano nell'età dantesca le fantasticherie dei mondi oltraterreni, le quali, anche prima che ci si fermi a guardar le cose davvicino, appariscono pure essere per la Divina Commedia schiatta e famiglia. E il posto era stragrande davvero. Di queste fantasticherie avevano piena la testa, e la riempivano altrui, ecclesiastici e laici, predicatori e giullari, pittori e poeti: per lo più mirando piamente ad atterrire, talora anche a sollazzare. E fu per sollazzo (come non richiamare in Firenze, sia pur nota quanto si voglia, questa memoria fiorentina?) che, nella lieta ricorrenza del calen di maggio del 1304, mentre Dante già calcava le dure vie dell'esiglio, i mattacchioni di Borgo San Frediano, su barche, e navicelli, e impalcature, rappresentarono in Arno l'inferno, “con fuochi„, dice il Villani (VIII, 70) “e altre pene e martorii, con uomini contraffatti a demonia, orribili a vedere, e altri i quali aveano figure d'anime ignude, che pareano persone, e mettevangli in quegli diversi tormenti con grandissime grida, e strida e tempesta„: spettacolo che, fatto così per trastullo, parrebbe irreligioso ai nostri tempi, e che allora non era; ma che ebbe fine lagrimosa, dacchè, rovinato, per il peso soverchio della folla spettatrice, il ponte alla Carraia, ch'era tuttora di legno, molti perirono; “sicchè„, conchiude il cronista, “il giuoco da beffa avvenne col vero; e, com'era ito il bando, molti per morte n'andarono a sapere novelle dell'altro mondo„.
E da tempo immemorabile le fantasticherie avevano proprio anche assunto la veste di andata alle dimore dei defunti. Siffatta concezione fu quanto mai comune presso i Greci, non uguagliati forse da nessun popolo nella familiarità con quelle regioni. Cosa di più noto alle menti elleniche che l'Acheronte, il Cocito, Caronte colla sua barca, la reggia di Plutone e Proserpina? Le andate più antiche si immaginaron corporee, come un altro viaggio qualsiasi. Tali son quelle d'Ercole, di Piritoo, di Orfeo, spettanti al dominio del mito; tale è nell'epica quella di Ulisse, di cui l'Odissea ci darà una particolareggiata narrazione, alla quale il pochissimo che l'Alighieri ne seppe, non toglie di essere la più remota progenitrice della Divina Commedia a cui noi si possa risalire.
Più tardi, per effetto dello spiritualismo filosofico, si contò di peregrinazioni compiute dall'anima soltanto. Anche ad un'immaginazione di questo genere ricorse Platone, il più fantasioso tra i filosofi greci, e quello che maggiormente si piacque di dar forme concrete e sensibili alle idee sue intorno alla sorte riserbata ai defunti; e alcuni secoli dopo vi ricorse allo stesso modo Plutarco. Riferire le cose dette da questi due, sarebbe gradevole a me, come sarebbe gradevole a voi l'ascoltarle; appena sapreste persuadervi di essere nel mondo pagano. Ma poichè il mio scopo è di prepararvi a capire come nasca la Divina Commedia, e non di farvi conoscere la storia delle idee e delle fantasie che si riferiscono all'altra vita, mi guarderò bene dal lasciarmi sedurre.
Dire che qualcosa fosse dei Greci, è un dire insieme che da un certo tempo in qua fu anche dei Latini, loro eredi non meno che emuli. I Latini parteciparono dunque anche per questa parte alle concezioni elleniche; solo, di tanto più positivi, ci si abbandonarono meno. Ma ecco, per trascurar tutto il resto, che Cicerone farà avere al suo Scipione Africano un sogno, che è una vera visione del paradiso; e Virgilio ci darà di una discesa di Enea all'Averno una descrizione, che, grazie alla vitalità somma del poema in cui era contenuta, eserciterà un'azione efficacissima anche per tutto il medioevo.
Venne il cristianesimo; e succhiò per questa parte latte pagano, ben più che israelitico; nè poteva essere altrimenti, dacchè il posto che nelle menti pagane era occupato dalle fantasie relative alla sorte riserbata all'anima al suo uscir dal corpo, nelle israelitiche era riempito invece dal pensiero e dalla rappresentazione del finimondo, della risurrezione, e del gran Giudizio. Ma è troppo facile intendere, date le idee cristiane, come da questo tempo in là le visioni dovessero moltiplicarsi: visioni per lo più tenere, pietose, commoventi, nell'età dei martiri; paurose invece nel medioevo, durante il quale la religione diventò in grandissima parte sinonimo di terrore. Non diamone maggior colpa a lei che alle generazioni che essa si studiava di tenere a freno.
Io non istarò qui a farvi passare dinanzi la lunga serie di coloro che di secolo in secolo pretesero, o si pretesero, aver visitato i regni della morte; giacchè vedo bene quanta sarebbe la noia, e non vedo invece quale sarebbe l'utilità di una filata di nomi accompagnata da scarsi ragguagli. Mi pare senza confronto miglior partito prendere tra i moltissimi un caso singolo, che possa servir di esemplare, e fare di quello un'esposizione abbastanza particolareggiata. Non sceglierò quella visione di frate Alberico, dattorno alla quale fu combattuta un tempo la battaglia dell'originalità o non originalità del poema dantesco da chi ancora non sapeva, o non considerava abbastanza, com'essa non fosse che un individuo, non privo certo di qualche importanza, di una stirpe ben numerosa. Che Dante la conoscesse, è più che improbabile. E neppure mi appiglierò alla discesa famosissima di Owen nel pozzo di San Patrizio in Irlanda, nonostante che questo pozzo conservasse la sua reputazione di bocca delle regioni delle anime con una tenacia singolare, contro cui non valse nemmeno la distruzione eseguitane per ordine di papa Alessandro VI nel 1497. Prenderò invece la visione di Tundalo, germogliata ancor essa dal medesimo suolo irlandese, d'una fecondità proprio impareggiabile per roba siffatta. Questa può dirsi il capolavoro della sua specie. Composta alla metà del secolo dodicesimo, si divulgò, latina e molteplicemente tradotta, in modo veramente straordinario; e per me non è dubbio come sia tra quelle di cui Dante ebbe conoscenza diretta, e da cui trasse partito.
Tundalo era un cavaliere irlandese, giovane, bello, prode, piacevole, ma che non voleva darsi alcun pensiero delle cose dell'anima. Un giorno, mentre siede a tavola in casa altrui, si sente mancare, e, gridando, cade a terra. Appaiono in lui i segni della morte. Il corpo è steso sopra di un letto, e vi rimane tre giorni. Trascorso questo tempo, mentre tutto è pronto per la sepoltura, riapre gli occhi, con gran meraviglia dei circostanti. Egli riceve il corpo di Cristo, poi fa testamento in favore dei poveri, e quindi racconta i meravigliosi suoi casi.
Uscita dal corpo, l'anima era stata presa da grande paura, pensando alla sua vita colpevole. Una turba di demonii la circonda, digrigna i denti, le preannunzia l'inferno, e crudelmente la schernisce. Quand'ecco, egli vede accostarsi come una stella splendidissima, che, fattasi vicina, risulta un giovane di singolare bellezza (chi non ricorre qui subito colla mente al celeste guidatore del “vasello snelletto e leggiero„?) e gli si dà a conoscere per il suo angelo custode, mandato dalla misericordia divina. Gli annunzia pene bensì, ma insieme anche il ritorno alla vita, e gli dice di seguirlo. I demonii gridano contro l'ingiustizia di Dio, si picchiano tra di loro, ma se ne vanno, lasciando in quel luogo un gran puzzo. L'angelo, e Tundalo dietro di lui, si mettono in via.
Dopo aver fatto lungo cammino, in mezzo a tenebre rischiarate solo dalla luce dell'angelo, giungono a una valle profonda, piena di carboni ardenti, e ricoperta da un'immensa gratella arroventata, su cui friggono molte anime. Come cera si squagliano e colano sui carboni, per poi essere restituite nella forma di prima. Cominciano di qui i loro tormenti, seguiti da altri ancor maggiori, i parricidi, i fratricidi, gli omicidi in genere, e i loro complici.
Più oltre è un monte con uno stretto passaggio, che ha da una parte un fuoco di zolfo, e dall'altra neve e grandine, e vento orribile. Qui demonii, con forche roventi, aspettano al varco gli insidiatori, per metterli a tormentare, con dolorosa vicenda, or di qua, or di là.
I superbi urlano e gemono entro a un fiume di zolfo nel fondo di una tavola angusta, su cui solo agli eletti è dato di reggersi, mentre gli altri tutti precipitano. Questo ponte, che non rimane solo, come si vedrà or ora, è un'immaginazione che viene ben di lontano. Tundalo, grazie alla sua scorta, riesce a passarlo.
Proseguendo per una via tortuosa, si trovan di fronte a una bestia di grandezza così sterminata, da poter contenere nella bocca molte e molte migliaia di uomini. Il mostro si chiama Acheronte. Esso vomita fiamme, e certi demonii sono continuamente affaccendati a cacciargli in corpo delle anime. È il tormento degli avari. L'angelo d'improvviso sparisce, e Tundalo è preso e trascinato a patire pene incredibili e svariate in quell'orrido ventre. Pure alla fine si trova libero di nuovo, e l'angelo gli è al fianco.
Risanato con un semplice tocco del dito, è condotto ad un lago in continua e violentissima procella, pieno di mostri terribili, che stanno continuamente in attesa di anime da divorare. Questo pure è attraversato da un ponte, largo un palmo, lungo tre miglia, tutto coperto di punte che forano i piedi. Sopra di esso tocca a Tundalo di avventurarsi, tirandosi dietro una vacca indomita, in pena del furto di un animale siffatto. Il poveretto tollera patimenti indicibili; ora cade lui, ora la bestia; e ancora s'aggiunge l'incontro di un'altr'anima, carica di un gran fascio di spighe. Pure, quando Dio vuole, la prova è superata.
Lascio altri tormenti, anche più strani e tremendi, tra i quali non è tuttavia, come forse vi aspettereste, lo starsene a sentire conferenze noiose. E tutto questo non è che purgatorio! Alla fine Tundalo ode grida, ed urli, e tuoni, che fanno un insieme di cui non si può dir a parole l'orrore, e si vede dinanzi come un gran pozzo, dal quale escono tratto tratto fiamme e fumo, che paiono arrivar fino al cielo. Insiem colle fiamme son portate in alto numerosissime anime in forma di faville, che poi ricadono nel profondo. Ecco l'inferno. Una turba di demonii, usciti ancor essi di colà colle fiamme, fa ressa dattorno a Tundalo, e dà luogo a una scena, che subito ci fa pensare a ciò che nell'inferno dantesco segue sulle porte di Dite e al ponte de' barattieri. Ma l'angelo, che era prima sparito, riappare di nuovo, e dissipa costoro. Quindi conduce Tundalo anche giù nel baratro infernale; ma ve lo conduce invisibile a tutti, e senza che più deva partecipare alle pene. Dar conto dei supplizi veduti laggiù, non sarebbe, ci si dice, possibile; però altro non ci si descrive che Lucifero, mostro spaventoso e d'incredibile grandezza, nerissimo, con mille mani, lunga ciascuna cento palmi e munita di unghioni di ferro, con un enorme becco e una gran coda. Giace incatenato sopra una gratella, alla quale sono sottoposti carboni ardenti, rinfocati di continuo per forza di mantici da demonii senza numero. Pieno di furore, prende quante anime gli vien fatto di afferrare, le strizza, le infrange, e quindi, soffiando, le sparge per ogni parte dell'inferno. È allora che si solleva la gran fiamma vista uscire dal pozzo, la quale altro non è che il fiato di Lucifero. Ma poi il mostro aspira di nuovo; e fuoco, ed anime, e demonii, tutto gli rientra in corpo. La pittura è grandiosa davvero e spaventevole.
Tundalo, inorridito, dopo aver avuto dalla sua scorta molte dichiarazioni, domanda ed ottiene di uscir fuori, e ben presto, con gran meraviglia, si trova lieto e sicuro, non più circondato da tenebre. S'arriva ad un muro altissimo, appiè del quale se ne stanno alla pioggia ed al vento moltissime anime, travagliate da fame e da sete. Son coloro che vissero onestamente bensì, ma che non fecero elemosina come dovevano; però, simili agli scomunicati dell'Alighieri, rimangono qui alcuni anni ad aspettare.
Non aspettano Tundalo e l'angelo, e per una porta entrano in un giardino amenissimo su cui il sole mai non tramonta, dove sono le anime di coloro che, liberati dai tormenti infernali, ancora non meritano d'essere accolti nella compagnia dei santi. Nè da questo luogo son bandite del tutto le pene.
Giungiamo al piede di un secondo muro, che non ha porte, e al di là del quale Tundalo si trova, senza saper come, tra cori di santi, che lieti e festosi, in splendide vesti, deliziati da profumi inenarrabili, cantano soavissime melodie. È il paradiso dei maritati, che tennero fede al matrimonio. Al di là di questo, separato al modo medesimo da un muro, n'è uno anche più splendido, destinato ai martiri, a chi serbò la verginità, agli edificatori e benefattori di chiese. Questi ultimi se ne stanno in celle d'oro e d'avorio sotto un grand'albero che raffigura la Chiesa. Finalmente, al di là di un altro muro, fatto di pietre preziose, sono i nove ordini delle milizie angeliche, e la beatitudine più piena. Vi si scorge una seggiola meravigliosa, destinata a un'anima che ancora è tra i viventi. Mentre Tundalo sta qui gustando di una dolcezza ineffabile, gli è annunziato dall'angelo che deve ritornarsene, e immediatamente egli si trova gravato del peso del corpo. Fu allora che riaperse gli occhi.
Tale è questa visione, superiore ad ogni altra così per l'orditura generale come per molti particolari, ma infinitamente lontana pur sempre dalla Divina Commedia.
Là dove tanti avevano fantasticato, e non di rado vaneggiato, Dante solo pensò. La mente dantesca è una tra le più meravigliosamente contemperate che mai sian state nel mondo; fantasia e ragione, che nella maggior parte degli uomini paiono come rappresentarci i due piatti d'una bilancia, dei quali l'uno non può calare senza che l'altro si sollevi, qui sono entrambe in grado sommo e si crescon forza a vicenda. E alla ragione e alla fantasia s'accompagna una potenza di sentimento, capace al modo stesso delle più squisite delicatezze e degl'impeti più fieri; che può esser ruscello che scorre trasparente, accarezzando gentilmente le erbe che sporgono dalle rive, e torrente furioso che va a precipizio, travolgendo macigni, alberi, case, tutto quanto gli si para dinanzi.
Tale la natura aveva fatto l'Alighieri: la vita, piuttosto che per favore di circostanze, grazie ad una sete inestinguibile di sapere, — “La sete natural che mai non sazia„ altro che se Dio stesso l'appaga — aggiunse a tutto ciò una padronanza pressochè piena della scienza del tempo suo. Questa scienza sarebbe stata assai facilmente per altri come una gran pietra legata al piede, sia pure di un'aquila; per lui invece riuscì come la zavorra, per virtù della quale la nave si fa stabile e ben equilibrata.
Questo l'uomo che concepì il disegno di percorrere, dopo tanti e tant'altri, i mondi delle anime. Stiamo pur sicuri ch'egli non ricalcherà le orme di chicchessia. Perfino al cospetto di Virgilio, dell'“altissimo Poeta„ ch'egli non si stanca di chiamare “maestro„ e che, a motivo anzitutto della discesa di Enea all'Averno, sceglie a guida attraverso alle due regioni delle pene, non si riduce nient'affatto a diventare servile. Egli ha certo la rappresentazione sua incomparabilmente più fissa nella memoria d'ogni altra, l'imita talvolta in qualche particolare, ma serba piena ed intera la propria libertà.
Posto di fronte al soggetto suo, Dante provò il bisogno vivissimo di sottometterne, del pari come la successione dei peccati e delle pene, così anche la topografia, a quelle leggi d'ordine e misura, a cui era stato sempre ribelle. Era un caos ciò che a lui stava dinanzi. Poche soltanto tra le descrizioni de' suoi antecessori presentano contorni che possano in qualche maniera esser colti; e allora è un concetto assai povero che ci si offre. Abbiam come una sterminata estensione orizzontale, nella quale s'apre una profonda voragine. Tale è la disposizione virgiliana, tale quella che avete visto nella visione di Tundalo, tale quella di altri esemplari parecchi. Il baratro, come sapete, è l'inferno, dove nel più dei casi neppure si penetra, e del quale ad ogni modo si parla sempre in succinto. Nella parte superiore s'hanno le punizioni a tempo, ossia il purgatorio; e all'estremità sua sogliono incontrarsi le sedi dei beati: ben naturalmente nella concezione dei pagani, pei quali, fino a che la filosofia troppo non se ne immischia, il regno dei morti è uno solo, governato tutto da Plutone, ma con assurdità patentissima quando ci troviamo nei dominii del cristianesimo. I luoghi di pena, apertamente o non apertamente, s'immaginano quasi sempre sotterra. È dunque sotterra anche il paradiso?
Di concepire le cose come i predecessori, Dante non poteva contentarsi: egli cosmografo, egli dotato in grado ben alto di quel senso classico, che rifugge dall'indeterminato e dall'indeterminabile, costituendo un così reciso contrapposto alle tendenze dell'ingegno orientale. E non pago di modificare, tutto trasformò.
Il gran cardine della metamorfosi fu il purgatorio. Dante lo trasse dalle profondità del suolo e lo staccò recisamente dall'inferno. Così operando, egli si accostava ai teologi, che, mentre per lo più eran d'accordo nel ritener sotterranea la regione dei dannati insieme col limbo, non solevano pensare il medesimo di quella delle anime purganti. E non mancava, credo, chi questa regione ponesse appunto, come si fa dal poeta, agli antipodi. Dico solo “credo„ perchè la testimonianza che mi soccorre al momento è alquanto posteriore alla Divina Commedia; ma è troppo ovvio che, se il purgatorio era sulla superficie terrestre, dovesse immaginarsi in quelle parti a cui si pensava che l'uomo non potesse giungere. Del resto perduti nell'oceano i luoghi di pena temporanea sono anche in qualche esposizione leggendaria tra quelle che in generale ci son meno prossime, segnatamente nel famosissimo viaggio di San Brandano.
Ma se qui Dante, fino a un certo segno, abbandonava una tradizione per avvicinarsi ad un'altra, egli fu propriamente originale nella determinazione specifica del concetto. Quel medioevo che tanto favoleggiò delle regioni dei morti, vagheggiò non poco anche l'immagine di quelle sedi beate, che il primo atto di seduzione femminile e di debolezza mascolina si credeva aver tolto all'umanità. All'esistenza reale ed attuale del paradiso terrestre si dava fede quasi universalmente; e fede continuò a darcisi per un pezzo, sicchè è noto come lo stesso Colombo immaginasse di essere arrivato ne' suoi paraggi quando giunse alle foci dell'Orenoco. E sulle carte dell'età di mezzo questa regione felice, alla quale molte leggende facevano pervenire dei fortunati visitatori, è segnata molto spesso. Solo c'era qui pure dissenso quanto alla situazione. I più la ponevano in un remotissimo oriente; non pochi nell'India; altri, che si potranno un giorno far forti anche della poderosa autorità dell'Astolfo ariostesco, nell'Etiopia; parecchi — e non dico infine, perchè ancora non si sarebbe finito — lungi dal mondo abitato, divisa da esso, secondo taluni, da un gran tratto di mare. Ma l'accordo si ristabiliva tra il maggior numero per ciò che spetta alla configurazione particolare. Il paradiso terrestre doveva esser vetta di un monte isolato di straordinaria altezza; di un monte che certuni (chi conosce la Divina Commedia capisce subito il motivo dell'avvertire siffatta particolarità), per sottrarne la cima ai turbamenti atmosferici, facevan spingere il capo fin dentro al cielo lunare. Orbene: Dante prese questo monte, s'appigliò al partito unicamente ragionevole di collocarlo in mezzo al mare e agli antipodi, e dintorno alle sue pendici dispose il purgatorio, ripartendolo, colla sua mente geometrica, in altrettanti ripiani o cinture di forma regolarissima. Curiosa la rispondenza che cotale concezione viene ad avere con una che s'incontra nel Libro delle visioni e rivelazioni della tedesca Matilde di Hakeborn: curiosa assai, ma casuale, e buona a provarci a quante illusioni ci espongono non di rado certe somiglianze anche assai spiccate.
A togliere dalle viscere della terra il purgatorio, a trasportarlo alla luce, ad associarlo strettissimamente coll'Eden, Dante non fu mosso niente affatto da mere convenienze architettoniche. È un concetto ben altrimenti elevato che lo inspira. A lui la condizione di un'anima che espiando si purifica, apparisce cosa celeste. Anzichè una specie di vestibolo dell'inferno foggiato a sua immagine, la regione delle pene temporanee gli si affaccia come scala al paradiso. Questa è regione di dolore bensì: ma di dolore cui muta natura la certezza della felicità che s'aspetta e alla quale il soffrire è un avvicinarsi continuo. Però nel poema dantesco le scene terribili dell'inferno fanno qui luogo a rappresentazioni che parlano un linguaggio soave; alla disperazione succede una tenera malinconia; alle tenebre di una notte “privata d'ogni pianeta, sotto pover cielo„, il biancheggiar dell'alba.
Ahi, quanto son diverse quelle foci
Dalle infernali! chè quivi per canti
S'entra, e laggiù per lamenti feroci.
(Purg., XII, 112).
Quindi, se a questa sede benedetta si verrà per acqua, non altrimenti che all'inferno, a far da nocchiero, in luogo di “Caron dimonio con occhi di bragia„, avremo un angelo. Ed angeli, non demonii come in tutte le descrizioni anteriori, saranno i ministri preposti a questi luoghi. Davvero io non esito a dire che il purgatorio è la più bella, la più poetica, la più umanamente ammirabile tra le creazioni dell'Alighieri.
Ho detto che qui sta il cardine del nuovo sistema. Le profondità della terra restano così riserbate alle sole pene eterne, delle quali Dante, con un ordinamento che è il rovescio di quello degli antecessori suoi, acquisterà troppo ragionevolmente conoscenza prima di passare al purgatorio, a quella maniera che poi dal purgatorio salirà al paradiso. Il purgatorio d'un tempo, sgombrato dei vecchi suoi ospiti, diventerà parte integrante dell'inferno. E siccome le pene che i visitatori antecedenti s'erano trattenuti a descrivere, e che fanno riscontro alle dantesche erano sempre state sole, o quasi sole, le temporanee, ne viene che l'inferno dantesco è anzitutto e soprattutto l'altrui purgatorio. La forma sua nondimeno muove da quella che s'era attribuita all'inferno vero e proprio. Ma dove gli altri s'erano contentati di una voragine informe, egli anche a quella voragine dà un'architettura regolare, foggiandola a cono rovesciato, con una serie di gironi che vanno via via restringendosi e digradando, sì da riuscire come il riscontro concavo della montagna del purgatorio. E giù nel fondo colloca Lucifero. Di collocarlo in tal modo l'idea gli poteva più o meno essere suggerita anche dalla tradizione schiettamente sacra; nondimeno chi metta a paragone il Lucifero suo con quello della leggenda di Tundalo, mal può rattenersi dal pensare che di lì “Lo 'mperador del doloroso regno„ abbia a riconoscer l'origine.
Resta il paradiso. Se nella pittura dei tormenti — temporanei o perpetui, non fa differenza — i visionari che precedettero Dante avevano spesso dato prova d'ingegno e di facoltà inventiva, nel descrivere la beatitudine celeste essi erano rimasti così rasente terra, da muovere a pietà. Non erano davvero atte a un volo così ardito le loro ali di struzzo. Però il loro paradiso si riduceva per lo più a un mero paradiso terrestre, o ad una povera copia della Gerusalemme apocalittica. Che se taluni avevano osato slanciarsi negli spazi, all'ardimento non aveva corrisposto l'effetto.
Per ben intendere ciò che sono per dire, si richiami alla mente come si concepisse l'universo dal medioevo, come si fosse concepito per solito dagli antichi, come continuasse a concepirsi fino a che le idee copernicane non mandarono ogni cosa a soqquadro. La terra — questo povero granellino di sabbia lanciato negli spazi — s'immagina ferma e salda, e nientemeno che centro al gran tutto; le stelle fisse sono disposte in una specie di strato sferico, che potremo rassomigliare a ciò che è in un arancio la buccia; lo spazio compreso tra questa regione superiore e la terra si suppone divisa in varie sfere racchiusa l'una nell'altra, alla maniera di certe palle di legno che s'aprono, delle quali la prima ne contiene una seconda, la seconda una terza, e così via. In ciascuna sfera, fatta astrazione dal nucleo centrale, ossia dalla terra, e dal suo involucro immediato, compie i suoi moti un pianeta: partendo dal basso, successivamente la luna, Mercurio, Venere, il Sole, Marte, Giove, Saturno. Al di sopra del cielo delle stelle fisse, ragioni filosofiche e matematiche avevano portato a congetturarne un altro, che fu detto “primo mobile„ o “cristallino„; e sopra a questo, che veniva ad essere nono, la speculazione cristiana ne mise ancora un decimo, chiamato “empireo„.
Nel cielo empireo i teologhi ponevano Dio; in esso o nel sottoposto cristallino, i beati. Se Dante si fosse adagiato in siffatta idea, si sarebbe ridotto a non aver a descrivere che un solo cielo. Cosa sarebbe mai stata allora la terza cantica? E ne sarebbe andata distrutta anche la legge di progressione che regola il poema. Il poeta doveva dunque sentirsi spinto a popolare giù giù anche tutte le sfere inferiori. A ciò poteva incitarlo, non ostante gli scontorcimenti degl'interpreti, la parola stessa di Paolo, “rapito fino al terzo cielo„; a ciò quel nome appunto di cieli, dato universalmente a tutte senza distinzione le sfere, e il concetto che vi si collegava; a ciò le fantasticherie di un'antica letteratura cristiana, nella quale tiene uno dei primi posti l'Ascensione d'Isaia, e gli echi che di cotal letteratura s'ebbero nel medioevo; a ciò, per farla finita una volta pur non avendo finito, il sogno ciceroniano di Scipione, che agli spiriti eletti assegnava qual dimora la via lattea, e il Timeo di Platone, conosciuto anche allora, che faceva discendere le anime dalle stelle a vivificare i corpi, e ad esse, se buone, le rendeva dopo morte. Ma neppure a questo secondo partito, troppo repugnante a quella teologia che nel Paradiso prende necessariamente il di sopra, Dante poteva adattarsi senza temperamenti; e il temperamento fu di natura, da conciliare in tutto e per tutto le convenienze artistiche colle teologiche. Accettò l'idea che i beati avessero tutti quanti sede nell'empireo; ma suppose che nondimeno si manifestassero nei cieli sottoposti, tra i quali si trovassero ripartiti a seconda delle virtù o delle tendenze che avevano spiccato in loro durante la vita. È all'astrologia giudiziaria, non ripudiata nient'affatto entro certi limiti nè da Dante nè dagli stessi teologi, che si chiedono i principii direttivi della ripartizione. Però le anime che l'influsso della stella di Venere al momento della nascita aveva portato ad essere amorose, in Venere appunto dovranno apparire.
Gli è solo delle linee generali del poema che noi ci siam resi conto in questa maniera; abbiam visto come Dante foggiasse le celle dove deporre il suo miele. Ma qui non mi è lecito andar troppo più oltre di così. All'opera portentosa del poema sacro “han posto mano„ realmente “e cielo e terra„. Il poeta vi profonde a piene mani — a seconda delle opportunità offertegli via via da un disegno sconfinatamente vasto, che, non pago di abbracciare l'universo intero, comprende lo stesso Dio — tutti i tesori inesauribili di una natura meravigliosamente e svariatissimamente dotata, di una scienza accumulata con lungo ed amoroso studio, di una vita fatta esperta se altra mai dalla sorte “E degli vizi umani e del valore„. Dar conto particolareggiato di un contenuto così straordinariamente complesso e moltiforme, come si potrebbe qui mai? Però, invece che accostarmi al mio scopo, mi parrebbe di allontanarmene, se mi fermassi a discorrere di questo o quell'elemento, di questa o quella rappresentazione speciale. Farei come chi, per vedere il Giudizio Universale di Michelangelo, appoggiasse il naso alla parete. Certo, Caronte, Minosse, Cerbero, le Arpie, vengono da Virgilio; sono di origine virgiliana, o pagana in genere, sebbene subiscano una trasformazione profonda, e la palude Stigia, e la città di Dite, e Lete, e altre cose assai, troppo patenti e note perchè sia lecito insisterci; e dalla visione di Tundalo, colla quale s'è detto doversi riconnettere il Lucifero dantesco, emanerà probabilmente anche il seggio vuoto riserbato nel cielo all'“alto Arrigo che a drizzare Italia Verrà in prima ch'ella sia disposta.„ Queste e innumerevoli altre derivazioni si potranno osservare; ma dopo averle rilevate, in cambio di aver progredito nella comprensione generale dell'opera, si arrischierà di non capirne più nulla, quando non ci s'affretti a riallontanarci di tanto, che il grande ed il piccolo siano abbracciati insieme dallo sguardo e riprendano le loro rispettive proporzioni. Metterà maggior conto rilevare, esser probabile che dalle visioni precedenti Dante ripeta il concetto che il viaggio sia intrapreso a scopo di purificazione morale, pur trattandosi qui di una idea molto ovvia, e che nella Commedia assume un significato senza confronto maggiore per effetto di quel senso allegorico, tanto cercato, tanto accarezzato dalle menti colte dell'età di mezzo, che viene a sovrapporsi alla lettera, e che nelle concezioni principali raddoppia in certo modo il poema. E furono le vecchie visioni a dar l'esempio del surrogare all'inferno e al purgatorio singolarmente povero della pretta tradizione teologica — fiamme e zolfo e poco più — una grande svariatezza di tormenti. Molto importa poi il notare che già parecchie tra le visioni antecedenti avevano largamente frammischiato nelle rappresentazioni loro la terra, col facile espediente del riconoscere tra le anime parecchi, di cui era ancor viva la memoria. Cosa voglia dir ciò per la Divina Commedia, chi mai non vede? Vuol dire Francesca e Ugolino, Farinata e Pier delle Vigne, Sordello e Guido Guinizelli, Piccarda e Carlo Martello, in una parola, quantitativamente un porzione grandissima del poema, e sott'altro rispetto tutto ciò che v'ha in esso di più poetico, di più sentito, di più vitale. Ma bisognava che la semenza cadesse sopra un terreno ben portentosamente disposto per fruttificare in cotal maniera! Però a me non piace si parli di “Fonti„ per la Commedia non altrimenti da quel che si faccia per il Decamerone, per il Furioso, per la Gerusalemme. Questi son fiumi: la Divina Commedia è addirittura il mare. E come nel mare, l'acqua che vi scende da ogni spiaggia, che vi piove dalle nubi, prende nuovo sapore. Ma di quella condizione singolare per cui il grande poema riesce opera d'impareggiabile originalità, pur dovendo infinitamente al mondo che lo circonda, potrà esserci miglior immagine un grand'albero, che da una parte si sprofonda nel suolo ad aspirarne succhi per mille e mille radici, e dall'altra si eleva meravigliosamente poderoso, ricco di rami, lussureggiante di foglie, tutto rivestito di fiori.
Alla grande intrapresa del poema Dante riuscì a dar compimento poco prima forse che la vita gli mancasse. Venutone a capo, egli poteva rivolgere con profonda soddisfazione il pensiero alle parole scritte al termine della Vita Nuova: l'ardita speranza di dir di Beatrice “quello che mai non fu detto di alcuna„ era stata seguita da un effetto, a cui la speranza stessa, per ardita che fosse, mal poteva arrivare. Il voto era sciolto; egli aveva elevato un monumento, a paragone del quale le piramidi dei Faraoni, la mole di Adriano, e quant'altro mai di più gigantesco e più splendido l'uomo eresse quale albergo alle ossa proprie o alle altrui, erano a dire meschinità. Il monumento era riuscito di tale ampiezza, e così straordinariamente ricco, da parere altra cosa che un sepolcro; eppure la figura di Beatrice tutto lo dominava dall'alto, trasfigurata, indiata, ma non dissimile da ciò che era apparsa vivente.
Sicuro: nella Commedia la Beatrice umana non manca. Noi la riconosciamo allorchè al sommo del monte del purgatorio scende sul carro fatidico, “vestita di color fiamma viva„, non diversamente da quel che si fosse mostrata fanciulla, e, prima ancora di sollevare il velo che le copre il viso, induce un tremore in tutte le membra di lui, che
già cotanto
Tempo era stato, che alla sua presenza
Non era di stupor tremando affranto.
(Purg., XXX, 34).
E il dolce nome di “Bice„ riesce un momento a risonare, lontano e soave ricordo, pur tra le meraviglie del cielo (Par., VII, 14). Ma se questo è verissimo, non toglie per nulla che la Beatrice del poema non sia in primissimo luogo una Beatrice celeste. Sennonchè, tra questa nuova Beatrice — presa pure nel suo ufficio di simbolo, ossia guardata sotto il suo aspetto più etereo — e la Beatrice antica, non c'è contraddizione nessuna. Tra le due ha luogo quella continuità medesima, per la quale adulti siamo pur quegli stessi che si fu un tempo bambini.
Già nella Vita Nuova Beatrice è una Bice idealizzata; idealizzata a tal segno, da indurre molti a non la saper più riconoscere per donna viva nonostante che viva la rivelino indubbiamente certi batter di palpebre. Idealizzata bisognava bene che fosse; o non è sempre di un ideale, pur troppo ben lontano il più delle volte dalla realtà e che al contatto di questa si dissipa lasciandosi dietro il disinganno, che s'invaghirono quanti, uomini e donne, amarono, amano, e saranno per amare finchè la nostra razza perduri? In Beatrice, leggiadra sicuramente d'una leggiadria delicata, e non men che leggiadra, dolce, pudica, umile, cortese, Dante vedeva fatto persona ogni pregio femminile, come del corpo, così dell'animo. La “gentilissima„: ecco nella Vita Nuova la designazione sua consueta; e davvero, se c'è dote in cui l'idea tipica della donna incarni sè medesima, questa è di sicuro la gentilezza.
Beatrice muore. Muore nel fiore dell'età, avanti che il tempo abbia osato far sfregio al suo viso, avanti che le sue virtù abbiano, in mezzo a nuove condizioni, dovuto trasformarsi. È moglie, a quel che pare; ma giovane moglie; e che tale sia stata, la morte farà poi dimenticar presto. Orbene, colei che già in vita era apparsa al poeta un essere angelico sospirato dai celesti, gli apparve da quel giorno angelo vero e proprio; e quando nell'anniversario della sua dipartita, piena la mente del pensiero di lei, la sua mano vorrà come rappresentarne le sembianze, sarà la figura di un angelo che verrà a tracciare. Quindi la vedrà starsene gloriosa nel più alto luogo del cielo a godere della beatitudine celeste, ossia della visione divina. E la visione divina, o, in altri termini, la vita contemplativa, essa rappresenterà nel poema, contrapponendosi a Matelda, simbolo della vita attiva, e insieme con essa facendo riscontro a Rachele ed a Lia. Contemplando Dio essa lo conosce; però in lei viene ad esserci, per intuizione immediata, un sapere teologico superiore a tutta quanta la dottrina dei più profondi tra gli uomini; ma chi addirittura, e già ab antiquo, fa di Beatrice il simbolo della teologia, trapassa, a mio vedere, il concetto dantesco.
A questa idealità femminile, serbatasi intatta e rimasta così potente appunto perchè Dante non le si accostò troppo da vicino, noi dobbiam dunque anzitutto la Divina Commedia. Di un dono siffatto la donna, concepita quale in generale ebbe a vagheggiarla il passato, può veramente andare gloriosa. Se altrettanto sia per darci la donna di un tipo molto diverso che si sforza modernamente di uscire dal guscio, la donna avvocatessa, ingegneressa, deputatessa, ossia, per dir tutto con un'immagine, volgare se volete, ma assai efficace, la donna barbuta, permettetemi, o signore, grazie a Dio ancora “gentili„, di dubitar qualche poco.
DANTE NEL SUO POEMA
DI
ISIDORO DEL LUNGO