[T1] I. DALMAZIA ED ALBANIA.
[T2] A. MONETE GENERALI.
Queste due belle province di cui la conquista e la conservazione costarono alla Repubblica tanto sangue e tant'oro, formavano una delle predilette cure de' Veneziani i quali, padroni di quella grande striscia di lidi che fiancheggia ad oriente l'Adriatico, e delle isole Jonie che ne guardano l'entrata, sapevano come solo mantenendo que' possedimenti potevano assicurare la durevolezza del loro dominio su quel mare ch'era, anziché i Portoghesi girassero il Capo di Buona Speranza, la strada del commercio dell'Europa coll'Egitto e coll'Indie. La Dalmazia, le condizioni del cui suolo vietavano un rapido sviluppo d'incivilimento e d'industria, fu calcolata sempre da' nostri una colonia mercantile e militare. Provveduta di porti eccellenti e di magnifiche rade, con un popolo dedito, più che ad opere di pace, al maneggio dell'armi nell'interno del paese, e sul littorale tutto consacrato alle arti marinaresche, quella provincia forniva la metropoli di marinai e di soldati. La Repubblica dal suo canto ricompensava colla mitezza del governo, tollerante nelle province la forma di quasi autonomo reggimento, coi premii largheggiati a' Dalmati, e con que' tutti mezzi che uno stato sa mettere in opera per amicarsi i popoli soggetti; e prova ne sia l'affetto moltissimo che i Dalmati posero nel regime veneziano, i Dalmati versanti a rivi il loro sangue per Venezia in tutte le guerre ch'essa sostenne, i Dalmati piangenti nel dipartirsene le mutate sorti del tristo rivolgimento del 1797 e che seppellirono il vessillo a cui aveano giurato fedeltà eterna sotto la mensa degli altari di Cristo nelle loro chiese. Altrettanto dicasi dell'Albania, dove forse ancor più vivo si mantenne quell'affetto, perché messo a dura prova dalla minaccia del giogo ottomano; ma dell'Albania la parte più bella, più fertile, più grande, poco sostennero i Veneziani, perché l'impeto de' Turchi irruenti in Europa si rovesciò su quelle colonie, i cui profughi abitatori cercarono nell'antica metropoli quell'asilo che li mettesse al coperto da ulteriori sevizie del vincitore, intollerante il bene di genti non circoncise e i riti della religione del Nazareno.
Ne' brevi cenni che premisi a questa operetta ho fatto vedere che cosa sia ad intendere sotto questi due nomi, Dalmazia ed Albania; il primo vale a dire abbracciante il littorale Veneto dall'Istria ai confini della Repubblica di Ragusa; il secondo il littorale che si stende dal confine meridionale di questa Repubblica sino al golfo di Lepanto. È noto però come anche Ragusa passasse più d'una volta, ma per tempo breve, nelle mani de' Veneziani, ed è pur noto come poi ritornata a libertà mantenesse la propria indipendente esistenza a spese della protezione ottomana. Come si governassero que' possedimenti Veneti negli ultimi secoli, i soli di cui abbiamo ad occuparci nello intendere allo scopo nostro, verremo brevemente esponendo.
In tutta la provincia della Dalmazia, compresavi quella piccola porzione d'Albania che le conquiste de' Turchi non valsero a togliere alla Repubblica, la giurisdizione ecclesiastica era spartita in tredici diocesi, due arcivescovili ed undici vescovili. Ogni capoluogo di quelle diocesi, mutate poi in divisioni politiche, era validamente fortificato, e vi si contavano dieci altre castella; ognuna delle quali, non meno che le città, ad eccezione di Scardona, si governava da patrizi veneziani che si mutavano ogni 32 mesi, talché l'intera provincia suddividevasi in 22 reggimenti. Preside e capo di tutte queste reggenze destinava la Repubblica un suo patrizio dell'ordine senatorio col titolo di [I[Provveditore generale ordinario di Dalmazia ed Albania]I]. Annesso a questo generalato era il governo politico dell'intera provincia. Il generale esercitava autorità di giudice criminale e civile, in appellazione dalle sentenze di tutt'i rappresentanti sì delle isole che del continente. Non era peraltro giudice definitivo, perché devolveansi i suoi atti ai competenti Consigli della metropoli. Sussistevano nullameno antichissime consuetudini che gli assicuravano inappellabilità di giudicio dalle sue sentenze in certi casi di diritto criminale. Infatti a lui indirizzavansi dai subalterni reggimenti le notizie de' casi delittuosi, ch'egli o spacciava da sé, o rimandava a' reggimenti stessi perché continuassero la procedura, riserbandosi egli a giudicarne, quella fornita. Era una consuetudine inveterata e portata quasi dalla necessità, perché la distanza di quelle province dalla capitale, in tempi ne' quali le comunicazioni erano bensì continue ma non troppo celeri, non impedisse il rapido corso della giustizia, e fosse più agevole condurre la procedura sul luogo stesso del delitto e da uomini aventi immediata cognizione del paese e degli abitatori. Presiedeva il generale all'introito de' dazii di tutta la provincia, benché le pubbliche casse rimanessero sotto la direzione e la custodia de' patrizii capitani di Zara e delle altre città, non meno che de' rispettivi camerlinghi. Da lui dipendeva altresì la milizia di terra e di mare, e aveva l'obbligo d'invigilare sul contrabbando esercitato sul littorale e contro i delitti commessi a bordo de' legni. Ogni singola città riconosceva in lui e nel patrizio che vi risiedeva in nome della Repubblica con vario titolo di [I[Conte]I], [I[Capitano]I], [I[Rettore]I], [I[Provveditore]I], l'autorità suprema, ma si governava co' proprii statuti.
Data così una rapida occhiata al modo di governo delle province di cui ci occupiamo, si passi a considerarne le monete battute da' Veneziani.
[T5] Tornese di Dalmazia.
Rimasi a lungo indeciso qual nome s'avesse a dare ad un piccolo nummo di basso argento che si dimostra coniato da' Veneti per la Dalmazia, ne' primi anni del secolo XV. La molta rarità di questo pezzo non mi permise di vederne che un solo esemplare custodito nella Marciana; esemplare il cui grado di conservazione è men che mediocre, e lascia a mala pena discernere le rappresentazioni e le leggende; talché i confronti ch'io solevo istituire fra' varii esemplari di una moneta non potevano aver luogo in questo caso, limitato come fui ad uno solo e logoro pezzo.
Ebbi nullameno agio d'assicurarmi che i caratteri di questa moneta rarissima accusano la scrittura veneziana de' primordii del quattrocento, e la scoperta d'un documento ricordante monete battute per Zara nel 1410 mutò in certezza l'ipotesi sull'età del controverso pezzo. Infatti nel [I[Capitolare delle Broche]I], detto così dalle borchie dorate che ne ornano la legatura, prezioso codice della Veneta Zecca che mi somministrò tante notizie di patria numografia, e che si conserva nell'I. R. Archivio Generale ai Frari, trovai un decreto della XLª. civile che determina gli stipendii di alcuni operai di zecca, il 13 agosto 1440: [I[Cum de monetis quae fiunt pro Jadra non sit datus ordo aliquis qualiter solvi debeant laborantibus ipsas in Cecha nostra]I] ecc. Qui non è daddovero indicata alcuna specie particolare di nummi battuti per Zara, ed è affatto generica la espressione [I[monetae]I]. Ma se abbiamo sott'occhi una moneta veneto- dalmata, i cui caratteri corrispondono perfettamente all'epoca surriferita, il cui valore intriseco s'accorda con quello d'altre monete contemporanee coniate per altri possedimenti della Repubblica, domanderò io perché non s'abbia a ritenere che quel decreto non d'altra moneta parli che di quella di che ci stiamo occupando? Eccone pertanto la descrizione.
Il diritto presenta uno scudo gentilizio spartito in rombi verticalmente disposti ed attorniato da sei piccole palle o [I[bisanti]I]; stringe lo scudo all'ingiro un cerchio di perline fuori del quale è la epigrafe: + MONETA. DALMATIE. Il lato opposto figura S. Marco in piedi, di fronte, aperte le mani, e cinto il capo di nimbo di perle; intorno ad esso la scritta SANTVS. MARCVS. Il peso dell'esemplare è k. 3. 1., il diametro m. 0,016; ma il peso del pezzo ben conservato doveva essere probabilmente uno o due grani di più, cioè k. 3. 2. ovvero k. 3. 3. Quanto alla qualità dell'argento, duolmi che la rarità estrema di questo pezzo m'impedisse di venirne all'assaggio, ma dal semplice tocco mi apparve simile alla materia impiegata a quell'epoca a coniare i [I[tornesi]I] per il Levante. Se dunque la materia è la stessa che quella de' contemporanei tornesi, se il peso della moneta in questione corrisponde al peso di un tornese, com' è appunto il caso nostro, noi abbiamo a riguardarla come un vero tornese battuto, anziché pel Levante, per la Dalmazia.
Che se taluno con sottigliezza soverchia, ammettendo la somiglianza della presente moneta col tornese, negasse competerle questo nome, perché non si ha memoria di tornesi coniati per la Dalmazia, si potrebbe rispondere che sotto i ducati di Antonio Venier e di Michele Steno, sotto il qual ultimo fu sancita la surriportata terminazione 1410, non si battevano che quattro monete argentee, oltre il ducato d'oro; il [I[grosso]I] cioè detto altramente [I[matapane]I], il [I[soldino]I] col leone alato e la figura del doge, il [I[piccolo]I] ([I[parvulus]I]) scodellato, e il [I[tornese]I]. Queste sole e non altre monete troviamo indicate nelle memorie di zecca, quindi è d'uopo in una di queste quattro categorie collocare la [I[moneta Dalmatiae]I]. Ed io reputo aver qui un valido fondamento per ritenere la denominazione che le diedi, cioè di [I[tornese]I]. Questo nome sempre isolato ricorre nelle leggi, ne' capitolari, nelle pubbliche e private scritture; non vi si parla mai di tornesi speciali pel Levante, o speciali per la Dalmazia. Quando ci occuperemo più tardi colla necessaria estensione di quest'importante moneta, se ne valuterà il ragguaglio raffrontandola alle altre monete di quell'età. Per ora ci basti l'aver descritto e qualificato questo raro cimelio della numismatica dalmata, il quale manca persino a quella gigantesca collezione del Museo Correr.
Ardua, e finora insormontabile, è la difficoltà piuttosto che presenta lo stemma figurato nel diritto di questo pezzo. È lo scudo gentilizio dei Contarini, ma non saprei a quale degl'individui di questa famiglia si possa attribuirlo. Se fossi corrivo alle ipotesi, una si potrebbe in questo caso avanzarne; essersi questa moneta primamente battuta sotto la ducea di quell'immortale Andrea Contarini che governò la Repubblica dal 1368 al 1382, ducea segnalata per ardite imprese contro il re d'Ungheria e contro Genova poderosa rivale; aversi poi conservato il vecchio tipo nella nuova monetazione del 1410. Ma, lo ripeto, alle ipotesi non m'attacco volentieri, quando non le trovo suffragate da documenti.
[T5] Lirette e Gazzette.
Fra le varie rappresentazioni che adottarono i Veneziani per effigiare l'alato leone simbolo del loro patrono S. Marco, è certamente una delle più singolari quella che ne mostra la sola parte anteriore presentata di guisa tale che la sommità della testa nimbata veduta di prospetto, il lembo delle ale spiegate e il contorno esterno della zampa tenente il libro degli Evangelii disegnino un circolo il cui centro è nel petto del sacro leone. Tale curiosa rappresentazione di San Marco, incisa la prima volta sui soldini d'argento nel sec. XIV, derivò da questa moneta il nome di [I[S. Marco in soldo]I]; più tardi figurata sui pezzi da 2 soldi o [I[gazzette]I] si disse [I[S. Marco in gazzetta]I]; e finalmente ebbe dal volgo un terzo nome, quello di [I[S. Marco in mollecca]I] perché s'accosta nel suo complesso all'aspetto di questo crostaceo, nelle nostre acque comune.
Le monete battute per la Dalmazia e per l'Albania ch'entrano nella classe delle [I[Lirette e Gazzette]I] portano tutte dall'un de' lati così effigiato il simbolo dell'Evangelista, dall'altro i nomi delle province ove furono destinate ad aver corso.
Determinare con certezza quando incominciasse lo stampo di questi nummi dalmato-albanesi, che non recano data né nome di doge, non è invero agevole; ma d'altra parte si hanno indubbii criterii per fissarne approssimativamente la età. A ciò fare, darò anzi tutto opera alla loro descrizione.
Cinque monete diverse abbraccia questa categoria; tre d'argento,
[I[liretta]I], [I[da otto]I], e [I[da quattro]I]; due di rame,
[I[gazzetta]I] o [I[da due]I], e [I[soldo]I].
La [I[liretta]I] è una sottile moneta d'argento del diametro di m. 0,024, e del peso di k. 13.3 1/2 ragguagliata a peggio 350 per marca, corrispondente al titolo 0,696181. Il diritto offre in tre linee la epigrafe DALMA = E . T = ALBAN, una rosa sopra la prima linea, altra sotto la terza. Il rovescio ha il leone in gazzetta attorniato dall'epigrafe S. MARC. VEN. coi punti foggiati a stelline. Nell'esergo la cifra XX (intendi soldi) parimente chiusa da due stelline. Una varietà conservata nel Museo Correr ha la parola MARC fra due punti rotondi.
Il [I[da otto]I] soldi, o due quinti della liretta, ha un diametro di m. 0,019 e un peso di k. 5. 2 1/5; uguali alla liretta stessa le proporzioni de' metalli. Il diritto n'è pur simile, in proporzioni minori, e tale il rovescio, che nell'esergo porta la cifra * VIII *. Questo pezzo è pur descritto nel II vol. della Raccolta dello Zanetti a pag. 206, com'esistente nella collezione Gradenigo sotto il n.° 270, e n'è dato il peso in k. 5 gr. 3. La credo quest'ultima cifra semplice errore di stampa, perché eccedente il peso legale del pezzo che trassi dalle memorie di zecca.
Simile al da otto è il [I[da quattro]I], o un quinto della liretta, ma avente il diametro di m. 0,015 e il peso di k. 2. 3 1/10. Il rovescio offre nell'esergo le lettere MARC fra due punti rotondi e la cifra IIII fra due stelline.
Quanto alle monete di puro rame, il tipo n'è somigliantissimo a quello delle precedenti. La [I[gazzetta]I] offrì a' miei studii tre varietà nel diritto; la prima colla iscrizione DALMA. = E . T = ALBAN., la seconda DALM. = . E . T = ALB., la terza DALMAT. = ET = ALBANIA. Il suo peso varia ne' diversi esemplari; ve n'ha cioè di k. 38, di k. 33 15/17 e di k. 29 7/13. Il suo diametro è di circa m. 0,030. Nell'esergo * II *.
Simile alla gazzetta ma in proporzioni minori è il [I[soldo]I], che ha cioè un diametro di circa m. 0,024, e un peso che varia con quello della gazzetta di cui è la giusta metà. Del diritto avvertii due varietà, l'una recante DALMA. = E . T = ALBAN., l'altra DALM. = ET = ALB. Nell'esergo del rovescio è costante la cifra * I *.
Di queste monete, quelle di rame ricorrono frequentissime nelle raccolte ed in commercio. Non ugualmente comuni, benché tutt'altro che rare, sono le argentee delle quali la men facile a trovarsi è il [I[da quattro]I].
Avevano i Dalmati nel sec. XVII da remotissima età una lira di conto, non mai ancora rappresentata da effettivo pezzo d'argento, e di valore sempre oscillante ed incerto. Ad impedire i disordini di questa fluttuante moneta di computo, sembra che i Veneziani si determinassero a battere per la Dalmazia e per l'Albania le monete d'argento sopra descritte. Non ha dubbio ch'esse sono anteriori all'anno 1706 in cui si coniarono i [I[Leoni Mocenighi]I] che formeranno più sotto l'oggetto delle nostre ricerche; poiché se anche non lo dimostrassero a sufficienza la forma più arcaica delle lettere e il più corretto disegno delle figure, lo proverebbe fuor dubbio la bontà maggiore dell'argento, e la maggior quantità di esso impiegata a rappresentarvi la lira veneta. Andarono finora a vuoto le mie indagini per precisare l'anno in cui queste monete si principiarono a battere; ma in una dissertazione di Cristoforo Raimondi ch'era manoscritta presso lo Svajer, citata dal Gallicciolli (T. II pag. 45 delle [I[Memorie Venete]I]) leggiamo: [I[Nel 1664, 17 ottobre, fu preso di stampar moneta usuale di lega inferiore, e si stampò il Ducato, affinché corresse in Venezia soltanto; come lo fu delle Lirette e Soldoni]I]. Qui non è invero parola di quella più moderna liretta che fu poscia per la prima volta battuta dal doge Nicolò Sagredo nel 1675; dunque l'unica moneta alla quale si possa applicare quel nome, è la moneta di cui stiamo considerando l'intero e gli spezzati, la [I[liretta]I] per la Dalmazia.
Ben più sicure notizie porgerò a' lettori della origine delle monete dalmato-albanesi di rame più sopra descritte. Nella importante [I[Compilazione delle Leggi Venete]I], custodita nell'Archivio generale, rinvenni la seguente terminazione sancita nel Senato l'anno 1690.
[I[ 1690, 27 Maggio, in Pregadi.]I]
[I[ Considerando la prudenza de' Proveditori in Zecca in ordine alle pubbliche commissioni necessario lo stampo di qualche moneta di rame per le occorrente della Dalmazia et per render nello stesso tempo provedute le povere maestranze di lavoro; L'anderà parte che sia commesso a' Proveditori in Zecca d'impiegare la summa di Ducati cinquemila in tanto rame per lo stampo di tante monete di puro rame per uso della Provincia della Dalmazia, portandone, adempita la fabbrica la notitia a publico lume ad oggetto di farne pronta la missione a quel Proveditor Generale.]I]
Sennonché nemmeno questa misura, lo stampo cioè di monete destinate al corso esclusivo nella Dalmazia e nell'Albania, bastò a frenare i disordini dell'incomoda lira di computo in quelle province. Anzi la Repubblica, non potendo o non volendo metter argine a quell'abuso di conteggiare in una moneta del continuo oscillante e che facilitava agli speculatori il monopolio de' metalli coniati, venne più tardi nella determinazione di regolare il peso delle gazzette e de' soldi di rame a seconda del vario valore ch'ebbe lo zecchino in quelle province: talché quando lo zecchino fu ragguagliato a lire di Dalmazia 25 (cioè intorno al 1700) si cavavano da una marca di rame gazzette 30 1/3 che pesavano ciascuna k. 38; quando a lire 27 (cioè nel 1706), gazzette 34 del peso di k. 33 15/17; quando a lire 33 (cioè intorno al 1730), gazzette 39 ciascuna delle quali del peso di k. 29 7/13. Così leggiamo nelle memorie di zecca, e così si spiegano le varietà più sopra avvertite nel peso di queste monete. È nondimeno ad aggiungere che la zecca non era poi sì scrupolosa nello stampo loro come in quello delle monete d'argento e d'oro, e che non è perciò difficile il rinvenire due esemplari del medesimo tipo di peso alcun poco fra loro diversi. Ricavasi però da queste memorie un corollario importante: [I[potersi alcune volte riscontrare nelle monete venete di puro rame l'età del loro stampo, calcolandone il peso]I]. Quello che dissi delle gazzette è pur ad intendersi de' soldi, che ne costituivano la metà.
A continuare questi cenni sulla lira coloniale di computo, ricorderò che nel 1740 gli speculatori cambiavano lo zecchino contro queste gazzette (che dal loro grave peso si dissero altresì [I[gazzettoni]I]) in ragione di lire 52 e talora 54. Una tariffa dell'anno 1780 raffermò da ultimo il valore dello zecchino a lire 48 di computo in gazzette o soldi, in rispondenza al ducato che vi era ragguagliato a lire 17.6.
Anche dopo lo stampo del [I[leone Mocenigo]I] seguitarono ad aver corso quelle monete d'argento da 20, 8, 4 soldi, sempre però ragguagliate a maggior valore, trovandole io descritte fra le correnti in alcune memorie di zecca del 1749, dove se ne calcola il fino esattamente in once 8, denari 8, grani 12 di nostro peso.
[T5] Leoni Mocenighi.
Nel 1706, ducando Alvise Mocenigo secondo di questo nome, per sopperire a' bisogni del commercio ne' possedimenti di Dalmazia e d'Albania, fu decretato lo stampo di una nuova moneta da lire venete 4, in uno a' suoi spezzati da lire 2, 1 e da soldi 10 e 5. Dal nome del doge che primo ed unico la mise fuori fu detta [I[leone Mocenigo]I], a distinguerla da altra moneta di maggior peso e valore battuta pel Levante che dal doge che primo la fece stampare si era chiamata [I[leone Morosini]I]. Tuttavia le succitate memorie di zecca del 1749 non la chiamano con altra appellazione che quella di [I[monete nuove per la Dalmazia]I]. L'argento in cui la si volle coniata aveva di peggio 450 carati per marca, era cioè inferiore di k. 100 di fino a quello impiegato nelle lirette; era quindi al titolo 0,609377, o della bontà di once 7, denari 7, grani 12. In quell'epoca stessa (1706) lo zecchino che, com'è noto, aveva k. 46. 80/91 d'oro purissimo, cioè andava a zecchini 67 1/4 per marca, era valutato nelle tariffe lire 20 e soldi 5, e il ducato d'argento del peso di k. 110 a peggio 200 valeva lire 7 e soldi 4.
Il decreto del Senato 2 marzo 1706 regolava il prezzo dell'argento destinato alla monetazione de' [I[leoni Mocenighi]I] a lire 9, soldi 15 l'oncia fina, pagabili metà in partita di Bancogiro, e metà in zecchini a lire 17 l'uno, ovvero, in luogo di zecchini, nelle dette monete dalmato-albanesi a lire 27 coloniali lo zecchino.
Il [I[leone Mocenigo]I] è del peso di k. 56 e del diametro di m. 0,0335, e porta nell'averso l'imagine di S. Marco seduto sul trono a manca dell'osservatore, porgente al doge genuflesso un'asta sormontata da croce colla sinistra, e benedicente colla destra. Dietro al santo le iniziali S * M * V * ([I[Sanctus Marcus Venetiarum]I]), e dietro al doge la epigrafe ALOY * MOCENI.; lungo l'asta verso il doge è la voce DVX in caratteri verticalmente disposti. Sotto la linea d'esergo sulla quale posano le figure, stanno le iniziali * G. B * (ovvero * B. G *). Il rovescio presenta il leone alato e nimbato, rampante verso la sinistra, ma colla faccia di prospetto, immergente la manca zampa posteriore nel mare e recante nella destra anteriore un ramo d'ulivo. Dinanzi al leone sorge sovra una rupe un turrito castello in cima al quale svolazza una bandiera. D'intorno al leone è la epigrafe DALMAT * ET * ALB, nell'esergo la cifra * 80 *, cioè il numero de' soldi che formano le 4 lire venete.
Il pezzo [I[da due lire]I] o mezzo leone serba il tipo del precedente, in proporzioni minori, limitato cioè al diametro 0,029 e al peso di k. 28. Offre tuttavia nel diritto più incurvata la figura del santo e la epigrafe è questa S. M. V. ALOY * MOC *; l'esergo il medesimo in alcuni esemplari, in altri è * B. C 2° *. Nel rovescio l'esergo è necessariamente * 40 *.
Tale è parimente la [I[lira]I] o quarto di leone, del diametro di m. 0,024 e del peso di k. 14. Strana e rozza nel diritto è la forma del berretto ducale che copre il capo del genuflesso Mocenigo; l'esergo del rovescio è * XX *.
L'ottavo di leone o pezzo [I[da dieci soldi]I] è anch'esso nel tipo simile al mezzo leone, ma il peso n'è di soli k. 7, il diametro di m. 0,019. L'esergo del rovescio porta il numero X ugualmente chiuso fra due stelline. Questi pezzi non sono ora comuni a trovarsi, benché nessuno de' nostri musei ne difetti.
Non potrebbe dirsi altrettanto del sedicesimo di leone, o [I[da cinque soldi]I], se ne fosse accertata la esistenza. Lo trovo registrato più d'una volta nelle memorie di zecca, che gli danno il peso di k. 3 1/2, e dalle quali parrebbe che si fosse effettivamente battuto. Ma il non vederlo conservato nel ricchissimo Museo Correr né in altra delle raccolte da me esaminate, il non trovarlo registrato fra le monete che appartenevano a monsignor Gradenigo, il cui catalogo fu inserito nella collezione dello Zanetti Vol. II, e che non ha guari passarono al R. Gabinetto di Torino, mi fa sospettare che quella moneta non si battesse mai, comeché se ne fosse decretato lo stampo.
Le sigle ricorrenti nell'esergo del diritto di questi nummi mi richiamano a parlare di una consuetudine della zecca nostra. Il religioso rigore serbato da' Veneziani costantemente nell'esercizio di quest'atto del sovrano potere ch'è la monetazione, gl'indusse a mettere in opera tutt'i mezzi possibili per guarentire il commercio da quelle fraudi che, con tanto danno di esso, avvenivano non raramente nella bontà dei metalli coniati. Fu decretato perciò nel 1387 che ogni [I[gastaldo]I] di zecca dovesse apporre ad ogni conio un segno noto a' massari dell'argento, mediante il quale si riconoscesse la mano onde uscì ogni pezzo monetato. Più tardi si volle che ogni moneta d'oro e d'argento, ad eccezione dello zecchino che non portava lega, fosse contrassegnata dalle iniziali del nome e del cognome di uno de' [I[massari all'argento]I] se argentea era la moneta, [I[dell'oro]I] se d'oro. Chiunque pertanto improntava delle proprie sigle un nummo era responsabile in faccia alla legge d'ogni alterazione di titolo che vi fosse mai avvertita. Questa pratica non avea luogo nelle monete erose, né in quelle di puro rame, si però nelle doppie d'oro e in ogni pezzo d'argento il cui peggio non eccedesse il fino, fosse cioè al di sotto della metà de' carati costituenti la marca. Ebbervi però più d'una volta monete di buon argento (come sarebbero a mo' d'esempio le lirette di Dalmazia e i loro spezzati, e così pure le galeazze di cui frappoco ci occuperemo) che non erano contrassegnate da sigle di massaro. Di quelle che ho ricordate impresse sui leoni Mocenighi, mancando una serie cronologica completa de' massari all'argento, non sono in grado d'interpretare che quelle B. C 2.° le quali offrono il nome di Benedetto Civran II.°, che coprì quella carica negli anni 1705 e 1706.
[T5] Galeazze.
Allorché nell'anno 1736, ducante Alvise Pisani, fu decretato lo stampo della nuova moneta per le colonie ch'ebbe il nome di [I[galeazza]I], le precipue specie d'oro e d'argento veneziane correvano come segue:
Lo zecchino a lire 22.
La doppia d'oro peggio 96 del peso di k. 32 2/3, a lire 38.
Il ducato d'argento peggio 200 del peso di k. 110, a lire 8.
Il ducatone d'argento peggio 60 del peso di k. 134 1/2, a lire 11.
Lo scudo d'argento di lega pari al ducatone, del peso di k. 153 1/2, a lire 12. 8.
V'aveano dunque a Venezia cinque monete maggiori, nessuna delle quali esattamente multipla della lira di conto della Dalmazia, ad eccezione dello zecchino ragguagliato allora a 36 di quelle lire. E nondimeno continuavano gli abitatori de' possedimenti oltremarini a valersi di quell'incomoda moneta ideale che non era rappresentata da nessuna delle monete esistenti, nemmeno da quelle erose che si erano mandate fuori nel 1722 del valore di soldi 30, 15, 10 e 5. Fu quindi a sopperire a' bisogni di quelle province che il Governo decretava nel 1736 lo stampo di una moneta, frazione dello zecchino, ed atta perciò ad agevolare le transazioni commerciali della metropoli colle colonie. Quindi ebbe origine la [I[galeazza]I] che corrispondeva insieme ad un terzo dello zecchino e a 12 lire di Dalmazia, ma che ragguagliata alla veneta valeva lire 7. 6. 8.
La [I[galeazza]I] fu battuta in argento peggio 144 per marca, cioè a titolo 0,875, e del peso di k. 92 2/3. Il suo diametro è m. 0,037. Offre nel diritto l'imagine di S. Marco che tiene colla manca il Vangelo e colla destra benedice. A lui dinanzi sta genuflesso il doge che stringe l'asta del vessillo che gli svolazza sul capo ed è sormontata da una croce sporgente dal cerchio di perline che chiude le due figure. All'ingiro è la epigrafe S * M * VENETVS = ALOY: * PISANI * D *; nell'esergo l'anno * 1736 *. Presenta il rovescio una galea ([I[galeazza]I]) colle vele ammainate e con bandiera veneziana; undici remi sul fianco ch'è di prospetto all'osservatore stanno per tuffarsi nel mare; a dritta di chi riguarda si mostra di lontano una seconda nave sull'orizzonte, a sinistra due elevate castella che vuolsi rappresentino le due principali fortificazioni di Corfù, la [I[cittadella]I] e il [I[castello da mar]I]; dinanzi a questa fortezza un'altra galea. Chiude il campo un giro di perline, oltre il quale è l'epigrafe PROVINCIJS MARITIMIS DATVM. Nell'esergo * XII *.
Una varietà singolare e, per quanto io mi sappia, unica di questa moneta è conservata nella raccolta del colto patrizio Angelo Malipiero. Uguale a' pezzi comuni nel peso, varia nel diametro ch'eccede l'ordinario di m. 0,003. Il diritto è di più leggiadro disegno ed offre una piccola diversità nella leggenda, ALOYS: invece di ALOY: La differenza maggiore sta nel rovescio. In mezzo al mare si mostra un vascello d'alto bordo a vele ammainate, ed altro in distanza. Le fiamme svolazzanti in cima agli alberi e le bandiere de' castelli sono rivolte a destra di chi guarda, mentre lo sono a sinistra nell'altro tipo. L'esergo n'è pur variato, avendovi la iniziale della voce [I[Lire]I], così espressa * L. XII *. Questa varietà rarissima sarei inclinato a tenerla un semplice progetto di zecca, scartato forse perché meglio piacque l'altro tipo che in luogo di un vascello presentava una [I[galeazza]I] a remi, onde poi trasse nome questa moneta.
Simile alla comune [I[galeazza]I] n'è la metà o il pezzo da [I[sei lire]I]. È del peso di k. 46 1/3, del diametro di m. 0,032, ed offre nell'esergo del rovescio la cifra * VI *.
Lo stesso dicasi del quarto, o del pezzo da [I[tre lire]I], recante nell'esergo del rovescio il numero * III *, del diametro di m. 0,028 e del peso di k. 23 1/6.
La rappresentazione che qui si scorge delle castella corciresi (almeno secondo ne pensa il Gradenigo nel Vol. II di Zanetti, p. 205), e il nome generico di [I[province marittime]I], mi fanno ritenere che questa moneta non si battesse pe' soli possedimenti dalmati ed albanesi, ma eziandio per il Levante Veneto. Ed infatti da documenti sincroni rileviamo che s'era coniata [I[per spender in Dalmatia et Isole]I].
Abbiamo dalle memorie di zecca più volte citate che di queste galeazze se ne stamparono 223,387 cioè per un valore approssimativo di 74,462 zecchini. Ma gli speculatori si valsero ben presto dell'introduzione di questa nuova moneta per far isparire l'oro e rialzare il prezzo dell'altro argento; quindi sorse il malcontento de' popoli oltremarini che reclamarono il ritorno alla vecchia monetazione. La Repubblica ritirò tosto in brevissimo tempo quante più poté galeazze e loro spezzati e le rimandò alla zecca come metallo da fondere. Tutte però non le fuse, ma ne rimase in giro in buon dato, a saziare i desiderii de' numismatici, a' quali non è difficile aggiungere questi tre pezzi a' lor medaglieri. Quale moneta venisse alla galeazza sostituita in progresso lo vedremo parlando delle coniate per le colonie del Levante. Intanto ci volgeremo alla numografia delle singole città dalmate ed albanesi.
[T2] B. MONETE PARTICOLARI DELLE CITTÀ.
[T3] CITTÀ DI DALMAZIA.
[T4] SEBENICO.
Avvegnaché dal tenore del decreto 13 agosto 1410 appaja essersi battuta per la comunità di Zara quella moneta che delle dalmate prima illustrai, credetti nullameno farne menzione come di moneta generale di que' possedimenti che i Veneziani abbracciavano sotto il nome di [I[Dalmazia]I]. Dagli atti raccolti nel [I[Capitolare delle Broche]I] rilevasi che primi nell'ordine cronologico sono a considerarsi i [I[bagattini]I] o gli [I[oboli]I] battuti per Sebenico. Siccome però le monete fatte coniare da' Veneziani per le singole città della Dalmazia erano di questi bagattini di rame, così premetterò pochi cenni sull'origine di tal moneta e sul valore ch'essa ebbe al declinare del secolo XV e al principio del successivo quando si decretarono e si eseguirono quegli stampi.
Allorché le costituzioni de' Franchi, sotto l'impero di Carlomagno, emancipando l'Europa dai disordini della monetazione dell'impero romano e del greco, fissarono il valore de' metalli nobili, e statuirono il conio di una nuova moneta, fu battuto il solo [I[denaro]I], o la dodicesima parte del [I[soldo]I], formando 20 soldi una [I[lira]I], rappresentata perciò da sì ingente massa d'argento che non fu mai foggiata in moneta speciale, come nol fu nemmeno il soldo carolingio; e quantunque agevole fosse l'una e l'altra somma rappresentare con pezzi d'oro coniato, sappiamo non pertanto che dalla caduta del regno de' Longobardi sino all'imp. Federico II, che batté a Brindisi il primo [I[augustale]I], l'Europa non ebbe altr'oro coniato da quello in fuori de' paesi occupati dagli Arabi e dell'impero greco. I Veneziani ebbero anch'essi i loro denari modellati sui franchi, battuti probabilmente a Pavia od a Treviso, e recanti nelle loro epigrafi i nomi di Lotario, di Lodovico (Pio), o la generica appellazione d'[I[Imperatore romano]I]. Non è di queste pagine il rintracciare per quali cagioni il denaro venisse dall'epoca carolingia in poi scemando successivamente di peso e di titolo; talché quella moneta anche fra noi andò di mano in mano deteriorando, prima sotto gl'imperatori germanici, poi sotto i dogi; fino a che col volger de' secoli fu rappresentata da una massa sì tenue d'argento che sotto il doge Cristoforo Moro fu preso di batterla di puro rame, convertirla quasi in una semplice moneta nominale. La sua piccolezza sotto gli antecedenti dogi le valse il nome di [I[piccolo]I] o [I[parvus]I], come altra volta il colore argentino della sua superficie le meritava quello di [I[albulus]I]. Il [I[bagattino]I] quindi di cui ci occupiamo non è se non una degenerazione del denaro argenteo dei Carolingi, e rappresenta il dodicesimo del soldo, cioè del ventesimo della lira, ma di una lira straordinariamente diminuita del primitivo valore.
Della voce [I[bagattino]I] non sarebbe ozioso per noi il rintracciare la origine; il Gallicciolli ([I[Memorie Venete]I] II, 41) la vorrebbe derivata dall'arabo [I[bagadhon]I], rimoto o vile, quasi moneta la più [I[rimota]I] in cui si risolve la lira, o la più [I[vile]I] di tutte le correnti. Certo è ben degna di riso la etimologia che ne diede Roberto Cenale nel I tomo del suo trattato [I[De rat. pond. et mensur.: Barchatinus, vulgo ]I]barguetìn[I[, puto esse pretium trajectus aquae per barcham]I]; né meno ridicola è quella allegatane da Marquardo Trecher nel libro [I[De re monetaria Germanici Imperii: Pagatini, aeneoli Venetorum, a solvendo dicti]I]. Non saprei invero indurmi a ritenere veneziano questo vocabolo, né in ciò temerei d'opporrai alla pluralità degli eruditi; imperciocché a tutto il secolo XIV e fino al XV avanzato non leggiamo darsi al dodicesimo di soldo altro nome che quello di [I[parvus]I], [I[parvulus]I], [I[pizolus]I], [I[denarius]I] e più di raro [I[obolus]I]; [I[bagattino]I] solo ricorre le prime volte gli ultimi anni del quattrocento. Non così può dirsi della monetazione d'altre parli d'Italia, onde quel nome sembra passato a Venezia; in fatti sino dal 1327 leggiamo nel testamento di Castruccio Castracane quel nome applicato a moneta di Lucca: [I[Restitui inclytae ducissae dominae Pinae uxori libras mille bacattinorum]I]. Ed in epoca ancor più antica si dava quel nome a Padova alla minima frazione della lira ([I[libra parvorum]I]) leggendosi nei [I[Regimina Paduae]I], editi dal Muratori nel T. VIII [I[Rerum Ital. Script.: Hoc anno (1274) de mense februarii fuit inventum in clausura Domus Dei per fratrem Rolandum tantum aurum in meaglis quod valuit circa XVII. millia librarum bagatinorum]I]. Non è dunque vero che questo vocabolo sia veneziano, se lo leggiamo in documenti di Padova due secoli prima che s'introducesse fra noi.
Quanto poi al valore de' bagattini sul declinare del secolo XV, quando cioè si battevano di queste minime parti della lira per le città dalmate, esso risulterà agevolmente da questo calcolo. Dal 1472 al 1512 (secondo le memorie della nostra zecca) il ducato d'oro o zecchino oscillò fra il valore di lire 6 e soldi 4 e quello di lire 6 e soldi 10; adottiamo dunque un valor medio di lire 6 e soldi 7, cioè di soldi 127 pari ad uno zecchino. Soldi 127 corrispondono a bagattini 1524, quindi il bagattino rappresentava 1/1524 dello zecchino. Oggi quest'ultima moneta si calcola corrispondere a lire austriache 14 e centesimi 60; quindi quel bagattino ridotto a nostra moneta sarebbe oggidì rappresentato da centesimi di lira austriaca 0,958. Dal 1716 in poi, quando il valore dello zecchino montò e si tenne fermo per quasi un secolo al valore di lire 22 o soldi 440, il bagattino rappresentava soltanto 1/5280 di zecchino, pari al presente a centesimi austriaci 0,208. È inutile ricordare come nella prima epoca (1472 a 1512) ragguagliata la lira veneta allora corrente coll'austriaca d'oggidì fosse nello zecchino rappresentata da un pezzo d'oro del valore di austriache lire 2 : 28, e nella seconda epoca (1716 a 1797) di soli centesimi 66,3.
La necessità di abbondare dei minuti spezzati della moneta, specialmente in paese povero, determinò gli abitanti di Sebenico a chiederne una massa vistosa al governo della Repubblica. Questa città, che dal 1327 era passata sotto il dominio de' Veneziani, ma poi ceduta al re d'Ungheria loro era ritornata soltanto nel 1416 (dal qual anno in poi la resse un patrizio col titolo di [I[conte]I] fino al 1526 in cui gli si aggiunse quello ancora di [I[capitano]I]), regolata da proprio statuto, amava che oltre al simbolo della sovranità veneta quello pure vi si mettesse del suo comune, la imagine cioè del protettore san Michele. Riportiamo il decreto del Consiglio de' Dieci che ordina il primo stampo della moneta sebenicese a Venezia, nel 1485, ducante Giovanni Mocenigo:
[I[ M.CCCC.LXXXV. die XXI. Maji, in C.X. cum Add.]I]
[I[ Quod autoritate hujus Consilii captum sit et sic mandetur per Capita officialibus nostris monetae argenti ut cudi pro nunc faciant, ad summam ducatorum XXX, obolos ex ramine ad rationem duodecim ad soldum, cum imaginibus gloriosi protectoris nostri sancti Marci ab uno latere, et sancti Michaelis Archangeli protectoris dictae comuniatis nostrae Sibenici ab altero latere, sicut videbitur et ordinabitur per Capita, sicut scriptum et suplichatum fuit.
In questa parte del C. X. leggiamo, forse per amore di latinità che non è già troppo pura, il nome di [I[oboli]I] dato a' bagattini, quasi fossero sinonime quelle due voci esprimenti il più vile spezzato della moneta. Ma sotto la ducea di Agostino Barbarigo, nel 1491, si decretò nuovamente lo stampo di que' nummi sebenicesi:
[I[ 1491 adi 13 lujo, in Cons. X cum Add.]I]
[I[ Instantissimamente el domanda la comunità nostra de Sibinicho chel sia comandà per questo consejo che per la zecha nostra sia fato denari menudi con la impression de santo Mìchiel da uno ladi et da l'altro santo Marcho per uso dele povere persone, per la suma de ducati sesanta sicome altre uolte a loro e sta conzeso, per che masimamente i ano de bixogno de essa moneda menuda per spender queli a menudo, si come li fo promeso; ma che loro debiano desborsar la moneda nezesaria per i diti bagatini. Ala qual domanda e bon a satisfarli, e per questo: ]I]
[I[ L'anderà parte che per autorità de questo Conseio sia chomandà ali masari nostri de la Zecha che i fazino far quelli denari con la impression mostrada a questo consejo ala solita charata ala suma e valuta de ducati 60; i quali serano dadi per lo suo meso per far i diti denari.]I]
Dal contesto di questo decreto rileviamo che si manteneva anche nel 1491 il nome di [I[denaro]I] a quella moneta che più comunemente dicevasi [I[bagattino]I]; che la comunità, la quale ne supplicava lo stampo per sopperire a' bisogni della classe povera della popolazione, doveva rifondere lo stato del valore corrispondente alle monete per essa battute.
Un'altra terminazione dei Dieci del 27 febbrajo 1498 ([I[more veneto]I], cioè 1499) ordina lo stampo di altri 100 ducati d'oro in bagattini [I[solitae stampae]I] per la comunità di Sebenico.
I bagattini di Sebenico abbondano nelle nostre raccolte; il solo Museo Correr ne ha nientemanco che 33. Il loro conio si mostra fattura d'artisti non volgari. Ma ricordiamoci sempre, quando guardiamo a monete uscite intorno al 1500 dalla veneta zecca, che vi lavoravano in quell'epoca come intagliatori de' conii Alessandro Leopardi, Vittor Camelio, e più tardi Andrea Spinelli.
E qui c'è mestieri soffermarci un istante ad abbattere un vecchio errore che da secoli si va ripetendo dagli eruditi, i quali credono le monete di cui ci occupiamo battute dalle singole città per particolar privilegio. Bernando Nani che nel 1752 pubblicava la sua anonima dissertazione [I[De duobus imperatomm Rassiae nummis]I], scritta con molta dottrina, non già con critica pari, asseriva egli pure a pag. 57-58: [I[Sed hic mos seu privilcgium ]I](s. l. [I[cudendi]I])[I[ solis Catharensibus singulare non fuit. Pleraeque earum regionum civitates cudendi privilegio gaudebant, quod ea sanctorum nomina, quae peculiaribus nationibus propria erant, sicuti S. Doimus Spalatensis, S. Laurentius Tragurinus, S. Michael Sebenici, S. Stephanus Scutarinus, S. Georgius Antivarinus, certissime indicant: quae res insuper illarum gentium studium commendat, quo privilegia sua ostendere conabantur]I]. Fin qui il Nani; noi invece, appoggiandoci al chiaro senso dei non pochi decreti che riporteremo, e non senz'aver riguardo al tipo delle controverse monete, similissimo a quello delle altre battute a Venezia, affermiamo senza tema di errare che tutte le monete delle singole comunità dalmate furono nella zecca veneta e non altrove battute, e lo stesso dicasi di alcune delle albanesi. Ma questa regola non vale, come più sotto si vedrà, per Cattaro, né fors'anche per Scutari. Le forme veramente barbare de' pezzi battuti per quest'ultime due città giustifica abbastanza l'esser uscite da officine monetarie di regioni dove l'arte si conservò sempre bambina; laddove le belle forme degli altri pezzi dalmati ed albanesi accusano il punto più culminante a cui si levasse nel medio evo l'arte difficile dello zecchiere.
Devesi però confessare non aver noi dati certi che tali monete si battessero immediatamente dopo la pubblicazione del decreto che ne ordinava lo stampo. Pare in quella vece che si lasciassero scorrer degli anni talvolta anzi che la zecca veneta vi desse esecuzione. La mancanza di sigle nel pezzo di Sebenico ci vieta conoscere l'anno preciso in cui si diede mano al lavoro dell'uno o dell'altro de' varii suoi tipi; benché dalla terminazione del 1499 appaja che anteriormente se ne fossero di già coniate; ma ben abbiamo l'epoca certa di simili bagattini per altre comunità; epoca dalla quale agevolmente rilevasi che dal giorno del decreto a quello dell'esecuzione d'esso lasciavansi d'ordinario scorrere anni ed anni. Né credo ingannarmi nell'affermare che il decreto primo riportato, quello cioè del 1485, non si sia, per qualsivoglia cagione, eseguito; e forse indi trasse motivo la nuova supplica de' Sebenicesi e il secondo decreto del 1491.
Offre la moneta in discorso dall'un lato la imagine stante dell'arcangelo Michele visto di fronte, tenente nella destra la lancia, nella sinistra un globo sormontato da croce, e calpestante il dragone che sottesso a' suoi piè si contorce. D'intorno è la epigrafe S. MICHAEL SIBENIC (o SIBNIC). L'altro lato presenta il leone di S. Marco in gazzetta, intorno a cui la scritta: +. S. (o SANCTVS) MARCVS. (più raro MARRC.) VENETI. In alcuni esemplari il leone è chiuso da un cerchio di perline. Varia il diametro di queste monete da m. 0,016 a m. 0,018, e il peso da k. 5. 1 a k. 9. 0. Le quali discrepanze di peso, che ne' miei studii ebbi ad avvertire ben maggiori in epoche successive, ci provano che i Veneziani nelle monete di puro rame o di ottone (equiparato al rame) non calcolavano che il valor nominale, comeché in alcuni casi, come si vide parlando delle gazzette, ne precisassero con esattezza soverchia anche il peso.
[T4] ZARA.
Seconde in ordine cronologico, ma ben più rare, vengono dietro alle sebenicesi le monete di Zara. Questa città, delle dalmate la più popolosa e più illustre, retta da un conte che amministrava la giustizia in nome de' Veneziani, al cui governo ben nove volte s'erano ribellati que' cittadini per darsi al re d'Ungheria, rimase dal 1409 in poi costantemente soggetta alla Repubblica di S. Marco. Il bisogno di moneta spiccia per le più umili classi della popolazione determinò la comunità di Zara a seguire l'esempio dato da Sebenico di chiedere alla Signoria lo stampo di un bagattino che offrisse da un lato il simbolo di S. Marco, dall'altro S. Simeone patrono del comune. Alla supplica dei Zaratini accondisceva il Consiglio de' Dieci col seguente decreto:
[I[ 1490 (more v. o 1491) 2 fevrer.]I]
[I[ El domanda la fedellisima comunità nostra de Zara che li conzedamo per comudità di poveri che in la zecha nostra se faza et cunia ducati 200 de bagatini, simeli a quelly che fono dadi ala comunità de Sibinico; exzeto che al'imprexa de Sancto Michiel sia meso la jmagine de San Simon; quali denari siano mandati a Ilustrisimi Retori de Zara; e per che l'e conveniente satisfar ala soa petizion, e però anderà parte:]I]
[I[ Che per autorità de questo Conseio sia chunidi in zecha ducati 200 de bagatini con la impresiom predita. I quali sieno mandadi ali predicti rectori.]I]
Il bagattino di Zara è, come quello di Sebenico, di puro rame o di ottone. Presenta nel suo diritto la mezza figura del santo profeta Simeone ravvolto in ampio manto e che tiene sul destro braccio l'Uomo- Dio bambino. Intorno ha l'epigrafe . S . SIMEON . IVSTVS . PROFETA. Al rovescio è il solito leone di S. Marco in gazzetta chiuso da cerchio di perline e attorniato dalla consueta leggenda . + . S . MARCVS . VENETI. Il peso de' pochi esemplari che ne ho esaminati varia da k. 7. 2 a k. 8. 3; il disegno e il conio ne sono trattati con molta perizia; il diametro è di m. 0,018. Di questa moneta, della quale non conosco che un tipo solo, il Museo Correr ha tre esemplari.
[T4] TRAÙ.
Verso la fine del X secolo, Traù fu delle prime castella della Dalmazia che riconobbero la sovranità della Repubblica, giurando fedeltà a Pietro Orseolo II nella famosa spedizione che questo doge capitanava per sollevare le coste dalmate dal giogo de' Narentani. Mentre le armi della Repubblica erano nel 1123 impegnate nella Siria, Traù fu presa da' Saraceni, ai quali poco dopo la ritolsero i nostri. Passata intorno al 1158 in potere dell'impero greco, la riebbe dopo brevi anni Vitale Michiel II. Nel 1313 Giovanni Soranzo la ripigliava su re Lodovico d'Ungheria fattosene a forza padrone e la ridava a libertà; ma i traguriensi preferivano all'autonomo reggimento il dominio della Repubblica a cui facevano dedizione spontanea nel 1322 per, ricadere nel 1356 nelle mani degli Ungheri, a' quali fu definitivamente ritolta da' nostri nel 1420. La governava un patrizio col titolo di [I[conte]I], che vi si mutava ad ogni 32 mesi.
Ducava Agostino Barbarigo allorché la comunità di Traù supplicò nel 1492 a' Veneziani le concedessero una moneta simile a quella che aveano concessa a Sebenico; sulla quale fosse improntata, oltre il simbolo della Repubblica, la imagine del loro patrono. La Signoria accoglieva con favore la giusta domanda di quella fedele città, e il Consiglio de' Dieci stanziava la legge che segue:
[I[ Adi 19 marzo 1492.]I]
[I[ L'è suplicado per la nostra comunità fidelle de Traù
ch'el sia chunido in la Zecha nostra ducati 50 de
bagatini a simillitudene et quallità de bagatiny i
qualli fono consesy ala comunità de Sibinicho. E
conziosiache in questa onesta domanda ly sia compiaxudo:]I]
[I[ L'anderà parte che per autorità de questo Conceo el sia
coniado ducati 50 de bagattini de la sorte e qualità di
quelli i qually fono dadi ala comunità de Sibinicho
con la impression de san Marcho in soldo da uno lady
e santo Lorenzo da l'altro.]I]
II bagattino di Traù offre nel campo del diritto il santo diacono in piedi e di prospetto, in lunga veste talare, e che nella destra tiene la graticola simbolo del suo martirio, nella sinistra un oggetto che lo stato degli esemplari ch'ebbi sott'occhi non mi permise di ravvisare, ma che sembra sia un edificio a rappresentazione della città o della chiesa che a Traù gli fu eretta. Lo attornia la epigrafe . S . LAVRENTIVS TRAGVR: e a' suoi lati iniziali N. M. ricordano Nicolò Michiel conte a Traù nel 1516, perché solo in quell'anno ebbe esecuzione la parte dei Dieci decretante lo stampo di questa moneta.
Il rovescio è il solito leone di S. Marco in gazzetta intorno a cui un cerchio di perline ed oltr'esso la consueta leggenda + SANCTVS. MARCVS. VENETI. Il peso de' 7 esemplari che ne osservai, 6 nel Museo Correr, 1 alla Marciana, varia da k. 7. 3 a k. 9. 2. Il diametro è l'ordinario di m. 0,018.
[T4] SPALATO.
Assai più comuni di quelli di Traù sono i bagattini della monumentale città di Spalato, o Spalatro, eretta sulle ruine del palazzo di Diocleziano e coi materiali d'esso e della vicina Salona. Ricaduta, dopo le vicende che fecero tante volte mutar governo a Traù, sotto il dominio de' Veneti nel 1420, ebbe anch'essa il suo reggitore in nome della Repubblica col titolo di [I[conte]I].
Il 26 febbrajo 1490, [I[more veneto]I], o 1491 [I[more romano]I], il C. X. accordava agli Spalatini l'implorata moneta recante le imagini di S. Marco protettore della Repubblica e di S. Doimo o Domnio patrono della loro comunità. Ecco il tenore di quel decreto:
[I[ 1490 adi 26 fevrer.]I]
[I[ Perché i ambasatori de la nostra Comunità de Spalato con granda instanzia domandano per comodità de la sua zità e di poueri che li sia conzeso in la Zecha nostra de chuniar ducati zento de bagatini ala similitudene de quelli i quali fono conzessi ala comunità de Zara et de Sibinicho; e questo con la imagine del proctetor nostro missier sam Marcho da uno ladi, et da l'altro sia santo Dompno:]I]
[I[ E però l'anderà parte che per autorità de questo Consejo sia conzeso a quela comunità che in la predita Zecha nostra sia coniado come e dito ducati zento de bagatini, et che de prexente essa Comunità abia d'esborsar la valuta de essi bagatini da esser fati.]I]
Il bagattino di Spalato è pur d'ottone e assai raramente di puro rame; varia nel peso da k. 7. 2 a k. 7. 3, ed ha comune il diametro colle altre monete di questa specie. Porge nel diritto la effigie stante del vescovo Doimo vestito delle sue insegne e tenente colla destra il pastorale, nella manca un libro; a' suoi lati alcune iniziali. Lo circonda la epigrafe . S . DOMINVS . SPALETI. Il rovescio offre al consueto il simbolo della Repubblica attorniato dalla leggenda +. SANCTVS. MARCVS. VENETI.
Di questa moneta tre diversi tipi vennero a mia cognizione; la varietà loro consiste nelle sigle del diritto. Del primo, che offre le iniziali ZF e M, il Museo Correr conserva 6 esemplari, altrettanti del secondo portante le sigle I e P, 4 del terzo che a' lati del santo ha D e G. È veramente singolare che nella serie de' conti di Spalato, conservataci nel [I[Libro Reggimenti]I] alla Marciana, nessun nome fra loro s'accordi colle suddette iniziali ad eccezione di quello di Jacopo Baffo o Paffo conte nel 1500 al quale spettano le sigle I e P.
Non sarà inutile il ricordare che prima della conquista veneziana del 1420, Spalato ebbe zecca propria e vi stampò monete del suo signore, Hervoja. Delle quali l'unica di cui sia accertata la esistenza, comeché molto rara, è il grosso d'argento riportato dal Nani nella più sopra ricordata operetta [I[de duobus Imperatorurn Rassiae nummis]I], tav. II n. XVIII, ed illustrata ivi parimente a pag. 58. Offre questa moneta (che pur si trova nel Museo Correr e nella Marciana) da un lato la imagine stante del patrono di Spalato, attorniata dalla leggenda . S. DOIMVS. SPALETI M. ([I[Martyr]I]), dall'altra lo scudo del duca Hervoja sormontato da un cimiero foggiato a braccio che stringe una spada in atto di percuotere; nel campo ha tre gigli disposti verticalmente, e all'ingiro la scritta: M. ([I[moneta]I]) CHERVOII DVCIS. S. ([I[Spalatensis]I]). Del duca Hervoja che morì nel 1415 può vedersi il Du Cange, [I[Fam. Byz. Dalm.]I], Par. 1680, pag. 339.
[T4] LESINA.
Ultima nell'ordine cronologico e nel geografico delle monete delle singole terre dalmate viene quella di Lesina, che però tutte le supera in rarità. Non ne trovo menzione in alcuna opera numismatica, e lo stesso diligentissimo Zon non la conobbe, benché l'avesse veduta e ne sbagliasse la lettura dell'epigrafe, che gli fece ritenere foss'essa di Alessio d'Albania. Gli abitanti di Lesina, grand'isola che nel 1424 passava per cessione dalle mani del suo signore Aliota Capenna a quelle della Repubblica che vi mandava a reggerla un [I[conte]I], imploravano nel 1493 la grazia conceduta alle altre comuni della Dalmazia, che fosse coniata nella veneta zecca una moneta pe' bisogni del traffico minuto, segnata dell'imagine di santo Stefano loro patrono. Ebbi la ventura di rinvenire il decreto che ordina anche lo stampo di questa moneta, e qui lo riporto:
[I[ 1493. 25 sett. in C. X. cum Add.]I]
[I[ Quod auctoritate hujus Consilii concedatur fideli comunitati nostrae Lesinae sic humiliter supplicanti, quod in Cecha nostra cudantar ducati 70 in 100 bagatinorum de puro ramine ad valorem duodecim pro marcheto, sicuti sunt illi de Jadra et Spaleto; cum signatura ab uno latere santi Marci in soldo et ab alio santi Stephani. Et haec pro comodo pauperum personarum illius terrae et insulae. Et hoc fiet postquam ipsa Comunitas dederit amontare dictorum bagatinorum.]I]
Il bagattino di Lesina è anch'esso d'ottone, del solito diametro, e del peso di k. 7. 2. Dal lato diritto ha l'effigie del santo in abito di vescovo, che nella destra tiene una croce, un libro nella sinistra, ed è attorniato dall'epigrafe . S . STEPHANVS. PONT. LESINENSIS, notandosi per esattezza che le S di questa leggenda sono tutte a rovescio. L'altro lato offre il consueto simbolo dell'Evangelista cinto da un cerchio di perline oltre cui la scritta: +. SANCTVS. MARCVS. VENETI.
I quattro esemplari che ne ho veduti, de' quali 2 nel Museo Correr, 1 alla Marciana, 1 a Padova ora passato a Trieste, mi porsero un solo tipo, avente sempre a' due fianchi del santo vescovo le iniziali V e O. Queste sigle ci provano che solo nel 1549 si diede esecuzione al surriferito decreto 1493, perché in quell'anno sedeva conte e provveditore a Lesina Vincenzo Orio.
[T3] CITTÀ D'ALBANIA.
[T4] CATTARO.
Nella parte più internata del [I[Seno Rizonico]I], le cui sponde aprendosi fra la Punta d'Ostro e la penisola di Lustiza danno angusto passaggio alle acque dell'Adriatico, signoreggia un ridente e popoloso territorio, chiuso d'ogni lato dalle rupi del Montenegro e dal mare, la bella città di Cattaro eretta sulle ruine dell'antica Ascrivio. Passata nello smembramento del greco impero in potere de' re di Servia e di Rascia, ebbe da loro larghissimi privilegii, e fiorì per opulente commercio fino all'anno 1366 quando le armi di Lodovico d'Ungheria la tolsero a re Tuartco. Undici anni erano appena trascorsi quando i Veneziani, combattenti Lodovico alleato de' Genovesi, le misero nuovamente l'assedio e la posero a ferro e a fuoco. Ritornata poi in mano a Tuartco, era più tardi ripresa da Ladislao pretendente al trono ungherese, che la cedeva poscia a re Sigismondo. Emancipatasi da questo monarca, dopo breve governo autonomo, si dedicava Cattaro spontaneamente alla Signoria di Venezia nel 1420.
Suddita ancora a' re di Rascia, ma nullameno reggentesi con proprio
statuto, ebbe nel secolo XIV diritto di zecca che esercitò improntando
monete coll'imagine del suo patrono S. Trifone e con quelle di Stefano
Dusciano re ed imperatore di Rascia e di Bossina e del costui figlio
Urosio; monete il cui tipo fu pubblicato prima dal Nani nell'operetta
[I[de duobua Imperatorum Rassiae nummis]I], e poi da quel Flaminio
Corner senatore, così benemerito della storia ecclesiastica di
Venezia, nel suo bel libro [I[Catharus Dalmatiae civitas]I], 1759.
Gli statuti di Cattaro scritti in quel secolo, e posteriormente mantenuti in vigore da' Veneziani, de' quali non ho potuto vedere la rara edizione del 1616 ma sì un codice antico nella Marciana (Cl. V. n. 32), toccano della zecca di quella città, leggendovisi il seguente capitolo:
[I[ Item elligantur per sex menses duo legales et experti
Cecheri supra monetam civitatis faciendam, et habeat
ipsorum quilibet pro salario yperperos decem, et quicumque
in hoc offitio esse noluerit solvat de poena
yperperos vigintiquinque.]I]
Anche nel breve intervallo che corse fra la emancipazione di Cattaro dal reame ungherese e la sua dedizione alla Repubblica Veneta, esercitò essa questo sovrano diritto battendo monete autonome, portanti dall'un de' lati la imagine e il nome di S. Trifone, dall'altro un castello con all'ingiro la epigrafe CIVITAS CATARI.
Sennonché, a differenza d'altre comunità le quali, incorporate negli stati della Repubblica, aveano perduto questo loro antico diritto, Cattaro volle conservarlo, e veramente per secoli lo conservò. Un privilegio veneziano del 1423 concede espressamente [I[quod in Catharo cudatur moneta juxta suas consuetudines]I]. Né può cader dubbio che que' cittadini non esercitassero questo diritto che i Veneziani mediante un trattato loro aveano accordato. Se anche non avessimo le prove che Cattaro veneta mantenne per oltre dugent'anni la sua zecca, il tipo delle monete che indi uscirono le prova indubbiamente non veneziane. Mentre i nummi veneti de' secoli XV e XVI si mostrano prodotto di un'arte adulta e nelle figure maestrevolmente incise e ne' pezzi regolarmente arrotondati e presentanti le superficie uniformi, quelli cusi a Cattaro annunciano un'arte tuttora bambina nelle rozze figure, ne' caratteri tendenti al gotico anche su' pezzi battuti nel secolo XVI quando la zecca nostra delle lettere gotiche avea sbandito ogni avanzo, nella forma de' pezzi mal rispondente al conio su cui doveano improntarsi e nella varia grossezza delle diverse parti d'uno e medesimo pezzo. Che se tanta sbadataggine si pose ivi ne' tipi, è facile imaginare a quali disordini facessero luogo a loro insaputa que' mal pratici monetarii. E vaglia il vero, l'alterazione del titolo primitivo nei nummi di Cattaro determinò il governo veneto l'anno 1627 a decretare che delle paste da monetarsi in quella città si facesse preventivamente l'assaggio nella zecca veneta. Ma tornò inutile anche questa misura, perché la inesperienza degli zecchieri albanesi continuava a battere leghe diverse dai campioni offerti all'assaggio; talché quella legge, impossibile ad essere eseguita, perdé l'anno seguente ogni vigore, e il danno che da queste continue ed involontarie alterazioni de' nummi sofferiva il commercio, consigliò i negozianti a rivolgersi alla zecca nostra per far monetare le loro verghe. Onde nacque che la officina di Cattaro andò di mano in mano scemando di lavoro e finì verso la metà del secento col chiudersi affatto: non così però che quegli abitanti rinunciassero al loro antico diritto, che gelosamente si riserbarono. Quindi nel 1787 l'autore dell'opera insigne [I[Descrizione dello Stato Veneto]I], Vincenzo Formaleoni, che tanto si giovò degli studii del naturalista Fortis, scriveva: [I[Ne' tempi che i Cattarini vissero sotto la protezione de' re di Rascia ebbero il diritto di battere monete, siccome lo hanno anche presentemente confermato loro dalla Repubblica, e potrebbero farne uso qualora volessero]I] (T. III pag. 5).
Quanto a' nomi ed alla qualità delle monete che correvano a Cattaro dopo la occupazione veneziana e v'ebbero corso fino a che a poco a poco sottentrò a quelle la monetazione della metropoli, tre diverse ne trovo ricordate dagli autori e dai documenti, gl'[I[iperperi]I], i [I[grossi]I], i [I[follari]I].
[T5] Iperpero.
L'iperpero, che vediamo frequenti volte citato negli [I[Statuti]I], e il cui nome ricorre anche in quel breve capitolo che ne abbiamo allegato, era una moneta ideale, il cui valore corrispondeva a 7 grossi veneziani. Non saprei invero decidere se quell'aureo nummo di Urosio Milutino che primo riporta nelle sue tavole il Nani abbia a ritenersi un iperpero o un doppio iperpero, non indicandosi dall'autore quale ne fosse il peso. Se in alcuno de' musei nostri avessi trovato esistere questo rarissimo pezzo, sarebbe stato agevole lo sciogliere l'intricata questione.
[T5] Grossetto.
Esiste bensì a Venezia, nel Museo Correr, un unico esemplare del [I[grosso]I], altramente chiamato nei documenti [I[grossetto]I]. Questo bel pezzo, di rarità esimia, è d'argento fino e del peso di circa k. 5. Tanta n'è la somiglianza colle monete battute da' Cattarini sudditi a' re di Rascia che lo si scambierebbe con esse se non ne fosse diversa la leggenda del rovescio. Al Nani ed al Corner pare sfuggisse questa singolare moneta, se non le diedero luogo nelle loro tavole, né la ricordarono illustrando altri nummi di Cattaro.
Il diritto è il medesimo che appare sui grossi di Stefano Dusciano e d'Urosio suo figlio; offre cioè il santo patrono della comunità, cinto il capo di nimbo, coperto di lunga vesta, veduto di prospetto e tenente nella destra la palma del martirio; lo chiudono due archi di cerchio formati di perline, simili a quell'ellisse che avvolge la figura del Redentore ne' nostri zecchini. All'ingiro è la epigrafe . S. TRIFON. CATARES ([I[Catharensis]I]). Nel rovescio è l'imagine di S. Marco molto somigliante all'ultima rappresentazione che de' re di Rascia ci danno le monete di Cattaro. Siede il santo evangelista di fronte, coperto il capo di corona reale sopra la quale gira però il nimbo di perle; nella destra sembra tenere uno stilo od un calamo, il libro de' Vangeli nella sinistra; in quella vece gl'[I[imperatori]I] Stefano ed Urosio tenevano una croce nella destra, e nella manca un globo pur sormontato da croce. D'intorno al S. Marco gira la consueta leggenda S. MARCVS. VENETVS. Messe a calcolo le circostanze di peso, di titolo, di tipo, riterrei questa moneta la prima battuta da' Cattarini dopo la loro sommessione a Venezia, né crederei prender abbaglio nell'attribuire a quest'epoca stessa, nel 1423 o poco dopo, il men raro grossetto di Scutari, del quale ci occuperemo in appresso.
Parlando tuttavolta de' grossetti di Cattaro, e toccando necessariamente di quelli battuti col nome e colla imagine dei re di Rascia, troppo credo interessare la veneta numismatica il far un cenno, sia pur di volo, de' più antichi grossi coniati da que' re a somiglianza de' veneziani.
È noto come il primo [I[grosso veneziano]I], a cui dassi comunemente il nome di [I[matapane]I] (nome ch'io vorrei escluso da ogni libro di numismatica perché adottato soltanto in epoca tardissima dai numografi ma non ricorrente mai né in documenti sincroni né in memorie di zecca) fosse coniato sotto la ducea di Enrico Dandolo nel 1202, e si chiamasse allora [I[ducato]I], nome che poi passò alla prima moneta d'oro battuta nel 1283 sotto Giovanni Dandolo, e si ragguagliasse a denari piccoli 26, o secondo il Carli a soli 24, o a 2 soldi. Maestro Martino da Canale, storico veneziano del secolo XII, la cui [I[Chronique des Veniciens]I] redatta in antico francese si pubblicò nel vol. VIII dell'Archivio Storico Italiano, è il primo autore che ricordi la origine di questa bella moneta. [I[Messire Henric Dandle, li noble Dus de Venise, mande venir li charpentiers, et fist erraument (1202) apariller et faire chalandres et nes et galies a plante; et fist erraument faire mehailles d'argent por donner as maistres la sodee]I] (soldo, salario) [I[et ce que il deservoient, que les petites que il avoient]I] (intendi i denari o piccoli) [I[ne lor venoient enci à eise. Et dou tens de monseignor Henric Dandle en sa fu comencie en Venise a faire les nobles mehailles d'argent que l'en apelle ducat, qui cort parmi le monde por sa bonte]I] (p. 320).
L'immenso spaccio ch'ebbe nel volger di pochi anni questa nuova moneta mosse i re di Rascia ad imitarne il tipo; ond'ebbero origine i grossi, simili a' nostri, di Stefano e del primo Urosio. Di quest'ultimo i primi serbavano il peso e il titolo de' veneziani, quelli coniati più tardi ne serbavano il peso ma n'era molto scemato il titolo. Questa adulterazione, fatta con tanta malafede da quel re di cui disse Dante
[I[Che male aggiustò il conio di Vinegia]I] (Par. XIX, 441)
determinò la Repubblica a riguardare come falsi i grossi rasciani, ed a decretarne formalmente il bando colla seguente terminazione del 1282:
[I[ MCCLXXXII. III Martii in Majori Consilio.]I]
[I[ Capta fuit pars quod addatur in Capitulari Camerariorum Communis et aliorum offitialium qui recipiunt pecuniam pro Communi, quod teneantur diligenter inquirere denarios Regis Raxiae contrafactos nostris venetis Grossis, si ad eorum manus pervenerint, et si pervenerint teneantur eos incidere et ponantur omnes campsores et omnes illi qui tenent stationem in Rivoalto et eorum pueri a XII annis supra ad Sacramentum, quod inquirant diligenter bona fide praedictos denarios, et si pervenerint ad eorum manus teneantur eos incidere. Et si alicui personae inventi fuerint de praedictis denariis a XII supra, quod illa persona cui inventi fuerint perdat decem pro centenario de omnibus, quod eis inventi fuerint illi denarii, et debeant incidi. Et hoc stridetur publice illa die, vel altera, qua captum fuerit in M. C. quod a XV diebus in antea quilibet cui inventi fuerint, incurrat poenam praedictam, et medietas poenae sit invenientis et medietas Communis, et deveniat in Cameram Communis. Et mittantur litterae de praecepto per Sacramentum omnibus Rectoribus praeter Comitem Ragugii, et addatur in commissionibus illorum Rectorum, qui de caetero ibunt propter Dominium, praeter dictum Comitem Ragugii, quod omnes denarios praedictos qui ad eorum manus pervenerint vel eorum offitialium teneantur incidere vel incidi facere, et quod ipsi constringant gentem suam per illos modos quibus eis melius videbitur quod praedicti denarii non currant per suos districtus, et incidantur si invenientur.]I]
Fallita a re Urosio la turpe impresa e scoperta da' Veneziani la frode, i re di Rascia mutarono il tipo de' grossi loro, staccandolo da quello de' veneziani.
Fatta questa breve digressione che si lega intimamente colla numismatica albanese, e che illustra un passo di Dante con una terminazione del Maggior Consiglio di Venezia, riconduciamoci a parlare de' grossetti di Cattaro. Dopo il pezzo che ho più sopra descritto e che dal tipo e dalla forma de' caratteri, non men che dalla bontà dell'argento, tenni battuto ne' primi anni della veneta dominazione in quella città, volsero due secoli prima che un nuovo grossetto ivi s'improntasse; o almeno non so che alcuno ve n'abbia anteriore a quello che riportò il Nani alla tav. I n. XVII, e sul disegno del Nani diede ricopiato il Corner. Questo pezzo, comeché moderno, coniato cioè fra il 1624 e il 1627 dev'esser di gran rarità se manca a tutte le ricche collezioni ch'ebbi agio di esaminare, talché mi fu tolto l'averlo sott'occhi e formarne oggetto d'indagini più minuziose. L'esemplare che vediamo inciso nell'operetta del Nani era conservato nel museo dello stesso autore.
Offre da un lato questa moneta argentea, avente un diametro di m. 0,017, la imagine stante di S. Trifone coronato di nimbo il capo e tenente nella dritta la palma del martirio, nella sinistra un castello turrito e merlato; sporge questa figura nella sua parte inferiore e nella superiore fuori d'un cerchio di perline oltre cui la leggenda . COMTAS = CATARI. Il rovescio presenta S. Marco seduto, rivolto alcun poco alla destra del riguardante ed in atto di scrivere il suo Vangelo. Oltre il cerchio di perline che attornia la figura gira la epigrafe . S . MARCVS . VENETUS. Nell'esergo ha uno scudo gentilizio fra due iniziali . P e M . che indicano il nome di Pietro Morosini rettore e provveditore di Cattaro dal 1624 al 1627. Le armi sono quelle della famiglia Morosini. Se il disegno di questa moneta che ci dà il Nani è fedele, come dobbiamo ritenere dal confronto di altri tipi offertici nelle sue tavole colle monete effettivamente esistenti ne' nostri musei, dobbiamo confessare che fra tutt'i nummi di Cattaro questo è senza dubbio singolarmente bello. La figura dell'evangelista è segnata con pochi tocchi maestri; dignitosa l'aria del volto in dimensioni sì tenui, corrette le pieghe dell'ampio manto che lo avvolge; è in una parola tal disegno che lo si potrebbe tenere inciso a Venezia, se troppo forti ragioni non mi consigliassero a restituirlo alla zecca di Cattaro.
Sappiamo infatti da scrittori e da documenti contemporanei che nel 1627, sotto la reggenza del medesimo Pietro Morosini, furono de' grossetti ivi allora battuti recati alla zecca nostra. Chi venne incaricato dell'assaggio di queste monete le riscontrò a peggio 238 per marca, ad un titolo cioè di molto inferiore al legale. Quale però si fosse questo titolo legale a cui doveano attenersi gli zecchieri albanesi, non si può agevolmente conoscere. La rarità singolare del più antico grossetto toglie che s'istituiscano sovr'esso esami d'assaggio, né d'una moneta di cui si reputa esistere un solo esemplare dee il numografo valersi, quand'anche fosse sua, per distruggerla o spezzarla. Tutti sanno quanto dubbioso sia l'assaggio per semplice tocco, quantunque non alteri sensibilmente la moneta esaminata; dal tocco la mi parrebbe questa in discorso, d'argento peggio k. 50 all'incirca, di un titolo cioè che s'accosterebbe a quello de' grossi veneziani, valutato dal co. Mulazzani a Milano a 0,952. Né mi fu pure possibile procurarmi alcuno de' mezzi grossetti, che però occorrono più frequenti ne' pubblici e privati medaglieri, comeché il semplice tocco accusi la bontà di questo spezzato, simile a quella del suo intero. Vedemmo più sopra come la Signoria di Venezia, verificata nel 1627 l'alterazione del titolo de' grossetti di Cattaro, li richiamasse inutilmente all'assaggio alla zecca nostra, e come poi andassero del tutto in disuso.
In che rapporto stava però il grossetto all'iperpero? Nel 1420, quando i Veneziani occuparono il territorio di Cattaro, ducando Tommaso Mocenigo, il grosso veneto era disceso dal peso originario di k. 11 a quello di k. 7. 3 71/295; e il suo valore era montato da piccoli 24 ovvero 26 a soldi 4, facendosi all'epoca stessa il soldo di k. 1. 3 239/295. Il grosso di Cattaro invece, che dal minor suo peso in confronto del veneziano si disse [I[grossetto]I], corrispondeva a due terzi di quello, valeva cioè ridotto in moneta veneziana denari o piccoli 32. Ragguagliato invece all'iperpero che vedemmo valutato grossi veneziani 7, un iperpero valeva grossetti di Cattaro 10 1/2.
[T5] Mezzi Grossetti.
I ragguagli stessi che demmo del grossetto raffrontato al grosso veneziano e all'iperpero valgono per la sua metà. La moneta dunque, della quale andremo ora ad occuparci, corrispondeva a 2/6 del grosso veneziano, cioè ridotta in moneta nostra valeva piccoli 16; e quando l'iperpero si valutava 7 grossi veneziani ci volevano necessariamente 21 mezzi grossetti a formare un iperpero. Troviamo talvolta indicato nelle memorie di zecca questo spezzato del grossetto col nome di [I[gazzetta]I], nome che suonò costantemente pezzo [I[da soldi due]I]. Bisogna quindi ammettere che anche i Cattarini spartissero il loro grossetto in quattro soldi minori, equivalenti ciascuno a 2/3 del soldo veneziano; o che l'abitudine de' nostri di chiamar gazzetta la metà del loro grosso, facesse applicare quel nome alla metà del grossetto albanese. Io terrei per la prima supposizione.
Tre varietà di tipi, molto fra loro distinti, si conoscono di questa piccola moneta d'argento, i cui esemplari mi offersero quasi costantemente un peso di k. 2. 2, benché il loro grado di conservazione lasci supporre che quella cifra in origine dovess'essere alcun poco più alta.
[I[Primo tipo = Mezzo grossetto col S. Marco]I]. Il diritto presenta l'imagine di questo Evangelista, seduto di fronte, cinto il capo di corona reale e attorniato di nimbo, tenente nella d. lo stile, nella s. il Vangelo; dinanzi alle sue ginocchia sorge uno scudo portante le armi gentilizie del rettore di Cattaro; all'ingiro è la epigrafe . S . MARCVS VENETVS. (o VENETI.). Il rovescio offre il patrono di Cattaro in piedi, veduto di prospetto e recante nella destra la palma del martirio, nella manca una croce; lo circonda la consueta leggenda . S . TRIFON. = .CATARI. A' suoi fianchi si scorgono tre varietà di sigle ne' diversi esemplari: hanno alcuni F e P, altri ZF e C, altri finalmente P e D. Spettano le prime a Francesco Pisani rettore e provveditore di Cattaro nel 1548, le seconde a Zuan Francesco Canal che vi sedette nel 1551, le terze a Paolo Donà che vi coprì quella carica nel 1552; gli stemmi sono su ciascun pezzo corrispondenti a quelli delle famiglie dei diversi rappresentanti.
[I[Secondo tipo = Mezzo grossetto col leone]I]. Offre nel suo diritto il leone di S. Marco in soldo chiuso da cerchio di perline, e sott'esso nell'esergo uno scudo gentilizio; gli corre intorno, fuori del cerchio, la scritta +. S. MARCVS. VENETVS. Il rovescio è simile a quello del tipo precedente, ma è variato nelle sigle che fiancheggiano il santo martire, recando altri esemplari A e M, altri Z e L. Le iniziali e lo stemma de' primi appartengono ad Alvise Minotto che sedette rettore e provveditore di Cattaro nel 1567; non così sono agevoli a determinarsi quelle dei secondi, perché non potei vederne che il disegno esibitoci dal Nani (tav. I n. XV) tratto da un esemplare la cui mediocre conservazione non lasciava discernere bene lo scudo; spettano però fuor di dubbio o a Zuanne Loredan che vi sedette nel 1590, o al suo successore nel 1592 Zuanne Lippomano. Questo tipo ricorre nelle raccolte più raro del precedente, e manca anzi affatto al Museo Correr.
[I[Terzo tipo = Mezzo grossetto collo stemma]I]. Registro questa moneta, ch'io mai non vidi, sull'autorità del diligentissimo Nani il quale la diede nella sua tavola I al numero XVI, traendola dall'esemplare posseduto a' suoi giorni (1752) nel museo del patrizio Marcantonio Savorgnan. Il diritto presenta uno scudo bipartito da una banda trasversale nel cui mezzo è il leone di S. Marco in gazzetta; all'ingiro dello scudo corre la leggenda +. S. MARCVS. VENETVS. Il rovescio è simile a quello de' due tipi precedenti, sennonché il santo patrono di Cattaro è fiancheggiato dalle iniziali Z e M. Le armi figurate nel diritto spettano alla famiglia Magno, un individuo della quale, Zuanne, era rettore e provveditore a Cattaro nel 1597.
Dalle memorie di zecca sembra che nel 1627 siansi battute gazzette (che vedemmo equivalere a' mezzi grossetti) in quella città, le quali si trovarono da' monetarii della metropoli a peggio 443 per marca. Ma di questi pezzi non n'esiste alcuno nelle nostre raccolte, che avrebbe dovuto recare, come il già riportato grossetto, le iniziali di Pietro Morosini e gli stemmi della costui famiglia.
[T5] Quattrini?
La singolare scarsezza in cui ci troviamo di memorie della officina nummaria di Cattaro non mi permette chiamare col vero suo nome la moneta erosa alla quale, per analogia colle contemporanee della metropoli e dell'Italia Veneta, dò il nome di [I[quattrino]I], rispondente alla terza parte del soldo, o a quattro piccoli; non però del soldo veneziano, ma di un minor soldo che avrebbe dovuto ragguagliarsi alla quarta parte del grossetto albanese. La bassissima lega che si riscontra ne' pochi esemplari che potei esaminarne, de' quali uno solo monta al peso di k. 6. 3, laddove gli altri variano da k. 5 a 6, il sapersi che solamente di rame fu battuto il minimo spezzato della moneta di Cattaro, il [I[follare]I], l'uso de' quattrini reso generale a Venezia e ne' suoi possedimenti nel secolo XV, sono tutte ragioni per cui ho creduto di applicarvi, non senza titubanza, quel nome. Della quale moneta di lega assai vile, due tipi diversi, ciascuno con molte varietà m'offerì la doviziosa raccolta Correr.
[I[Primo tipo = Senza lo stemma]I]. Al diritto l'imagine stante di S. Trifone che stringe nella destra la palma, e a' cui lati s'osservano tre varietà d'iniziali, ad eccezione di un esemplare che non ha sigle di sorta; gira all'intorno la epigrafe SANTVS. TRIFON. Al rovescio il consueto simbolo di S. Marco, il leone in gazzetta, cinto da un cerchio di perline oltre cui la leggenda +. S. MARCVS. VENETVS. Questi pezzi sono di una rozzezza singolare ragguardati dal lato dell'arte, e importanti dal lato storico siccome gli unici coniati sotto il governo de' [I[conti]I] di Cattaro, che durò dal 1420 al 1480, in cui il rappresentante della Repubblica assunse la dignità di [I[rettore e proveditore]I]. Le sigle che vi si riscontrano sono le seguenti:
A. B. Antonio Boccole, primo conte, dal 1420 al 1422; o piuttosto Alvise Bon, dal 1464 al 1466.
L. B. Lodovico Baffo, 1451 a 1453.
F. L. Francesco Lippomano, 1477. Di costui dice il Corner nel più sopra citato libretto [I[Catharus]I] etc. p. 91: [I[Hic omnium postremus civitatem Catharensem comitis titulo administravit, publico enim decreto statutum fuit, anno 1480, ut Praesides Cathari deinceps Rectoris et Provisoris titulo insignirentur]I].
[I[Secondo tipo = Collo stemma]I]. Il tipo presente è quasi simile al primo, ma il santo martire, oltre la palma che stringe colla destra, tiene nella sinistra un castello, simbolo della città; qui pure v'hanno, come di consueto, sigle a' suoi fianchi. Nel rovescio ha uno stemma sotto il leone. Questo pezzo è fra quelli di Cattaro il più facile a trovarsi; barbaramente inciso e peggio stampato. Il peso ne varia straordinariamente, senz'ordine alcuno, talché due esemplari battuti a tre anni d'intervallo offrono la singolare differenza da k. 3 a k. 7. 2; differenza che non si saprebbe altramente spiegare se non facendo riflesso alla imperizia de' monetarii della zecca che mise fuori questi nummi bruttissimi. Ecco pertanto nel loro ordine di cronologia i rettori e proveditori di Cattaro, sotto i quali si coniarono queste monete. Le iniziali rispondono esattamente a' loro nomi, come del pari rispondono esattamente gli stemmi che vi scorgiamo delineati, con quelli della famiglia di ciascuno di loro.
P. T. Priamo Tron, 1488 a 1489.
IE. O. Girolamo Orio, 1492 a 1494.
S. C. Sebastiano Contarini, 1501 a 1503.
P. V. Paolo Vallaresso, 1508 a 1510.
P. Z. Pietro Zen, 1514 a 1516.
D. G. Domenico Gritti, 1526 a 1527.
M. B. Marco Barbo, 1527 a 1528.
B. V. Benedetto Valier, 1530 a 1532.
F. S. Francesco Sanudo, 1533 a 1534.
M. B. Matteo Bembo, 1538 a 1540.
B. B. Battista Barbaro, 1546 a 1548.
F. P. Francesco Priuli, 1562 a 1563.
Un'altra moneta della zecca di Cattaro, anzi la più bella o, per meglio dire, la meno brutta che vi si battesse, fra quelle da me effettivamente vedute, credo opportuno collocarla, in via d'appendice, nella categoria de' quattrini, non potendo essa entrare per lo scarso suo intrinseco in quella de' mezzi grossetti, né per il peso eccedente e per esser di lega in quella de' follari di rame. Presenta dall'uno de' lati il martire S. Trifone, di prospetto, in lunga vesta di diacono, recante nella destra la palma, un castello od una chiesa nella sinistra; a' suoi lati le iniziali S e T, ed oltre il cerchio di perline ond' è avvolta questa figura la leggenda . COMTAS. = .CATARI. L'altro lato offre, pur di prospetto ed in piedi, S. Marco che nella manca tiene il Vangelo, e colla dritta benedice; il consueto cerchio gira intorno alla imagine ed oltr'esso è la epigrafe . S. MARCVS. = . VENETVS. Le S tanto dell'una quanto dell'altra faccia della moneta sono tutte a rovescio; nell'esergo a' piedi del S. Marco è uno scudo bipartito da una fascia orizzontale e fiancheggiato dalle sigle Z e M. Il diametro del pezzo è m. 0,0205, il peso varia ne' diversi esemplari da k. 8 a k. 8. 3. È non difficile a rinvenirsi nelle pubbliche e private raccolte; le sigle del diritto sono agevoli ad interpretare [I[Sanctus Tryphon]I], quelle del rovescio sono le iniziali del nome di Zorzi Morosini rettore e provveditore di Cattaro nel 1638, come pure a questo magistrato spetta lo scudo gentilizio a' cui lati si mostrano quelle sigle. È dunque la moneta presente l'ultima coniata in quella zecca.
[T5] Obolo o Follare.
Gli abitanti di Cattaro che serbarono nella loro monetazione il nome dell'iperpero bisantino, serbarono altresì quello di [I[follare]I], corruzione del [Gr[fóllera]Gr], [I[follis aereus]I], detto altramente dagli scrittori greci de' bassi tempi [Gr[fóla]Gr], [Gr[fólla]Gr], [Gr[fóles]Gr], e da ultimo [Gr[fóllis]Gr] onde il [I[follis]I] latino, e più tardi il [I[follaz]I] degli Spagnuoli. Queste monete che rispondevano al quarto dell'[I[asse]I] romano, vuolsi traessero il nome [Gr[apò tou fólleos]Gr], dal sacchetto di cuojo in cui le si riponeva, in quella guisa che gli orientali trafficanti cogl'italiani computavano a [I[borse]I]. Il più vecchio autore latino in cui occorra questo vocabolo è Lampridio nella vita di Elagabalo, che al cap. 22 ricorda gli [I[aurei]I], gli [I[argentei]I] ed i [I[folles aeris]I], del vario valore de' quali ultimi può consultarsi il Gronovio, [I[de pecunia veterum]I] l. 4. cap. 13 e 16.
Nel privilegio che accorda a' Cattarini di continuare a valersi della loro antica officina nummaria, datato 1423, si stabilisce che i due zecchieri, a' quali lo statuto patrio dava in mano l'amministrazione di quello stabilimento, v'invigilassero la fabbrica de' [I[follari]I] di rame. Parlando superiormente di quelle monete a cui diedi, non senza grave titubanza, il nome di [I[quattrini]I], ammisi la esistenza di un soldo albanese inferiore al veneziano del quale avrebbe costituito due terzi. Starebbe nelle medesime proporzioni il [I[follare]I] in rispondenza al bagattino veneto come 2 a 3. Quanto al peso, sappiamo che la zecca di Cattaro non si tenne soverchiamente esatta nel taglio de' pezzi da monetare; così può spiegarsi la varietà d'esso ne' diversi pezzi di rame che andrò enumerando, a' quali soli può spettare quel nome o l'altro d'[I[oboli]I], pur impiegato da' Greci ad indicare il minimo spezzato della moneta, quantunque nel medio evo la voce [I[obolo]I] fosse usata in Francia a rappresentare anche una moneta d'oro, onde venne il nome [I[obolus aureus]I].
Ma che avrò io a dire di quella piccola ma grossissima moneta di rame uscita nel declinare del secolo XV dalla zecca cattarina, di cui un solo esemplare è a mia notizia, conservato nel Museo Correr? Questa moneta, avente il tenue diametro di m. 0,018 e l'ingente peso di k. 20. 3, avrassi a riguardare un semplice follare, o un follare doppio, o fors'anche un mezzo grossetto in rame? Fino a che non si metta in miglior luce la storia di quella zecca, i cui documenti mancano quasi affatto agli archivii veneti, siami lecito avvisare in questo curioso pezzo un capriccio di zecca, uno di que' capricci de' quali ci porge tanti esempii la zecca nostra; voglio dire un semplice follare battuto s'un pezzo di rame di peso eccedente. Eccone pertanto la descrizione.
Nel diritto è la consueta rappresentazione del santo patrono di Cattaro, intorno a cui gira la leggenda SANTVS TRIFON, e a' cui lati le sigle F e L. Nel rovescio intorno al leone di S. Marco in gazzetta è la epigrafe S. MARCVS VENETI. I caratteri sono gotici. Le sigle F e L, non accompagnate da scudo gentilizio rendono incerto se questo pezzo spetti a quel Francesco Lippomano che fu l'ultimo governatore di Cattaro insignito del titolo di [I[conte]I] e che vi sedette dal 1477 al 1480, del quale ho più sopra riportato il quattrino, o meglio a Francesco Lion che vi fu rettore e provveditore dal 1485 al 1486.
Appartengono peraltro fuor d'ogni dubbio alla classe dei follari di rame quelle piccole monete aventi un diametro medio di m. 0,015 che recano dall'un de' lati il solito tipo di S. Trifone colla leggenda all'ingiro S. TRIFO (o TRIFON) CATARI e a' fianchi del Santo varie iniziali de' rettori; dall'altro il S. Marco in soldo rinserrato da un contorno quadrangolare con quattro stelline agli angoli, e negl'interstizii fra il quadrato stesso e il contorno della moneta le sigle S, M, V ([I[Sanctus Marcus Venetiarum]I]) e in quello inferiore uno scudo gentilizio. Vario è il peso degli esemplari, cioè da k. 2. 3 a k. 6. Riporto in ordine cronologico i rappresentanti della Repubblica a Cattaro sotto il cui reggimento si coniarono successivamente i [I[follari]I], esistenti quasi tutti nel Museo Correr, avvertendo che gli stemmi corrispondono appieno con quelli dei loro casati.
* sopra Z (ovvero Z), e S = Zaccaria Salamon, 1569 a 1570. Costui sostenne eroicamente la piazza contro il corsaro Barbarossa che ne avea intimata la resa, e la conservò incolume a Venezia.
* sopra V, e C = Vincenzo Canal, 1581 a 1583.
* sopra A, e G = Andrea (secondo il Corner, Antonio secondo il [I[Libro Reggimenti]I]) Gabriel, 1586 a 1588.
Z sopra F, e B = Zuan Francesco Bragadin, 1604 a 1606.
T e C = Tommaso Contarini, 1606 a 1608.
. . . . . . = Girolamo Molin, 1634 a 1636 secondo il Corner, ovvero Antonio Molin, 1637, secondo il [I[Libro Reggimenti]I]. Ne' quattro esemplari che di quest'ultimo tipo possede il Museo Correr è impossibile riconoscere le sigle del diritto, laddove è evidentissimo lo stemma dei Molin. Anzi qui giova aggiungere che tutti e quattro gli esemplari sono recusi su que' piccoli pezzi di rame che si battevano a Venezia ne' primi anni del secolo XVII e che portavano dall'un de' lati il busto della Vergine attorniato dalle iniziali * R * C * L * A * ([I[Regina Coeli Laetare Alleluja]I]), e che furono fabbricati in gran quantità dalla zecca nostra specialmente negli anni 1626 e 1632.
Riassumendo pertanto, prima di dipartirci delle monete di Cattaro, la enumerazione de' singoli conti e rettori che vi improntarono il loro nome o i loro stemmi, li registriamo nell'ordine cronologico, apponendo a ciascuno il numero che occupa nella serie, quale ce la lasciò Flaminio Corner, l'anno della elezione, e la qualità della moneta.
1. Antonio Boccole, 1420. [I[Grossetto senza sigle]I]. (?)
16. Lodovico Baffo, 1454. [I[Quattrino, 1.° tipo]I].
21. Alvise Bon, 1464. [I[Quattrino, 1.° tipo]I].
26. Francesco Lippomano, 1477. [I[Quattrino, 1.° tipo]I].
29. Francesco Lion, 1485. [I[Follare di peso eccedente]I]. (?)
31. Priamo Tron, 1488. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
34. Girolamo Orio, 1492. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
44. Sebastiano Contarini, 1501. [I[Quattrino, 2°. tipo]I].
58. Domenico Gritti, 1526. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
89. Marco Barbo, 1527. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
64. Benedetto Valier, 1530. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
63. Francesco Sanudo, 1533. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
67. Matteo Bembo, 1538. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
72. Battista Barbaro, 1546. [I[Quattrino, 2°. tipo]I].
73. Francesco Pisani, 1548. [I[Mezzo grossetto, 1.° tipo]I].
75. Zuan Francesco Canal, 1551. [I[Mezzo grossetto, 1.° tipo]I].
76. Paolo Donà, 1552. [I[Mezzo grossetto, 1.° tipo]I].
82. Francesco Priuli, 1562. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
85. Alvise Minotto, 1567. [I[Mezzo grossetto, 2.° tipo]I].
86. Zaccaria Salamon, 1569. [I[Follare]I].
93. Vincenzo Canai, 1584. [I[Follare]I].
95. Andrea Gabriel, 1586. [I[Follare]I].
97. Zuanne Loredan, 1590, ovvero
98. Zuanne Lippomano, 1592. [I[Messo grossetto, 2.° tipo]I].
101. Zuanne Magno, 1598. [I[Mezzo grossetto, 3.° tipo]I].
104. Zuan Francesco Bragadin, 1604. [I[Follare]I].
105. Tommaso Contarini, 1606. [I[Follare]I].
114. Pietro Morosini, 1624. [I[Grossetto citato dal Nani]I].
119. Girolamo Molin, 1634. [I[Follare]I].
124. Zorzi Morosini, 1638. [I[Quattrino colla imagine di S. Marco]I].
[T4] SCUTARI.
Ceduta nel 1404 dal suo signore Giorgio Balischio alla Repubblica Veneta, questa vi tenne un [I[conte e capitano]I], a cui più tardi si aggiunse il titolo di [I[provveditore in Albania]I]. Stretta da formidabile assedio dagli Ottomani nel 1474, mentre Antonio Loredan in nome di Venezia la reggeva, Scutari fu difesa con eroico coraggio da' nostri; sappiamo infatti del Loredan che alla popolazione, per manca vettovaglia affamata, offeriva a cibo le proprie carni purché all'impeto degli infedeli non si cedesse. E infatti brevi dì erano da quest'atto generoso trascorsi, quando Pietro Mocenigo sbloccava la minacciata città. Non è di questi cenni il parlare di quella memoranda difesa, né come il Governo Veneziano rimeritasse il capitano che l'avea sostenuta. In que' preziosi [I[Annali Veneti]I] dal 1457 al 1500, scritti da Domenico Malipiero e compendiati da Francesco Longo, che il conte Agostino Sagredo donava all'Italia nel 1843 inserendoli nell'[I[Archivio Storico Italiano]I] che il Vieusseux dirige e pubblica a Firenze, sono a vedersi le lettere colle quali la Repubblica ringraziava il Loredan del suo generoso operare, lettere che non saprei se più onorano quell'eroe o la Repubblica che sì degnamente ricompensava le magnanime azioni de' suoi prodi figliuoli. Ma pur troppo! il sangue versato a Scutari nella sua difesa poco le valse, perché nel 1477 i nostri furono da invincibili circostanze costretti a cedere ai Turchi quella piazza, molti de' cui abitanti cercarono asilo nella dominante.
Che Scutari nel sec. XIV, anziché passasse dal governo de' re di Rascia a quello del Balischio, avesse propria zecca, non oserei asserire. È bensì vero che abbiamo grossi del re Costantino recanti da un lato la imagine di questo monarca, dall'altro quella di S. Stefano patrono di essa città; de' quali grossi uno fu pubblicato dal Nani nella più volta citata operetta, alla tav. I n. II. Che più tardi vi si battesse moneta, quando cioè cadde in potere de' Veneziani, si hanno fondamenti abbastanza validi per negarlo. Nessun cronista ricorda che zecca vi esistesse nel secolo XV, non ne parlano documenti di sorte; e le monete stesse improntate col nome di quel comune si mostrano ne' loro tipi barbarici fattura della officina monetaria di Cattaro. Basta confrontare un grossetto di Cattaro, come sarebbe quello rarissimo del Museo Correr che ho descritto, con altro grossetto di Scutari per convincersi dell'identità della fabbrica di quelle due monete che pajono uscite dalla stessa mano. Quanto poi al loro peso ed al titolo, sono perfettamente uniformi. Talché io credo poter francamente asserire che Scutari per la propria monetazione si valesse sempre della zecca di Cattaro; e che in ambedue queste piazze corresse l'uguale moneta, o il grossetto ragguagliato a 2/3 del grosso veneziano.
È quel grossetto l'unica moneta scutarina ch'io sappia battuta sotto il dominio de' nostri. Il diametro n'è di m. 0,020. Offre da un lato il patrono della città, in piedi e veduto di prospetto, nimbato e coperto di lunga vesta da diacono, recante nella destra l'incensiere, un libro nella sinistra; lo attornia la epigrafe S. STEFANVS : SCVTARENSI (ovvero SCVTARENSIS). La iscrizione esce da un cerchio di perline che gira intorno alla figura del santo, la quale in qualche più raro esemplare è pur serrata da due archetti di cerchio, come il Redentore ne' nostri zecchini. A' lati del Santo v'hanno alcune iniziali che spiegheremo frappoco. Questa rappresentazione del protettore di Scutari è quella medesima che ci offrono le monete di questa città coniate sotto il governo de' re di Rascia, e la somiglianza de' due tipi ci muove a ritenere che anche i più antichi nummi scutarini siansi battuti nella zecca di Cattaro. Il rovescio reca il leone in gazzetta rinserrato da un cerchio di perline, oltre il quale è la leggenda . S . MARCVS : VENETIARUM : [Gr[G]Gr] C : (ovvero 7 C :). Le sigle del diritto, delle quali conosco tre varietà, che incontrai ne' quattro esemplari che di questo raro grossetto serba il Museo Correr, ci danno il nome de' conti e capitani durante il cui reggimento furono improntati i varii pezzi. Eccone la spiegazione:
B e C = Bertucci Civran, 1436.
P e M = Paolo Morosini, 1438.
F e Q = Francesco Querini, 1442.
[T4] ANTIVARI.
Ma fuor di dubbio fu battuto a Venezia il bagattino di puro rame o d'ottone di Antivari. Questa bella città d'Albania tennero i Veneziani, che vi mandarono a reggerla un podestà a biennio, dal 1405 sino al 1571, nel qual anno Alessandro Donà la cedeva mediante capitolazione a' Turchi, e reduce in patria veniva, come perpetratore d'atto codardo, punito. Ma la pace conchiusa fra la Repubblica e la Porta nel 1573, fissò per sempre le sorti di Antivari, incorporata d'allora ne' possedimenti dell'impero ottomano.
Non mi venne fatto, per diligente pazienza che usassi, di rinvenire la terminazione colla quale fu decretato lo stampo dell'unica moneta che abbiamo d'Antivari suddita a' Veneziani. Ma non è a dubitare, dalla semplice ispezione del suo tipo, che siasi essa pure battuta nell'epoca medesima in cui lo furono la maggior parte de' bagattini delle singole città dalmate, cioè gli ultimi anni del secolo XV o i primi del successivo.
Questa moneta, non facile a trovarsi benché il Museo Correr ne posseda tre esemplari, mi si offrì di due soli tipi, fra loro distinti da lievi differenze. Il peso ne varia da k. 8 a k. 6. 3, e il diametro n'è costante di m. 0,017. Presenta da un lato S. Giorgio armato a cavallo incedente verso la sinistra del riguardante, e sotto a' suoi piedi atterrato il dragone; all'ingiro la epigrafe . S . GEORG . ANTIVARI. Il rovescio ha, come i bagattini dalmati, il S. Marco in soldo stretto da un cerchio di perline, oltre il quale è la leggenda + . S. MARCVS . VENETI. La varietà che si rimarca in alcuni esemplari è la mancanza di questo cerchio che avvolge il leone.
Le osservazioni fatte sui bagattini, allorché dissi di quelli coniati per le città della Dalmazia, possono riferirsi anche a questo che ha comune con essi l'epoca, il peso, la fabbrica; sicché ritengo inutile il soffermarmi davvantaggio a parlarne.
[T4] DULCIGNO.
Occupata da' Veneti nel 1405 che la tennero fino al 1412, e più tardi dal 1425 fino al 1471 in cui cadde in poter de' Turchi per subire due anni dopo le sorti di Antivari, Dulcigno non avrebbe trovato posto in quest'operetta se non mi obbligasse a toccarne un cenno che lo Zon fece di monete battute per questa città da' nostri. Ed infatti nella sua dissertazione sulla Zecca Veneta nell'opera [I[Venezia e le sue lagune]I] (T. I. p. II. pag. 69), ricordando le monete coniate per le singole comunità dalmate ed albanesi, cita fra le altre quelle di [I[Dulcigno]I] offerenti la imagine della [I[Vergine]I]. Devo però confessare ch'io non conosco punto la esistenza di questa moneta, che non vidi in alcuna raccolta, né trovai in alcun libro citata. Fino a tanto quindi che s'abbiano dati più certi per ritenere la esistenza di questo pezzo, siami lecito il dubitarne.
[T4] ALESSIO.
Venuta per dedizione spontanea in potere de' nostri nel 1403, fu retta da un [I[provveditore]I] che la governava in nome della Repubblica fino al 1477 in cui per cessione la occuparono i Turchi. Ripresa nel 1503, ricadde in loro mano nel 1506. Lo Zon citò parimente, in un colle monete di Dulcigno, quelle di Alessio. L'esemplare sulla cui autorità credette appoggiarsi per far luogo alla menzione di questo pezzo fra gli altri dalmati ed albanesi, è quel bagattino di Lesina che si custodisce nella Marciana; il cui non felice stato di conservazione gli fece scambiare la giusta lezione LESINENSIS col nome della città d'Alessio. Se, rettificando l'abbaglio ov'incorse il mio illustre amico, devo togliere alla serie de' nummi albanesi questa imaginaria moneta, ho peraltro il contento di averne aggiunto una di sconosciuta finora alla serie de' nummi dalmati.
E qui si chiude la prima delle classi in cui ho spartito la numismatica de' possedimenti de' Veneziani, rivolgendo ora le mie indagini alle monete da loro battute per le province che costituivano il Levante Veneto.