[T1] II. LEVANTE VENETO.

Il nome generico di [I[Levante]I] abbracciava nel medio evo tutti que' territorii che, situati all'oriente dell'Adriatico, formarono parte dell'impero greco dopo il trattato conchiuso fra Niceforo e Carlomagno. Ma i Veneziani, fattisi per armi, per comprite o per dedizioni spontanee, padroni della maggiore e più bella parie delle coste marittime di quelle terre nel continente europeo, e di molte isole dell'Arcipelago, e dilatate le loro conquiste nel secolo XII fino nella Siria, restrinsero il significato di quel nome, coll'eccepirne le spiagge dalmate ed albanesi. Per poco che si conosca la storia nostra, si comprenderà di leggeri come il nome di [I[Levante Veneto]I] avesse nelle varie età più o men ampio senso. Allorché Enrico Dandolo, successore a dogi insigniti delle dignità d'[I[ipati]I], di [I[protosebasti]I] e di [I[protospatarii]I], emancipava la patria da ogni vincolo di sommessione all'impero d'oriente, e s'intitolava signore di un quarto e mezzo dell'impero di Romania ([I[dominus quartae partis et dimidii Imperii Romaniae]I]), la Repubblica non possedeva ancora le sette isole del mar Jonio che aggiungeva in sul cadere del XIV secolo (1386) a' proprii stati. Alla metà di quel secolo vi aggiungeva l'Acaja, e più tardi varii porti della Morea, che toltile poscia da' Turchi le riconquistava sul declinare del secento il Morosini, che dalle vittorie riportate nella penisola di Pelope ebbe il soprannome gloriosissimo di Peloponnesiaco. Ma dopo la pace funesta di Passarovitz, perdute le belle conquiste del Morosini e rimasta Venezia senz'altri possedimenti nell'Arcipelago, il nome di Levante Veneto comprendeva le otto province o [I[reggimenti]I] di Corfù, Zante, Cefalonia, Asso, S. Maura, Cerigo, Prevesa e Vonizza, subordinati ad un patrizio eletto dal Senato fra gl'individui del suo corpo, e portante il titolo di [I[Provveditor General da Mar]I]. Questi presiedeva al governo supremo di tutto il Levante, e da lui dipendevano gli altri patrizii che sosteneano le cariche militari marittime della flotta sottile e grossa, ed era giudice in appellazione dalle sentenze de' rappresentanti degli otto reggimenti, il numero de' cui abitanti, quasi tutti greci di rito e di favella, sommava a 150,000.

Venendo ora a dire delle monete che i Veneziani coniarono nelle varie epoche perché avessero corso nel loro Levante, questa seconda categoria avrebbe ad abbracciare quelle che si destinarono ad aver corso in tutt'i possedimenti, ad esclusione della Dalmazia e della Terraferma d'Italia. Ma ho creduto separarne le battute per Candia e per Cipro, per la ragione espressa nel principio di quest'operetta che, limitandosi queste due serie quasi puramente a monete ossidionali, mi parvero meritare due classi a sé. I nummi de' quali ci occuperemo in questa seconda parte furono invece cusi, niuno eccettuato, nella metropoli.

[T5] Tornese.

Un fortuito ritrovamento di monete veneziane fatto nel 1849 in Morea, le quali tutte passarono in proprietà del dott. Costantino Cumano di Trieste, porse occasione a questo valente archeologo di spargere molta luce su quella moneta che sì frequenti volte s'incontra ne' documenti nostri e nelle memorie della zecca veneta; ma la cui rarità, anteriormente a quello scavo, lasciava troppo libero campo a mille supposizioni che oggi spero cedano il seggio usurpato alla verità. Nello stendere questo brano del mio lavoro, io non potrei non attenermi alle savie opinioni espresse dal Cumano in una sua lettera inserita nel giornale [I[L'Istria]I], Anno V, n. 11, scritta d'Atene nel marzo 1850. Anzi ad avvalorare le opinioni del Cumano aggiungerò copia di notizie estratte da documenti autentici sulla fabbrica de' tornesi e sull'epoca della loro durata.

Io so bensì che il chiaro senso della terminazione del Maggior Consiglio 31 marzo 1394, ricordando le varie specie di monete argentee che si battevano allora nella zecca nostra, [I[grossi]I], [I[soldini]I], [I[parvuli]I] e [I[tornesi]I], avrebbe facilmente condotto a riconoscere, nei pezzi che frappoco esamineremo, il tornese, stante la necessaria esclusione da quella nomenclatura degli altri nummi che appartengono alle tre prime classi e che troppo son conosciuti. Ma nullameno è officio di coscienzioso scrittore l'attribuire la priorità d'una scoperta in qualsivoglia ramo del sapere a cui veramente essa spetta, ed io devo riconoscere ne' dotti studii del Cumano la prima determinazione della per lo avanti incerta moneta.

Il ritrovamento, di cui toccai più sopra, fu di una massa considerevole di que' piccoli nummi recanti intorno al simbolo di S. Marco la leggenda [I[Vexillifer Venetiarum]I], frammisti a tornesi di Francia e ad altri de' principi d'Acaja e dei duchi di Atene, somigliantissimi nel tipo ai nostri e alla loro volta imitati da' francesi, de' quali ultimi tutt'i rinvenuti nello scavo spettano, a quanto pare, a Lodovico IX il santo, che regnò dal 1226 fino al 1270. Alla qual'epoca appartengono i tornesi, che vi si trovarono frammisti, di Guglielmo II de Villehardouin duca d'Acaja e di Guido de la Roche duca d'Atene, che co' nomi de' loro successori si continuarono a stampare in Atene fino a verso il 1310, ed in Acaja (Chiarenza) fino a verso il 1346 in cui il principe Roberto fu assunto alla dignità d'Imperatore.

"Ed appunto verso quest'epoca, dice il Cumano, i commercii di Chiarenza, città capitale del principato d'Acaja, fiorivano per modo che le monete che vi si battevano non soltanto godevano universale favore, ma erano adottate e riconosciute pei traffici col Levante da tutte le città mercantili e dalla Repubblica di Venezia. Cessato avendo verso il 1350 la zecca di Chiarenza, è verosimile che i Veneziani, visto il favore che vi godevano i tornesi, abbiano dato fuori pel Levante e principalmente per la Morea monetine di disegno analogo e di valore eguale all'antico, conservando loro lo stesso nome di [I[tornesi]I] o [I[torneselli]I]."

A determinare pertanto il valore di questa moneta ne' secoli di cui ci occupiamo, molto opportunamente soccorre un passo di Francesco Balducci Pegolotti, scrittore toscano che fiorì intorno al 1335, la cui [I[Pratica della mercatura]I], opera stupenda per la storia dell'economia nel medio evo, forma il terzo volume della raccolta di Gianfrancesco Pagnini [I[Della Decima e delle altre gravezze del comune di Firenze]I], Lisbona (Firenze) e Lucca, 1776. Ecco il passo del Pegolotti:

[I[ In Chiarenza (]I]Acaja[I[) e per tutta la Morea vanno a perpero (]I]iperpero[I[) sterlini 20. E gli sterlini non vi si vendono né vi si veggiono (]I]cioè sono moneta meramente ideale[I[), ma spendonvisi torneselli piccioli che sono di liga d'once 2 e 1/2 di argento fino per libbra ed entrano per libbra soldi 33, denari 4 a conto. E ogni denari 4 de' detti tornesi piccioli si contano per uno sterlino; e gli tre sterlini un grosso veneziano di zecca di Vinegia, e gli 7 grossi un pipero (]I]iperpero[I[). La moneta di Chiarenza chiamasi tornisella picciola.]I]

Da questo importantissimo passo del Pegolotti rileviamo agevolmente il titolo e il valore de' tornesi. Quanto al primo, avendovi in una libbra d'argento once 2 e 1/2 di fino cioè k. 360, avremo in una marca di fino k. 240 e di peggio k. 912. Quanto al valore, è non meno agevole determinarlo. Se l'iperpero equivale a 20 sterlini, e lo sterlino a 4 tornesi, 80 tornesi formeranno l'iperpero. Lo sterlino corrisponde altresì ad un terzo del grosso veneziano, dunque il tornese si raggualierà ad 1/12 del detto grosso. Sappiamo che dalla metà del secolo XIV in poi il grosso si valutò 4 soldi di nostra moneta, cioè 48 bagattini; perciò lo sterlino uguagliava 16 bagattini, e 4 bagattini il tornese. A questo titolo ed a questo valore corrispondono infatti i nummi di cui ci occupiamo.

Quando ne impresero i Veneziani lo stampo? Vedemmo come il Cumano saviamente opini che incominciassero al cessare la zecca di Chiarenza. Gli è vero però che in più antiche memorie ne troviamo menzione. Si cita infatti la terminazione del 1287 contenente provvedimenti qui fatti e discipline pe' cambiatori di tornesi; si cita il viaggio di Marco Polo, scritto da Rusticiano da Pisa nel 1298, al capitolo XV della Parte II (p. 90-91 della mia edizione), dove parlandosi della banca fondata da Cubilai Caan a Cambaluc (Pechino) vi si nominano gli assegnati del valore di [I[mezzo tornesello]I], di un [I[tornesello]I] ecc. Io però credo non per altro citarvisi questa moneta se non per la voga grandissima ch'ebbe in Oriente nel secolo XIII messavi in corso da' Francesi per le loro colonie. Ma il primo tornese veneziano effettivamente esistente è quello di Andrea Dandolo. Passiamo senz'altro alla descrizione di queste monete.

Sono piccoli nummi di lega al titolo suindicato, varianti nel peso da k. 2. 3 a k. 3. 2, del diametro di circa m. 0,015. Nel campo del diritto offrono una piccola croce chiusa da un cerchietto oltre cui sta il nome del doge. Nel rovescio il leone alato accosciato sulle zampe posteriori, e più tardi il S. Marco in soldo parimente chiuso da un cerchietto, ed oltr'esso la leggenda + VEXILIFER VENETIAR. Vedremo tuttavolta questo tipo variare nel secolo XV dopo la ducea di Tommaso Mocenigo. Seguiamo ora la serie cronologica de' dogi de' quali si conoscono i tornesi, o de' quali si hanno fondamenti per sospettarne la esistenza.

[I[Andrea Dandolo]I]. Un solo esemplare del tornesello di questo doge rinvenne il Culmino fra' trovati in Morea. Non posso peraltro accordami con quest'erudito nell'assegnare ch'ei fa ad epoca più antica il tornese che ha dalle due parti ripetuto il rovescio, nella qual moneta non saprei ravvisare che un inconcludente capriccio dello zecchiere.

[I[Marino Falier]I]. Del Falier non si conosce il tornese, né abbiamo alcuna memoria di zecca per crederlo veramente coniato.

[I[Giovanni Gradenigo]I]. Due tornesi ne trovò il Cumano; come di

[I[Giovanni Dolfin]I], uno solo.

[I[Lorenzo Celsi]I], gliene offrì 6 esemplari.

[I[Marco Corner]I]. Prima dello scavo 1849, che diede 10 tornesi di questo doge, si credeva egli il primo che avesse battuto questa moneta, e ciò sulla fede del Carli (vol. I p. 414) che la descrisse com'esistente a' suoi giorni presso Gaspare Negri vescovo di Parenzo. Lo Zon riportandola, sull'autorità stessa (p. 34), osserva a tutta ragione questo fatto, che il tipo de' tornesi anticipò la riforma della rappresentazione del S. Marco eseguita poi nel soldo o marchetto di Andrea Contarini, quando si tralasciò il disegno, introdotto trentasei anni innanzi, del leone in piedi, senz'ali, col nimbo intorno al capo e collo stendardo, per sostituirvi quello che portò il nome di [I[S. Marco in soldo]I], dalla prima moneta [I[della metropoli]I] su cui fu improntato.

[I[Andrea Contarini]I]. Sotto il costui ducato trovo nel Capitolare delle [I[Broche]I] le più antiche prove che i tornesi si battevano nella zecca veneta. Una terminazione del M. C. concede il 24 agosto 1376 il permesso di recarsi ad Alessandria ad un Filippo Bon [I[scriba ad tornesellos]I]. Il 23 maggio 1377 si accresce il salario agli [I[ourerij dei torneselli]I]; il 27 agosto successivo si permette d'assentarsi ad un Dionisio Maser [I[scriuan ai torneselli]I], e il 16 settembre 1381 si diminuisce lo stipendio del pesatore [I[ad tornesellos]I]. Men rara delle precedenti è questa moneta del Contarini, ch'esisteva già nelle collezioni Gradenigo, Correr ed alla Marciana, e di cui il Cumano rinvenne circa 100 esemplari con qualche varietà.

[I[Michele Morosini]I]. Se ne trovarono nello scavo 1849 due esemplari.

[I[Antonio Venier]I]. Il tornesello di questo doge era anche per lo passato non difficile a rinvenirsi. Due esemplari n'erano nella raccolta Gradenigo, altro ne citava il Carli (vol. I p. 415) dandone il disegno nella Tav. IX n. 8, due ne ha la Marciana, 4 il Museo Correr. Il Cumano ne trovò intorno a quattro centinaja. Il Capitolare delle [I[Broche]I] riporta una terminazione presa il 13 gennajo 1384 ([I[more veneto]I], cioè 1385) in Pregadi che decreta [I[emi argentum et rame et alia necessaria, et fieri torneselos. Factis quoque et habitis per provisores dictis torneselis, debeant subito, sicut habebunt ipsos, ordinate dare et consignare dictos torneselos camerariis nostri comunis, qui camerarii teneantur et debeant recipere et conservare dictos torneselos ac scribere per ordinem et distincte receptionem ipsorum sicut faciunt alios introitus nostri comunis, de quibus quidem tornesellis dominium nostrum disponere debeat prout pro nostro comuni melius et utilius apparebit]I].

Un'altra terminazione, pure del Senato, sancita il 25 del mese stesso così stabilisce: [I[Quod in Cecha nostra cuduntur Marchae XII. milia tornesellorum annuatim pro quibus comune nostrum recipit de utililate ad summam IIII.m. Vadit pars pro comodo et bono agendorum nostrorum quod istae marchae XII.m., sicut cudentur de tempore, ponantur apud provisores nostri Comunis. Quae marchae XII.m. ascendunt ad summam ducatorurn XIIII.m]I]. Dalle quali parole rileviamo qual ingente massa di torneselli si monetasse sotto il doge Venier. E finalmente nel 1394 leggiamo in una parte del M. C. il nome de' coniatori di queste e delle altre monete d'argento della Repubblica… [I[Laurentio et Marcho fratribus Bernardi Sexto intajatoribus feramentorum monetae qui operantur pro faciendis grossis, soldinis, parvulis et tornesis]I].

[I[Michele Steno]I]. L'unico esemplare da me veduto di questo tornesello è quello conservato nella Raccolta Correr. Altro ne troviamo citato com'esistente nella collezione Gradenigo (Zanetti II, 176 n. 76). Il Cumano ne trovò 8 altri. Non mancano sotto questo doge memorie della loro fabbrica nella zecca nostra. Infatti occorre in una terminazione del Senato 25 settembre 1404 il [I[massarius tornesiorum]I], e in altra del M. C. 18 marzo 1410 si ricorda [I[Jacobellus Nigro scriba ad officium monetae tornesellorum]I].

[I[Tommaso Mocenigo]I]. La massa di queste monete che venne in proprietà del Cumano non aveva che due esemplari col nome di lui. Certo è tuttavia che sotto la sua ducea non fu la nostra zecca nel loro stampo meno operosa di quello che lo sia stata sotto il Venier, perché dal Capitolare delle [I[Broche]I] sappiamo che, già soppresso nel 1404 il massaro ai torneselli, fu nuovamente restituita quella carica il 30 aprile 1416, non però coll'antico nome, ma aggiungendo un terzo massaro ai due dell'argento. Forse il tesoretto scoperto nel 1849 in Morea fu occultato sotterra negli anni in cui visse questo doge, perché non vi si rinvennero monete d'epoca a lui posteriore.

[I[Francesco Foscari]I]. La esistenza del tornese di questo doge, quantunque finora sconosciuta a' numismatici come pure di quello di alcuni de' suoi successori, è provata da documenti e perfino da' pezzi stessi che si trovano, comeché assai rari, nelle nostre raccolte. Nel più volte citato Capitolare delle [I[Broche]I] si ordina il 20 decembre 1424 la provvista di [I[rame per far tornesi e pizoli da Venesia]I]. E che siansi effettivamente eseguiti lo prova quel nummolo di biglione mal conservato che dalla collezione Pasqualigo passò alla Marciana, del peso di k. 2 poco meno, atteso il suo cattivo stato, che reca il tipo de' precedenti, mutato però nella leggenda che in luogo d'essere la ordinaria VEXILIFER VENETIAR. è questa + S . MARCVS . VENETI. Lo Zon l'aveva erroneamente preso per un [I[mezzo soldo]I].

[I[Pasquale Malipiero, Cristoforo Moro, Nicolò Tron, Nicolò Marcello, Pietro Mocenigo, Andrea Vendramin]I]. Sotto questi dogi non trovo menzione alcuna de' tornesi, né conosco alcuna loro moneta alla quale si possa applicare quel nome. Forse ai bisogni de' sudditi veneti nel Levante era sufficiente la enorme massa coniatane dai loro predecessori. Certo è che nel 1476 abbondavano ancora in quelle colonie, se alcuni speculatori genovesi aveano formato il progetto di ritirarne una somma di diecimila da Candia per indi estrarne l'argento; il che venuto a cognizione della Signoria di Venezia, fu spedito ordine dal Consiglio de' Dieci al residente di Candia, il 29 maggio dell'anno stesso, che impedisse si esportassero da quell'isola [I[turnesios Levantis]I].

[I[Giovanni Mocenigo, Marco Barbarigo]I]. Nemmeno sotto il governo di questi due dogi hassi memoria che si coniassero tornesi.

[I[Agostino Barbarigo]I]. Il 28 agosto 1487 il C. X. stanziava la legge seguente: [I[Che j ourieri de qua in auanti abino marchetti quatro per marcha de tornexi si come j aueano da prima]I]. Ecco dunque ripreso in quell'anno lo stampo dell'abbandonata moneta. E quattr'anni dopo andava a parte la terminazione seguente:

[I[ 1491, 13 lujo, in C. X. cum Add.]I]

[I[ . . . E simelmente sia fato di tornexi ala suma e valor de ducati zentozinquanta per la cità de Modon, de quali el populo e i zitadiny patiscono massima nesessita, e le monede nesessarie per i aiti tornexi da esser fati siano tegnude per la zita de Modon.]I]

Il nome di tornesi deve spettare a quelle monetine d'Agostino Barbarigo, del peso di k. 2. 2 o poco meno, del diametro di m. 0,011, battute in biglione, che recano dall'un de' lati il nome del doge che gira intorno ad una croce, qualche volta chiusa da cerchietto, e al rovescio offrono il consueto S. Marco in gazzetta pur chiuso da cerchio oltre cui la leggenda + S . MARCVS . VENETI. Degli esemplari che ne ho veduti, quasi tutti della più bella conservazione, uno esiste nella Marciane, 3 nella Raccolta Correr, 1 nell'I. R. Gabinetto Numismatico di Milano, ed un altro finalmente nel medagliere dell'Ambrosiana colla epigrafe del rovescio variata così + SANCTVS. MARCVS. V.

[I[Leonardo Loredan]I]. L'ultima notizia che ho trovato di questa piccola moneta nelle memorie di zecca è la terminazione che segue:

[I[ 1505. 31 Mai, in C. X. cum Add.]I]

[I[ Quod auctoritate hujus Consilii captum et deliberatimi sit quod cudi debeant in Cecha nostra ad praesentem usque ad summam ducatorum mille tornesiorum, necessariorum pro fabricis locorum nostrorum partium Orientis, et quod dentur extra, sicut deliberabitur per Dominium nostrum cum Collegio, juxta opportunitatem locorum praedictorum.]I]

Se il tornese del Loredan è veramente la moneta di questo doge alla quale ho applicalo quel nome, siccome l'unica che mi parve corrispondervi pel suo titolo e pel suo peso, è notabile come se ne scostasse il tipo dai precedenti. Il peso degli esemplari che ne esaminai varia da k. 2 a k. 2. 2, il diametro è di m. 0,015. Offre nel campo del diritto la figura stante del doge che tiene il vessillo, e intorno a cui è la scritta . LEONAR . LAVREDAN .; il titolo DVX è in caratteri verticalmente disposti lungo l'asta; dietro al doge le sigle BM in alcuni esemplari, ed in altri AB. Nel rovescio il San Marco in soldo attorniato dalla consueta leggenda + . S . MARCVS . VENETI . è chiuso in un ornamento di perline quadrilobato. Due esemplari di questo nummo erano presso il Gradenigo (Zanetti vol. II, p. 184, n. 134 e 135), altro è nella Marciana proveniente dal Pasqualigo, due altri n'esistono nella Raccolta Correr.

[T5] Grossetto per navigare.

Governante ancora la Repubblica Agostino Barbarigo, un'altra moneta divideva co' tornesi il molto favore che da due secoli e mezzo aveano questi ultimi acquistato ne' Veneti possedimenti; vo' dire il [I[grossetto per navegar]I]. Il decreto che ne ordina lo stampo, essendo esso pure inedito, e fissando l'epoca di questo pezzo, che lo Zon attribuiva erroneamente al 1489 circa (p. 40), tengo non inutile il riportarlo;

[I[ 1498, die XVI, martii C. X. cum Add.]I]

[I[ Quod auctoritate hujus Consilii captum sit et ita concedatur licentia, civibus et mercatoribus nostris tantum, possendi ponere in Cecha nostra argenta ad summam in totum marcharum sex mille cuneandarum in grossetis ad rationem librarum XXXIII pro qualibet marcha, quae capiat numerum centum sexaginta quinque grossetorum, quae omnis pecunia sit pro navigando tantum. Stampa vero ipsorum grossetorum ex omnibus illis, quae per Capita ordinabuntur magistris stamparum habeant elligi et fieri sicut videbitur et ordinabitur per Serenissimum Principem Dominum nostrum et Capita hujus Consilij.]I]

Da questa terminazione del C. X. raccogliamo il valore ed il peso della moneta in discorso. Se infatti si voleva che ogni marca desse 33 lire, cioè 165 grossetti, ne segue che il valore d'ogni grossetto doveva esattamente rispondere a soldi quattro. E quanto al peso d'ogni pezzo, aveva ad equivalere necessariamente a k. 6. 3. 51/55. Ma la eccedente sproporzione del grossetto in confronto alla lira [I[moceniga]I], il cui peso si era stabilito nel 1484 di k. 32, lo fece ben presto salire al prezzo di soldi 5, o [I[mezzo marcello]I].

Il grassetto per navigare ha un diametro di m. 0,020 ed è affatto simile nel tipo del diritto alla lira moceniga, ma in proporzioni minori; offre cioè alla sinistra del riguardante la figura di S. Marco in piedi che porge al doge che gli sta dinanzi genuflesso il vessillo, lungo la cui asta è in lettere verticali scritto DVX; gira intorno alle due figure la leggenda S. M. VENETI = AVG. BARBADICO. Il rovescio invece è il medesimo del [I[marcello]I] di Pietro Mocenigo, in proporzioni parimente minori; reca cioè la imagine del Redentore con aureola alla greca e seduto in ricco trono, di prospetto, tenendo nella manca il Vangelo e benedicendo colla diritta. A' suoi lati le sigle IC e XC, e all'intorno la epigrafe GLORIA . TIBI . SOLI; nell'esergo le iniziali . I . P . di sconosciuto massaro.

Mal s'appose il Gradenigo nell'attribuire a questa non ovvia moneta il nome di mezzo matapane (Zanetti, vol. II, p. 181, n. 120). Ciò non dee farci meraviglia, perché il Gradenigo battezzò [I[matapani]I] tutt'i [I[marcelli]I]. Lo Zon lo chiamò del suo vero nome (p. 40), ma s'ingannò nel credere che andassero i grossetti a 34 lire per marca, invece di 33, e nel fissarne il peso in grani 27. 9/85.

Non però i soli tornesi ed i grossetti avevano buono spaccio in Levante, ma ed i soldini o marchetti, comunissima moneta battuta per aver corso nella dominante, moneta così generalmente nota che tengo ozioso il descriverla. E solo a provarne il corso, resosi in sul cadere del secolo XV universale in que' possedimenti oltremarini, riporterò la seguente terminazione:

[I[1493. 30 Aprilis, in C. X. cum Add.]I]

[I[ Quod satisfiat petitioni illustrissimi Domini Ducis Saxoniae ut in Cecha nostra ad nomen suum cudi possint marchæ C. argenti in marchetis nostris consuetae stampae pro expendendum ad minutum pro ista profectione sua et suorum ad Sanctum Sepulcrum, qui dentur Excellentiæ suæ.]I]

Tanta dunque era la voga delle monete veneziane in Oriente, che il duca di Sassonia le preferiva a tutte le altre nel muovere al viaggio di Terrasanta!

[T5] Ducato delle Galee.

Trovo nelle vecchie memorie di zecca menzione di un [I[ducato delle galee]I] da venete lire 6. 4, stampato in argento nel 1570. A quest'epoca non s'incontra veramente moneta alcuna di quel valore, ad eccezione del conosciutissimo [I[ducato d'argento]I] il cui stampo si decretò il 7 gennajo 1561 dal doge Girolamo Priuli. Ma in questo caso, perché dargli il titolo di [I[ducato delle galee]I], se lo sappiamo, dal tenore di quel decreto, espressamente battuto per i bisogni del commercio della metropoli?

Nemmeno può applicarsi quel nome alle [I[Giustine]I] che soglionsi chiamare [I[maggiori]I]. Il loro valore è chiaramente espresso nell'esergo del rovescio di tali pezzi in soldi 160, o lire 8, e non si concilia quindi col valore del [I[ducato delle galee]I].

In mezzo a tanta incertezza, sarei inclinato a ritenere in quelle memorie di zecca un abbaglio non difficile a ravvisare. Credo che non d'altra moneta vi si parli se non della [I[Giustina minore]I], propriamente detta [I[ducatone]I], recante nell'esergo del rovescio la cifra 124, che appunto corrisponde alle lire 6. 4. Quanto all'anno nel quale s'imprese a batterla, poté un malaccorto annotatore de' libri di zecca confonderne la origine con quella de' pezzi di lire 2, o soldi 40, improntati la prima volta nel 1571 dopo la battaglia delle Curzolari e recanti similmente la imagine di S. Giustina. Perché poi lo si chiamasse [I[delle galee]I], anche ciò è agevole a spiegarsi; non perché destinato a correre ne' possedimenti d'oltremare, o a stipendiare gli equipaggi della flotta, ma perché nel campo su cui spicca la figura di quella martire si volle effigiare il mare agitato e due [I[galee]I] che lo navigano, a ricordanza della grande vittoria navale a cui deve l'origine quel tipo nummario.

Dalle quali osservazioni mi giova conchiudere, non aversi da me trattato de' [I[ducati delle galee]I] fra le monete del Levante, sennonché per escluderli da questa serie a cui non devono appartenere.

[T5] Da 30 tornesi.

Dopo il tornesello di Leonardo Loredan, decretato colla terminazione del 1505 che ho riportala, troviamo bensì nelle memorie di zecca menzione di tornesi qui coniati per il Levante, per la flotta, per Candia, negli anni 1545 e 1548, nonché di bagattini per Corfù nel 1549; ma non saprei veramente a quali monete del doge Francesco Donà, che governò in quell'epoca, attribuire i nomi di [I[tornese]I] e di [I[bagattino per Corfù]I]. Forse quest'ultimo altro non era che il consueto bagattino per Venezia recante da un lato la croce, dall'altro il busto di S. Marco di prospetto; ma non oserei con pari asseveranza chiamar tornese il [I[sesino]I] che non equivaleva se non a mezzo dell'antico tornese, o a due bagattini, cioè [I[un sesto]I] di soldo onde trasse il nome.

Qui sorge però una domanda alla quale si potrebbe rispondere senza gittarsi nel vasto campo delle conghietture: - I tornesi conservarono sempre il primitivo valore di 4 bagattini? - I pezzi del secolo XVII che portano improntato quel nome mi obbligano a rispondere negativamente a questa domanda.

La mistura metallica che servì allo stampo di tali monete, coniate sotto il doge Antonio Priuli, che regnò dal 1618 al 1623, è di poco superiore nel fino a quella che il doge medesimo impiegò nella fabbrica de' soldoni, valutata a k. 54 fino per marca, o a peggio 1098. Avuto riguardo alla lieve eccedenza del titolo di pochi carati per marca, al peso de' nummi che verrò descrivendo, raffrontandolo con quello del soldone ch'era di k. 9. 4/5, e massime alle sigle I e IIII ricorrenti ne' pezzi da 15 e 60 tornesi, si riconosce facilmente che quelle sigle indicano i soldi veneziani a cui si ragguagliavano i pezzi stessi, di modo che un soldo equivalesse a 15 tornesi, essendo quindi il tornese dal primitivo valore di 4 bagattini calato a quello di 4/5 di un bagattino.

Nell'esporre pertanto a' lettori la serie de' pezzi multipli di questo minor tornese coniati dal Priuli, darò primamente luogo a quello da tornesi 30, perché ne esiste qualche raro esemplare colla iscrizione latina (che poi da lui e da uno de' suoi successori fu mutata in greca, forse per compiacere a' popoli fra cui si destinavano ad aver corso queste monete), eccedente il peso ordinario del pezzo.

[I[Primo tipo = Epigrafe latina]I]. I due esemplari che ne osservai nel Museo Correr, ottimamente conservati, hanno un diametro di m. 0,024 ed un peso di k. 18. 3. Il diritto porta all'ingiro la epigrafe * ANTONIVS. PRIOLVS. DVX. VENE. e nel mezzo fra un cerchio è l'altra TORNESI = TRENTA in due linee, sovra e sotto la quale campeggia una rosa fra due stelline. Il rovescio offre il leone di S. Marco, gradiente verso la sinistra dell'osservatore e ad esso di fronte un castello; nell'esergo ha parimente una rosa fra due stelline. La leggenda che gli gira all'intorno è SANCTVS. MARCVS.

[I[Secondo tipo = Epigrafe greca]I]. Ha comune col precedente il diametro, ma il peso n'è di un carato minore ne' migliori esemplari. Nel diritto la epigrafe del contorno è * [Gr[ANTONIOS O PRIOLOS DOUX]Gr] e quella del centro [Gr[TORNESIA TRIANTA]Gr], sopra cui tre stelline, e sotto una rosa fra due stelline. L'altro offre la rappresentazione del tipo precedente, e la epigrafe * [Gr[O AGIOS MARKOS]Gr], e nell'esergo due [Gr[L]Gr] intrecciate, l'una capovolta all'altra, fra due stelline. Anche sotto il doge Giovanni Corner I°. (1625 a 1629) si replicò lo stampo di questo pezzo che non è diverso da quello del Priuli se non per la epigrafe del diritto così necessariamente mutata [Gr[IOAN: KORNELIOS O DOUX]Gr], e per altre inconcludenti varietà nell'esergo del rovescio. Ma in peso questi nummi del Corner sono inferiori a quelli del Priuli, non avendoli io trovati, ne' meglio conservati esemplari, eccedere i k. 16. Questo secondo tipo occorre nelle raccolte assai più frequente del primo.

Ragguagliato il tornese a 4/5 del bagattino, il pezzo da 30 tornesi equivale ad una gazzetta.

[T5] Da 32 tornesi.

Non so che altri dogi, fuorché Antonio Priuli, abbiano coniata questa moneta, non ovvia a trovarsi. Il suo peso, in due begli esemplari che n'esaminai, uno alla Marciana e l'altro al Museo Correr, mi risultò di k. 18. 3. cioè pari al pezzo da 30 tornesi del primo tipo. Ma donde sorse mai così strano caso, che due monete di peso e titolo identici e d'epoca uguale, variino nel valore? Potrebb'egli ritenersi forse che la eccedenza nel pondo della moneta da 30 tornesi coll'iscrizione latina, avesse consigliato a sminuirla e a stampare i pezzi già preparati col valore di 32? Non oso decidere la intricata questione.

Il pezzo in discorso è simile a quello da 30 tornesi, secondo tipo, di Antonio Priuli, mutata semplicemente la iscrizione nel centro del diritto in *** = [Gr[TORNESIA]Gr] = [Gr[TRIANTA]Gr] = [Gr[DUO]Gr] = *.

[T5] Da 60 tornesi.

La somiglianza di tipo fra i nummi di cui ci occupiamo ed uno, stupendamente raro e, per quanto io mi sappia, sconosciuto a' numografi, ch'esiste nel Museo Correr, mi consiglia a dargli luogo nella serie presente. La lega è pari a quella de' precedenti pezzi, il diametro di m. 0,028, e il peso di k. 23. 3 che nel nummo appena coniato doveva essere ben maggiore. Il diritto offre verso il contorno la epigrafe * ANTONIVS . PRIOL . DEI . GRA . D, e nel mezzo fra un ornamento leggiadremente arabescato e diviso dalla leggenda del contorno mediante un cerchio di perline * = * VE * = NET . = sotto cui una linea formante l'esergo, nel campo del quale è la cifra . 4 . che indica i soldi corrispondenti a 60 tornesi. Similmente chiuso da cerchio di perline e da pari arabesco è il S. Marco in gazzetta del rovescio, verso il cui contorno gira la epigrafe * SANCTVS. MARCVS. VENET.

Molto è diverso il pezzo di pari valore del doge Giovanni Corner I.° Simile al suddescritto nel diametro, ha ne' suoi migliori esemplari il giusto peso di k. 32. Il diritto offre nei centro, sotto una rosa fra due stelline, la epigrafe [Gr[TORNES]Gr] . (ovvero [Gr[TORNESIA]Gr]) = [Gr[EXENTA]Gr], e sott'essa altra rosa; e all'ingiro oltre un cerchio di perline * [Gr[IOAN]Gr] (o IOAN) [Gr[KORNELIOS O DOUX]Gr]. Il rovescio è in proporzioni maggiori simile al pezzo da 30 tornesi, ma nell'esergo porta la cifra * IIII * esprimente la somma de' soldi veneziani che formano 60 tornesi. È pezzo di nessuna rarità.

[T5] Da 15 tornesi.

Né raro è il pezzo da tornesi 15 che s'incontra soltanto col nome del primo Giovanni Corner. Il peso di un esemplare a fior di conio e coperto di bella tinta argentina che n'esiste alla Marciana è esattamente di k. 8. Il tipo n'è simile al pezzo da tornesi 30 di questo doge, ad eccezione della leggenda nel centro del diritto così immutata = * (ovvero ***) = [Gr[TORNES]Gr] = [Gr[DEKAP]Gr] (o [Gr[DEKAPE]Gr]). L'esergo del rovescio di alcuni esemplari è * I *, reca cioè la cifra indicante un soldo di lira veneta a cui corrispondono 15 tornesi.

[T5] Piastra.

Di esimia rarità e di molta bellezza è la moneta di cui imprendo a trattare, la [I[piastra]I]. Essa manca a tutte le nostre raccolte, fuorché a quella della Marciana a cui provenne dal medagliere del Pasqualigo. Reca il nome di Francesco Contarini, che tenne la dignità ducale dal settembre 1623 al dicembre 1624; è di argento a peggio k. 60 per marca, corrispondente al titolo 0,947917, del peso di k. 130 e del diametro di m. 0,040. Ecco pertanto la descrizione che ne stesi su quell'esemplare, del quale diede un disegno esattissimo col metodo Collas lo Zon alla tav. IV. n. 5.

Il diritto offre uno scudo ornato di cartocci nel suo contorno, sormontato dal corno ducale e recante in quattro linee la iscrizione PIAS = TRA = VENE = TA; un cerchio di perline gira intorno allo scudo, ed oltr'esso la leggenda FRANCISCVS . CONTAR : DVX. Nel rovescio è il San Marco in soldo, di leggiadro disegno, fra un ricco ornamento circolare di gigli doppii e di rosoni.

Quanto al valore della piastra, risulterà facilmente dal confronto d'essa con altra moneta che la uguagliava nel titolo, eccedendola nel peso di k. 4. 1/2, il [I[ducatone]I]. Quest'ultimo correva a' giorni del Contarini a lire 7 e soldi 5, quindi la piastra dovea correre a lire 7. Computandosi allora lo zecchino lire 14, la piastra equivaleva a mezzo zecchino.

La rarità singolare di questo pezzo, il vederne l'unico esemplare che se ne conosca a fior di conio, il non incontrare in tariffe né in memorie di zecca alcuna moneta con questo nome, né in quell'epoca né dappoi, fanno ritenere essersi bensì progettata la piastra ed eseguitone il conio, ma non aver mai essa avuto corso, qualunque sia il motivo che determinasse a sospenderla.

[T5] Reali.

Raro, quanto la piastra, è il [I[reale]I] del medesimo doge, e con essa ha comuni il titolo, il peso, il tipo ed il valore; comuni altresì le circostanze che inducono fondata opinione esser rimasto esso pure un progetto ineseguito per cause che ci sono del tutto ignote. L'unica diversità che si riscontra fra questi due pezzi sta nella leggenda del diritto, portando in mezzo allo scudo la epigrafe in tre linee REAL = VENE = TO; e all'ingiro * FRANCIS . CONTARENO . DVX . * L'unico esemplare ch'io ne sappia è quello che colla collezione Pasqualigo passò alla Marciana.

Altro reale esisteva nella raccolta di Maffeo Pinelli, la cui libreria fu sì dottamente descritta dal Morelli (Venezia, 1787) che ci conservò memoria di questo pezzo, che non si sa ove più esista dopo la deplorata dispersione di quel medagliere.

Accontentiamoci dunque del poco che il Morelli ne disse, e ch'io fedelmente trascrivo: [I[Altra moneta rarissima, detta reale, v'ha di Francesco Erizzo, della grandezza di un ducato d'argento, in cui da una parte v'è un lione colle ale stese e con un libro nelle zampe, ed all'intorno SANCTVS . MARCVS . VENET . e sotto REALE. Dall'altra si vede il doge in piedi, e dietro il mare con la prora di una galea ed una fortezza, ed all'intorno si legge FRANC . ERIZZO . DVX . VEN .]I] (Morelli, [I[Libreria di Maffeo Pinelli]I], vol. V. p. 346, [I[App]I].), La rappresentazione di questo secondo lato è invero assai singolare, e meglio ricorda le [I[oselle]I] che non le comuni monete. Lo Zon, riportando questo pezzo sulla fede del Morelli, soggiunge: [I[È noto come l'Erizzo mori nel 1646, quando era in procinto di partire in qualità di generalissimo sulla flotta spedita contro i Turchi che aveano invaso il regno di Candia, a cui pare che abbia relazione quest'ultima moneta]I] (p. 60). Non potrei non soscrivere a questa savia opinione; infatti sappiamo urgente il bisogno di monete per la spedizione contro i Turchi, che nel 1645 avevano presa la Canea; ed io credo probabilissimo siasi coniato il presente reale per gli stipendii dell'armata in que' pochi mesi che volsero dalla perdita di quella piazza alla morte dell'Erizzo avvenuta il 3 gennajo 1646. E forse quest'ultima circostanza originò la sospensione dello stampo, che poi non venne ripreso dal suo successore.

Anche il favore che trovarono ne' commercii d'Oriente nel secolo XVII le piastre e i reali importativi dai trafficanti spagnuoli, mi fa ritenere essersi dalla Repubblica progettato pe' suoi possedimenti di Levante lo stampo di questi tre curiosissimi pezzi.

[T5] Leoni Morosini.

Gl'immensi dispendii che la Repubblica dovette sostenere per la guerra co' Turchi, gli ultimi anni del secolo di cui ci occupiamo, resero straordinariamente operosa in quell'epoca la zecca nostra. Ad agevolare pertanto le transazioni commerciali co' popoli del Levante, si determinò lo stampo di nuove monete che fossero in un medesimo facili a conteggiarsi ne' territorii ove durava la ideale lira di computo dalmata, e dove non si conosceano altre monete all'infuori da quelle della dominante. Nel 1688, ducante Francesco Morosini, uscirono dalla veneta zecca tali monete, che 2 e mezza d'esse uguagliavano uno zecchino, e delle quali ciascuna equivaleva a lire 10 di Dalmazia o lire 6. 16 di Venezia, perché allora nella capitale lo zecchino andava a lire 17, nelle province a lire 25.

Questa moneta, che dal leone rampante nel suo rovescio e dal casato del doge del cui nome primamente s'improntò fu appellata [I[leone Morosini]I], è conosciuta d'ordinario col nome di [I[lion per Levante]I] dalle memorie di zecca, le quali ne determinano il peso in k. 131, ed il titolo a peggio 300 la marca, o al titolo 0,739583, avente cioè d'argento fino per ogni pezzo k. 96. 85/96. Le stesse memorie ci conservarono la cifra del valore monetato in [I[leoni]I] e ne' loro spezzati, che monta alla somma di leoni 1,126,744. 1/2. Ed è invero singolare come oggi nelle raccolte si veggano così raramente i pezzi che appartengono a questa serie; né la si saprebbe spiegare tal rarità che pensando come la maggior parte d'essi fosse o recata in terre pochi anni dopo occupate da' Turchi, o messa fuori di commercio dal sopravvenire di nuove monete che trovarono più favore, come avvenne per esempio de' talleri battuti pel Levante, la cui comparsa nel 1756 dové far isparire i leoni che ancora rimanevano colà in corso.

[I[Leoni]I]. Il diritto di questa moneta, avente un diametro di m. 0,042, offre in proporzioni maggiori la rappresentazione dello zecchino, e reca dietro la figura stante di S. Marco la epigrafe in lettere verticali . S . M . VENET, e dietro al genuflesso doge il suo nome FRAN . MAVROC. Sotto la linea dell'esergo su cui posano le figure, alcuni esemplari hanno le sigle . A . G ., iniziali di Alvise Gritti massaro all'argento nel 1688. II rovescio offre il leone alato e nimbato, ritto sulle zampe posteriori, verso la dritta, e piegante a sinistra il capo, mentre tiene nella zampa anteriore destra la croce, nella manca una palma. Oltre il cerchio di perline che lo racchiude è la epigrafe FIDES ET VICTORIA.

Simile al leone del Morosini è quello di Silvestro Valier che gli succedette nel ducato, e che reca quindi mutata la epigrafe del diritto S * M * VENETV (verticale) = SILV * VALERIO, e nell'esergo le iniziali * A * G * e in altri esemplari * F . T * ed anche * G. A . B *. Il rovescio ne differisce alcun poco per la varia disposizione delle zampe anteriori del sacro leone e per non esser questo chiuso da cerchio di perline. È pezzo men raro di quello del Morosini.

Non si conoscono leoni di Alvise Mocenigo II.° che succedette nel 1700 al Valier, bensì di Giovanni Corner II.° che dopo lui ebbe il ducato nel 1709. I costui leoni, rari come quelli del Morosini, non hanno altre varietà da questi nel diritto che il nome necessariamente sostituitovi da IOAN . CORN . e le sigle dell'esergo * A . M *. Il rovescio è simile al leone del Valier.

[I[Mezzi leoni]I]. Il loro peso, in rapporto all'intero, è di k. 65 e 1/2 e tiene di fino k. 48. 85/192. Simili agl'interi nel tipo e proporzionalmente minori, li superano in rarità. Quello di Francesco Morosini, che pur dovett'esistere, manca a tutte le collezioni da me esaminate; quello di Silvestro Valier si trova alla Marciana ed al Museo Correr, ma di due tipi diversi, recando l'uno nell'esergo le iniziali * P. M *, l'altro * F. T *. Il loro diametro è m. 0,035. Del Corner non vidi mai questa moneta benché sia da ritenere ch'effettivamente si coniasse. Valeva lire venete 3. 8, o lire di Dalmazia 5.

[I[Quarti di leone]I]. Del peso di k. 32. 3, aventi cioè di fino k. 24. 85/384, e parimente rarissimi. Il quarto di leone del Morosini non l'ho mai veduto, ma ne ritengo la esistenza dalle memorie di zecca, e credo sia quella moneta della raccolta Gradenigo (Zanetti, vol. II, p. 203 n. 253) che il suo possessore descrisse per mezzo leone di questo doge, benché le desse il peso di k. 34. 2; peso, se vuolsi, eccedente il legale, ma che induce forte sospetto non abbiasi potuto deteriorar cotanto un pezzo da ridurlo quasi alla sua metà; porta le sigle . A . C ., ch'io credo s'abbiano a leggere . A . G ., attribuendone la fabbrica al 1688 quand'era massaro all'argento il già ricordato Alvise Gritti.

La Marciana e la Raccolta Correr possedono bensì il quarto di leone di Silvestro Valier, simile in proporzioni minori all'intero di questo doge, con un diametro di m. 0,030 e colle iniziali * F. T * nell'esergo dell'averso. Il Gradenigo pur ci descrive (ibid. n. 258) simile moneta da lui conservata di Giovanni Corner II.° che portava nell'esergo le sigle … M. che si possono facilmente supplire A. M.

Il quarto equivaleva a lire 1. 14 di nostra moneta, o a lire 2. 1/2 di computo nel Levante.

[I[Ottavi di leone]I]. Di molta rarità è parimente quest'ultimo spezzato del leone, mancante alla Marciana, non però al Museo Correr, né alla serie del Gradenigo (ibid. n. 254). Pesa k. 16. 3/8, e tiene di fino k. 12. 85/768, ed ha un diametro di m. 0,026. Non n'è accertata la esistenza che di quello battuto dal Morosini, simile al suo intero, ma avente nell'esergo le iniziali . Z . R . che ricordano Zuanne Riva massaro all'argento nel 1693, e recante il leone non chiuso da cerchio di perline. Il valore di questa piccola moneta era di soldi veneti 17.

[T5] Gazzette e Soldi per le Isole e per l'Armata.

Parlando delle gazzette e de' soldi di rame battuti per la Dalmazia e per l'Albania, ho enunciato un canone che qui siamo al caso di poter applicare, [I[riscontrarsi cioè alcune volte nelle monete venete di puro rame l'età del loro stampo calcolandone il peso]I]. Vedemmo infatti alle pag. 17 e 18 che verso l'anno 1700, quando lo zecchino si ragguagliava a lire dalmate di computo 25, si cavavano da una marca di puro rame gazzette 30. 1/3, ciascuna del peso di k. 38, ovvero soldi 60. 2/3, ognuno del peso di k. 19. Gli è effettivamente questo medesimo peso che riscontriamo quasi costante nelle due monete di cui tocchiamo, le quali ritengo perciò aversi ad ascrivere alla ducea del Peloponnesiaco.

La loro leggenda le annuncia coniate per aver spaccio nelle isole Jonie ed in quelle dell'Arcipelago, nonché pegli stipendii de' soldati e de' marinaj ch'erano sulla flotta.

L'unico tipo della gazzetta presente ch'è a mia cognizione ha un diametro di m. 0,027 e reca nel diritto la epigrafe chiusa fra due rosoni ISOLE = E. T = ARMATA in tre linee. Il rovescio è il solito S. Marco in mollecca cinto dall'iscrizione * S. MARC. VEN *, e nell'esergo * II *.

Non ne differisce il soldo che nelle proporzioni e nell'esergo del rovescio ch'è necessariamente * I *.

[T5] Gazzette e Soldi per l'Armata e per la Morea.

Quello che ho detto poc'anzi delle gazzette e de' soldi per le Isole e per l'Armata, può riportarsi anche alle monete presenti, colle quali hanno comune l'epoca siccome il peso, e che si coniarono perché avessero spaccio nella Morea contesa a' Turchi dal valore del Morosini.

Il diritto della gazzetta offre la iscrizione ARMATA = E. T = MOREA chiusa da due rosoni; nel rovescio è simile alla gazzetta per le Isole. Il diametro n'è parimente uguale.

Il soldo non varia qui pure che nelle sminuite proporzioni, e nella cifra indicante il valore.

[T5] Gazzette e Soldi per Corfù, Cefalonia e Zante.

Minori di peso, e quindi di più moderno conio, sono le monete che recano i nomi delle isole di Corfù, Cefalonia e Zante per le quali vennero battute nella veneta zecca. Ricordai più addietro come intorno al 1730, allorché lo zecchino si valutava in Levante a lire 33 di conto, le gazzette dalmato-albanesi andassero a 39 per marca di rame, ed avessero in conseguenza un peso di soli k. 29. 7/13 come i soldi pesavano k. 15. 1/26. Ed invero tal peso ricorre nelle monete ch'esaminiamo, la cui fabbrica è perciò a riportarsi agli ultimi anni di Alvise Mocenigo III.° o al breve ducato di Carlo Ruzzini. Questa posteriorità d'epoca mi determinò a collocarle ultime nella serie de' sei pezzi di rame della quale ci occupiamo, serie non affatto comune, ma che non manca alle nostre raccolte, le quali abbondano d'ordinario, più che de' semplici soldi, de' loro dupli.

La gazzetta battuta a Venezia per le isole di Corfù, Cefalonia e Zante ne porta nel diritto i nomi fra due rosoni e disposti in tre linee, con ortografia variata ne' quattro tipi che ne ho veduti:

1. CORFV = CEFALONIA = ZANTE
2. CORFV = CEFAL = ZANTE
3. CORF. = CEFAL. = ZAN.
4. CORF. = CEFAL = ZANT.

Il rovescio presenta il consueto S. Marco in soldo attorniato dall'epigrafe * S. MARCVS. VEN * (ovvero VE *) e nell'esergo * II *. Ha un diametro di m. 0,026.

Simile, ma in proporzioni minori, è il soldo, recante due varietà d'iscrizioni nel diritto:

1. CORF. = CEFA. = ZAN
2. CORF. = ZANT. = CEF.

Nel rovescio gira intorno al leone la epigrafe * S. MARC. V * e nell'esergo la cifra * I *. Il diametro è m. 0,020.

Le sei monete di questa serie, come pure quelle di puro rame per la Dalmazia e per l'Albania, continuarono ad aver corso nelle isole Jonie, dove si battevano nel 1801 autonomi pezzi da 5 e 10 gazzette venete, fino al 1819 in cui il governo protettore di quelle isole decretava la loro distruzione, e se ne giovava a battere gli oboli ed i dittoboli colla figura sedente della Britannia.

[T5] Talleri a torchio col leone rampante.

Il favore che avea trovato ne' commercii del Levante il tallero imperiale di Germania invogliò, alla metà del secolo scorso, la Signoria di Venezia a tentarne la fabbrica per inviarlo a' suoi possedimenti oltremarini. Ad ottenerlo pertanto di quella leggiadra e regolar forma che formava la bellezza estrinseca de' talleri alemanni, e che da un secolo e più non era per la zecca veneta che un incompiuto desiderio, statuiva il Senato il 15 marzo 1755, ducante Francesco Loredan, la introduzione in quell'officina del torchio in luogo dell'incommodo martello fino allora impiegato nella monetazione.

Abbiamo però una terminazione del C. X, 27 marzo 1500, che suona così: [I[El singular modo et inzegno trovado cum molta sua industria et acuità per el fedel nostro Zuane da i relogii in far et stampar soldi cum tanta equalità, justeza et rotondità quanta alcuno ha veduto et come ha testificado el gastaldo de la Cecha nostra, et similiter li maistri de le stampe et altri hano visto el suo lavor et modo de lavorar, cossa a tutj admiranda; die indur la Signoria nostra a voler dar modo ch'el possi perseverar el bon principio dato non solum in li soldi et mezi soldi predicti, ma ogni altra sorte monede ac etiam li ducati (]I]zecchini[I[) como el se ha offerto de trovar modo cum ogni pianeza rotondità perfecta et pexo; adeo che le monede nostre, quale excelleno tutte altre monede de bontà, excellerano similiter de beleza; cossa che certamente se die dexiderar per honor de la Signoria nostra et per tuor ogni modo al stronzar de dicte monede le qual non potrano per alcun modo esser toche che imediate non siano cognossiute]I], ecc.

Da questa terminazione, che ho fedelmente trascritta dal Capitolar delle [I[Broche]I], rilevasi, parmi, che un congegno esclusivamente adatto allo stampo delle monete, onde risultassero belle e rotonde, una specie quindi del torchio odierno, fosse nella zecca nostra introdotto da questo Giovanni, che dalla prima sua professione ebbe il nome di Orologiajo. Quale si fosse questo congegno non s'hanno memorie. A chi tuttavia considera la rara perfezione de' nummi usciti dalla veneta zecca gli ultimi anni del secolo XV e fino al principio del XVII, si renderà facile a comprendere che, senza un meccanismo che ne agevolasse il lavoro, non era possibile coll'ordinario martello ottenere sì bei risultati. Ma nel secolo XVII, e più ancora nel successivo, i conii veneziani andarono imbarbarendo, talché quando il Loredan introduceva il torchio nel 1755 Venezia dava forse le monete più informi di quelle d'ogni altro stato d'Italia.

Che la introduzione del torchio abbia a riportarsi a quest'anno, ce lo fa sapere, oltre la terminazione de' Pregadi del 15 marzo 1755, la iscrizione che ancora si legge in zecca:

AURO
ET ARGENTO
MELIORI FORMA FERIVNDO
EX SENATVS CONSVLTO
ANNO DOMINI
MDCCLV.

Reca però maraviglia che il torchio si destinasse esclusivamente a' talleri fino alla caduta della Repubblica. Non abbiamo in fatti, oltr'essi, veruna moneta altramente improntata che a martello, ad eccezione della [I[osella]I] dell'anno IX del medesimo doge Loredan (1760), la quale sappiamo da memorie di zecca che [I

[I[Francesco Loredan]I]. È indubitato che nel 1755 si diede mano, in via soltanto d'esperimento, allo stampo dei talleri; ma nessuno ne abbiamo che porti quell'anno, perché la fabbrica ne incominciò veramente nel successivo 1756. Era in quell'epoca lo zecchino montato al valore di lire di Dalmazia 48, e si manteneva dal settembre 1716 a venete lire 22. Pensarono quindi i Veneziani util cosa sarebbe lo stampo di uno spezzato dello zecchino che fosse in un medesimo esattamente multiplo della lira dalmata di conto e della veneta; quindi si volle il tallero del valore di mezzo zecchino, equivalente cioè a venete lire 11 o dalmate 24.

Il tallero pesa k. 138 d'argento a peggio 190 per marca, o in altri termini è al titolo 0,835. La metà d'esso, a titolo uguale, pesa proporzionalmente k. 69.

Questa moneta ha nell'intero un diametro di m. 0,040, e reca nel suo diritto un busto di donna coperta d'ermellino le spalle, del berretto de' dogi il capo, e rivolta di profilo alla destra del riguardante; all'intorno le gira la epigrafe RESPUBLICA VENETA. Nel rovescio, entro uno scudo, ricco di cartocci nel suo ornamento esteriore, sorge il leone alato e nimbato, rampante verso la sinistra e che tiene nelle zampe anteriori aperto il libro de' Vangeli; gli gira intorno la leggenda FRANC : LAUREDANO DUCE 1756 (in altri esemplari 1761). Il contorno del pezzo è formato di linee parallele inclinate. Due tipi diversi conosco del diritto di questa moneta, oltre la varietà più facile a rimarcare degli anni: l'uno ha il profilo della imagine della Repubblica molto vezzoso, l'altro non è sì vago perché la disposizione delle labbra ad un manierato sorriso le dà un'aria alcun po' satirina. Questo secondo è il tipo che più ordinariamente si vede nelle raccolte.

Ma di bellezza singolare è il busto della Repubblica improntato sul mezzo tallero, il cui diametro è m. 0,033, e il cui tipo è uguale a quello dell'intero, sminuito necessariamente nelle proporzioni. Non conosco di questo spezzato del Loredan altr'epoca che quella 1756.

Le memorie di zecca ci conservarono la cifra de' talleri battuti sotto il Loredan, cioè

dall'anno 1756 all'11 aprile 1750 talleri n. 137,973. 1/2.

dal 9 novembre 1761 in appresso, talleri n. 24,255. 1/2.

[I[Marco Foscarini]I]. Il 14 luglio 1762 imprese il Foscarini per la terza volta lo stampo de' talleri improntandoli del proprio nome. Introdottasi col torchio l'arte de' punzoni, non hanno queste monete altra varietà da quelle del Loredan che nel nome del principe. Sì il tallero che la sua metà recano quindi al rovescio la leggenda MARCO FOSCARENO DUCE, 1762. Sappiamo dalle memorie di zecca essersene da questo doge stampati per la somma di talleri 11,682. 1/2.

[I[Alvise Mocenigo IV.°]I] Le stesse osservazioni cadono sul tallero da questo doge improntato dietro il tipo de' precedenti, e della sua metà. La iscrizione che portano al loro rovescio questi due pezzi è la seguente ALOYSII ([I[sic]I]) MOCENICO DUCE 1766, e nel mezzo tallero 1764.

Ad eccezione del tallero del Loredan, che però non è comune, gli altri 5 pezzi di questa serie sono difficili a trovarsi, né so che alcun medagliere tutti li posseda, ad eccezione della Raccolta Correr.

Qui mi giova soffermarmi ad un settimo pezzo che nell'agosto 1850 vidi nelle mani del dottor Koch di Trieste, distinto naturalista e fervoroso raccoglitore di monete veneziane. È un [I[quarto di tallero]I], del tipo comune a' descritti col leone rampante, improntato in argento del titolo medesimo, e di peso relativamente minore, di leggiadro conio e di perfetta conservazione. Reca verso il contorno del rovescio la iscrizione ALOYSII MOCENICO DUCE 1765. Al primo vedere questo curioso cimelio della zecca nostra, mi sorse qualche dubbio sulla genuinità d'esso; ma le assicurazioni del dotto Koch sulla provenienza del pezzo, e maggiormente il più accurato esame, mi fecero inclinare a ritenerlo effettivamente genuino. Quanto alla sua rarità singolare, mancando esso a tutte le nostre collezioni, non saprei come meglio spiegarla che ritenendolo un semplice progetto, poi abortito. Gli è però indubitato che non ne troviamo menzione nelle memorie di zecca; ma il loro silenzio non dee esserci sufficiente a farne sospetta la originalità. Nelle memorie di zecca non troviamo nemmeno ricordato l'[I[ottavo del leone Morosini]I]; ma chi mai potrebbe sospettare, vedendola, che questa moneta, conservata al Museo Correr, sia falsa?

[T5] Talleri a torchio col leone seduto.

Che il favore sperato da' Veneziani per la nuova moneta ne' possedimenti del Levante venisse successivamente meno, lo prova la cifra sempre diminuita de' pezzi che si batteano per ogni [I[posta]I]. Si volle quindi tentare un nuovo stampo, e che ancor più del primo s'accostasse a' talleri germanici. Il Senato col decreto 6 febbrajo 1768 adottava il nuovo conio, e destinava poi a presiederne la fabbrica l'ingegnere Ferracina di Bassano.

Quanto però non riuscì inferiore di bellezza al primo tallero! Di questo non sappiamo l'egregio artefice, mentre ci è conservato il nome dell'incisore del nuovo, che fu certo Antonio Schabel, mediocrissimo coniatore tedesco, che aveva la smania di segnare le proprie iniziali sulle monete.

[I[Alvise Mocenigo IV.°]I] Approvatosi il nuovo conio colla succitata terminazione, si conservò il titolo e il peso di prima, ma se ne variò il valore, conguagliandolo cioè ad un ducato e un quarto d'argento, o a lire venete 10, pari a lire 21 e soldi 10 di Dalmazia, e si permise che a quest'ultimo prezzo lo ricevessero le casse de' possedimenti oltremarini. Il nuovo tallero del Mocenigo serba il diametro e necessariamente la grossezza del vecchio, ma nel diritto reca un busto di donna rivolta a destra del riguardante, con piccolo diadema sul capo, e coperta d'ermellino le spalle, di ricco manto il petto; brutto e sdolcinato il disegno, povera l'esecuzione. Gira all'intorno del busto la leggenda RESPUBLICA VENETA, preceduta da un rosone e continuata per abbracciar più campo da un ornatino pur chiuso fra due rosoni. Il rovescio offre il leone di S. Marco colle ali spiegate seduto verso la dritta, e volgente alla sinistra il capo, tenendo la zampa manca anteriore sul libro aperto, e posato sopra una mensola nel cui orlo le iniziali . A . S . (A. Schabel); all'intorno la leggenda ALOYSIO MOCENICO DUCE prolungata dagli ornamenti stessi che rimarcammo in quella del diritto, e nell'esergo l'anno * 1768 * oppure * 1769 *. Il contorno è a fogliame.

Il nuovo tallero di questo doge, del quale non abbiamo spezzati, è rarissimo se improntato nel 1768, quasi comune se nel 1769.

[I[Paolo Renier]I]. La diminuzione decretata nel prezzo de' nuovi talleri non portò vantaggio di sorta, ma fu accagionata di disordini, per cui un nuovo Senatoconsulto del 29 settembre 1779 ne ritornava il valore al primitivo di mezzo zecchino; e vi si aggiunsero, ducante il Renier, gli spezzati, [I[mezzi]I], [I[quarti]I], [I[ottavi]I], tutti all'ordinario titolo dell'intero, cioè a peggio 190, del peso relativo di k. 69, 34. 1/2, 17. 1/4, e del valore di lire 5. 10, 2. 15, 1. 7. 6.

Non variano questi ovvii nummi dal secondo tallero del Mocenigo, quanto al tipo, se non nella iscrizione del rovescio e nella data, recando tutti intorno al leone la leggenda PAULO RAINERIO DUCE. Talleri del Renier n'esistono cogli anni 1781, 1784, 1785, 1787, 1788; mezzi cogli anni 1780, 1784, 1786; quarti ed ottavi cogli anni 1780, 1781, 1786; avvertendosi in questi due pezzi minori dentellato il contorno, anziché a fogliame.

[I[Lodovico Manin]I], mutata l'epigrafe del rovescio (LUDOVICO MANIN DUCE), continuò a stampare quelle monete; e di lui si trovano facilmente talleri degli anni 1789, 1790, 1792, 1794, 1795, 1797; mezzi talleri degli anni 1789, 1790, 1792, 1797; quarti del 1790; ottavi degli anni 1790, 1791, 1794 e 1796. I conii e i punzoni di questi pezzi dell'ultimo doge, lavorati dallo Schabel, esistono ancora nella veneta zecca.