[T3] ZECCHE DI CORON E DI MODON.
Quasi in appendice alla parte del mio lavoro che tratta delle monete del Levante Veneto ho creduto collocare le scarse notizie che ci rimasero di officine nummarie progettate da' Veneziani a Coron ed a Modon, castella che proteggono la punta della Morea che guarda a libeccio. Quanto è a mia cognizione su questo argomento è solo una legge del Maggior Consiglio, sancita il 7 marzo 1305, legge di cui qui trascrivo il tenore:
[I[ Millesimo trecentesimo quinto, die VII Marcii. Cum per principem Achaiae et alios de Romania fiat talis moneta propter quam redditus nostri Comunis Coroni et Modoni sunt valde deteriorati, et etiam mercatores inde recipiunt magnum praeiuditium et sinistrum; capta fuit pars quod per nostrum Comune debeant cudi in Corono et Modano illae monetae quae videbuntur Domino Duci, Consiliariis, Capitibus de XL et Provisoribus esse meliores pro nostris negociis de inde.]I]
(Dal [I[Registro MAGNUS]I] appartenente al M. C., pag. 10, conservato nell'I. R. Archivio Generale di Venezia).
Parlando più sopra del [I[tornese]I], ho fatto vedere come il favore ch'ebbe in Levante ne' secoli XIII e XIV questa moneta introdottavi da' Francesi signori d'Acaja, movesse i Veneziani intorno alla metà del trecento a coniarla essi pure allorché stesero nel suolo di Grecia i loro possedimenti. Ma se anche il primo tornese battuto da' nostri fu improntato del nome di Andrea Dandolo, vedemmo come fino dal 1287 una legge speciale regolasse le pratiche de' cambiatori di tornesi, e come nel 1298 Marco Polo ne parlasse come di nummo avente singolar favore ne' commercii orientali. Qual maraviglia perciò se i Veneti, gelosi della voga di questa moneta francese, che ridondava in danno delle proprie, pensavano nel 1305 d'imprendere lo stampo di conio che le si avvicinasse, e d'imprenderlo in due castella del Peloponneso acciò ne fosse più pronto lo spaccio?
Sennonché, qualora la terminazione surriferita avesse effettivamente avuto esecuzione, sarebbe molto difficile che non si fosse conservata fino a noi alcuna moneta di Modon o di Coron, battuta sotto Pietro Gradenigo e sotto i costui successori fino ad Andrea Dandolo. Eppure a nessun pezzo di Pietro Gradenigo, di Marin Zorzi, di Giovanni Soranzo, di Francesco Dandolo e di Bartolomeo Gradenigo non puossi applicare il nome di tornese; né dal disegno prender argomento a tenerli altrove battuti che nella zecca di Venezia. Escludendo il ducato d'oro che si possede di que' dogi, le monete conosciute di Pietro Gradenigo sono le seguenti: il [I[piccolo]I] coniato la prima volta da Sebastiano Ziani sul modello de' denari imperiali, il [I[grosso]I] cuso primamente da Enrico Dandolo, il [I[marcuccio]I] di bassissima lega che pure avea dato fuori il doge vincitore di Costantinopoli, il doppio[I[ quartarolo]I] e la sua unità di cui alcuni vorrebbero attribuire l'origine alla ducea del Dandolo stesso, ma che genuino non si trova che da Pietro Ziani in poi. Lo Zorzi e il Soranzo non hanno altra moneta argentea che il grosso. Francesco Dandolo ha il piccolo e il grosso, a cui aggiunse il [I[mezzanino]I] o mezzo grosso e il [I[marchetto]I] d'argento, continuato quest'ultimo dal suo successore Bartolomeo Gradenigo, del quale pur hassi il grosso. Queste, e non altre, sono le monete che si conoscono nell'epoca di cui ci occupiamo, ma nessuna di queste poteva sicuramente essersi battuta per sostenere la concorrenza con quelle de' duchi d'Atene e di Chiarenza, come vorrebbe la terminazione 1305.
Che cosa dunque è a conchiudere, s'esiste la legge e non esistono le prove che siasi effettivamente eseguita? La risposta è facile a indovinare; tanto più che di officine monetarie de' possedimenti veneti non abbiamo veruna memoria, all'infuori da quella di Cattaro.