[T1] III. CANDIA.
Imprendendo a parlare delle monete che i Veneziani coniarono per l'isola di Candia, la mente corre a que' torbidi giorni in cui una serie di maravigliosi avvenimenti guerreschi rese immortali gli sforzi de' nostri per conservare quel baluardo d'Europa che la prepotente forza de' Turchi fe' suo, dopo venticinque anni di guerra accanita.
Andrea Valier senatore che visse in quell'epoca memoranda, e che in que' fatti ebbe parte, se ne fece lo storico. La costui opera, pubblicata nel 1679, è libro sommamente importante; è uno de' più bei monumenti con che si onorasse la memoria di tanti generosi cittadini che prodigarono alla patria gli averi ed il sangue. Io, ristretto dalla cerchia limitata del mio soggetto, non posso occuparmene in quest'opera se non in quanto alcuni di que' fatti abbiano immediato rapporto colla materia che ho a svolgere.
La grande isola di Candia, [I[Creta]I] degli antichi, la quale, forse perché la maggiore delle isole greche, si favoleggiò culla e reggia di Giove, venne in mano a' Veneziani l'anno stesso della conquista di Costantinopoli, avendola essi per oro da Bonifacio marchese del Monferrato. Mandatevi colonie per abitarla e dissodarne gli abbandonati terreni, si mostrò in sulle prime intollerante di giogo, e costrinse con ribellioni frequenti la dominante a reprimervi gli spiriti, di soverchio esaltati, colla forza dell'armi. Più che un secolo e mezzo durò questa lotta incessante fra la Repubblica e que' sudditi turbolenti, finché assicurata la tranquillità e agevolate le comunicazioni colla capitale mercé le conquiste fatte da' Veneziani sui lidi della Dalmazia, ebbe Candia giorni di pace e di prosperità. Ma l'impeto degli Ottomani, minaccianti Europa ed invasori d'Europa, strinse quella colonia alla lontana metropoli, questa temendo di perdere il più agguerrito antemurale de' suoi possedimenti, quella paventando di subire il giogo esecrato, ambedue prevedendo che le forze turche, assicurate le loro conquiste nel continente, si sarebbero arrovesciate, quando che fosse, su quel punto importantissimo.
E così veramente addivenne. Quantunque fino dal 1539 temessero i Veneziani per Candia e ne guardassero i porti e le castella, pure gli sforzi de' Turchi si diressero durante l'intero secolo XVI contro le isole dell'Arcipelago e contro Cipro, e la prima minaccia a Candia, che apre questa guerra, continuata venticinque anni, si avverò solo nel 1644.
Quali monete prima di quell'epoca correvano in Candia? quelle stesse che pur avevano corso in tutt'i possedimenti del Levante Veneto, i [I[tornesi]I], come abbiamo veduto parlando di questi ultimi all'anno 1476. Non si ha memoria però di nummi particolari di quell'isola prima del 1632, in cui troviamo i
[T5] Soldini.
Allorché, occupandomi nel capitolo precedente delle monete del Levante Veneziano, parlai de' tornesi, dissi come ciascuno d'essi corrispondesse in origine alla dodicesima parte del grosso nostro, vale a dire a quattro bagattini, valore che in seguito andò scemando fino a che ne' primi anni del secolo XVII tanto era deteriorato che il tornese si ragguagliava a que' giorni alla quindicesima parte del soldo, era cioè calato ad un 1/5 del primitivo valore. Le sigle che incontriamo ne' [I[soldini]I] di Candia, così appellati per la loro piccolezza in confronto de' nostri che si chiamarono allora [I[soldoni]I], ci provano che il soldino equivaleva a 4 tornesi, cioè a 4/15 del soldo veneziano.
L'anno 1632 decretava la Repubblica si battesse per Candia, e tosto s'inviasse a quell'isola, una somma di tredicimila ducati in soldini di rame. Ad agevolare pertanto il computo nei soldini dell'isola e nei tornesi comuni a' possedimenti di Levante, si fecero due monete di differente valore, l'una cioè di un soldino o 4 tornesi, l'altra di 10 tornesi o due soldi e mezzo. Sono queste le prime monete [I[certe]I] che i nostri abbiano coniato per la sola Candia, e di queste passo senz'altro alla descrizione.
[I[Pezzo da soldini 2 e 1/2]I]. = Varia nel peso da k. 22 a k. 27, quantunque lo Zon lo fissi (p. 74) a k. 25, per modo che gr. 10 di peso rispondano ad un tornese di valore. Il suo diametro è m. 0,025, e la materia n'è puro rame. Il diritto offre in mezzo ad un leggiadro contorno, che non molto si discosta da quello descritto nella [I[piastra]I] e nel [I[reale]I] di Francesco Contarini, la epigrafe in tre linee = SOL = DINI = * 2 * 1/2 * (in alcuni esemplari mancano le stelline). Il rovescio ha il S. Marco in gazzetta a' cui fianchi due piccole rose e nell'esergo . T. 10 . ovvero T . 10. ed anche T . 10, [I[tornesi dieci]I]. Il Museo Correr ne ha pure esemplari con due incusioni, delle quali non sono in grado di spiegare il significato, SP sopra B negli uni, GM negli altri.
[I[Soldino]I]. = Parimente di rame, ma del diametro 0,019, e del peso variante da k. 9 a k. 10. 3. Simili discrepanze nel peso da me avvertite in esemplari della più bella conservazione, m'indurrebbero a credere che anche per queste piccole frazioni della moneta non si avesse riguardo che al valor nominale, benché sia probabile che ne fosse stabilito l'intrinseco nella misura più sopra notata di k. 2. 2 per tornese. Il diritto offre in due linee la parola SOL = DINO. Sovra la prima è una stellina; altra stellina maggiore, talvolta una rosa fra due minori, sotto la seconda. Il rovescio è simile al pezzo da 10 tornesi, ma nell'esergo ha variamente espresso il valore T . 4, . T . 4 ., * T 4 *, . T 4 . [I[tornesi quattro]I].
Equivalendo pertanto il soldino di Candia a 4/15 del veneziano, il pezzo da soldini 2 e 1/2 va ragguagliato a 2/3 del marchetto. E siccome il soldo è costantemente la 20.ª parte della lira, così è a ritenere che a quell'epoca v'era in Candia una lira del valore di 80 tornesi cioè rispondente a soldi veneti 5. p. 4. Ma non conosco di questo pezzo la effettiva esistenza, e fors'era, come la lira di Dalmazia, una semplice moneta ideale di computo.
Il soldino e il suo multiplo non portano, è vero, il nome della colonia per cui furon battuti; ma il loro valore doppiamente espresso in soldini e tornesi, la rispondenza esatta di una moneta peculiare di Candia a quel nome ed a quel valore, il sapersi per quell'isola ordinato nel 1632 lo stampo di monete analoghe, il disegno delle figure e i caratteri de' pezzi in questione proprii di quell'età, sono tutte ragioni colle quali io credo di giustificare pienamente l'averli, collo Zon, attribuiti a quella colonia e a quell'epoca.
[T5] Gazzetta doppia di F. Erizzo.
Gli ultimi anni del governo di Francesco Erizzo, che sedette sul trono ducale dal 1631 al 1646, furono funestati dall'incominciamento della guerra di Candia, e dalla perdita di una delle piazze più importanti dell'isola, la Canea, presa nel 1645 da' Turchi dopo un'eroica resistenza. Il pericolo nel quale si trovava l'intera colonia, di cui era minacciata la medesima capitale, determinò il Senato ad imprendere con enorme dispendio una nuova spedizione per assicurare il restante dell'isola e ripigliare agli Ottomani la piazza dalle loro armi occupata. Il doge Erizzo, comeché ottuagenario, fu proclamato generalissimo, ma anziché salpasse mori. Gli è appunto in quel breve tempo che scorse dalla presa della Canea alla morte dell'Erizzo che ho collocato lo stampo del [I[reale]I] per il Levante, come qui vi colloco quello della [I[doppia gazzetta]I] per Candia. La somiglianza di questo rarissimo pezzo con quelli battuti per l'isola stessa dal suo successore Francesco Molin, e la necessità in cui si trovava l'esercito veneziano a Candia di monete piccole, necessità che indusse a coniare le doppie gazzette, le gazzette semplici e i soldi per quell'isola un anno dopo, mi determinano ad assegnare a Candia questo cimelio della numismatica veneziana, anziché al Levante, dove facilmente avrebbe potuto trovar posto presso il non men raro [I[reale]I].
Della doppia gazzetta di Francesco Erizzo non conosco che un solo esemplare, conservato nella Marciana. Quanto al metallo, è biglione bassissimo, a peggio k. 1098 per marca, del peso di k. 20 all'incirca e di diametro indeterminabile per la irregolarità del contorno. Questo pezzo subì due volte il martello monetario, ed il secondo colpo fu aggiustato al nummo dapprima impresso, per modo che il diritto s'improntasse dello stampo del rovescio e viceversa. Ebbi così ad impiegare la maggior pazienza per dicifrarne sotto la doppia impressione le rappresentazioni e le leggende; giunsi nullameno a discernere faticosamente le une e le altre. Il diritto porge la figura del doge genuflesso e rivolto di profilo alla sinistra del riguardante, chiuso in un cerchio di perline oltre cui è l'iscrizione FRANC . ERIZZO . D . Nell'esergo hannovi iniziali di monetario delle quali non è riconoscibile che una A in mezzo a due altre sigle, di cui quella a destra pare una B. È quindi agevole il riscontrare nelle sigle medesime le iniziali di Zuan Alvise Battagia che fu massaro all'argento nella zecca nostra gli anni 1646 e 1647, sigle che rafforzano la opinione che più sopra esposi sull'epoca e quindi sulla destinazione di questa moneta. Il suo rovescio presenta il leone alato e nimbato, rampante verso sinistra, pur avvolto in cerchio di perline oltre cui gira la epigrafe SANCT . MARC . VENET . Nell'esergo la cifra * IIII * indica il valore di [I[quattro soldi]I], o due gazzette.
Per quanto io mi sappia, questo pezzo è totalmente sconosciuto agli amatori della nostra numografia. Tale circostanza è appieno giustificata dalla qualità dell'unico esemplare che forse n'esiste nelle raccolte. Non puossi nemmeno asserire che abbia avuto mai corso; né d'esso, né del reale dell'Erizzo, non abbiamo fondamento alcuno per ritenerli più che semplici prove di zecca.
[T5] Gazzette doppie e semplici, e Soldi di Francesco Molin.
Per fatti gloriosamente immortali, quali prosperi, quali sventurati, va segnalata la ducea di Francesco Molin, successore all'Erizzo nel 1646, e che resse la Repubblica fino al 1655. Gli sforzi per avanzare l'armamento di Candia, la nobiltà patrizia venduta a prezzo d'oro per sopperire a' favolosi dispendii, le imprese arditissime sulle coste dalmate ed albanesi, la chiusa fatta a più riprese da' nostri colle bocche de' lor cannoni dello stretto de' Dardanelli, le cittadelle perdute e ripigliate, le fazioni sul mare di Tommaso Morosini, del Cappello, del Grimani, del Mocenigo e del Riva sono a leggersi nella storia del Valier. Io non credo che alcun popolo possa vantare una serie di avvenimenti sì gloriosi, anche se il loro esito fu infelice, come il popolo veneziano combattente a Candia le forze smisurate de' Turchi.
Difettava nel 1647 quell'isola di danaro pel traffico minuto, necessario a tanti soldati che vi spediva la Repubblica, traendoli dalle proprie terre od ingaggiandoli all'estero. Si decretò quindi quell'anno stesso che fossero coniate monete da 2 e da 1 gazzetta e da 1 soldo per Candia, ed ivi prontamente inviate. Sembra peraltro che il loro stampo non fosse così copioso da saziare i bisogni dell'isola combattuta, se nel volgere di pochi anni fu necessario ricorrere a monete ossidionali.
Volgendoci ora a descrivere le monete battute nel 1647 per Candia, ricorderò conservarsene ne' nostri musei tre diverse.
I.° [I[Gazzetta doppia]I]. = È delle tre la più rara, mancando essa alla raccolta Correr, né avendone io mai veduto altro esemplare da quello in fuori della Marciana, quantunque esistesse anche nella collezione Gradenigo descritta dal suo possessore nel secondo volume dello Zanetti, dove però il Gradenigo ci assicura non averne lui vedute di simili nei lunghi anni che fu sulla flotta (p. 197-198, n. 218). Il diametro n'è m. 0,028, il peso del pezzo da me esaminato è di soli k. 28. 3, mentre dovrebb'essere di k. 39. 51/235, incolpandosi di tal divario il cattivo stato di conservazione dell'esemplare. Il biglione che ne costituisce la materia ha di fino k. 54 per marca, è cioè a peggio 1098, equivalente al titolo 0,046875. Perciò il metallo è il medesimo che quello allora impiegato a battere i [I[soldoni]I] da 12 bagattini, il cui peso dovrebbe stare esattamente alla nostra moneta come 1 a 4. Il diritto offre una donna coronata, seduta di prospetto, avente nella destra il corno ducale, lo scettro nella manca; il leone di S. Marco le giace accosciato presso il piede sinistro, e un cerchio di perline le gira intorno, lasciando spazio alla iscrizione . FRANC . MOLINO . D . V . ([I[Dux Venetiarum]I]); e nell'esergo le sigle . Z . A . S . indicano il nome di Zuanne Alvise Salamon che fu massaro all'argento negli anni 1650 e 1651, sigle che ricorrono altresì nella [I[osella]I] dell'anno settimo del Molin, e provano come siasi seguitato più anni a battere quelle monete, la cui rarità può facilmente spiegarsi colla occupazione turca dell'isola per cui furono coniate. Il rovescio ha il S. Marco in soldo colla singolare aggiunta di una spada alzata ch'ei stringe colla destra, mentre nella manca tiene il Vangelo. Lo accerchia il solito contorno di perline, oltre cui la leggenda SANCT. MARC. VEN fra due rosoni, e fra due rosoni parimente nell'esergo la cifra IIII indicante il valore del pezzo, 4 soldi.
II°. [I[Gazzetta]I] = Simile al suo duplo è pur la gazzetta semplice, del diametro di m. 0,023, del peso di k. 19. 143/255, e di biglione al titolo antecedentemente notato. Uguale n'è pure il tipo, proporzionalmente minore, in cui altra differenza non si rimarca dal doppio pezzo che la leggenda del rovescio che offre VE. invece di VEN, e l'esergo del lato medesimo che porta di necessità la cifra . II .
III.° [I[Soldo]I] = I due esemplari da me veduti di questa moneta, l'uno nella Raccolta Correr, l'altro alla Marciana m'inducono forte sospetto non sia essa che una moneta di capriccio, seppure non vogliasi credere che la fretta in cui si trovò la zecca veneta di coniare e spedire a Candia quantità di monete piccole non avesse impedito di preparare lo stampo del soldo particolare per quell'isola, e obbligato a valersi per l'uno de' lati del conio comune de' soldoni veneziani, per l'altro del conio della gazzetta di Candia. Ambedue infatti quegli esemplari presentano dall'una parte il leone di S. Marco dinanzi a cui genuflesso è il doge; gira intorno alle due figure oltre il cerchio di perline la scritta . S. M. V. ([I[Sanctus Marcus Venetiarum]I]) FRANC. MOL ([I[Franciscus Molino]I]) e sotto la linea dell'esergo è fra due rosoni il numero 12 de' bagattini componenti il soldo. Il rovescio invece è improntato col conio del diritto della suddescritta gazzetta, ma essendo il diametro dell'ultima non poco eccedente quello del soldone comune, non poté stamparvisi che la base delle lettere che ne formano la leggenda. Il peso è l'ordinario de' soldi, k. 9. 189/235, co' quali ha comune il titolo dell'argento.
Siccome queste monete doveano principalmente servire ai pagamenti delle truppe che riceveano i loro stipendii in moneta veneziana, credo per tal ragione essersi preferito allo stampo degli altri pezzi di Candia da 4 e da 10 tornesi quello di monete perfettamente analoghe a quelle della metropoli, se non nel tipo, bensì nel peso, nel titolo e nel valore. Era poi facilissimo in quell'isola ragguagliare questo valore alla moneta ivi corrente; il soldone era pari a 15 tornesi; la gazzetta a 30 tornesi, la gazzetta doppia a tornesi 60.
[T5] Moneta Grimani.
Dalle monete battute per l'isola di Candia nella veneta zecca, passiamo ora a quelle che per dolorosa necessità dovettero coniarsi nell'isola stessa. Prima di tutte ci si presenta fra queste una moneta ch'ebbe il nome dal capitano generale Giambattista Grimani, sottentrato al destituito Cappello nel 1646. Gli è appunto questo anno che leggiamo inciso sulla moneta, ma non credo che allora siasi cusa, bensì in uno dei successivi, improntandola colla data 1646 solo perché la nomina del Grimani era caduta in quell'anno.
La [I[moneta Grimani]I] è un pezzo da 2. 1/2 soldini recuso; la recusione ha le forme più barbare sì ne' caratteri che nelle figure, e fu stampata da gente inesperta nel maneggio del martello monetario, talché sotto il secondo tipo restò non solo visibile e dicifrabile il primo, ma il secondo è molto leggero e lascia a mala pena discernere alcune parole. Non ci voleva quindi che il confronto simultaneo de' sette esemplari custoditine nella Raccolta Correr per rilevare le intere leggende di questa non comune moneta. L'uno de' lati offre lo stemma della famiglia Grimani tutt'ornato di cartocci inelegantissimi e sormontato dal berretto di capitano generale. Una linea circolare gli gira intorno e lo divide dal campo della iscrizione ch'è indubbiamente questa: IO. BAP. GRIM. GEN. IMP. VENET. Una linea serve d'appoggio allo scudo, e nel breve esergo che s'apre fra essa e la circolare stanno le sigle G * 10. L'altro lato ha un orrido S. Marco in soldo che tiene lo scudo Molin, insegna del doge allora regnante. Nello spazio fra la linea su cui posa il leone ed il cerchio che lo attornia sono ripetute le sigle G * 10, e fuori di questo cerchio gira l'epigrafe SANCTVS MARCVS VENETVS 1646, notandosi per esattezza che le N da questo lato sono rovescie. Quanto al diametro e al peso di questa moneta è inutile il dirne, perché non è, lo ripeto, che un pezzo da 2. 1/2 soldini di rame recuso.
Se veramente quell'anno 1646 si riferisse all'epoca dello stampo della moneta, fatto riflesso alla moneta stessa che dagl'informi caratteri si annuncia coniata in momenti d'estrema necessità potrebbe a taluno venir in mente la si percuotesse in Rettimo assediata e presa quell'anno da' Turchi. Ma non porterebbe allora il nome del Grimani, sì però del Cappello sotto il cui generalato ebbe sì infelice esito la resistenza di Rettimo. Chiamato il Grimani a quella suprema dignità gli ultimi mesi di quell'anno, e incominciando la serie gloriosa delle sue geste solo nel successivo, hassi tutto il fondamento di ritenere che la data impressa sulla moneta non ad altro si riferisca che all'assunzione dell'intrepido duce al generalato. Siccome poi nel 1648 perì, vittima del suo dovere, nelle acque de' Dardanelli, e i nummi ch'esaminiamo furono senza fallo improntati anzi che gli si sostituisse il Mocenigo, del quale in caso diverso avrebbero portati gli stemmi e il nome; così è probabilissimo che la loro fabbrica abbia a collocarsi nel 1648 quando i Turchi misero il primo assedio a Candia. Quale ne fosse il valore, ce lo dice la moneta medesima, G. 10; e siccome non abbiamo pezzo cui si possa applicare quella iniziale fuorché la [I[gazzetta]I] così opino doversi interpretare quella sigla G. per gazzetta, e corrispondere il pezzo ad una lira veneta o a dieci gazzette. Nel 1652 correvano ancora in Candia siffatti pezzi, e sotto quell'anno ci racconta il Valier come i disordini moltiplicatisi obbligassero la Signoria a totalmente bandirli. Riporto il passo del Valier ([I[Storia della guerra di Candia]I], p. 289) dal quale si rileva eziandio che appunto in quell'isola s'imprimevano questi nummi, se vollersi inviati tutt'i lor conii a Venezia: [I[Non ommetteva il Senato applicatione alcuna per sostenere quella città. E perché in essa s'erano formate certe monete di rame dette ]I][SC[GRIMANI[I[]SC], le quali ogni giorno mancauano di stima in riguardo dell'accrescimento che faceuano di numero, si uedeva chiaramente che la continuatione delle medesime hauerebbe affatto diuertito il commercio alla piazza, la quale una uolta finalmente sarebbe perita per necessità; fu ordinato al generale Riua che totalmente le prohibisse e che inuiasse a Venetia tutte le stampe, per troncare una cosa tanto perniciosa; la quale, conforme l'ordinario, fu incominciata con un ottimo fine in un caso di estrema urgenza, ma fu poi continuata con fini d'ingordissima auaritia, oltre l'inganno e la fraude d'infiniti monetarii che riceueuano incitamento dalla facilità della fabbrica]I]. E conchiude: [I[Per questo meritò in tutti i tempi il più attento riguardo la costruttione di nuove monete di solo nome, perché essendo tanto soggette ad esser adulterate, la medicina per ordinario diuenta ueleno, et il rimedio bisogna che nasca con precipitio anche di molti innocenti]I]. Sante e generose parole son pure queste ultime, che si vorrebbero scolpite sulle officine monetarie dell'Europa moderna!
Prima di chiudere il mio breve discorso su questa moneta, di cui spero aver determinato chiaramente l'epoca, il valore e la circostanza che le diede origine, osserverò essere questo di tutt'i nummi veneziani il solo che porti altro nome nelle sue leggende da quello del doge; il solo altresì ove ad un generale veneziano sia dato il titolo d'[I[imperatore]I].
[T5] Ossidionali del 1650.
Se spetta con ogni probabilità al primo assedio che Candia sostenne nel 1648 la [I[moneta Grimani]I], appartengono al secondo due pezzi assai più rari, improntati dell'anno 1650, in cui i Turchi, raccolte novelle forze, la strinsero formidabilmente. Questi conii a cui noi Italiani diamo il nome di [I[ossidionali]I], e pe' quali la lingua alemanna ha l'espressivo vocabolo [I[Nothmünze]I], mostrano nella grettezza del disegno e nel pessimo stampo una mano avvezza a trattare le armi del soldato più che il martello dello zecchiere.
Esposi superiormente per qual ragione s'abbia a riconoscere nella [I[moneta Grimani]I] un segno rappresentativo della lira veneta. Alcune sigle ricorrenti ne' due tipi che qui verrò illustrando li manifestano multipli di quel nummo. Infatti quello maggiore in diametro e in peso porta nel rovescio le iniziali L. X, mentre il minore ha invece L. V, ch'io vorrei interpretare [I[lire dieci]I] e [I[lire cinque]I]. Il Valier, nel passo più addietro riportato, parlando delle monete ossidionali di Candia sotto l'anno 1652 non ricorda se non le monete Grimani e ne tace il valore. Che quel nome abbia a dinotare il pezzo da 10 gazzette che porta l'anno 1646 è fuor d'ogni dubbio, perché vi leggiamo impresso il nome del capitano generale Grimani. Non credo peraltro avanzare un'ipotesi malferma nel conghietturare che ad altre monete successivamente battute fra i rigori dell'assedio si desse il medesimo nome che s'era dato alla prima. Certo è che i due nummi di puro rame che in breve descriverò dovettero subire il ritiro dalla circolazione, se sono oggi ridotti di gran rarità.
[I[Pezzo da lire dieci]I]. = I due soli esemplari ch'io vidi di questa moneta sono conservati nel Museo Correr, ed uno d'essi scarseggia straordinariamente nel peso per aver tagliato il contorno, che nell'esemplare perfetto è sì largo da corrispondere ad un sesto del diametro della moneta, il quale tocca perciò m. 0,030 nell'uno, e 0,025 nell'altro pezzo. Quanto al peso è nel primo di k. 59, nel secondo di k. 29. Il diritto offre in tre linee orizzontali, la iscrizione allusiva ad una moneta nominale che non traeva d'altronde valore che dalla fiducia del popolo per cui s'era battuta, FIDES PVBLICA 1650. Sopra l'epigrafe è un piccolo leone, e a' suoi lati due punti intorno a ciascuno de' quali girano altri 5 punti disposti quasi ad indicare gli angoli di un pentagono, e sott'essa una stellina. Una linea circolare avvolge l'epigrafe ed i suoi ornamenti, ed è alla sua volta chiusa da giro maggiore ove alternano segmenti di circolo, punti e stelline, così disposti *).(*). Il rovescio offre una ben disegnata imagine di S. Marco in piedi, veduto di prospetto, che nella sinistra tiene il Vangelo e colla destra benedice. Gli stanno a' fianchi le sigle L e X le quali superiormente esposi che ritengo esprimere [I[lire dieci]I].
[I[Pezzo da lire cinque]I]. = Dello stesso nummo che servì nel 1648 a battere la moneta Grimani, cioè del pezzo da soldini 2. 1/2, si giovarono gli assediati abitatori di Candia per improntarvi un segno rappresentatore del quintuplo di quella più antica ossidionale. Almeno tali si mostrano i due soli esemplari che ne ho veduti, l'uno al Museo Correr, l'altro alla Marciana. Il diritto e il rovescio di questo pezzo portano i tipi medesimi del precedente, sminuiti nelle loro proporzioni, e col necessario mutamento a' lati del santo, ove scorgonsi le sigle L e V indicanti, secondo me, il valore di [I[lire cinque]I]. Il lavoro del conio n'è però assai scadente, il diametro di m. 0,020 senza il contorno.
Raffrontato questo pezzo col suo duplo, troviamo nell'ultimo, considerandone il miglior esemplare, una eccedenza del peso. Nessuna maraviglia però mi farebbe se questa eccedenza, che non supera i 5 k., fosse maggiore d'assai. Prescindendo anche dall'angustiosa fretta in cui tali nummi furono cusi sotto una pioggia di palle di cannone e di bombe, osserverò che non occorreva certa scrupolosità nel pesare i pezzi che monetandosi andavano ad assumere un valore affatto nominale.
[T5] Zecchino di cuojo.
Scrisse lo Zon nel suo più volte citato trattato della Zecca Veneta (p. 72): [I[Nel numero di queste monete temporanee, o piuttosto segni, o tessere per l'armata, potrebbe per avventura notarsi uno ]I]zecchino di cuojo[I[ col nome di Francesco Cornaro doge di soli 20 (]I]leggi 24[I[) giorni, nel 1656, simile affatto a quello d'oro di lui, ma di forma distinta e minore, con caratteri che, nella forma dell'E così segnato H, vi grecizzano, ed il quale fino all'anno presente (]I]1847[I[) si possedette dai conti Pompei di Verona colla tradizione che sia moneta battuta pei bisogni della guerra di Candia. Il suo tempo vorrebbe assegnarsi in vicinanza alla vittoria dei Dardanelli del 26 giugno di detto anno, e darebbe maggior probabilità il sapersi che in quegli anni stessi fu a quella guerra e vi sostenne cariche distinte il generale d'artiglieria conte Tommaso Pompei]I].
Ho riportate le stessissime parole dello Zon, che primo disse di questa strana moneta, della quale io spero sarò l'ultimo a dire. Conciossiaché sia ormai tempo di sbandire dalla numismatica veneta tante goffaggini alle quali non so come dessero luogo ne' lor lavori scrittori riputatissimi. Quanto ai rapporti storici del pezzo in questione, non sono d'accordo col mio illustre amico, perché la battaglia dei Dardanelli ch'egli, colla consueta sua esattezza, nota combattuta il 26 giugno 1656, avvenne dopo che al defunto doge Corner era già succeduto Bertucci Valier. Aggiungerò che in niuno scrittore, in nessun documento non ricorre il minimo cenno di monete di cuojo battute per le strettezze di Candia. E il silenzio de' documenti e degli storici è per me autorevolissimo, trattandosi d'epoca a noi vicina e delle cui memorie abbondano le fonti nostre.
Il pezzo che vide e descrisse lo Zon ebbi anch'io tra mani più volte, mentr'era in proprietà del sig. Giuseppe Dina intelligente ed onesto negoziante d'oggetti numismatici in Venezia; e in quella occasione potei a tutt'agio esaminarlo e paragonarlo ad altri zecchini di Francesco Corner che si vedono, quantunque rari, nelle raccolte, ma sempre in oro. Mi fu quindi agevole il convincermi che lo zecchino di cuojo fu veramente battuto col conio dello zecchino del Corner, e la differenza nella forma delle E che allo Zon apparvero foggiate come H non dipendeva che dall'essersi raggrinzato il cuojo, senza che s'avesse a supporre l'impiego di un conio particolare. Anzi a questo medesimo ristringimento della materia improntata ascrivo, senza tema d'errore, il diminuito diametro che rimarcava il mio amico. Il conio dunque su cui fu cuso il controverso pezzo si trovava nella zecca nostra ed era quello medesimo che servì allo stampo dell'oro, come lo provano luminosamente i confronti da me istituiti. E nel 1656 niuno lasciò memorie che la zecca di Venezia coniasse, invece d'oro, il cuojo; ma sappiamo anzi che in quegli anni si stampò quantità straordinaria di quel prezioso metallo appunto per sostenere l'isola travagliata e avanzare le imprese guerresche. Solo negli assedii della capitale di Candia s'ebbe due volte ricorso, come più sopra vedemmo, a nummi ossidionali; ma nel 1656 Candia era sbloccata e liberamente comunicava colla metropoli, onde traeva monete di valore intrinseco, non avendo necessità di pezzi di valor nominale.
Alla gran serie de' capricci di zecca ascrivo lo zecchino di cuojo del doge Francesco Corner. Durante lo stampo delle auree monete, sappiamo che la bizzaria di taluno che si trovava nella officina nummaria della Repubblica improntava di que' conii pezzi di rame o d'argento, non difficili a rinvenirsi nelle pubbliche e private raccolte. Così eseguendosi lo stampo degli zecchini del Corner, sarà saltata a taluno in cervello la stramba idea d'improntarne un pezzo di cuojo. Ecco ond'io credo traesse origine questo nummo singolarissimo, che non merita che d'ora in poi uomo se n'occupi.
[T5] Gazzette e Soldi.
Ultimi nell'ordine cronologico si presentano alle nostre considerazioni sulle monete di Candia le gazzette ed i soldi. L'epoca del loro stampo sappiamo con precisione dalle memorie di zecca fra le quali si legge: [I[Le gazzette e i soldi di rame per Candia furono fabbricati l'anno 1658]I]. Non ricordandosi qui tuttavolta in qual mese si desse mano a quel lavoro, sarei incerto se attribuirli al ducato di Bertucci Valier o a quello di Giovanni Pesaro, il primo morto in quell'anno, il secondo in quell'anno stesso innalzato alla ducal dignità.
Le istorie nostre ci ricordano in quest'anno portato il flagello della guerra sulle acque de' Dardanelli. Ecco perché vediamo cessare a Candia le monete ossidionali e farsi luogo a quelle di giusto peso e cuse nella veneta zecca. È fuor di dubbio che i Veneziani rifuggirono mai sempre dai pezzi a' quali l'impronto dava un valore puramente nominale, e quindi se talvolta ne emisero dovettero essere indotti a farlo dalla più dura necessità, come accadde ne' due assedii del 1648 e del 1650.
Allorché ho parlato delle gazzette e de' soldi coniati per la Dalmazia e per l'Albania, ho fatto vedere come si prescrivesse intorno al 1700 che il loro peso fosse rispettivamente di k. 38 e k. 19. Ciò non ostante dalle succitate memorie di zecca rileviamo che si volle fossero le gazzette per Candia di k. 34, i soldi di k. 17. La materia n'è puro rame; il diametro delle prime di m. 0,027, de' secondi di m. 0,022. Veniamo alla lor descrizione.
Offre la gazzetta nell'averso il nome CANDIA in una linea orizzontale, e sopra e sott'esso un rosone fra due stelline. Nell'esergo di questo lato ha, ne' quattro diversi tipi che ne ho veduti, le sigle . N. C., F. R., M. A. S. e P. M., le quali, con esempio molto raro nel rame, sono le iniziali del massaro sotto cui furono stampati i varii pezzi. Due sole varietà sono però in grado d'interpretare; vale a dire le sigle N. C. che ricordano Nicolò Contarini massaro all'argento nel 1658 l'anno medesimo in cui si decretò la moneta, e quelle M. A. S. che ricordano Marco Aurelio Soranzo il quale coprì quella carica nel 1659. Il rovescio del pezzo in discorso porge il S. Marco in gazzetta ma alcun poco variato dalla ordinaria rappresentazione, recand'esso nella sinistra il libro de' Vangeli, nella dritta la spada alzata; rappresentazione che rimarcammo ricorrere in altre monete cuse per Candia sotto il doge Molin; e veramente miglior attributo non gli si poteva applicare in que' tempi bellicosi. Gira intorno al simbolo del patrono della Repubblica la epigrafe consueta . SANCT . MARC . VEN . (o VENE .), e nell'esergo di questa faccia il numero II fra due rosoni.
Simile alla gazzetta ma in proporzioni relativamente minori di peso e di diametro è il soldo, del quale varia di necessità l'esergo del rovescio che offre il numero * I *, e del quale non mi venne fatto vedere che un tipo portante nell'altro lato le sigle P e M.
Le ultime monete son queste che i Veneziani improntarono per quella diletta colonia. Undici anni dopo, nel 1669, esauriti da' nostri tutt'i mezzi ch'erano in loro potere per impedire i progressi delle vittorie de' Turchi, e prolungare una resistenza ormai divenuta inutile ed impossibile, abbandonati dall'Europa incivilita, ammirati da' contemporanei e più da' posteri, segnarono quella capitolazione per cui Francesco Morosini poté insuperbire quasi d'una segnalata vittoria. Da quel giorno Candia decadde, Candia, memore dell'affetto di Venezia, Candia mal tollerante il giogo de' barbari. E da quel giorno sottentravano gli aspri e i parà alle gazzette e ai tornesi, il governo dei padiscià a quello dei dogi, la luna falcata al leone di S. Marco.
Non è però che dopo la caduta di Candia queste ultime monete che ho descritte cessassero dall'aver corso. Anche vent'anni dopo la perdita di quell'isola ne girava gran numero ne' possedimenti di Levante che restarono alla Repubblica. Di ciò abbiamo prove indubitatissime in una serie di sigle che sulle gazzette, e più raramente sui soldi, si andavano contromarcando, delle quali offro un prospetto ove ho raccolte le da me conosciute, quasi tutte esistenti nel Museo Correr. Le loro varietà si riducono alle seguenti: 1.° VICE.° VEND.N, 2.° POLO NANI ovvero PN, 3.° S, 4.° GB, 5.° M, 6.° ZD ed anche ZD4, 7.° CCO, 8.° RB, 9.° TINO. Le agevolmente interpretabili sono, a vero dire, soltanto le prime due; l'una ricorda Vincenzo Vendramin che nel 1688 scortò la cassa militare in Morea dove i Veneziani stringevano Negroponte d'inutile assedio, l'altra Paolo o Polo Nani che nell'anno stesso era colà tesoriere delle truppe della Repubblica. L'ultima, ch'io mai non vidi, vorrebbe il Gradenigo, nel cui museo si conservava, fosse contrassegnata per aver corso nell'isola di Tino (Zanetti, II, p. 207, n. 280). Quanto alle altre, le lascio alla interpretazione di numismatici di me più pazienti o più fortunati.
Prospetto delle varietà d'incusione nelle Gazzette di Candia. [SC[SIGLE DEL MASSARO.]SC] [SC[INCUSIONE NEL DIRITTO.]SC] [SC[INCUSIONE NEL ROVESCIO.]SC] 1. . N . C . S in cerchio di perline G B in cerchio di perline 2. . N . C . VICE.° = VEND..N = * e ZD CCO 3. . M . A . S . nulla RB 4. . M . A . S . VICE.° = VEND..N = * e PN POLO = NANI sotto 2 perline 5. . M . A . S . P N POLO = NANI fra 6 perline 6. . M . A . S . Z D CCO 7. . M . A . S . S fra perline GB fra perline 8. . M . A . S . nulla POLO = NANI fra 7 perline 9. . P . M . S fra perline GB fra perline 10. . P . M . POLO = NANI fra 6 perline nulla 11. . F . R . G B in cerchio di perline S fra perline 12. . F . R . VICE.° = VEND.N POLO = NANI fra 7 perline 13. . F . R . S dentro una corona (?) B dentro una corona (?) 14. . F . R . M in cerchio di perline nulla 15. . F . R . P N POLO = NANI 16. . F . R . VI = VE e Z D 4 CCO 17. . . . . . . VICE.° = VEND..N POLO = NANI e PN 18. . . . . . . VICE.° = VEND..N e TINO nulla
Del soldo due sole varietà incuse sono a mia notizia, l'una nel Museo Correr coll'esergo P. M. avente contromarcata nel diritto una S fra perline, nel rovescio G B; l'altra descritta dal Gradenigo (Zanetti, II, p. 207 n. 281) recante nel diritto incuse le iniziali DM entro una corona.