III.
Chi avesse veduto quella sera la giovane duchessa mentre ora sola nel suo gabinetto, seduta in un vasto seggiolone, pensosa ed immobile, avrebbe compatito il povero conte di San Giorgio se non poteva staccarsene dal cuore l'immagine, compreso perchè il duca le avesse perdonato la distruzione della pergamena.
Molte donne l'avrebbero invidiata; nessuno forse avrebbe creduto che quella giovane vezzosa avesse altravolta formato il divisamento di vivere sempre sola, e che ora potesse sentirsi infelice.
Ella non attese molto il duca: di lì a poco egli entrò.
Si assise vicino a donna Livia colla solita serietà, senza profferire parola, ma dopo qualche tempo:
—Che avvenne? le chiese….
—Vostra sorella era svenuta; mi occorse molto tempo a farla risensare; quindi volle trattenersi in giardino a respirare un po' d'aria.
—Ah vedo! Ed ora dov'è!
—Nella sua stanza.
Si arrestò un istante, indi:
—Devo parlarvi, disse.
—Di donna Rosalia?
—Di lei appunto.
L'argomento non era dei più divertenti pel duca, ma pure era curioso di saper qualche cosa; sospettava una crisi, che dovesse sbarazzarlo anche dell'altra sorella, e quasi prevedeva la verità.
—Parlate, rispose.
—Donna Rosalia desidera consacrarsi a Dio.
—Ottima risoluzione!
La duchessa, era sicura che don Francesco non si opporrebbe a che sua sorella minore entrasse in un monastero, chè sempre aveva accarezzato l'idea di mandarvele tutte e due.
—Vuole, riprese donna Livia, farlo al più presto.
—Dopo il matrimonio di donna Maria la soddisferò.
—Ella desidererebbe fosse prima.
—Ah vedo!… comprendo, perchè ama il principe degli Alberi, non è così?
~ Che? voi sapete….
—Certamente: credete che non m'avvegga di nulla io?
E sorrise tra l'ironia e l'amarezza guardando attentamente donna
Livia.
Ella si turbò, benchè nulla ne apparisse.
Che! sospetterebbe mai il duca della missione affidata al cavaliere di
Malta?…
Ma no! ciò era impossibile, che allora non avrebbe taciuto sin là.
Comprese che tali parole di lui doveva prenderle soltanto come uno di quei rimproveri velati, che non mancava mai di darle quando se ne presentava l'occasione.
E con calma rispose:
—Mi fa meraviglia poichè credevo tale amore segreto.
Ella non immaginava che il duca avesse appreso dalla bocca del conte al castello ciò che voleva far credere aver indovinato per penetrazione. Indi:
—E perchè se lo sapevate, gli disse fissandolo a sua volta con una certa arditezza e con qualche sdegno, perchè annunciaste in quel modo sì secco dinanzi a lei che il principe vi aveva chiesto la mano di donna Maria?
Egli alzò le spalle.
—Eh, signora, non lo avrebbe forse saputo egualmente?
—Infatti, mormorò donna Livia.
E pensò che forse la reazione cagionata in donna Rosalia dai pochi riguardi del duca aveva prodotto una crisi pericolosa, ma necessaria, che, grazie all'intervento di lei, era finita in modo salutare.
E volgendosi al duca:
—La soddisferete dunque presto, come ella lo desidera?
—No.
—Perchè?
—Perchè questa improvvisa risoluzione, effettuata proprio appena combinato il matrimonio di donna Maria, darebbe luogo a strani commenti, s'indovinerebbe il vero; ed io non voglio che una mia sorella divenga soggetto ad una ballata sentimentale.
E con indifferenza, tratto dalla cintura il suo pugnale, si mise ad esaminarlo facendovi passar sopra le dita.
Donna Livia era abituata a que' suoi modi.
—Forse avete in ciò ragione, disse; pure io comprendo che ella soffrirebbe molto se fosse costretta a trovarsi qui in questi giorni.
—Suo danno! Non doveva scaldarsi il cervello…. Una fanciulla savia, signora deve aspettar ad amare quando le viene presentato un marito…. Ella non deve sceglierselo….
Se la duchessa era fina, il duca non era certo uno sciocco.
Ed ella comprese bene ciò ch'egli intendeva con questo, ma non si arrestò per quanto quei sarcasmi, cui del resto si era attesa, non le riescissero indifferenti.
—Io le ho promesso evitarle tal pena, disse; e se non volete che entri questa settimana in un monastero, spero non mi negherete che la invii al castello per questi giorni… Manderò con lei nostro figlio, ch'ella ama molto, e che le servirà di distrazione. Che ve ne sembra?
—Che voi siete sempre feconda in ritrovati, signora.
E vedendo donna Livia farsi alquanto seria:
—Ma quale motivo addurre? aggiunse placato.
—Ch'ella da qualche tempo aveva divisato farsi religiosa; che perciò non può assistere a delle cerimonie, nelle quali del resto una fanciulla sì giovane sarebbe fuori di luogo….
Ella desidera molto che voi diciate questo a donna Maria.
—Cosa vuole? che io menta per assecondare i suoi capricci?
—Oh, signore, non vi credo poi tanto scrupoloso!
Fu la volta del duca ad annuvolarsi…. Ed il cavaliere dell'Isola, che senza alcun diritto, lo sapeva benissimo, voleva spogliare, gli apparve tosto dinanzi; ma di quel maledetto affare, com'ei lo chiamava, non voleva più parlare colla duchessa per non udirsi rispondere freddamente, come al solito, che mai lo avrebbe approvato….
—Bene, bene, disse poi, mandatela pure al castello.
—Direte a donna Maria….
—Sì, sì; ma sembrami che di ciò basti.
E col suo pugnale, che teneva ancor fra le mani, si mise a scherzare col cordone d'argento, che ratteneva la veste di donna Livia.
Ella si alzò.
—Dove andate? le chiese.
—Da donna Rosalia per dirle che acconsentite a soddisfarla: una tale attenzione le è dovuta.
—Mandate una delle vostre donne a vedere come sta; è inutile andiate voi stessa.
—Oh che dite? io sola era presente quando svenne.
E, prendendo dalla tavola un candelliere d'argento cesellato, si allontanò.
Il duca si sdrajò nella sua seggiola. «Donna singolare! disse; ma, tranne lei, nessuna mi piace.»
Poi bestemmiando:
—Oh mi toccherà attenderla un pezzo, lo prevedo!
Dopo qualche momento di riflessione si alzò e fece un giro pel gabinetto.
Per la prima volta forse ei vi si trovava solo. La duchessa non lasciava quasi mai quel gabinetto, che era come il suo santuario, ed era sempre con lei ch'egli vi si tratteneva.
Guardò qua e là, e scorgendo dei libri su di un tavolino andò ad esaminarli….
Vi erano varj volumi riccamente legati; vi si trovava Virgilio nel suo testo latino, lingua ancora in voga in Italia, e che la duchessa conosceva perfettamente; eravi Plutarco, le lettere di Plinio, un libro dei Vangeli ricco d'immagini e molti altri….
Ciò non poteva sorprendere il duca. Donna Livia aveva ricevuto una educazione affatto eccezionale non soltanto per quell'epoca, nella quale le più illustri dame non erano molto dotte, ma anche superiore per ogni tempo.
Il marchese Del Faro, di lei padre, era un vecchio scienziato, che profondeva la maggior parte delle cospicue sue rendite in radunar libri preziosi ed antichi, in soccorrere letterati, e trattenere ad un castello solitario vicino a Messina dotti teologi, distinti poeti e religiosi di gran sapere.
Aveva allevato donna Livia, rimasta priva della madre ancor bambina, più come un muschio che come una fanciulla. Egli stesso le poneva fra le mani i classici greci e latini, i poemi più in voga, compiacendosi della grande facilità di comprensione, ch'ella addimostrava.
Giovinetta ella assisteva a discussioni teologiche, allo svolgere di tesi filosofiche e scientifiche, a discorsi letterarj; ascoltava i commenti che si facevano sugli autori; insomma nulla aveva donna Livia di comune, per l'intelligenza e per gli studj, con quelle timide fanciulle, che passavano i giorni a trapuntare gli arazzi, a ricamare le sciarpe pei loro fidanzati.
E certa fermezza di volontà, certi istinti un po' maschili, che in lei si univano alla più squisita delicatezza di sentire, si erano, per dirla, alquanto sviluppati.
Donna Livia era dunque molto istruita, benchè mai facesse la saccente, che troppa finezza aveva, troppo tatto per imitare quelle donne, che si atteggiano a professori, anche quando ne sanno poco.
Delle sue cognizioni si giovava onde saper escire dalle situazioni difficili, e degli studj, della lettura per occupare lo spirito, e ricreare la sua solitudine.
Il duca suo marito era dottissimo: perciò si era cattivato il marchese del Faro. Don Francesco aveva molto ingegno, uno spirito pronto, che talora volgeva all'aspro, al mordace.
Anch'egli nulla aveva di comune coi cavalieri del tempo, tranne la passione per la caccia, per le armi. Aveva fama d'essere la prima spada di Sicilia.
Egli era stato allevato da un benedettino di gran dottrina, che, a forza di volerlo approfondire nei dogmi della fede, aveva finito per render lui, portato per natura alla diffidenza più eccessiva, uno dei signori più increduli del suo tempo.
Il duca studiava ancor molto perchè nessuno potesse prenderlo in fallo. Era fra gli ammiratori più appassionati di Machiavelli, scrittore allora recente. Quello storico, quel politico, che insegna ricorrere ad ogni mezzo quando può condurre allo scopo, doveva piacer molto al duca.
Di tali massime egli era convintissimo; ne aveva dato una prova nella condotta tenuta verso i parenti spogliati.
Alle volte, ad onta del suo sapere, trovava però che il marchese del Faro aveva allevato donna Livia in modo forse un po' eccezionale, e soprattutto abituatala troppo a far la propria volontà. Eppure era così che gli era piaciuta quando si era trattenuto a lungo in casa del marchese prima di sposarla.
Però egli si era proposto, quando fosse divenuta sua moglie, di cangiarla, e vi si era provato tenendola in qualche soggezione.
Ma donna Livia, che in certe cose si uniformava senza commenti e quasi con indifferenza a' suoi voleri, che acconsentiva a viver sempre ritirata, non era su certi punti meno ferma di lui.
Nondimeno ella sapeva piegarsi quando la necessità lo richiedeva; per questo aveva desistito dal contrastargli apertamente nell'affare della pergamena, e tentato riparare in segreto a quella grave ingiustizia.
Ed il duca, che avrebbe reso prestissimo schiava qualunque altra sposa, non poteva umiliar donna Livia: e si era convinto che bisognava rassegnarsi e prenderla tale qual era.
Dopo aver dunque, esaminato in quella sera diversi volumi con quell'aria burbera, che gli era tutta particolare, notò che un cordone nero stava per segno in uno di essi.
Il libro era l'Inferno di Dante; la pagina segnata quella ove il poeta racconta della Francesca da Rimini.
Era combinazione? oppure?…
Che? mormorò il duca; donna Livia ha bisogno di meditar questo canto, dove si parla delle pene, che attendono una sposa infedele?… Od è per vaghezza che vi si trattiene?… Che vuol dir ciò? Non è ella indifferente per tutti?… Che io non la comprenda bene…. E l'amore poetico del cavaliere di Malta potrebbe mai finire per commuoverla?.. Ah! egli accarezzò le sue idee filantrope…. mostrò aver compassione di donna Rosalia, della quale non credo poi gl'importasse molto…. Ma, no! non ho io udito?…
Ed ora che fa? Ella sa però che io l'attendo…. Si prenderebbe giuoco di me?… Preferirmi la conversazione di donna Rosalia?… Oh non soffrirò poi questo!…
E fece un passo verso la porta.
Donna Livia rientrava in quell'istante.
Aveva trovato donna Rosalia in lagrime sul suo inginocchiatojo. Dopo averle detto che il duca la soddisferebbe, dopo qualche parola, che la consolasse senza ferirla, l'aveva lasciata pensando che la solitudine e la preghiera erano i migliori rimedii per lei.
Ma non si era affrettata molto a ritornare.
Vedendola il duca si calmò.
—E così donna Rosalia?
—Sta meglio e vi ringrazia.
S'avvide del libro che il duca teneva fra le mani, della sua affettazione nell'esaminarlo; riconobbe quel libro e credette indovinare, ma non mostrando accorgersi di nulla, andò a rimettere al loro posto i volumi, che don Francesco aveva gettati sossopra.
Il duca avrebbe preferito essere interrogato; ma, vedendo che ella non lo farebbe, si decise a parlar lui.
—E…. vi piace molto, signora, questo passo? Vedo che lo segnaste….
—Lo segnai unicamente perchè fui interrotta mentre stavo leggendo, rispose la giovane duchessa.
—È bellissimo.
—Certamente.
—Mi pare…. mi pare che l'amante di questa sciagurata fosse fratello al marito… Fratello… o cugino?..
L'insistenza, che da qualche tempo ei poneva a parlare del conte di San Giorgio, fece comprendere a donna Livia il perchè di questa domanda…. Dunque di tutto sospettava…. Ella era veramente un po' indignata.
—Fratello, rispose con indifferenza; ma credo il sappiate al pari di me.
—Non me ne rammentavo.
—Vi credevo maggior memoria.
Ella non sembrava dare a quell'incidente importanza alcuna.
—Pensate voi, riprese il duca, che, se questa Francesca da Rimini si fosse attesa a venire uccisa, si sarebbe trattenuta?
—Come volete che lo sappia? Certo io non l'ho conosciuta….
E la duchessa non dissimulò intieramente un leggiero moto d'impazienza; chè alle volte egli era un po' nojoso.
Don Francesco notò quel moto, ma proseguì:
—Vi chiedo la vostra opinione in proposito.
—La mia opinione, signore, è che le minacce non arrestano mai una donna quando vuole errare; e che sono inutili con chi sa condursi da sè.
—Meno ardire, donna Livia, fece il duca tra la celia e la collera.
—Che? mi chiedete ciò che penso; io ve lo dico.
—Ma è davvero quanto pensate?
—Ne dubitereste?
—Che so io? Voi siete una dama di tanto spirito….
Donna Livia parve offesa e fece per escire.
Infatti quella sera il duca era stato un po' troppo mordace.
—Ho scherzato, cara donna Livia, diss'egli con una grazia ironica eppur tenera, quale spesso soleva prendere con lei. ……………………………………………………….. ………………………………………………………..