IV.

Otto giorni dopo spuntava l'aurora del dì, che doveva unire il principe a donna Maria.

Come dire degli strazj, a cui doveva essere in preda la povera fanciulla, che tanto lo aveva amato?

Certo le era d'uopo di tutta la sua fede, di tutta la sua religione, per non essere presa ancora dal funesto proposito di togliersi la vita.

La duchessa l'aveva ella medesima condotta al suo castello sin dal dì seguente al colloquio da lei avuto col marito.

Ve l'aveva lasciata con suo figlio e colla fidata governante, ingiungendo a questa di vegliare sulla sorella del duca continuamente, dicendole che soffriva di convulsioni ed era necessario non perderla di vista; aggiunse facesse in modo ch'ella non s'avvedesse di una tale sorveglianza poichè se ne sarebbe atterrita.

Donna Livia aveva fatto ciò per una precauzione di più; ella era persuasa che donna Rosalia, fattasi ragionevole si era rassegnata a vivere.

La duchessa provava per lei una compassione profonda, un affetto sincero, mentre sentiva per donna Maria una specie di ripugnanza; e tal ripugnanza non era nuova. Mai ella aveva potuto amare la bella fidanzata del principe; la loro antipatia era reciproca; solo donna Livia non aveva mai tentato nuocere alla cognata, mentre invece questa si era provata a perder lei.

La duchessa si rammentava la promessa fatta a donna Rosalia, e benchè di contraggenio si proponeva di adempirla; ma ciò era difficile.

Ella non voleva certo essere udita da donna Maria e neppure dal duca, sempre sì pronto al motteggio. Perciò aveva deciso attendere il giorno del matrimonio: in mezzo alla gente, che non si mancherebbe d'invitare per le nozze, troverebbe bene un momento per parlare al principe da sola a solo.

Era il primo di maggio. La campagna già ridente pareva invitare alla gioja: un sole splendido e puro sorrideva a donna Maria ed al suo fidanzato.

All'ora stabilita il principe degli Alberi pallido, commosso, ma felice entrò, seguito da diversi parenti, nella gran sala terrena del palazzo del duca.

Era vestito con magnificenza: portava al collo una grossa catena d'oro, ed aveva l'elsa della spada tempestata di gemme.

Fu ricevuto da don Francesco, il quale era pure vestito assai riccamente, benchè, seguendo il suo costume, in modo alquanto severo. La sua spada, come quella del principe, scintillava di gemme all'impugnatura.

Gl'invitati non erano numerosi. Don Francesco aveva preso pretesto dalla morte ancora recente del padre per non celebrare le nozze con soverchio chiasso.

Finalmente entrò la sposa accompagnata dalla duchessa.

Donna Maria era divina; mai il suo sorriso era stato più seducente, i suoi occhi più scintillanti.

Un magnifico abito di raso bianco ricamato in oro, i giojelli che l'adornavano, l'acconciatura elegante, il candido e finissimo velo, che formava come una fantastica nuvola intorno al di lei volto, facevano risaltare maggiormente la sua rara bellezza.

La duchessa portava un vestito di raso azzurro ricamato in argento. Quel vago colore armonizzava coi suoi begli occhi; ella era adorna di grossissime perle di un gran prezzo, che s'intrecciavano a' suoi capegli, e le circondavano il collo bianco ed elegantissimo.

Quel vestire dava maggior risalto alla grazia voluttuosa ed insieme severa, che formava il fascino principale di donna Livia, un fascino che le era tutto particolare, e che anche le più belle non possedevano.

Sembrava un po' seria, ed era facile comprendere che assisteva a quella cerimonia per pura formalità.

Il principe si avvicinò quasi tremante alla bella donna Maria, che gli sorrise come sapeva sorridere.

Come l'ama! pensò la duchessa. Indegno! E quella povera ragazza…

Il duca, che certamente non si divertiva molto e voleva affrettarsi, disse che si poteva recarsi tosto nella cappella del palazzo ove tutto era pronto.

E così si fece.

La cerimonia religiosa fu molto lunga.

Al ritorno dalla cappella donna Maria si appoggiava al braccio del giovane principe, che sembrava quasi non poter sopportare l'eccesso della felicità.

Il duca lo guardava sott'occhio un po' ironicamente: egli, che sì bene conosceva donna Maria, non poteva certo essere senza dubbj sull'avvenire del cognato.

Vedendo quegli sposi così sorridenti, pensava alle sue nozze con donna Livia ben diverse da queste; fatte quasi in segreto, sotto gli occhi del marchese del Faro moribondo: nozze tristissime, eppur tanto desiderate da lui.

L'amore per donna Livia era veramente l'unico affetto, ch'egli avesse avuto mai: ma tale affetto era grande davvero! Sembrava che un genio onnipossente lo avesse gettato in quel cuore orgoglioso per mitigarne la durezza.

Gl'invitati erano tutti vecchi, comprese le poche dame, che si tenevano diritte ed impacciate nei loro ricchi abbigliamenti.

Donna Maria e la duchessa parevano due rose smarrite in un gineprajo.

Appena la comitiva fu di ritorno in palazzo suonò il mezzo giorno: e quasi subito entrarono in una magnifica sala, ove venne servito un pranzo sontuoso.

Ma l'atmosfera era per così dire fredda, glaciale. La conversazione languiva: nondimeno quel pranzo fu di una lunghezza interminabile, tanta era la copia dei cibi, delle bevande, delle pasticcerie. Il principe e donna Maria, seduti l'uno vicino all'altro, sorridevano soli.

Forse il contegno del duca, sempre freddo ed altiero, contribuiva a mantenere in tutti una cerimoniosa etichetta.

Tuttavia i brindisi ai nuovi sposi non mancarono, ma non poterono destare l'allegria ed il chiasso.

Dopo il convito, che terminò quasi a sera, tutti si recarono in una magnifica sala illuminata con molta splendidezza, uve numerosi servi vestiti sfarzosamente giravano dì continuo con bacili d'argento carichi di rinfreschi e di confetture.

Il duca parlava con diversi gentiluomini; donna Maria era accerchiata dai parenti del principe; la duchessa credette giunto l'istante di attenere la promessa fatta a donna Rosalia.

Si assise sola in un canto dell'ampia sala; il principe era li vicino, ma donna Livia non sapeva ancora decidersi.

Forse, forse non lo avrebbe potuto; quella sera sentivasi inquietissima.

Non sarebbe ella stata più felice, pensava, sola, ricca, padrona di sè, anzichè in quella casa insieme a persone, che tanto da lei differivano? con un marito, che l'amava molto, ma sì ostinato, sì sospettoso; per rimediare alla colpa del quale le era occorso adoperar mezzi segreti, di cui attendeva il risultato senza terrore, ma con apprensioni, che il carattere violento del duca giustificava pur troppo?

Ed ora, per soddisfare ai desiderj di una sventurata fanciulla, doveva fare un passo, che le riesciva oltremodo penoso.

Eppure non era giusto dir qualche cosa al principe di donna Rosalia?

Ma in quel giorno non sembrerebbe una insinuazione contro la giovine sposa, a cui, lo comprendeva, ella era odiosa!… che ella conosceva perfettamente, che non stimava? e della quale perciò appunto le sembrava più indegno di lei tentare, anche con una sola parola, di turbare la felicità?

Era per bontà di cuore ch'ella aveva promesso senza riflettere; e nessuno, donna Livia aveva troppo buon senso per non comprenderlo, nessuno gliela avrebbe creduto.

Ah le abbisognava molta forza d'animo, tutta la sua ragione per mantenersi in una situazione tanto difficile!

Povera duchessa! esitava ancora; forse non si sarebbe mai risolta, ma le sue esitazioni il principe istesso doveva troncarle.

Gli era sembrato durante il pranzo che donna Livia lo guardasse con una insistenza affatto nuova in lei, e siccome egli non era senza rimorsi e senza inquietudini, dacchè aveva inteso che donna Rosalia si faceva religiosa, si era chiesto se mai ella avesse parlato, e se ciò potrebbe nuocergli nello spirito di tutti, di donna Maria istessa.

Sì poco conosceva donna Rosalia, sì poca memoria serbava della impressione da lei fatta sopra di lui, che soltanto per conto proprio se ne preoccupava!

Infine io non le feci promesse, dicevasi; ciò bastava a tranquillare la sua coscienza.

Amava un'altra, l'adorava; era scusa sufficiente dinanzi a sè stesso.

Sapeva che la duchessa aveva per donna Rosalia dell'affezione.

Il principe non conosceva molto a fondo la famiglia Dell'Isola. L'animosità fra le due sorelle, ch'egli aveva accresciuta ma non fatta nascere, in faccia sua non si era mai dimostrata. L'etichetta l'aveva sempre dissimulata a' suoi sguardi. Per questo credeva in buona fede che donna Maria nulla sapesse delle galanterie usate da lui in passato alla sorella minore, e che sapendolo avesse a dolersene. L'amore per lei gli sarebbe una grande scusa, è vero; ma appunto perchè quell'amore era grande, egli la credeva delicata e buona.

La duchessa sola forse, diceva tra sè, sa qualche cosa; vorrei fare in modo ch'ella, tacesse con tutti… col conte di San Giorgio soprattutto, che tanto ama donna Rosalia…. Al suo ritorno da Malta potrebbe…. Basta, proverò ad interrogar donna Livia, e mi regolerò secondo le sue risposte…. Ella è lì sola.

E le si avvicinò senz'altro.

—Vi ringrazio, duchessa, le disse, della, bontà che aveste per noi in questi giorni. Perdonate le noje, che vi cagionammo.

—Non mi dovete ringraziamento alcuno, principe, e godo nel vedervi felice.

Donna Livia non sapeva proprio risolversi, ed il principe, udendo quelle sue parole, pensò che nulla sapesse. Per questo si fece più ardito, e per essere intieramente tranquillo interrogò addirittura:

—E donna Rosalia è tuttora al vostro castello, duchessa?

Attendeva un po' impensierito:

Donna Livia si decise.

—Sì, rispose; vi sembra forse strana la sua assenza?

E fissò in lui quello sguardo profondo, che sembrava aver il dono di leggere nei cuori. Ella era un giudice, cui era difficile non rispondere.

Il principe si turbò; che feci? disse tra sè…. Ella sa tutto; basta, mi scuserò….

—Sì, mormorò un po' esitante.

—E tale assenza getterebbe mai qualche ombra sulla vostra gioja, principe?

—Vi comprendo, duchessa, e desidero giustificarmi. Confesso che la mia condotta verso donna Rosalia fu un po' leggiera, ma non vorrei mi credeste più colpevole che nol sia. Non ho a rimproverarmi che qualche parola irriflessiva. E non feci alcuna promessa;… chè altrimenti, son cavaliere, non avrei ardito mancarvi.

E senza lasciarle tempo di rispondere:

—Pregate donna Rosalia a perdonarmi, aggiunse.

—Ella vi ha già perdonato, principe; e desidera che il sappiate; lo desidera ben vivamente, se mi risolvo dirvelo in questo giorno.

—Ringraziatela per me; e voi, duchessa, compatitemi…. Oh se sapeste quanto amo donna Maria!… Dal dì in cui la vidi, compresi che sino ad allora non avevo amato, che mi ero ingannato sui miei sentimenti per donna Rosalia…. Tutto per me divenne indifferente fuorchè quella, che ora è mia sposa.

—È perchè comprendo questo che risposi alle vostre domande circa a donna Rosalia, chè altrimenti mi avrebbe ripugnato gettare un germe d'amarezza nell'animo vostro… Forse anche quella fanciulla fu troppo facile a lusingarsi, ma ora, lo spero, troverà nella vita religiosa la pace.

—Lo voglia il cielo! disse il principe.

Egli era più leggiero che cattivo, eppure quanta indifferenza, quanto egoismo nel modo, con cui profferì queste parole!

La duchessa ne provò un senso di disgusto. Se donna Rosalia lo udisse! pensò.

—Sono lieto nel vedermi compatito da voi, duchessa, continuava egli: guardate, per darvi un'idea del mio amore per donna Maria, vi dirò che, se mi si costringesse a scegliere tra la vita, che io conduco, invidiata da molti, ma privo di lei, ed una esistenza oscura ignorata, divisa colla mia sposa, non esiterei nella scelta.

Donna Livia non rispose…. Ah era così ch'ella aveva amato un giorno….

—E, chiese il giovane, il duca non saprà nulla certamente di….

—No, e ciò il dovete a donna Rosalia.

—Ah! disse il principe arrossendo un poco, povera donna Rosalia! ma spero si consolerà!… Temevo, proseguì con qualche titubanza, che si venisse a conoscere da qualcheduno…. che donna Maria istessa potesse sapere…. Certamente ella mi rimprovererebbe… ne sarebbe dolente….

E si arrestò confuso.

Quale illusione! Ma la duchessa era troppo delicata per farla cadere.

—Certamente, rispose.

Quella menzogna era pietosa. Donna Maria non avrebbe creduto sì generosa la moglie di suo fratello.

—Perdonate, duchessa, continuò il principe, se ho osato prendermi la libertà d'interrogarvi…. siete tanto gentile!

—Non mi dovete alcuna scusa. Donna Rosalia conoscerà il vostro pentimento; poi ella vi ha già perdonato colla maggiore abnegazione.

—Grazie, duchessa, delle vostre parole: esse mi fanno bene…. Sono più tranquillo.

Era più tranquillo perchè era sicuro del silenzio.

Se io fossi in donna Rosalia, pensò la duchessa, non avrei più un pensiero per lui….

Egli stava, per allontanarsi quando vide il duca fermo a qualche passo, che lo guardava attentamente.

Certo non poteva essere geloso di lui in quel giorno, pure parve poco soddisfatto nel trovarlo vicino a donna Livia.

Si accostò senza parlare.

Il principe credette necessario spiegare il perchè del suo colloquio.

—Stavo ringraziando la duchessa, disse, delle gentilezze usateci, e ne ringrazio voi pure, duca.

—Oh immaginatevi!

Il principe si allontanò.

—Che vi diceva? domandò il duca a sua moglie; non credo già gli abbiate parlato di donna Rosalia…

—Me ne parlò egli; mi chiese se era tuttora al castello.

—Che stravaganza è questa?

E raggiunse di nuovo gl'invitati.

La duchessa dopo un momento fece altrettanto.

Ella pensava, che donna Maria, occupata a prodigare parole gentili e sorrisi a' suoi nuovi parenti, a riceverne le congratulazioni, gli omaggi, non avesse notato il suo breve colloquio col principe.

D'altronde, diceva tra sè, non è poi strano ch'egli mi abbia rivolto la parola…

Ma donna Maria, che diffidava assai della cognata, si era avveduta di tutto, ed aveva immaginato che donna Livia avesse tentato nuocerle nello spirito del principe.

E non arrossisce, pensò, con tutta la sua alterigia di sì basso procedere?… Me la pagherà…. Oh se verrà un'occasione sicura per vendicarmi, non la lascerò sfuggire!…

Perchè mai tant'odio?….

Ed ella era bella, giovane: l'avvenire, l'amore, la fortuna le sorridevano. Perchè non ne godeva senza sentir desiderio di amareggiare l'esistenza degli altri? che sarebbe stata in altre condizioni donna Maria, se nemmeno la felicità, il miglior farmaco pei cattivi istinti, guariva i suoi?…

È facile immaginare con quanta sincerità donna Maria esprimesse alla cognata il rammarico, che doveva mostrare in lasciarla.

Sì! ella in mezzo alla gioja fremette di rabbia, pensando allo sprezzo, col quale l'aveva trattata il duca per causa di donna Livia, dopo il giorno, in cui ella l'aveva accusata ingiustamente.

Donna Maria non aveva mostrato offendersi prima per timore soltanto, ed ora il ricordo di quello sprezzo si risvegliava più che mai nell'animo suo.

Vedendosi sì ammirata, sì corteggiata, più viva provava l'amarezza delle umiliazioni subite, e più ardente il desiderio della vendetta.

Ma tutta la collera era per donna Livia, chè del duca aveva troppo paura.

E quando, al momento della partenza, ei con uno sguardo espressivo le rammentò la sua promessa, ella, con un altro non meno eloquente, mostrò d'averlo inteso.

Essi si conoscevano perfettamente!

Niuna sposa provò mai minor pena di donna Maria nell'abbandonare la casa paterna.

Con quanta gioia si lasciò dietro quel tetro palazzo!

Ma ormai non più noie, non più umiliazioni.

Una nuova esistenza cominciava per lei.