VIII.
Appena lasciata donna Livia, il duca si recò nella sala, ove l'attendevano il principe degli Alberi ed il superiore dei cappuccini.
Don Francesco, benchè ardente di sdegno contro la sorella, appariva come al solito freddo ed altiero.
Nondimeno gettò uno sguardo fulminante al giovane cognato, e dall'aria sorpresa e gentile di questo, comprese ch'ei nulla sapeva.
Pensò dunque non prendersela per allora col principe, e con molta flemma salutò il superiore.
—Ho ricevuto la vostra lettera, padre, gli disse, ed ora vedrò di combinare.
—Non m'attendevo meno da voi, duca, rispose il frate, perciò consigliai mio nipote a rimettersi in voi. Vedo che siete persuaso della giustizia de' suoi reclami.
—Prima d'altro però, interruppe don Francesco, vorrei avere maggiori schiarimenti, qualche dettaglio sulla vita passata del cavaliere defunto e de' suoi figli… Comprenderete facilmente, padre, che prima di vederli portare il mio nome….
E si arrestò con una certa affettazione.
Il duca era molto insolente in quell'istante…. Eppure avrebbe desiderato far peggio… Quanto volentieri avrebbe trattato quel nobile superiore come altra volta il povero benedettino; ma sapeva bene che ciò non gli sarebbe stato possibile.
—Duca, rispose il frate anch'egli con alterigia, se io m'interposi a favore de' miei nipoti, se gli ho riconosciuti, vuol dire che essi ne sono degni, e degni quindi anche di portare il nome degli Isola.
Maledetto! disse tra sè don Francesco…. Però senza il menomo imbarazzo:
—Ne sono persuasissimo, padre; ma mi sembra naturale che desideri saperne anch'io quanto ne sapete voi.
Tutti erano seduti: il principe serbava un contegno affatto passivo; faceva ogni sforzo per mantenersi serio.
—Vi narrerò tutto in brevi parole, disse il superiore al duca.
—Poi, riprese questi, guardando con indifferenza il principe, vorrei anche sapere in qual modo la notizia della morte di mio padre giunse a cognizione dei figli del cavaliere.
Il superiore non aveva creduto conveniente parlare al duca della sorpresa, che avrebbe dovuto cagionargli la sua lettera. Don Francesco era troppo di malumore per simularla.
—Lo seppero a caso, rispose il cappuccino, da persone giunte a Milano dalla Sicilia.
—Ah vedo!
E tra sè: Come mai donna Maria ha potuto in sì breve tempo…. Stavan dunque coll'orecchio teso!
Poi ad alta voce:
—Il figlio del cavaliere dell'Isola è dunque ufficiale nell'armata spagnuola?
—Sì, duca: valoroso, notissimo, ma sotto un falso nome, che il cavaliere mio nipote, per riguardi alla famiglia, aveva lasciato il suo.
—Agì molto saviamente in questo, osservò il duca con ironia.
Il superiore pensò bene non dar peso a questo nuovo sarcasmo. Già gli era stato detto essere don Francesco alquanto mordace. Temo soltanto, pensava, che mio nipote abbia ad offendersi, se il duca anche con lui persistesse in tali motteggi…. Basta; farò non si parlino a lungo, che altrimenti la cosa finirebbe male… Ma Federico è disposto a lasciar la Sicilia… sì… sì… sarà meglio…. Mai il duca lo tratterà da cugino….
—E chi ha sposato questo ufficiale? domandò don Francesco, che almeno voleva umiliare i suoi parenti, giacchè non poteva spogliarli.
—Una dalmatina.
—Nobile?
—No, duca, egli allora era soltanto un guerriero di ventura; non conosceva la sua origine e credevasi figlio di un militare nobile, ma senza fortuna; dunque bisogna compatirlo se….
Il superiore era pentito di aver promesso al cavaliere di Malta il silenzio: chè altrimenti avrebbe potuto far arrossire don Francesco, il quale si serviva dello stratagemma per deriderlo.
—Oh capisco, disse il duca; vedo che bisognerà passar sopra a molte cose.
E continua di tal passo! pensò il frate, che non rispose.
—E la figlia del cavaliere chi ha sposato?
—Un guerriero che aveva lasciato il servizio.
—E che cosa fa?
—Viveva in una sua campagna.
—Bene, bene.
—Ella, continuò il superiore, ha nella sua fisonomia il tipo degli Isola: rassomiglia a donna Rosalia vostra sorella in modo sì sorprendente che qui il principe e donna Maria sua sposa la credettero lei nei primi istanti.
—Donna Rosalia! oh che combinazione! esclamò il duca.
E con un impercettibile sorriso si rivolse al principe, che divenne di fuoco.
Veramente, disse tra sè il giovane, don Francesco è insopportabile; e se non fosse sì terribile spadaccino…. ma credo che la sua insolenza derivi da questo.
E come per prendersi una piccola vendetta:
—Alloggiano in casa mia questi vostri cugini, duca; e sono lietissimo di ospitarli; donna Maria pure.
—Ah si!
Me la pagherete entrambi, pensò don Francesco.
In quell'istante egli si conteneva a stento.
Si indirizzò nuovamente al superiore:
—E queste carte, di cui mi parlaste, padre, nella vostra lettera?
—Eccole, rispose il frate mostrando al duca, un fascio di carte, che aveva deposte sulla tavola nell'entrare.
Erano quelle rinchiuse nella cassetta d'ebano intarsiata d'argento, che Camilla aveva mostrato a Milano al conte di San Giorgio ed a Federico.
—Questo, disse il superiore, additando una di quelle carte al duca, è l'atto di matrimonio tra il cavaliere dell'Isola e…. la madre dei miei nipoti.
Il duca lo prese e lo scorse.
—Ah sì, vedo, disse a mezza voce; tra il cavaliere dell'Isola e la signora….. una signora Emma qualunque….
Il superiore arrossì fino agli orecchi, chè in fondo, perchè di meno spirito, era assai più aristocratico del duca, il quale continuava a burlarsi di lui.
Però nemmeno questa volta mostrò avvedersi di tali scherni, e consegnando un'altra carta a don Francesco:
—Questa, disse, appoggiando alquanto sulle sue parole, questa è la fede di nascita del cavaliere dell'Isola, figlio del duca vostro avo e di donna Gabriella dei principi della Concordia, mia sorella.
—Ah! l'aveva preso seco.
Era prudente questo signor cavaliere, aggiunse tra sè; don Francesco avrebbe detto volentieri anche ciò ad alta voce, ma gli sembrava bastasse.
—Ora, riprese il superiore, ecco una memoria scritta da mio nipote, firmata col nome, che aveva assunto da una terra comperata nel Vicentino.
Il duca la prese con distrazione, guardò la firma, divenne pallido come la morte.
Si alzò involontariamente.
—Chiarofonte!… disse; il cavaliere dell'Isola aveva assunto questo nome?
—Sì! esclamò sorpreso il superiore; lo intendeste forse pronunziare altra volta?
Don Francesco non rispose: con uno sforzo violento, ritornò a sedere, indi:
—E questo figlio, questo ufficiale militò sempre nell'armata spagnuola?
Egli attendeva con terrore.
—No, rispose il frate; era dapprima guerriero della repubblica veneta; lasciò il servizio di questa dopo Lepanto, dove era rimasto gravemente ferito.
—Ah! è lui!… mormorò il duca… Non era morto!… Comprendo il deliquio di donna Livia… aveva riconosciuto i suoi caratteri.
—Ma che avete duca? chiese il capuccino, voi impallidite!
—Nulla!
Ah, disse tra sè, è meglio che io soffochi per ora… che almeno il mio rossore non sia palese…
Non poteva parlare… In quell'istante, nessuno soffriva più di lui…
Era come atterrato sotto il peso del dolore, della sorpresa…
—Quando crederete, duca, gli disse il frate, vi presenterò vostro cugino: spero vi riescirà simpatico.
—Ne cercherò io, rispose don Francesco con un terribile sorriso.
—Voi, duca!
—Sì, io! desidero assai conoscerlo; me ne fu lodato molto il valore.
—Ma ciò mi consola!
Sì, consòlati, pensò il duca… Maledetti!…
—Dunque, continuò il cappuccino, gli dirò…
—Ditegli che attenda mie notizie; ne riceverà prestissimo.
Il superiore si alzò e con lui il principe.
—Bisogna, disse il primo, che io lasci domani Catania. Incaricherò un mio procuratore di rappresentarmi: è un uomo fidatissimo, segreto ed assai pratico di affari; presso lui depositerò le carte, se lo credete, ed egli verrà domani stesso a ricevere i vostri ordini. Che ve ne pare, duca?
—Va benissimo.
—Vi ringrazio della arrendevolezza vostra nel ricevere i reclami de' miei nipoti. Sono lieto di vedervi ben disposto per Federico.
Questo nome, al solo udirlo pronunziare, cagionò a don Francesco un fremito di rabbia.
Rispose come un automa ai saluti cerimoniosi del superiore e del principe.
Finalmente essi escirono.
Ah! con quanta impazienza attendeva. Non avrebbe potuto, no, tollerare ancora.
Fece per lasciare la sala, ma si arrestò vedendo entrare il suo cameriere con una lettera in mano.
Gliela strappò… Di chi sarebbe?…
—L'ha portata un servo della principessa, disse il cameriere, ritirandosi spaventato.
Donna Maria! saprebbe mai?.. Ah poteva leggere!.. la duchessa non gli sfuggirebbe per un istante, e neppur Federico!
A misura che percorreva la lettera, il suo volto, già sì pallido, si faceva di fuoco.
«Voi forse don Francesco,—gli scriveva la principessa—sarete adirato meco. Sospetterete, vedendo il principe, che io abbia rivelato il segreto, che volevate serbare. Ma non fui io a tradirvi; fu la vostra sposa. Io ho sempre pensato che vi eravate recato al suo castello la sera, in cui ella vi aveva dato abboccamento al conte. Ma in ogni modo non udiste tutto ciò che dissero.
»Ella lo incaricò di andar in cerca del cavaliere dell'Isola, o piuttosto di suo figlio, e questo figlio ella sapeva bene chi fosse… Lo aveva amato, amato perdutamente sotto il nome di Chiarofonte.
»Per prova di quanto asserisco, vi mando una lettera scritta da donna
Livia al suo amante, al quale fu involata dalla moglie.
»La duchessa si burlò così di voi e del conte nel medesimo tempo.
»Non direte più, mi pare, che io lancio ingiuste accuse, e che sono perfide insinuazioni le mie.
»D'altronde io dovevo giustificarmi per me e per mio marito.
Donna Maria.»
Il duca lacerò quasi l'altra lettera nell'aprirla.
—Ah sì, è lei!… mormorò.
Erano le prime parole che proferisse dacchè si trovava solo.
La lettera scelta da donna Maria era quella d'addio a Federico.
Queste frasi—amo voi solo—vi amerò sempre—desidero essere felice—nessuno potrà mai forzarmi ad un altro nodo, che mi sarebbe odioso….
Queste frasi naturalmente dovevano far effetto sul duca.
Ed egli fremeva ad ognuna di esse.
Fece in due pezzi quella lettera, e la mise nel suo giustacuore.
Oh! disse quindi, indegna… come lo ha amato!…. Ma non lo sapevo io forse? Ed avrebbe mandato a cercar di lui conoscendo che… No, no: questo è impossibile…. Il marchese, ella stessa lo ritenevano un nobile Veneziano… Poi non mi disse quel superiore che, quando egli si ammogliò, ignorava la sua origine?… D'altronde ella lo credeva davvero estinto… Non era io presente quando dal Pozzo portò al marchese la nuova della morte di costui?… Fu allora soltanto che, cedendo alle preghiere di suo padre moribondo, ella acconsentì a sposarmi… Poi quest'oggi era assai calma!… Fu solo nel vedere la lettera di colui che si turbò e svenne! No… no, è impossibile ch'ella sospettasse nemmeno!…
Ma che importa? Che farà ella, ora che costui esiste?… che è qui?… Lui!… che credeva morto, e la cui sola memoria bastò a renderla sempre fredda al mio amore!… Ah sì!… ella lo ama ancora!… Il suo turbamento non sarà stato terrore soltanto!… È ammogliato!… ma che monta!… saprà bene giustificarsi!… Ed io devo evitare… tu mi dicesti una sera, è poco, che le minacce non ti tratterrebbero!.. ma io non ti minaccerò… Non ti lascerò il tempo d'errare… Provvederò prima… Non potrai, no, essermi infedele!.. Poi ella è finta, menzognera!… inviò il cavaliere di Malta in traccia di costoro… contro il mio volere, a mio dispetto!… E nulla me ne disse!… Chiedermi oggi di chi sospettassi?… ed io domandavo a tutti il silenzio… Tutti mi derisero per consiglio suo… E quel conte indegno?… Ma ora non posso pensare a lui… È di quest'altro che mi abbisogna il sangue… Questo Federico!… Egli… Chiarofonte… Ed è della mia famiglia?.. Maledizione!.. Ed ora, quest'oggi, che quasi ella mostrava della premura per me… Ah scimunito ch'io fui! la mia testa si confonde!.. Ma che faccio?.. A che mi trattengo?… Sarei io debole a tal segno?.. No… no… Mi sentirà.
Ed escì furioso.
Corse nell'appartamento di donna Livia; credeva trovarvela.
Si fingerà svenuta, diceva; ma non le gioverà nè punto nè poco.
Entrò come un fulmine nel gabinetto, indi nella stanza da letto della duchessa, ove ei l'aveva lasciata.
Nessuno.
Traversò un'altra camera… Nessuno ancora.
S'incontrò in una delle donne, che rimase atterrita all'aspetto di lui.
—Ov'è la duchessa? le domandò.
Ella esitò un istante.
—Ov'è la duchessa? ripetè egli.
—Non so, rispose tremante la camerista.
—Come?
—Non l'ho veduta, eccellenza.
—Non mentire, diss'egli scuotendola. Parla!…
In quel momento entrò un'altra donna.
Don Francesco la interrogò.
—È discesa, rispose la nuova venuta.
Egli non udì altro.
In un attimo fu fuori dall'appartamento.
Fece le scale a precipizio.
«Ma crede ella evitarmi, sfuggirmi con sì puerili precauzioni?… Ha dunque perduto la testa pel dolore, per l'amore?… Ah sì, questo suo spavento è prova che lo ama ancora….»