XII.

Il conte di San Giorgio era sortito dal palazzo di donna Maria come si esce da un luogo di pena: però era più calmo.

La lettera del duca lo aveva rassicurato sul conto di donna Livia; ma certo non era in una situazione di spirito assai lieta.

Egli, che tanto aveva corso, tanto affaticato; sopportato tante noje per compiere la missione affidatagli dalla duchessa, che a forza di pazienza, di indagini aveva scoperto i figli del cavaliere dell'Isola, non poteva esimersi dal provare una profonda amarezza nel pensare che aveva condotto egli stesso in Sicilia l'amante di donna Livia, la sola donna, ch'egli avesse amata.

Come mai quell'amore della figlia del marchese era rimasto sempre celato a tutti?

Come mai non aveva udito una sol volta pronunziare da alcuno il nome di Chiarofonte? del cavaliere, che l'aveva salvata, e ch'ella aveva pianto estinto?

Il duca, diceva tra sè, sapeva tutto davvero…. Donna Livia non avrà voluto ingannarlo…. Ed egli, credendo morto il rivale, non si sarà arrestato per un'avventura romanzesca.

Ah! Federico fu da lei amato, amato molto! lo compresi…. Fortunato!… Chi mi avrebbe detto, quando lo vidi a Milano la prima volta, ch'egli aveva posseduto, che possedeva forse ancora gli affetti, i pensieri di donna Livia?

Come mai il duca, chiedevasi quindi, potè sapere della missione da me compita? Non ne sembra adirato però…. Bisogna dire che qualche spiegazione sia avvenuta tra lui a la duchessa…. Ohimè, come potrò io vederla ora?… I miei sentimenti per lei, ad onta di tutte le mie precauzioni, son conosciuti…. Ma già lo sospettavo sin da quando partii….

Andrò a Malta…. andrò a Malta….

Perfida donna Maria! È davvero una creatura infernale!… Quali motteggi! Che favellare ardito, sconveniente!…

Ah se non fosse per compromettere la duchessa, chiederei ragione al principe degli insulti, che ricevetti in sua casa…. Ma colei sapeva bene che non lo avrei fatto; che avrei taciuto per riguardo a donna Livia: che poteva offendermi impunemente….

E quell'altra, la moglie di Federico…. la credo un'altra intrigante….

Sì; il principe me ne avrebbe reso ragione…. quell'imbecille, che ingannò la mia figlioccia…. Ove sarà ella, quella povera ragazza?… Come avrà sopportato tante pene? Davvero è sfortunata al pari del suo padrino….

Ah! tutto mi attendevo fuori di quanto udii in casa di donna Maria….

Ed il cavaliere di Malta si dirigeva verso la campagna…. Ad un tratto si arrestò….

—Perchè non ritornerei a casa mia? pensò. Poichè il duca sa tutto, sarebbe una sciocchezza temere d'esserne veduto…. Dalla sua lettera non sembra sdegnato…. Poi avvenga che può….

Quanto desidererei saper qualche cosa sugli amori di donna Livia e di Federico!… Certo non posso chiederne a lui…. Ed egli ne sposò un'altra…. Ma già, è un po' leggiero…. incostante…. Non udii io stesso a Venezia da quel suo amico che molte bellezze lo rimpiangevano…. Ma ch'ei fosse rimpianto da donna Livia non lo avrei sospettato mai….

Mi pare ancora impossibile che don Francesco prenda le cose in pace…. Se, conoscendo tutto, non potè adirarsi colla duchessa, certo non sopporterà di vedersi sotto gli occhi questo nostro cugino…. questo bel cavaliere…. che io andai a prendere, e che condussi qui…. Veramente la sorte si prende giuoco di me…. Se non soffrissi, riderei di me stesso…. Basta; andrò a Malta presto…. La duchessa è salva!…

Passò dinanzi al palazzo dell'Isola. Voleva essere rassicurato intieramente; il caso lo favorì.

Vide il vecchio cameriere del duca suo zio, seduto fuori della porta; sapeva che di quell'uomo poteva fidarsi intieramente.

—Ascolta, gli disse, mentre quegli dava in esclamazioni di sorpresa e di ossequio nel riconoscerlo:—Sapresti dirmi ov'è il duca?

—Passeggia da qualche tempo in giardino colla duchessa.

Ah! pensò il conte con gioja, ella è salva davvero!

E volgendosi di nuovo al servo:

—Non dire per ora ad alcuno che mi hai veduto; mi farai piacere.

—Oh Eccellenza, non dubiti.

—Addio….

Ed il conte si allontanò.

Aveva fatto pochi passi, quando fu arrestato da un giovane.

Lo riconobbe subito, grazie allo splendido chiarore di luna, che illuminava la via.

Era un gentiluomo assai bruno, alto della persona, di un portamento affatto militare.

Il cavaliere si era trovato qualche volta con lui a Messina.

—Signor conte, signor conte: gli disse quegli agitatissimo. Una parola in grazia….

—Vi ascolto, signor dal Pozzo; che volete?

—Perdonate la libertà, ma desidero sapere da voi se vedeste da queste parti, in vicinanza di questo palazzo, un ufficiale spagnuolo, forestiero, giunto oggi a Catania?

Il conte si scosse ad una tale domanda.

L'altro proseguiva agitatissimo.

—Un bel giovane, grande, con baffi e capegli neri…. un bellissimo giovane.

Certo era Federico.

—Come si chiama questo ufficiale? domandò il cavaliere.

—Chiarofonte. Il conoscereste?

—Sì…. oh molto!

—Davvero! e dov'è?

—Non so; ma perchè tale agitazione, signor dal Pozzo?

—Perchè…. perchè…. non posso parlare…. ma vi è di mezzo l'onore di una dama, la vita forse….

Il cavaliere comprese tutto….

—E…. abbiate fiducia in me, dal Pozzo; io potrò tranquillarvi, lo spero.

Il giovane esitò un poco; poi:

—Ebbene, sì; ora già la mia promessa non tiene più…. D'altronde vi conosco, signor conte, so che mi serberete il segreto su quanto vi dirò.

—Certamente.

—Allora sappiate che un mio amico, Chiarofonte, col quale militai nell'armata veneta, creduto morto a Lepanto, fu veduto jeri dal mio servo a Messina; gli disse d'annunziarmi che veniva a Catania: e qui, a Catania, in questo palazzo dimora una donna, che lo ha perdutamente amato…. E tal donna è la moglie del duca dell'Isola, vostro cugino, signor conte.

Il cavaliere di Malta non desiderava egli dei dettagli sul misterioso amore della duchessa? Ora ne avrebbe.

Ma prima bisognava rassicurare il messinese, che andava esclamando:

—Ohimè! imprudentissimo Federico!… un marito come, il duca?… Che cosa succederà!… Sarò in tempo?…

—Ma via, signor Dal Pozzo, gli disse il conte, calmatevi. So tutto…. Il duca non è adirato…. Donna Livia è salva!…

—Respiro. Ma come mai sapete che il duca….

—Lo so, vi dico, lo so.

—Dov'è Federico?

—Non preme per ora: ho da narrarvi ben altro. Questo Chiarofonte sapete voi chi sia?

—Ma certamente, rispose attonito Dal Pozzo… Chiarofonte è l'amico più intrinseco, che abbia avuto mai.

Il conte lo guardò. Sì, saprà tutto, pensava, è di Messina. Poi:

—Ma non ne saprete di lui più di quanto ei ne sapeva in passato.

—Come? non comprendo.

—Signor Dal Pozzo, la vostra fiducia merita la mia. Il padre di
Federico era il cavaliere dell'Isola, lo zio del duca ed il mio.

—Che ascolto? sarebbe vero?

—Certamente.

—Federico cugino del duca?… Cugino del marito di donna Livia?… Ma narratemi….

—Tutto vi narrerò; seguitemi.

—Dove?

—In mia casa. Alloggerete da me; domani cercherete di Federico….
D'altronde la sera è già inoltrata.

—Avete ragione.

—Accettate dunque?

—Accetto. Grazie, signor conte.

—Mi fate favore. Venite.

—Sono così sorpreso! diceva Dal Pozzo, seguendolo.

Indi:

—Ma perdonatemi, cavaliere, come sapeste dell'amore di donna Livia per Federico? Il duca voleva fosse tenuto segreto: io solo lo conoscevo,

—Voi?

—Sì, e quando mi avrete narrato la storia del cavaliere dell'Isola, ed in qual modo fu scoperto e ritrovato suo figlio, vi racconterò tutto.

Il conte era impaziente. Per questo si affrettò a narrare la storia del cavaliere dell'Isola, e come egli stesso, il conte, avesse ritrovato Federico e Gabriella.

Qui Dal Pozzo esclamò:

—Come? aveva una sorella? non me l'ha mai detto…. Che stravaganza!

Il conte a quelle parole vide dei nuovi imbrogli, che si propose chiarire più tardi. Per allora aveva altro in capo che Gabriella.

Ed intanto andava innanzi a narrare di Camilla e delle sue carte.

—Ah! che caso strano!… Ha moglie Federico?

—Sì….

—Chi ha sposato?

—Una donna bellissima; non ne so altro…. Ecco la mia casa.

Battè alla porta, che venne tosto aperta. Entrarono.

I servi ignoravano il ritorno del loro padrone. Lo accolsero sorpresi; si diedero a correre affaccendati di qua e di là.

Qualche momento dopo il conte ed il messinese erano seduti in un'ampia sala, alle cui pareti stavano appese spade, lance, armi d'ogni genere, ed anche qualche trofeo conquistato sui Turchi all'assedio di Malta. Quella sala era illuminata da molte candele, poste in pesanti doppieri d'argento, cesellati magnificamente. Il conte era molto ricco, e soltanto per amore alle armi, per un capriccio quasi, si era fatto cavaliere di Malta.

Per molto tempo egli dovette dare ancora a Dal Pozzo dei dettagli sui meravigliosi avvenimenti, che tanto sorprendevano il messinese.

Finalmente questi fu persuaso che Federico era proprio cugino del duca.

—Ora narrate voi, disse il conte, quanto mi avete promesso, giacchè oggi soltanto udii confusamente che Federico era stato fidanzato a donna Livia, ma non conosco alcun particolare in proposito!

—Sappiate dunque, cominciò Dal Pozzo, che sulla fine del 1570 Federico ed io fummo mandati a Corfù: come vi dissi, eravamo amici intrinseci, benchè tale amicizia non datasse da lungo tempo. Passammo là tutto il verno. Io, che da due anni ero assente dalla mia patria, chiesi nell'aprile del 1571 un permesso di recarmi a Messina, a visitarvi don Alfonso mio zio, che viveva ancora. Pregai Chiarofonte di accompagnarmi, egli accettò, chè tanto non vi era guerra pel momento. D'altronde la nostra assenza doveva durare un mese soltanto. Partimmo insieme. Nei primi giorni del nostro arrivo in Sicilia io ed il mio amico noleggiammo una barca, e ci recammo a fare una passeggiata sul mare. Non ci allontanammo molto dalla riva, che era affatto deserta. Ad un tratto udimmo vicino a noi delle grida. Vi era un piccolo promontorio, che ne impediva vedere, ma in pochi istanti lo passammo. Una barca, condotta da domestici riccamente vestiti, era stata assalita dai corsari, i quali ne erano già padroni. Uno di loro stava per uccidere un vecchio cavaliere, un altro per trascinare nella loro barca una giovane, che tentava gettarsi in mare.

—Donna Livia! esclamò il conte.

—Sì, donna Livia ed il marchese. Alla nostra vista i corsari lasciarono le loro prede, e si posero sulle difese. Federico si gettò come un fulmine nella barca investita; non perdette un secondo, fece prodigi di valore. Io, benchè meno pronto, lo secondai tosto. Seguì una lotta disperata. Alfine riescimmo a liberare il marchese e sua figlia, perchè anche i servi, incoraggiati dal nostro ajuto, fecero del loro meglio, e si riscossero dall'abbattimento di prima…. Io conoscevo il marchese del Faro sino dalla mia fanciullezza; molte volte per diversi motivi ero andato al suo castello…. Appena fuggiti i corsari, gli sguardi di tutti si portarono su Federico, che era stato il vero eroe di quella avventura. Ci atterrimmo vedendolo coperto di sangue. Aveva ricevuto diverse ferite, e mentre tentava rispondere al marchese ed a donna Livia, che stavano esprimendogli la loro entusiastica riconoscenza, egli svenne. Senza di lui tutto sarebbe stato finito per donna Livia e per il marchese. Questi lo fece trasportare al suo castello, dove gli vennero prodigate mille cure. Per più d'un mese le sue ferite lo obbligarono al letto. Io andava dal castello a Messina, da Messina al castello, ove talvolta mi fermavo anche più giorni di seguito. Ora che vi dirò, signor conte?… Federico guarì; convalescente, passeggiava pel giardino con donna Livia, che aveva molta libertà, parlava seco a lungo; nessuno conosce meglio del mio amico l'arte di farsi amare. Le donne hanno sempre fatto pazzie per lui…. Donna Livia aveva vissuto ritiratissima; trattato soltanto fino allora gli ospiti di suo padre, vale a dire vecchi filosofi, frati, ed altre persone di simil genere, che certo non potevano ispirarle amore…. Dunque, capite, signor conte….

—Capisco….

—Donna Livia s'invaghì tanto di Federico che riescì ad ottenere dal marchese l'assenso alle nozze di lei, ricchissima, con un guerriero di ventura, nobile ma senza fortuna. Forse la riconoscenza contribuì a persuadere il marchese. Anche Federico amava molto donna Livia; solo gli doleva assai la distanza delle loro condizioni. Ella cercava tranquillarlo continuamente, ed il marchese lo trattava assai bene. Così si giunse al settembre; che il marchese, o perchè pentito, o per altro, non si curava di sollecitare le nozze. Quell'amore era tutto poetico, tutto gentile….

Al cavaliere di Malta quei dettagli davan certo poco piacere; pure ascoltava con viva attenzione. Perchè? Forse non lo sapeva egli stesso.

Dal Pozzo proseguiva.

—Intanto si parlò di una grande guerra, di una lega dei Cristiani contro i Turchi. Il marchese, che certo, benchè riconoscentissimo al mio amico, non era incantato d'averlo per genero, si adoperò tosto a dimostrare con gran finezza ed assai velatamente come un guerriero valoroso non possa mai nel momento del periglio disertare la sua bandiera. Federico non aveva bisogno di molti incitamenti, egli è suscettibilissimo; alle prime parole dichiarò che voleva partir per la guerra. Il marchese l'approvò, dicendo che donna Livia, una fanciulla coraggiosa, ferma, non doveva opporsi. Ed infatti ella, benchè con molta pena, si rassegnò. Prima di lasciare il castello, Federico per delicatezza, dopo essersi congedato da donna Livia, le scrisse una lettera, che io stesso le recai, e nella quale le rendeva la sua libertà. Ma ella non l'accettò; lo rimproverò anzi con un suo foglio di temer sempre ch'ella avesse a pentirsi.—Donna Livia non è niente aristocratica, il saprete; di ricchezze non si preoccupava. Suo padre era certo pentito di non averla maritata prima; ma gli piaceva averla seco, e contava sceglierle uno sposo più tardi…. Ed intanto se l'era scelto lei…. Prima che io partissi, il marchese mi fece chiamare: Sentite, Dal Pozzo, mi disse: se, avvenisse qualche accidente a Chiarofonte in questa guerra, avvisatemene il più presto possibile. Io promisi e partii con Federico. Raggiungemmo l'armata veneta. A Lepanto il mio amico ed io eravamo sulla nave capitana del Barbarigo, a fianco del quale Chiarofonte combattè disperatamente. Dopo la battaglia, corsi in traccia di lui; egli era ferito mortalmente, a quanto ne diceva il medico. Mi riconobbe però e mi consegnò un anello di brillanti datogli da donna Livia, ma non potè parlare. Compresi egualmente la sua intenzione. Egli intanto svenne; mi fermai ancora qualche momento; vedendo che non rinsensava, lo credetti già morto, e mi allontanai piangendo da quella scena funesta di cadaveri e di feriti. La notte istessa mi s'inviò su di un'altra nave a Candia. La morte di Federico mi aveva disgustato della vita militare…. Appena fui libero, ritornai a Messina; ma non fu che quasi cinque mesi dopo la battaglia di Lepanto. Trovai morto don Alfonso mio zio, che mi aveva lasciato tutte le sue sostanze. E dopo qualche giorno consacrato ai miei affari, mi recai al castello dal marchese. Fui introdotto nella sua stanza da letto. Egli era sdrajato su di una lunga seggiola. Era assai cangiato: sembrava aver poco da vivere. Sua figlia seria e triste gli sedeva vicina. Un po' più lungi stava un cavaliere, che leggeva, o fingeva leggere. Era don Francesco, il duca, che io non avevo mai veduto. Non me ne preoccupai, chè egli anche allora mostrava assai più anni che non ha, o colla sua aria burbera, accigliata sembrava più un amico del marchese che un amante di donna Livia. Ero atteso. Infatti se Federico fosse stato in vita, da molto tempo sarebbe stato già là. Vedendomi, il marchese mi disse debolmente: È dunque morto?—Sì, risposi io commosso, da valoroso. Allora il cavaliere, che stava leggendo, si alzò, involontariamente certo perchè tornò a sedere, senza profferire parola. Donna Livia escì rapidamente, io feci per seguirla. Sì andate, mi disse sommessamente il marchese, persuadetela voi….. Infine se è morto…. Obbedii; mentre escivo, udii queste parole nella stanza del marchese: Ora sarà mia? Ve lo prometto. Raggiunsi presto donna Livia, e mi assisi vicino a lei in una delle sale terrene. Ella piangeva. Dopo qualche tempo mi chiese i particolari della morte di Federico. Glieli diedi, e le rimisi l'anello, ch'ei mi aveva incaricato renderle, e ch'ella baciò sospirando.—Fatevi forte, donna Livia, le dissi: voi non siete una donna volgare; dovete saper sopportare questa sventura. D'altronde da un pezzo dovevate attendervi a tale annunzio. Infatti lo prevedevo. Sono già passati cinque mesi da quella battaglia. Basta, mi sforzerò…. Eppure non potrò nemmeno piangere Federico. Mio padre vuol maritarmi…. Ed ora, che non avrò più pretesti, dovrò obbedire, lo comprendo.—Mi spiegai allora le parole udite poco prima nella stanza del marchese. Con quel cavaliere, che stava leggendo? domandai. Sì, con lui. Chi è? Don Francesco dell'Isola, figlio del vecchio duca. Lo conosco di nome, risposi; è di Catania. Ella tacque. Rassegnatevi; che volete fare? le dissi. Taceva ancora. Avete dell'attaccamento per lui? Perdonate, cara donna Livia; è come amico di Federico, che mi permetto tal libertà. Oh io ho fiducia in voi, rispos'ella. Vi narrerò tutto. Mio padre era certo malcontento di avermi promessa al povero Federico: eppure non gli dobbiamo noi la vita?…. Dopo la vostra partenza, andava dicendomi che mi sarei poi pentita di tanta costanza; che alfine Chiarofonte aveva offerto tante volte di rendermi la mia libertà; ma non mi esortava a lasciarlo; di lui parlava pochissimo. Intanto era avvenuta la battaglia di Lepanto; i giorni, le settimane passavano: nessuno….. Mio padre ripetevami che certo Chiarofonte doveva esser morto…. Quanto soffrivo! Pure mi sforzava a mantenermi calma, e rispondevo sempre a mio padre che tal morte non era certa. Tre mesi fa, sul principio del dicembre, giunse qui don Francesco. Eravamo soli al castello. Mio padre me lo presentò come un amico, che era lietissimo di ospitare, senza farmi menomamente sospettare ch'egli aspirasse alla mia mano. Io, benchè tanto triste, cercai di accoglierlo bene per compiacere mio padre. Parlavo seco lui a lungo, come ho sempre fatto coi tanti, che venivano qui. Mio padre intanto ammalò: don Francesco era sempre seco; per necessità dovevo trovarmi con lui. La sua aria imperiosa, altiera sprezzante mi piaceva poco…. Ma, siccome egli non mi parlava mai d'amore, non me ne preoccupavo. Io volevo rimaner fedele a Federico, fosse anche alla sua tomba. Però don Francesco alle volte mi guardava in una certa maniera, che mi turbava. Finalmente un giorno, trovandosi solo con me, mi disse che mi amava, e che mio padre con gran gioja mi avrebbe data a lui.—So, aggiunse, che non volete maritarvi; ma è impossibile persistiate in tale follia.—Follia! risposi; perchè? quando io ne sono contenta…. Io, don Francesco, non posso più amare, perchè amai quello, cui devo la vita.—Lo so, lo so, mi rispose; il marchese mi ha raccontato tutto. E se lo sapete, signore, perchè mi offrite la vostra mano?—Egli si accigliò. La rifiutate? mi disse.—Compresi che ora molto alterato.—Non ve ne offendete, don Francesco, risposi; apprezzo l'onore che voi mi fate, e mi duole, credetelo, dare un rifiuto ad un cavaliere del vostro merito; ma non voglio ingannarvi…. Io non posso più amare, vel dissi.—Egli fece un vivissimo movimento d'impazienza, e mi lasciò dicendomi: bene, rifletterete; già colui è morto. Mi attendevo quasi vederlo lasciare il castello: ma invece vi rimase e tornò a parlarmi come prima. E voi? Io non potevo evitarlo; ero forzata a trovarmi sempre seco nelle stanze di mio padre, il quale ha per lui una gran deferenza, e mi esortava a sposar don Francesco, dicendomi che Chiarofonte era morto certamente, e che gli cagionavo un gran dolore ostinandomi. Potete immaginarvi, Dal Pozzo, quanto abbia sofferto in mezzo a tante contraddizioni; però tenevo fermo. Datevi pace, le dissi io allora; infine se questo cavaliere vi vuol bene! Oh, rispose ella, io non amerò altri mai che Chiarofonte. Quanto volentieri rimarrei libera! Vivrei da sola! Per qualche tempo si tacque. Ma vostro padre è molto ammalato, le dissi io. Pur troppo! e per questo non potrò negargli quanto mi chiederà. Un uscio si aprì: entrò don Francesco. Donna Livia, le disse guardandola fissamente, vostro padre vi domanda. Ella si alzò per andar dal marchese senza profferire parola. Io rimasi solo col duca. Mi squadrò con quell'aria burbera, che gli è affatto particolare, indi: Signore, mi disse, il marchese desidera che non rattristiate troppo sua figlia con dettagli inutili…. Ciò mi sorprende, signore, risposi; il marchese mi conosce; dovrebbe sapere che desidero la pace sua e quella di donna Livia, e che nulla farò per turbarla. Benissimo. Fece qualche giro nella sala, poi si allontanò. Poco dopo ritornò donna Livia. E così? le domandai. Così, non vel dissi? che nemmeno avrei potuto piangere Chiarofonte? Mio padre mi parlò con amore; mi disse che sarebbe morto disperato, se non acconsentivo a sposar don Francesco; egli piangeva…..—E voi prometteste? Ed io promisi.

Il conte di San Giorgio ascoltava senza battere palpebra, chè non voleva tradire un troppo vivo interesse per la giovane duchessa.

L'altro proseguiva:

—Sì, continuò donna Livia, sposerò don Francesco. Io, che avrei resistito a dei comandi, cedetti a delle preghiere; ciò che la violenza non avrebbe ottenuto giammai, lo ottenne la dolcezza. Ma rassegnatevi, diss'io, cara donna Livia, potrete essere ancora felice. Felice con don Francesco! riprese ella amaramente. Però piangerò in segreto; non voglio essere nè rimproverata, nè motteggiata delle mie lagrime. E salì nelle sue stanze, dopo avermi stretta la mano. Il marchese mi fece domandare. Era solo; m'invitò a restare al castello finchè donna Livia fosse maritata al futuro duca dell'Isola, che a lui certo piaceva assai più del brillante Federico. Io non potevo dare assoluto torto al marchese; voleva assicurare l'avvenire della figlia; era naturale! Gli promisi ajutarlo a persuaderla; perchè, dissemi, se si mostrasse troppo malcontenta, temerei che don Francesco se ne offendesse, ora che è il suo fidanzato. E quando la sposerà? Fra qualche giorno; capisco che è un po' crudele affrettar tanto; ma io, vedete, non ho tempo da perdere; se morissi prima ch'ella si legasse, sarebbe capacissima di non voler più maritarsi, come si era già proposta. Spero che in avvenire comprenderà che io ebbi ragione, e benedirà, fors'anche la mia memoria. Infine non potrebbe trovare un partito migliore di don Francesco; benchè un po' troppo serio, un po' burbero, è un cavaliere di gran merito. L'ama molto; finirà poi per amarlo anche lei. Sembra rassegnata, risposi. Ve lo disse lei? Sì. Il marchese respirò. Vedo che le vostre parole le fanno bene, e mi strinse la mano. Io era commosso; quel povero vecchio mi faceva quasi compassione. In quella entrò don Francesco. Mia figlia è vostra, gli disse il marchese. Avete il suo consenso? chiese egli con qualche vivacità. Sì.—Benissimo; sarebbe stata vera pazzia il distruggersi su di una tomba. Egli si arrestò vedendomi. Non temete, gli disse il marchese; Dal Pozzo è un giovane saggio, un giovane prudente: mi approva, e consigliò anch'egli donna Livia a non perdere miseramente il suo avvenire. Egli, pensando forse che gli avevo giovato, parve rabbonirsi meco, e infatti, chi è ragionevole mi disse, comprende che sarebbe stata una vera follia. E volgendosi al marchese: Dunque il matrimonio è per lunedì? Sì; potete parlare a mia figlia quando volete. Egli sorrise. Va bene, disse. Perdonate la sua tristezza, don Francesco, continuò il marchese; bisogna compatirla; l'annunzio di questa morte, benchè preveduta da tanto tempo, la mia malattia istessa…. Oh già vel dissi! sono capricci di donna, che passeranno. Mi sarei già offeso delle sue ripulse, aggiunse con alterigia, se non le riguardassi come tali. Come avevo promesso al marchese, io rimasi al castello, perchè donna Livia istessa mi disse che la mia presenza le era cara. Passarono quattro giorni. Donna Livia era molto triste, parlava poco, ma, come lo aveva detto, non si lasciava scorgere a piangere.

Ah! pensava il conte: è proprio del carattere di don Francesco di ostinarsi, e volere una cosa a qualunque costo, assolutamente…. Sempre fu così! Povera giovane!

—Giunse il lunedì; si fecero le nozze nella cappella, quasi segretamente. Il marchese istesso volle assistervi, e vi si fece trasportare nel suo gran seggiolone. Quali nozze! che foschi presagi! Ed erano gli eredi di due grandi famiglie che si maritavano in quel modo. Don Francesco sembrava quel giorno meno accigliato; donna Livia invece era più seria del solito, ma molto calma.

Io pensavo a Federico; provavo una specie di voluttà amara nell'assistere al matrimonio di donna Livia, che lo aveva amato tanto; ma pensavo anche se quella giovane così costante sarebbe stata poi felice col mio amico, tanto facile ad innamorarsi di tutte.

—Ah ella era calma?

—Sì; donna Livia, il saprete, signor conte, è molto energica, molto coraggiosa; però non si riesce a vincere il morale, se non a danno del fisico…. Ed ella lo provò in quel giorno. Appena escita dalla chiesa, fu presa da un forte deliquio, da una specie di convulsione.

Il cuore del conte si strinse.

—Però di quelle convulsioni ne aveva sofferto altre volte. Il medico del marchese si provò a farla rinsensare; ma fu inutile ogni rimedio. Don Francesco allora disse che certo ella abbisognava di riposo; la portò egli stesso nel suo appartamento. Il marchese era già stato posto a letto, essendo molto stanco ed abbattuto. Io andai da lui; gli narrai dello svenimento di donna Livia, ed egli mi mandò a prendere sue notizie. Obbedii, e ne chiesi all'uscio della camera in nome suo. Don Francesco mi rispose che era rinsensata, e stava meglio. Io mi allontanai. Il giorno dopo salutai il marchese, andai a congedarmi da donna Livia, che mi sorrise con amarezza; non potè che dirmi poche parole di commiato; suo marito era là. Partii. All'istante di lasciare il castello, vidi don Francesco venire a me. Signor Dal Pozzo, mi disse, io desidero che nessuno sappia mai ciò che avvenne qui in questi giorni; che mai proferiate con alcuno il nome del vostro amico, e narriate la strana avventura, che lo fece conoscere a mia moglie. Se faceste il contrario, me ne rendereste ragione.—Mi guardò in modo, come se volesse atterrirmi. Non ho bisogno di queste minacce, signore, risposi, per essere discreto. So quanto devo a donna Livia, al marchese ed a voi. Egli mi guardò allontanare con qualche diffidenza. In seguito, vedendo che io non avevo mancato alla mia promessa, dovette essere contento di me, poichè lo incontrai diverse volte, e sempre mi salutò con benevolenza.

Ecco, signor conte, perchè l'amore di donna Livia per Federico rimase a tutti segreto. È naturale che il duca desiderasse tenerlo celato. Credo però che mille volte abbia maledetto Chiarofonte e la sua memoria. Chi gli avrebbe detto ch'egli era suo cugino? che aveva diritto di portare il di lui nome? Il marchese per previdenza forse, o per altri motivi, aveva voluto che donna Livia non dicesse ad alcuno che egli l'aveva promessa a Chiarofonte; voleva attendere per farlo, diceva, il momento delle nozze. Il carattere riservato di donna Livia, la delicatezza di Federico fecero che neppure i servi sapessero ch'essi erano fidanzati.

—È un caso stranissimo, disse il conte, che non aveva voglia di parlare.

—Certo, continuò Dal Pozzo, don Francesco in fondo, checchè ne avesse detto, si dava pensiero di quell'amore, benchè credesse morto il rivale. Difatti il giovedì, che precedette il suo matrimonio con donna Livia, io lo udii dire al suo futuro suocero: Ah marchese, marchese, che avete voi fatto a promettere vostra figlia ad un guerriero di ventura? Me ne pentii tosto, già vel dissi, rispondeva il marchese: ma alfine gli dovevo la vita mia e quella di donna Livia. Dovevate ricompensarlo, largamente ricompensarlo! Oh! riprese debolmente il vecchio, offrirgli una ricompensa!… Guai, se lo avessi fatto! me l'avrebbe gettata in viso; era altiero quanto potete esserlo voi, don Francesco….

Signor conte, vi ho detto forse più di quanto avrei dovuto; ma la mia fiducia in voi è intiera…. D'altronde la risurrezione di Federico fa che il segreto assoluto non sia più possibile.

—Non dubitate, rispose il cavaliere.

Comprendo, pensava, perchè don Francesco tiene tanto rinchiusa sua moglie, ed è sì diffidente; avrà temuto ch'ella si vendicasse in modo indegno di lei. Povera donna Livia! Però egli l'ama; e se questa volta si è dato pace, se le perdonò la distruzione della pergamena e le sue conseguenze, vuol dire che questo amore è grande davvero…. Poi con quella lettera, che scrisse a donna Maria, in verità mi diede piacere. Forse in questo giorno istesso donna Livia si riconciliò col duca; ma temo sia stato soltanto dopo scene terribili.

—Quanto vi narrai, signor conte, vi rattristò forse? chiese Dal Pozzo scorgendo l'emozione del cavaliere di Malta.

—Oh no! e nuovamente vi ringrazio della fiducia, che in me riponeste. Però, credetelo, donna Livia è sempre calma; ha un figlio, il saprete; lo ama molto; poi l'abitudine di vivere col duca….

—Sì, dite bene; d'altronde non vel dissi? era rassegnata fin d'allora. Suo padre, il so, l'ha supplicata di essere ragionevole; avrà cercato seguire i suoi consigli; ella è assai buona, molto sensibile, benchè un po' troppo seria…. Voi, essendo cugino del duca, la vedrete sovente!

—Sicuro.

—Se sapeste come era agitato quando vi trovai, signor conte!

—Comprendo.

—Federico è irriflessivo; temevo assai. Ma, se è cugino del duca, come fare che non si trovi seco?

—Sarà possibile evitarlo; entrambi lo desidereranno. Vi è di mezzo
per combinare gli affari lo zio materno del cavaliere dell'Isola, don
Anselmo dei principi della Concordia, superiore dei cappuccini a
Messina.

—Lo conosco. Certamente Federico lascierà tosto la Sicilia.

—Sì; fin da quando lo trovai a Milano, mi comunicò questa sua intenzione. Ora ne comprendo il principale motivo.

—Ma egli non avrà saputo che donna Livia era moglie del duca dell'Isola.

—No; io naturalmente non gli ho mai parlato di lei, ed egli non me ne chiese mai.

—Avrà temuto comprometterla.

—Fece benissimo.

—Domani lo vedrò. Mi preme persuaderlo di evitare il duca e di non fare alcun tentativo per riveder donna Livia onde giustificarsi. Capite che a lui io non dirò quanto a voi dissi, cioè ch'ella sposasse così di contraggenio don Francesco.

—Avete ragione.

—Ah! Ella pianse tanto Federico estinto!

—Casi della guerra! signor Dal Pozzo.

—E dove alloggia il mio amico?

—Nel palazzo del principe degli Alberi, il di cui zio fu amico intrinseco del superiore. Il giovane principe… e si arrestò come disgustato… Indi: ha sposato da quasi due mesi donna Maria, una delle sorelle del duca.

—Vedo.

—Voi, Dal Pozzo, continuò il cavaliere, dite pure a Federico che alloggiate in mia casa, e che vi narrai in qual modo io l'ho ritrovato e la storia di suo padre, ma tacetegli di quanto mi raccontaste dell'amore di donna Livia per lui. Ditegli, se ve ne chiede, che io lo ignoro. È un riguardo, che devo al duca mio cugino.

—Ve ne do parola. Io farò il possibile, lo giuro, onde non tenti in alcun modo turbare la pace di una donna, ch'egli deve rispettare. D'altronde è ammogliato; è un bene, credetelo, signor conte: così la duchessa in avvenire proverà per lui soltanto della riconoscenza.

Si venne ad annunziare la cena, che, quantunque improvvisata, era certo migliore assai di quelle fatte tante volte dal cavaliere di Malta quando viaggiava per obbedir donna Livia, e compiere il voto del vecchio duca.

Durante la cena egli e Dal Pozzo continuarono a parlare degli strani casi, dello strano passato, che facevano del duca e di Federico due cugini e due mortali nemici.

Che tutto finisse bene dicevano sperarlo, ma ne dubitavano ancora; il conte sopratutto, che in Gabriella, in Camilla, in donna Maria vedeva misteri, raggiri, complotti, minacce future.