XVI.
Quali fossero i pensieri, i propositi di donna Maria e di Camilla, dopo la terribile scena fatta dal duca in casa del principe, e che era terminata colla morte di questo, è facile immaginare.
Si compendiavano in quelle parole pronunciate dalla giovane principessa, nell'istante che aveva veduto ritornar solo il fratello.
—Vendetta! vendetta a qualunque costo, anche a quello della vita.
Sì, donna Livia aveva ragione: perdonare sarebbe stato forse meglio.
Mentre la principessa si trovava col duca, venne recata a Camilla una lettera di Federico. Erano poche parole.
«Parto con Dal Pozzo, scriveva: sarò di ritorno domani. Scusatemi presso il principe e la principessa.
»Conto lasciar subito la Sicilia, appena assunto il mio nome.
Preparatevi voi e Gabriella.»
Questo biglietto così asciutto il giovane lo aveva scritto subito dopo quello destinato per donna Livia, tormentato da mille sospetti.
Era il duca? Era Camilla che aveva teso il laccio?… Non lo sapeva…. Ma era disgustato di tutto; tanto disgustato, che per quel giorno gli sarebbe stato impossibile ritornare al palazzo degli Alberi.
Donna Livia, pensava, riconoscerà forse i caratteri del foglio che le inviai…. Saprà di chi sospettare, ma io mi allontanerò tosto, che altrimenti darei in nuovi tranelli…. Non è che io tema, chè sono sempre pronto a tutto; ma la pace di donna Livia mi consiglia a tale risoluzione.
Dal Pozzo non esitò a seguir Federico in un villaggio vicino, senza permettersi domande, benchè il contegno dell'ufficiale gli sembrasse sempre più strano.
Ah! pensò Camilla, nel leggere il biglietto di suo marito, qual modo è questo di trattare con una sposa? Indegno!… Sì, lo comprendo; egli vorrà dividersi da me, appena ricuperati i suoi titoli, i suoi beni…. Ed io, che tanto faticai…. Mi farà interrogazioni…. me l'attendo!… Mi dirà che diffida, che di me più non si degna…. Mi sembra udirlo!… Orgoglioso!… Ed è per questa donna Livia che mi disprezza? Oh! ma non ne avrà il tempo…. Che fa ora la principessa?
La principessa stava peggio di lei in quel momento.
E quando ritornò, quando le ebbe narrato il tutto…. tremante per lo sdegno, per la collera…. entrambe giurarono la morte della duchessa.
—Fu vostro marito, che mi ha perduta!… Egli!… lo vedete! esclamò donna Maria.
—Sì, e non vi dirò di perdonargli; lo odio non meno di voi. Leggete ciò che osò scrivermi…. tutto per causa della duchessa.
E dopo qualche parola sconnessa, qualche nuova imprecazione contro Federico, il duca e donna Livia, esse si erano divise, la principessa essendo stata domandata da suo cognato.
La confusione in palazzo era grandissima. L'avvenimento terribile di quel giorno, fatale al giovane principe, correva di bocca in bocca, commentato in mille modi da tutta la città.
Nella notte seguente, Gabriella, che dormiva in una stanza vicina a quella di Camilla, fu svegliata ad un tratto da un lieve rumore.
Udì la dalmatina passeggiare, indi escire.
Gabriella, atterrita dalla morte del principe, dal contegno di Federico, dopo che innanzi a lui si era pronunciato il nome di donna Livia del Faro, sorpresa dalla strana amicizia strettasi fra la principessa e Camilla, colpita dalla cupa esaperazione di questa, si rammentò gli avvertimenti di Marco, che, come un lampo, le attraversarono lo spirito….
Sì alzò più leggiera di un fantasma; escì dalla sua stanza; penetrò in quella di Camilla, paventando per la vita del fratello, del quale ignorava l'assenza.
Iddio sembrava guidare quella donna sì pallida e triste ed infonderle coraggio.
Nella stanza di Camila non vide alcuno, ma udì la voce di lei nel gabinetto attiguo.
Guardò dalla fessura. La principessa tetra e cupa era colla dalmatina.
Gabriella accostò l'orecchio tremante: poi di tanto in tanto guardava ancora.
Quelle due donne così belle avevano in quel momento un aspetto terribile.
Sembravano di quelle fate malefiche discese sulla terra in sembianze celesti, onde ingannare e spargere più facilmente intorno a loro le lagrime e la morte.
Ed a danno di chi macchinavano esse?
Di una giovane donna, che nulla di male aveva lor fatto, che anzi avrebbe voluto perdonare tutto quello, che esse avevano tentato farle, ma che ai loro occhi aveva il torto gravissimo di essere difesa, amata, rispettata da chi le insultava, le odiava, le disprezzava; di trovarsi, per aver saputo vincere un amore grande, appassionato, quando sarebbe divenuto colpevole, nella sfera più alta, mentre esse erano precipitate nell'ultima.
—Sì, diceva donna Maria con voce strozzata, tremante, bisogna affrettarsi; e poichè il duca, quel mostro, non dubita di lei, poichè giammai la ucciderà di sua mano…. bisogna farla morire in altro modo.
—Domani, rispose Camila, ella morrà.
—Ma come farle propinare il veleno?
Gabriella provò un'emozione terribile, ma concentrò ogni sua forza nell'udito; ed era necessario, chè esse parlavano a voce bassissima.
—Sentite, principessa, diceva Camilla, io possiedo una fiala, che mi fu data da una donna boema; poche gocce del suo contenuto bastano ad uccidere appena fiutate.
Donna Maria, benchè un po' spaventata, non esitò.
—Ebbene, disse, ci varremo di tal fiala. Ma come fare che la duchessa ne fiuti il contenuto?
—Non mi diceste ch'ella ama i fiori? che quasi giornalmente gliene sono inviati dal suo castello in canestri, in cassette per garantirli dal caldo soffocante?
—È vero.
—Domani ne riceverà un bellissimo mazzo in una leggiera cassetta.
L'aprirà poi?
—Oh! l'aprirà certamente: è suo costume. Qualunque cosa venga recata per lei dal castello è tosto portata nel suo gabinetto…. Domani dunque.
—Non possiamo indugiare: domani si termina tutto, e mio marito, vedeste? vuol partire subito…. Si crederà la duchessa morta di una convulsione; voi mi diceste che ella ne soffre talvolta; ciò non sembrerà strano; quella donna boema mi disse che il suo veleno non lascia tracce diverse di un forte accesso convulso.
—Sì, sì, esclamò donna Maria, noi non saremo sospettate…. D'altronde l'idea che ella possa essere ancora felice, ella, la causa di tutti i miei mali, mi è insopportabile…. Il pensiero che ho perduto una sì splendida posizione;… e che il duca sì crudele, spietato, brutale, soltanto per colei si umanizza, mi uccide…. Si, ella morrà….
Ogni parola faceva fremere Gabriella; le sembrava una lama avvelenata, che le si rivolgesse nel cuore.
Oh! io la salverò quella donna, pensò, a qualunque costo. Iddio mi sceglie a quest'opera…. Me ne rimeriterà; benedirà ai miei figli!…
E con una esaltazione purissima si raccomandò alla Vergine! Essa l'aiuterebbe.
Ma riflettè che si era trattenuta abbastanza.
Rientrò nella sua camera, leggiera ed inosservata. Si coricò; finse dormire, e nessuno sospettò di lei…
L'indomani per tempo si alzò; all'ora solita disse volersi recare in chiesa, ma rifiutò la compagnia della camerista, che abitualmente la seguiva.
Escì pallida e stravolta, senza che Camila la vedesse partire.
Chiese ad un uomo che incontrò di additarle il palazzo del duca dell'Isola… Colui si offrì di accompagnarvela. Gabriella accettò; procedeva tremante, agitata, ma risoluta.
Giunta alla porta del palazzo, ringraziò la sua guida ed entrò.
—La signora duchessa? devo vederla, diss'ella ad un servo con voce concitata.
La gran somiglianza di Gabriella con donna Rosalia rese attonito il domestico, che, pensando fosse quella dama parente del duca, rispose con molto rispetto:
—Mi duole, illustrissima, ma vi sono ordini severissimi; la duchessa non riceve alcuno, neppure una lettera….
—Ed il duca?
—È assente per qualche ora.
—Ma io devo parlare ad uno di loro… Poi, dopo un momento:
—Datemi l'occorrente per iscrivere; è necessario.
Il servo, benchè sorpreso, obbedì; la fece entrare in una stanza terrena, ove Gabriella trovò su d'uno scrittojo quanto chiedeva.
Tracciò con mano convulsa poche linee.
Le suggellò, indi consegnò il foglio al servo.
—Sentite, gli disse, giurate che non verrà consegnato alla duchessa alcun oggetto, che venga dal suo castello, prima che il duca abbia letto questa lettera; se nol fate, vi assicuro che ne sareste terribilmente punito.
Il servo, messo già in sospetto dagli ordini ricevuti, dagli avvenimenti del giorno prima, convinto dall'accento di Gabriella, giurò, e promise anche comunicare a tutti i suoi compagni quella raccomandazione.
Allora Gabriella, dopo aver rinnovato i suoi avvertimenti, si allontanò dal palazzo rassicurata.
Non aveva voluto dire ai servi che si trattava della vita della duchessa, per timore di disonorare pubblicamente la moglie di Federico e donna Maria.
Due ore dopo, il duca rientrò; era assai pallido.
Gli fu tosto consegnato il biglietto.
—L'ha scritto in palazzo, gli disse il servo, che stava aspettandolo nell'atrio (lo stesso che aveva parlato a Gabriella) l'ha scritto una giovane donna, che rassomiglia in modo strano a donna Rosalia, e che aveva cercato prima di parlare alla duchessa, o a vostra Eccellenza.
Il duca lo prese attonito e l'aprì.
Rabbrividì leggendo queste linee:
»Signor duca,
»Da qualche parola, sorpresa da me questa notte, tra la principessa donna Maria e mia cognata, compresi che si vuole avvelenare quest'oggi la duchessa con un mazzo di fiori rinchiuso in una cassetta.
»Affrettatevi.
Gabriella.»
—Oh infami! esclamò il duca…. E questo biglietto è forse qui da molto tempo! Potrò io?… Ohimè!… Privarmi di donna Livia… ora…
Salì le scale come un pazzo.
Entrò precipitosamente dalla duchessa.
Il suo aspetto era terribile, alterato tanto che ella se ne spaventò.
—Che avete mai? chiese alzandosi.
—Avete voi ricevuto qualche oggetto, qualche mazzo di fiori durante la mia assenza? chiese egli trafelante, agitatissimo.
—Io no.
—Respiro… Siete salva.
E non potè continuare.
Si chiese d'entrare.
Una donna apparve con una cassetta fra le mani e volgendosi alla duchessa:
—Contiene un mazzo di fiori, le disse; fu portata da qualche tempo, viene dal castello; ma una dama forestiera aveva scongiurato un servo di non consegnare alcun oggetto a vossignoria illustrissima sin dopo il ritorno del signor duca.
E la camerista escì.
Donna Livia guardava sorpresa la cassetta, che era stata deposta su di un tavolino.
—Non toccatela!… esclamò il duca trattenendola per un braccio.
—Ma spiegatevi!…
Egli era così commosso, così alterato che non potè parlare.
Le consegnò tremando il biglietto di Gabriella.
La duchessa lo lesse, rabbrividì.
—Scellerate a tal segno! mormorò.
—Sì.
E dopo un istante:
—Sono due mostri, di cui sbarazzerò la terra. Spero non mi direte ancora di perdonare.
—Dunque è la figlia del cavaliere dell'Isola, che mi ha salvata?
—Sì; non potendo essere ricevuta da voi, ed essendo io assente, scrisse.
E stringendo la mano della duchessa aggiunse:
—Che sarei divenuto perdendovi?… E senza questa mia cugina io vi vedrei cadavere!… Sì, donna Maria fu sempre perversa!… E l'altra!… Oh femmine infernali!…
—Ma, disse donna Livia come colpita da una subita idea, ed ella?
Forse la si punisce di morte perchè volle evitare la mia.
—È vero, sono capaci di tutto.
—Correte! Affrettatevi… Che se ella morisse, troppo ne soffrirei!…
—Avete ragione; ma e questa cassetta?
—Non temete, la farò abbruciare nella corte, ed io stessa guarderò da una finestra. A me non pensate… Correte, ma diffidate voi stesso di tutto!…
—Sì, sì, non dubitate. Vi vendicherò.
—Salvate vostra cugina.
—Farò tutto insieme. Addio…
Ed escì. Era furibondo.
Oh! questa volta, diceva, provvederò in modo da togliere ogni pericolo per l'avvenire.
Donna Livia faceva intanto quanto aveva detto al duca.
La cassetta, per suo ordine, veniva abbruciata nella corte sotto ai suoi occhi…
L'umore venefico, che doveva privar di vita donna Livia, sfumava inoffensivo tra le fiamme di un fuoco vivissimo, che era stato acceso dapprima, e da cui poscia tutti si erano allontanati!…
E la duchessa una volta ancora era salva.
………………………………………………………..
Ed intanto al palazzo degli Alberi?…
Camilla, diffidente sempre, aveva fatto chiedere di Gabriella, che, dopo il biglietto scritto al duca sentendosi più tranquilla, si era recata in chiesa.
Venne risposto alla dalmatina che sua cognata era escita sola, ed aveva rifiutato con insistenza d'essere accompagnata come al solito da una camerista.
Questa risposta e l'assenza prolungata di Gabriella cangiarono la diffidenza di Camilla in sospetto.
Attese la cognata nella camera di lei.
Il pallore di Gabriella quando ritornò, il movimento di terrore, che non seppe trattenere alla vista di Camilla, fecero presentire a questa il vero.
—Ove andaste? le domandò.
La dalmatina in quell'istante apparve a Gabriella come avrebbe dovuto apparirle sempre, non come una sventurata, trascinata involontariamente al male, ma come la donna, che l'aveva minacciata in Bologna di colpire i suoi figli, come colei, che l'aveva fatta rapire a forza, come la fonte insomma di tutti i suoi mali.
Ebbe paura!
—In chiesa, rispose balbettando.
—Giurate sulla croce che non andaste in nessun altro luogo.
Ella, esitò….
Indi:
—Non giuro, disse.
Poi con esasperazione, vedendo gli sguardi minacciosi, che lanciava sopra di lei Camilla:
—Uccidetemi pure! esclamò, uccidetemi con uno dei vostri veleni! Voi, che mi avete resa amara l'esistenza….. Poco mi rimane da vivere!…. I miei figli saranno amati, protetti egualmente…. Non voglio perdere la mia anima!… Morrò dopo aver fatto una buona azione…. salvato la duchessa!… Dio mi riceverà tra le sue braccia!…
Ed affranta da quello sforzo supremo, di cui la religione soltanto aveva potuto renderla capace, coll'esaltazione di una martire, si assise.
—Ah! tu hai salvato la duchessa! esclamò Camilla. Ebbene muori!…
Le fece fiutare a lungo una fiala: pensò anche che forse sua cognata conosceva tutti i suoi segreti, poichè aveva parlato di veleni.
La povera Gabriella era già morta!
Vicino a lei stava la fiala fatale!…
Camilla era esasperata, pallidissima; ciò dava alla sua rara bellezza alcun che di tetro e di fantastico insieme.
Lo scioglimento del suo dramma era vicino, sarebbe stato terribile, lo comprendeva!…
Ed intanto donna Livia, colei che era ancora amata da Federico, era uscita illesa da mille pericoli!…
Che le giovava la morte di Gabriella?
Ah non si sentiva vendicata abbastanza!…
Per qualche tempo ella guardò spaventata il cadavere, non sapendo a qual partito appigliarsi.
Finalmente si decise; direbbe che Gabriella era morta improvvisamente d'una convulsione, appena ritornata dalla chiesa!
Donna Maria per certo non la smentirebbe!
Mentre ella, in sì dolorosa perplessità, dimenticava persino di nascondere il veleno, un servo apparve sulla porta socchiusa:
—Un signore forestiere, disse, che sino da questa mattina venne a cercare della signora Gabriella, mentre era in chiesa, è ritornato e vuol parlarle all'istante.
Aprì l'uscio allo sconosciuto, e si ritirò senza avvedersi del cadavere.
Lo sconosciuto entrò; era Marco.
S'avanzò nella stanza. S'avvide della sua antica fidanzata e di
Camilla….
Mise un grido.
Oh! esclamò, è troppo tardi!… Costei era qui! Ed ella è già morta!
Per un istante il dolore gl'impedì continuare, ma presto si superò; ed avvicinandosi a Camilla la scosse, come se avesse voluto svellerla dalla terra, estirparnela, come se ne estirpa una pianta malefica.
Ella non osò parlar subito. Finalmente:
—Non l'ho uccisa io! disse.
—Sì che l'hai uccisa! Infame! Guarda, guarda quelle lividure!…
L'uccidesti come quella tua vecchia governante a Venezia….
Ah egli sapeva!…
—Tutto io so, continuava egli; avevo consigliato Gabriella a diffidare; come mai si lasciò trascinare a seguirti?
In quel momento la porta si aprì.
Era Federico, che, appena udita la morte del principe, indovinando che il suo biglietto alla duchessa ne era stato causa, veniva stordito, confuso, voleva partire all'istante.
Marco disperato, Camilla avvilita, Gabriella morta!
Ah! per quanto male immaginasse, non avrebbe mai aspettato di vedere un sì terribile quadro!
—Marco, sussurrò Camilla, Marco tacete! Non mi accusate innanzi a lui. Io non avrei ucciso Gabriella, se ella non avesse salvato la mia rivale!…
Ma Marco non l'ascoltò.
E volgendosi all'ufficiale, che non poteva profferire un accento:
—Vostra moglie, gli disse, è un'avvelenatrice. Uccise già una sua vecchia governante a Venezia, perchè certo conosceva tutti i suoi segreti, ed ora avvelenò Gabriella per punirla di aver salvato la sua rivale.
—Donna Livia! la duchessa! esclamò l'ufficiale rabbrividendo….
—Voi lo saprete chi è!
—Povera Gabriella! ella salvò donna Livia!
E Federico piangendo coprì di baci il viso della sorella.
Indi si avanzò furioso verso Camilla.
—Attendete, ve ne scongiuro, gli disse Marco trattenendolo, ella non vi sfuggirà!…
Ucciderla subito non sarebbe punirla abbastanza!… Io voglio in faccia sua dirvi tutto il male, che fece…. Poichè è questo ch'ella paventa…
Si arrestò vedendo entrare due cavalieri.
Erano il conte di San Giorgio e Dal Pozzo, che correvano sulle traccie di Federico.
—Cielo! che avviene qui? chiese spaventato il cavaliere di Malta.
—Oh disse Marco esasperato, questa donna, ed additava Camilla seduta in un ampio seggiolone in fondo alla stanza, ha avvelenato Gabriella, perchè salvò la vita della duchessa!…
—Donna Livia? domandarono insieme il conte e Dal Pozzo.
—Sì! mormorò Federico.
—Donna Livia le deve la vita? disse il conte avvicinandosi a
Gabriella. Ed io, che tanto sospettai di lei…. Oh sventurata!
E come aveva fatto prima l'ufficiale, depose un bacio su quel freddo cadavere.
Dal Pozzo era tanto spaventato che non poteva profferir parola.
Federico, più pallido della morte, stava immobile appoggiato alla parete.
Marco continuava:
—Questa disgraziata, che io doveva sposare, fu rapita, or sono cinque anni, dalla casa ove l'aveva messa suo padre, rapita per ordine di costei, che la diede in mano ad uno sconosciuto, e le indebolì il cervello con narcotici possenti…. Mi raccontò tutto ella stessa, quando la vidi in Rimini poco tempo fa… Ed io, che conoscevo questa donna come un'avvelenatrice, l'avevo consigliata a diffidarne, senza tuttavia spaventarla troppo, poichè speravo che ella fosse soltanto l'amante di Federico di Chiarofonte, che non potei avvertire perchè ignoravo da lungo tempo ove fosse!… Quando ritornai a Rimini, il giorno dopo la partenza di Gabriella, vi trovai un suo biglietto, nel quale mi annunciava che si recava in Sicilia col fratello; ma ignoro per qual motivo non accennasse a costei; ciò mi confermò nella mia supposizione, e pensai con gioia che Chiarofonte non l'aveva sposata. Io compresi, aggiunse volgendosi all'ufficiale, perchè vi recavate in Sicilia. Sapevo chi fosse stato vostro padre da qualche giorno appena; sicuro che Camilla non era qui, pensai poter indugiare per andare a Venezia a prendere una lettera del cavaliere dell'Isola, posseduta dalla signora Lorini, e che credevo potesse esservi necessaria…. Ohimè! che feci! perchè differii?… Tenete, Federico: è l'ultima lettera di vostro padre.
L'ufficiale prese il foglio, ma non potè leggerlo; accennò al conte di leggere lui, ciò ch'ei fece ad alta voce con viva emozione, evitando però certe frasi concernenti la moglie dello zio.
Quando la lettura fu terminata, Federico escì finalmente dal suo abbattimento.
Ohimè! disse, ed io potei unirmi a simile mostro! Oh mio Dio!…
Camilla era sempre rimasta col capo fra le mani.
—Indegna! Perfida! Lusinghiera! Infame! mormorava il povero ufficiale fuori di sè…. Quale cumulo di menzogne, di delitti! Quale ipocrisia!… Prima di morire, dimmi in qual modo conoscesti mia madre….
—Ve lo dirò, rispose Camilla. Ella era sorella a mio padre. Fino dal 1365 era ritornata in Dalmazia e viveva con noi. Tre anni dopo ci recammo tutti a Venezia, perchè ella volle vedervi ad ogni costo. Infatti vi vide nascostamente più volte, ma non osò mai presentarsi a voi, temendo i vostri rimproveri, il vostro disprezzo. Vide qualche volta anche Gabriella…. Io vi conobbi allora, Federico; fin d'allora vi amai. Vostra madre morì poco dopo lasciandomi, come vi dissi, i suoi segreti…. Sposarvi divenne il mio sogno…. Ma voi eravate allora a Corfù. Quando ritornaste ferito da Lepanto respirai; potei avvicinarmi a voi; le mie cure, il vostro abbattimento fisico, le vostre preoccupazioni, di cui qui compresi il motivo nell'udire il nome di donna Livia, mi ajutarono….
—Tacete! Tacete! esclamò disgustato il giovane. Ditemi soltanto dov'è questo mio fratello, di cui parla mio padre.
—Ve lo dirò, rispose Camilla, ma a condizione soltanto che voi mi perdoniate; altrimenti non lo farò mai.
Si comprendeva ch'ella era risolutissima.
—Ditele di sì, sussurrò il conte all'ufficiale; tale promessa non impegna.
—Bene, sì, mormorò Federico con voce soffocata, parla!
—Egli è quel giovane frate, il padre Leone, che venne a salutare il conte nel porto di Rimini. Fino a sedici anni visse con sua madre in Germania. Quando ella venne in Dalmazia, ei volle assolutamente entrare in un convento di cappuccini. Egli ignora tutto, persino il nome di Chiarofonte. La sua fede di nascita è nel mio scrignetto.
—Il padre Leone! disse il cavaliere di Malta respirando….
Ha la sua fede di nascita, pensò poi; ma questa donna è un archivio!
—Non posso ucciderti io stesso, disse Federico facendo uno sforzo; altri ti puniranno.
E fece per allontanarsi.
—Oh! esclamò ella alzandosi con esaltazione e come se temesse di non più vederlo, ma io vi ho amato!… e vi amo ancora!…
E fece per trattenerlo.
L'ufficiale la respinse con orrore, come se avesse temuto esser tocco da un serpente.
Camilla provò un senso di dolore sì vivo che la esasperò, perchè in mezzo ai suoi delitti, a tante orribili colpe ella lo aveva amato con vera passione.
Or qual maggior tortura che destare ribrezzo in chi si ama?
E parve a Camilla una pena d'inferno!
Il conte accennò a Dal Pozzo di trascinar via Federico, che depose un ultimo bacio sulla fronte della sorella ed escì disperato.
Dopo qualche tempo di silenzio, Marco si volse al conte.
—Suo marito vuole che sia punita, mormorò.
—Non dubitate, lo sarà; ma non abbiamo il diritto di negarle il tempo a pentirsi, e vedere qualche religioso se ella lo desidera….
—Sì lo voglio, interruppe Camilla.
—Oh ella ne approfitterà per fuggire, mormorò Marco.
Il conte era perplesso, ripugnante, non sapeva a che risolversi.
Il veneziano lo considerava inquieto.
Intanto la porta si aprì.
—Il duca! esclamò il cavaliere.
La vendetta non poteva scegliere una figura d'uomo, che la rappresentasse meglio di don Francesco.
Marco respirò in vederlo, chè il conte gli era sembrato troppo dolce.
—Dov'è la figlia del cavaliere dell'Isola, quella che salvò la vita alla duchessa? domandò don Francesco.
—Eccola, rispose Marco additandogli il cadavere.
—Oh disse il duca tristamente, giunsi troppo tardi; eppure mi sono affrettato. Fatalità!
—In qual modo foste avvertito? gli chiese il conte.
I due cugini si vedevano per la prima volta dopo la loro separazione.
Era in un bel momento.
—Con questo biglietto che ella stessa, non potendo essere ricevuta da donna Livia, scrisse nel mio palazzo, mentre io era assente.
E lo porse al conte che lesse. Dopo di che:
—Come? disse sommessamente al duca, anche donna Maria? Oh abbominio!
Don Francesco si accontentò di fargli un cenno affermativo.
Indi arrestò lo sguardo su Marco.
Il conte ripetè allora in poche parole al cugino la narrazione del veneziano.
Quando questa fu terminata il duca si volse a Marco:
—Dunque, signore, gli disse, voi foste prima causa della salvezza della duchessa, e senza i vostri avvertimenti questa sventurata non avrebbe diffidato, e non le sarebbe stato possibile sventare la trama. Lo comprendo, e non lo dimenticherò giammai!
Marco, benchè posto un po' in soggezione, rispose:
—Fu combinazione, nulla di più…. Ciò che desidero è di veder vendicata questa infelice. Ecco la causa di tutti i suoi mali, ecco chi la uccise!
Ed additava Camilla rimasta immobile sulla sua seggiola col capo fra le mani.
Il duca si avanzò verso di lei.
Il conte e Marco si attendevano ad una scena orribile: erano in preda a viva ansietà.
Camilla alzò gli occhi sul duca, quel duca, di cui si era tanto occupata, e che non aveva veduto ancora. Rabbrividì.
—Signora, cominciò egli, vostro marito assumerà domani il nome di suo padre, il mio: dovete saperlo.
Quell'esordio parve oscuro a Marco.
—Comprendete, continuava don Francesco, che prima voi dovete essere morta.
Il veneziano comprese e si tranquillizzò.
Camilla taceva.
—Spero, proseguì freddamente il duca, che sarete, signora, abbastanza coraggiosa perchè nessuno sia forzato a versare il vostro sangue.
—Ecco, esclamò Marco, ecco il veleno, col quale assassinò sua cognata.
E consegnò al duca la fiala, che sin dal primo momento egli aveva scorto su di un tavolino, vicino a Gabriella.
Ah! era forse quello destinato per donna Livia, pensò il duca prendendola.
—Bene, rispose a Marco.
Esaminò attentamente la fiala, indi la depose innanzi a Camilla.
Ella fremette.
Non aveva mai creduto in Dio; ed ora, per suo maggior tormento, credeva nella sua collera.
Esitava……
—Che! occorrerebbero incitamenti? le disse il duca con uno sprezzo umiliante.
—No, rispos'ella con alterigia, io mi ucciderò! ma voglio tempo a confessarmi; è una cosa che non si nega ad alcuno.
—Se glielo accorda, se si impietosisce, disse Marco volgendosi al conte, ella si salverà! è tanto astuta; cagionerà forse nuovi danni prima di morire! Ingannerà il confessore! Egli intercederà!
—Non temete, signore, rispose il cavaliere di Malta con un lugubre sorriso.
Ed aggiunse tra sè: sarebbe più facile impietosire un macigno.
—Sì, voglio tempo a confessarmi, ripetè Camilla.
Il duca per unica risposta le additò il veleno con quell'aria imperiosa, che nessuno sapeva prendere meglio di lui.
Ella comprese che tutto era inutile; si decise.
Presa la fiala, la fiutò a lungo; cadde subito rovesciata all'indietro…
Era morta!
Il duca si allontanò da lei.
—Ora, mormorò, mi occuperò di…
Il conte lo trattenne.
—Che contate fare di donna Maria? gli domandò a voce bassissima.
—Non credo vogliate difenderla.
—Non ne ho desiderio alcuno, ve lo assicuro. Ma riflettete che ella per nostro rossore è…
—Sì, sì. Faremo le cose senza scandalo.
—Sarà possibile; poichè la sua complice non l'ha accusata, potrete tener celata a tutti la sua colpa.
—Lasciate fare a me.
—Prima vorrei farvi leggere una lettera del cavaliere Dell'Isola nostro zio, che scrisse negli ultimi istanti di sua vita ad una signora di Venezia. Contiene nuove rivelazioni, che è giusto siano conosciute da voi. Tenete. L'ha recata questo signore.
Il duca la prese e la lesse, mentre il conte pensava che ritrovava suo cugino migliore assai di quando l'aveva lasciato.
Donna Livia sa fare davvero dei miracoli, diceva tra sè.
Marco guardava impensierito Camilla; passata l'ebrezza della vendetta, chiedevasi se non fosse stato troppo inflessibile verso di lei, la quale avrebbe potuto pentirsi.
Per darsi pace non aveva che a gettar gli occhi sul duca, il quale di rimorsi non ne sentiva certamente alcuno.
Il cavaliere di Malta era profondamente triste.
In qual modo finiva tutto? Mai egli si sarebbe atteso a tale scioglimento.
Tornò a contemplar Gabriella, ed i suoi occhi s'inumidirono pensando che quella giovane era morta per aver salvato donna Livia! Infelice! comprendo ora perchè mi parlò di lacci, di sventure; ella era sotto un costante incubo, che la faceva paventare di tutto…
Intanto il duca percorreva la lettera di suo zio.
Oh! pensava, dunque quella donna, per la quale il cavaliere dell'Isola era stato diseredato, scacciato, lo tradì. Ed egli temeva vendicarsi in modo orribile invece di desiderarlo!… Pare fosse molto pentito… Sembra scrivesse ad un'amica; comprendo…
Ed andando innanzi: Un altro figlio!…
Finita la lettura, si volse al conte e gli rese la lettera.
—Ebbene, duca? chiese egli.
—Ebbene, conte? dirò io a voi: sapete qualche cosa di questo figlio perduto?
—Sì, e lo conosco; è un giovane frate di molto merito, che per una strana combinazione vide il ritratto di mia madre, e ne notò la straordinaria rassomiglianza. con una signora da lui veduta in Pesaro, questa nostra sventurata cugina.
—Ma ditemi, conte: se i figli del cavaliere ignoravano la loro origine, come possedevano le di lui carte di famiglia?
—Erano state consegnate dalla loro madre a colei, ed additava
Camilla. Ella usò ogni mezzo per giungere a sposare Federico di
Chiarofonte, al quale però non rivelò il segreto che dinanzi a me, al
mio arrivo a Milano.
—Comprendo, comprendo. E tra sè:
Davvero donna Livia ed egli stesso ignoravano tutto!
—Voi, conte, aggiunse poi con indifferenza, mi dovreste qualche spiegazione.
Il cavaliere restò alquanto imbarazzato.
—Come credete, rispose quindi; domani verrò da voi, e qualunque spiegazione bramiate, l'avrete da me.
—Vi attenderò, cavaliere.
Ed avvicinandosi a Marco, che stava contemplando tristamente
Gabriella:
—Signore, gli disse, questa mia sventurata cugina, a cui io devo tanto, ha dei bambini. Sapete ove sieno?
—Certamente.
—La duchessa, riprese don Francesco che esaminava con emozione Gabriella, vorrà occuparsi di quei fanciulli. Venite domani al mio palazzo, vi prego; ella vi comunicherà le sue idee.
—Non mancherò.
—Questa infelice, continuò il duca, verrà sepolta domani nelle tombe della nostra famiglia… Quanto a costei…
E si arrestò guardando Camilla.
—Costei, signor duca, i miei marinaj possono gettarla in mare stanotte.
—Benissimo, rispose don Francesco con un cenno di approvazione.
Quel veneziano gli piaceva.
Indi escì.
Allora il cavaliere di Malta, che non aveva parlato sin là per la meraviglia che gli cagionavano i sentimenti generosi espressi da don Francesco, si volse a Marco:
—Voi siete straniero qui, gli disse; conosceste molto questa mia sventurata cugina; venite in mia casa appena sarete libero; cercate del conte di San Giorgio, vi attenderò. Desidero anche aver qualche dettaglio sul passato di questi miei parenti… Vi prego a non rifiutarmi.
—Non dubitate.
—Ora vado in traccia del povero Federico; temo non abbia a fare qualche pazzia!… Era così fuori di sè!…
Marco non rispose.
Il conte escì.
Ed il giovane rimase ancora un istante fra quei due cadaveri, dei quali uno gli metteva orrore, e l'altro gli era sì caro.
—Mio Dio! mormorava, in quale istante le ho rivedute entrambe!…
………………………………………………………..
Il duca, appena lasciata quella funebre stanza, aveva chiesto ad un servo di donna Maria.
—È sola nel suo appartamento, eccellenza, rispose l'interrogato, che trovava assai strana la presenza del duca dell'Isola in palazzo, dopo quanto vi aveva fatto il giorno prima.
Ma quei poveri servi avevano veduto in pochi giorni tante cose strane che erano confusi, storditi; non comprendevano nulla.
Il duca si diresse verso l'appartamento di sua sorella.
Chiese di lei ad una camerista, la fidata Caterina. Questa, che, per aver dimorato nel palazzo di don Francesco, lo conosceva e ne aveva paura, rispose un po' tremante che la principessa non voleva ricevere alcuno.
Il duca la respinse ed entrò egualmente.
Non aveva pratica di quell'appartamento ove non era mai entrato.
Traversò a caso diverse stanze; finalmente vide sua sorella in un elegante gabinetto, in piedi vicino alla finestra, pallidissima, agitata.
Le era stato detto che il duca, il conte, l'ufficiale ed altre persone erano entrate nella stanza di Gabriella, ove certo avveniva qualche scena terribile.
Alla vista di don Francesco ella vacillò; ma l'odio, quel sentimento, che soverchiava tutti gli altri nel suo cuore, ridestò il suo ardire.
—Come? gli disse con alterigia, voi qui? in questa casa, dopo averne ucciso il padrone? È troppo, e non lo soffrirò.
—Infame! rispose il duca, mentre rinchiudeva l'uscio.
E senz'altro:
—La vostra complice è morta!
—La mia complice! che volete dire?
—Che la donna, colla quale tramaste la perdita della duchessa, colla quale tentaste avvelenarla, è punita.
Donna Maria si sentì mancare; comprese che donna Livia era salva ancora e provò un fremito di rabbia. Indi:
—Questa è una calunnia, disse con sprezzo.
—No, non è calunnia, e voi il sapete.
—Quali prove avete voi?… domandò la principessa sdegnosa.
—Un biglietto della figlia del cavaliere dell'Isola, che accusa voi e sua cognata.
—Ella mente.
—Non mente una donna abbastanza generosa per dar la sua vita in vantaggio d'un'altra: la donna, che salvò la duchessa, e che la vostra complice ha ora avvelenata.
Donna Maria rimase un istante attonita. Gabriella era morta! Camilla l'aveva uccisa perchè aveva salvato donna Livia! Ed il duca parlava di generosità!… Egli!…
—Sì, continuava don Francesco, ha salvato la duchessa, che voi, infame, odiaste sempre con tanto furore! Che vi fece ella mai?
—Che mi fece? sempre mi abborrì! ma perchè è di me più astuta, dissimulò quell'odio, mentre io non ho mascherato il mio! Persino nel giorno del mio matrimonio ella tentò pormi in disgrazia del principe, a cui parlò a lungo in segreto per questo…. Voi pure la vedeste!…
—V'ingannate! fu egli che volle parlarle per aver notizie di donna
Rosalia.
—Oh nol credo!
—Sì, le chiese di donna Rosalia, di cui si era preso giuoco, di donna Rosalia, che vi lasciai sacrificare, grazie a quel segreto, il sapete!… Voi vedete che io non m'adiro, perchè la vendetta non può sfuggirmi.
La principessa rabbrividì; ma come sempre richiamò la sua audacia, e:
—Quale diritto avete voi? Non vi basta avermi ucciso il marito dopo due mesi di matrimonio?
—Vostro marito! voglio che lo rimpiangiate davvero! Che amaramente vi pentiate d'aver giuocato la sua vita ed il vostro avvenire con una temerità incredibile, con una temerità che maledirete!
E le si avvicinò,
—Che contate fare? chiese ella allontanandosi.
—Meno baldanza! Sedete e scrivete.
E le additò un elegante scrittojo.
—Scrivere? che?
—Scrivete! ripetè il duca facendola sedere a forza.
Indi con maggior calma:
—Informate vostro cognato, l'erede di vostro marito, che voi vi recate ad una terra isolata a passarvi qualche tempo. Scrivete! Se nol fate, guai! Pensate che sarebbe peggio per voi…. Ho la prova del vostro delitto…. vel dissi!… Se non vi accuso pubblicamente è soltanto per un riguardo a me stesso. Obbedite!
Donna Maria atterrata obbedì.
Comprese che altrimenti sarebbe stata forse disonorata od uccisa.
Ah! che aveva mai fatto?…
—La campagna ve la provvederò io, riprese il duca con un sorriso, che agghiacciò la principessa. Farò in modo che non possiate più nuocere ad alcuno.
—Voi mi farete assassinare in segreto! Siete capace di tutto, mormorò ella.
—Lo meritereste! E, se non fosse pel timore di attristare troppo donna Livia, lo farei!
Donna Maria respirò. Quantunque indispettita all'eccesso di dovere la propria salute alla sua nemica, pensò che una prigione non è la morte, e che certo troverebbe il modo di escirne. Però quell'avvenire l'atterrì egualmente.
—Ordinerete una carrozza, continuò don Francesco; io vi salirò con voi. Giunta al mio palazzo, la cangerete con una delle mie; partirete con una scorta sicura, che vi condurrà dove ho divisato. Rammentatevi bene: non un grido, non una parola all'escire di qui! Vi assicuro che ve ne pentireste!
—Oh! esclamò ella esasperata, dovrò io rinunciare a tutto? Se donna Livia non mi odiasse, se fosse quale la dite, non vi permetterebbe tale barbarie invece di consigliarvela!
—Ella sarebbe capace di perdonarvi ancora! ma io nol farò, perchè appena libera, tornereste a volerla perdere! Orsù, finitela; partiamo!
—Ah! ella è causa di tutte le mie sventure! Senza coloro, ch'ella inviò a cercare dal conte, io sarei felice! Sia maledetto il giorno, in cui quel superiore li condusse nel mio palazzo!…
—Maledite voi stessa! e rammentatevi che, senza esservi trascinata, tentaste sin da fanciulla di perdere la duchessa. Seguitemi!
—Voi! l'uccisore di mio marito!
—Vi avverto che la mia calma è forzata, che non saprò contenermi a lungo…. Quando penso al male che voleste farmi!… aggiunse con furore….
E prendendola per un braccio, trascinandola quasi:
—Andiamo, le ripetè, e tacete!
Ella tacque. La sua alterigia la consigliò a seguire il duca con una apparente tranquillità.
Qualche momento dopo consegnava ad un servo il biglietto pel cognato.
Quindi salì in carrozza con don Francesco.