XVII.
L'indomani Marco aveva terminato ogni cosa.
Camilla era per sempre sepolta fra i gorghi del mare.
I servi del palazzo avevano lasciato fare i marinai, perchè sapevano che quella dama forestiera, di cui ignoravano il nome, si era suicidata.
A Gabriella, per ordine del duca, erano stati fatti magnifici funerali, che a Marco sembrarono come un'amara derisione al passato della sventurata figlia del cavaliere dell'Isola.
Il veneziano, recatosi al palazzo del duca, vi era stato ricevuto da donna Livia. Ella lo aveva incaricato di andar a prendere i figli di Gabriella, di cui aveva parlato al marinaio con molta emozione:
—Io voglio, avevagli detto, rimpiazzarla presso loro; finchè saranno esciti dall'infanzia, li lascerò colla loro governante, che pure condurrete qui, ad un mio castello vicino, ove mi reco sovente; e voi, signore, quando verrete a vederli, sarete sempre il benvenuto. Non dimenticherò giammai quanto devo alla sventurata cugina del duca ed a voi stesso.
E Marco, dopo aver narrato alla duchessa la storia di Gabriella, era partito più calmo ed incantato di donna Livia.
Che buona dama è questa giovane! pensava; almeno Gabriella non salvò la vita ad un'ingrata. Non capisco; pare che questa duchessa abbia in passato amato anch'ella Federico di Chiarofonte, a quanto ieri ne udii.
Egli aveva narrato al conte di San Giorgio di quello abboccamento, aggiungendo che la sera istessa si sarebbe imbarcato per Rimini.
Federico disperato, furente, indignato voleva partire con lui.
Aveva dapprima pensato al suicidio, e se ne era dissuaso soltanto quando Dal Pozzo gli ebbe detto che con esso amareggerebbe ancora l'esistenza di donna Livia, la quale avea già tanto sofferto per la passione infelice, ch'egli le aveva ispirata.
Il conte ed il messinese lo avevano condotto, trascinato quasi dal procuratore, il quale, avendo già tutto concluso col duca, non aveva che ad intendersi col giovane cavaliere dell'Isola. Questi lo incaricò dell'azienda de' suoi vasti possedimenti e delle divisioni.
L'ufficiale aveva persuaso Dal Pozzo a seguirlo almeno per qualche
tempo; contava vedere una volta il fratello, riabbracciare i figli di
Gabriella, salutare a Venezia la signora Lorini, quindi recarsi a
Milano, e chiedere d'essere inviato in Ispagna per sempre.
Il nome di Chiarofonte, gli dicevano i suoi amici, non è il vostro; quello di vostro padre, che ora avete assunto, quella donna non lo portò; voi siete degno del nome degli Isola, e lo illustrerete sempre più col vostro valore.
—Se non altro, diceva Dal Pozzo, al conte che gli aveva dato tutti i particolari, è liberato da sua moglie, sta meglio di prima; mi pare debba della riconoscenza al duca, che non si accontentò di mezze misure.
Bello, giovane, valoroso, nobile, ricco come egli è finirà per darsi pace. In Ispagna certo non gli mancheranno distrazioni. Io starò con lui finchè sarà più calmo; chi sa, fors'anche per sempre!… Tanto qui mi annojavo!…
Il messinese però aveva perduto ogni fede nei bei sorrisi, benchè non sapesse che donna Maria si fosse contaminata con Camilla.
Si proponeva di essere molto diffidente, molto cauto; l'esempio di
Federico lo aveva istruito.
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Il giorno stesso il conte di San Giorgio si recava dal duca, come glielo aveva promesso.
Fu ricevuto all'istante.
Trovò don Francesco in piedi nel suo gabinetto.
Entrambi si guardarono perplessi. Forse pensavano al giorno, in cui si erano divisi in quel gabinetto medesimo.
Il duca ruppe primo il silenzio.
—Ebbene, cavaliere, chiese al cugino con un sorriso alquanto ironico, come sta il Gran Maestro?
—Vi comprendo, duca, rispose il povero conte sorridendo anch'egli, ma io non vi ho mentito; a Malta vi fui, e finchè vi rimasi, serbai il silenzio promessovi.
—Belle promesse, fatte con animo d'ingannare!
—Duca, voi mi offendete: se assecondai donna Livia fu perchè vostro padre mi aveva….
—Bene, bene, interruppe don Francesco, non parliamone più.
—Infatti sarà meglio.
—Sedete, conte.
—Volentieri.
Entrambi sedettero.
—E così, chiese don Francesco, che novità abbiamo?
—Il cavaliere dell'Isola parte stassera con Dal Pozzo; conta recarsi fra qualche mese in Ispagna per sempre.
Il duca respirò.
—S'imbarcheranno sulla nave di quel veneziano, che mi narrò essere stato incaricato dalla duchessa di condurle i figli della sventurata, che la salvò.
Il duca esitò un poco, indi:
—A proposito della duchessa, conte, alcuni trovano la vostra devozione per lei un po' eccessiva.
—Comprendo, rispose il cavaliere di Malta alquanto imbarazzato, che vi furono fatte delle insinuazioni.
—Ebbene sì, non nego; e prima di riprendere la stretta relazione, che aveste sempre colla famiglia, troverete giusto che io desideri qualche spiegazione.
Queste parole furono pronunciate senza sdegno; ciò fece pensare al conte che donna Livia aveva già ottenuto dal duca la pace: e benchè un po' turbato, rispose con molta calma.
—Mi spiego le vostre parole colle scene sconvenienti provocate da donna Maria, e vi rispondo senza esitare. Io posso ammirare la duchessa come una donna superiore, ma nulla ho a rimproverarmi nè verso lei, nè verso voi; sicchè non riconosco ad alcuno, nemmeno a voi, duca, il diritto di discendere nel mio cuore e di discuterne i sentimenti. Posso riguardare la vostra felicità come sovrumana, ma non mai osare d'attentarvi nemmeno in pensiero. Donna Livia per me è sacra.
Don Francesco ascoltava attentamente e non lo interrompeva.
Il conte proseguì con maggior dolcezza:
—Duca, come amico, come parente, io vi dico che, se dopo le tante prove che aveste dalla duchessa in questi giorni, dubitaste di lei anche un solo istante, fareste grave oltraggio a lei non soltanto, ma a voi stesso…. Rendetela felice, fatele dimenticare i tanti pencoli corsi, le emozioni penose dì questi giorni ed io sarò contento.
Vi era tanta dignità ed insieme tanta tristezza affettuosa nell'accento del conte che don Francesco, benchè tutt'altro che uomo facile a commuoversi, sentì quasi della compassione per lui; d'altronde aveva promesso a donna Livia di pacificarsi col cugino e gli stese la mano dicendogli:
—Sì, sì, avete ragione.
La pace era fatta. Donna Livia sola aveva potuto ottenerla.
—E vi divertiste, cavaliere, nel vostro viaggio? domandò dopo un momento il duca sorridendo.
—Sì, rispose pure sorridendo il conte; a Venezia vidi delle bellissime feste pel re di Francia, feste, di cui qui in Sicilia non si ha alcuna idea.
Ed intanto pensava alle tanto noje subite ed a certe scene, di cui il duca avrebbe riso se fosse stato presente.
—Ne ho piacere, rispose don Francesco. E tra sè: «Guardate come fanno bene i viaggi; ecco l'austero conte divenuto quasi spiritoso.
—Mi duole, continuò poi, la morte di quella nostra disgraziata cugina; donna Livia se ne rammarica molto.
—Comprendo, ma ditele per tranquillarla che quella infelice era molto sofferente, che poco certo le rimaneva di vita.
—Glielo direte voi stesso.
—Io? chiese il conte con una certa indifferenza.
—Sì, voi, cavaliere; ella desidererà aver qualche particolare sulla missione affidatavi; recatevi da lei domani.
Il duca desiderava dare una prova di fiducia a donna Livia, la quale, lo comprendeva benissimo, aveva pel conte null'altro che dell'amicizia. Federico lo aveva guarito della gelosia e gli aveva dato ben altro a pensare; ei dicevasi che, se donna Livia aveva saputo sacrificare il suo amore per quel giovane, adorato un giorno, per quel bel cavaliere, che le aveva salvato la vita, egli non doveva temere più di alcuno.
Il conte era un po' sorpreso dell'offerta fattagli, ma rispose colla più completa calma.
—Accetto con piacere; così mi congederò da lei.
—Partite ancora?
—Vado a Malta…. E donna Maria? mi è stato detto sia partita per la campagna.
—Non vi fu detto che era partita meco?
—No, ma l'ho pensato.
—Vi dirò dove si trova; l'ho inviata al mio castello solitario di C….; è ben custodita. Capite che non posso lasciar libera una creatura tanto pericolosa. I parenti di suo marito la credono in campagna; non se ne danno alcun pensiero, perchè parmi che in sì poco tempo avesse trovato il modo di farsi voler male anche da loro…. Sapete che l'offendere tutti fu sempre suo costume.
—Non so disapprovarvi; però, se si potesse col tempo sperare in un sincero ravvedimento….. Chi sa che ella sia stata anche un po' trascinata dall'altra!…
—Non credo; è perversa per natura, lo sapete. Anche donna Livia tenta persuadermi di ciò che voi dite, ma io vi penserò ben bene…
—Mi duole che la venuta dei figli del nostro sventurato zio abbia dato luogo a sì tristi scene.
—Oh bene, cercheremo dimenticarle! La povera Gabriella si crede da tutti morta per una violenta convulsione; l'altra nessuno sapeva ancora chi fosse, e non si conoscono le sue colpe; il disonore di donna Maria non è palese…. ed il duello col principe è un duello come tutti gli altri.
—Avete ragione.
Dopo qualche altra parola il conte si alzò; salutò il cugino e partì.
Quel colloquio era stato breve, ma il più amichevole di quanti avessero avuto mai in passato.