II.
Il villino di Giulia era allegro, civettuolo, tutto inghirlandato di rose e circondato da un giardino non molto grande, ma pieno di ombra e di fiori.
Giulia, dopo la morte del padre, rimasta assoluta padrona di quella villa, ne avea fatto oggetto di tutte le sue cure, e si compiaceva di renderla sempre più comoda e bella. L'idea dell'arrivo del nipote la rendeva irrequieta e girava su e giù pel giardino, cogliendo fiori che poi collocava nei vasi di cristallo lunghi e stretti secondo il nuovo stile; ora entrava portando i vasi pieni di fiori, ora usciva per coglierne di nuovi, ora si fermava pensosa a guardare la strada.
L'aspettazione le dava un eccitamento piacevole che le impediva di star ferma e di dedicarsi alle consuete occupazioni. Le piaceva occuparsi continuamente per non pensare al passato pieno di tristi ricordi.
— Il mio passato è un cimitero, — soleva dire, — non vedo che tombe.
Infatti, ancora bambina, aveva perduta la madre, poi Ada, la sorella diletta che ne avea fatto le veci, poi il padre e il fidanzato, un giovane capitano caduto sul campo d'Adua. Questo fu pel suo cuore un colpo tanto crudele, da non poter più darsene pace, in modo che rifiutò tutti i partiti che le si presentarono. Di carattere fermo e risoluto, voleva serbare la fede e l'amore al di là della tomba e decise di combattere sola le battaglie della vita.
Non si era lasciata abbattere dalla sventura e pensò di popolare la sua solitudine di opere buone e di crearsi una tal quantità di occupazioni per non lasciare tempo ai tristi pensieri di prendere il sopravvento.
Erede di una metà dei vasti possedimenti del padre, aveva alla sua dipendenza una quantità di coloni e si era proposta di adoperare il suo ingegno e le sue ricchezze per renderli contenti. Studiava il modo migliore di aiutarli, adoperava le sue rendite a fabbricare per loro case sane e pulite, non badava a spese per migliorare le terre, affinchè potessero dare un raccolto copioso, visitava i casolari, prodiga di denaro e consigli salutari, soccorreva gli ammalati, spronava allo studio e al lavoro i neghittosi, e già studiava il modo di rialzare le sorti dei lavoratori dei campi, togliendoli dalla loro miseria per avviarli ad un migliore avvenire. Questo era uno dei suoi ideali: l'altro era quello di proteggere il nipote che amava come un figlio e riguardava come un retaggio lasciatole dalla sorella.
Era attratta ad amarlo anche dalla propria inclinazione, ne condivideva le idee, prendeva interesse ai di lui studî e si sentiva della stessa stirpe.
Avea qualche anno più del nipote, ma appariva più giovine in grazia della vivacità del suo spirito e della sveltezza dei movimenti, ed Ugo invece, per la vita dedicata allo studio, col volto serio e pensoso, sembrava più vecchio di quello che fosse realmente. In ogni modo era per Giulia come un compagno della stessa età e un amico col quale si può discorrere liberamente a cuore aperto; le pareva impossibile che un bimbo, che aveva veduto giocherellare per la campagna, si fosse mutato in breve tempo in un giovane serio, simpatico, che si andava acquistando un bel posto fra gli uomini dedicati alla scienza.
Essa lo avrebbe voluto sempre al villino, ma egli non voleva abbandonare il padre, nè villa Ada, dove si era fatto il suo laboratorio e dove aveva i ricordi d'infanzia. Però, quando sentiva il bisogno d'un po' d'affetto e di simpatia, correva al villino Giulia, nella casa allegra e piena di sole, dove si sentiva come riscaldato da un affetto sincero e dove il sorriso della zia lo incoraggiava alle confidenze e lo agguerriva per le battaglie della vita; ed egli le apriva l'animo suo, le narrava le sue speranze e le sue aspirazioni; ed essa stava in ammirazione ad ascoltarlo e si riprometteva di aiutarlo, se avesse trovato degli ostacoli a impedirgli di percorrere il suo cammino luminoso.
Pensando alle ore che le avrebbe dedicate, vere oasi della sua vita solitaria, cercava di render gaio il salottino arredato semplicemente con mobili di stile moderno, dalle linee corrette, severe e non tormentate da curve bizzarre. Erano di tinta verde‑chiaro, in gruppi di sedili e tavolini disposti sapientemente che invitavano al raccoglimento e alle intime conversazioni, e sui tavolini e sulle mensole erano disposti artisticamente vasi con bellissimi fiori, libri legati, giornali, riviste, e in un angolo una cesta piena di lavori femminili. Si compiaceva quando Ugo le lodava la disposizione dei mobili e, sdraiandosi sulle poltrone comode e soffici, diceva:
— Come si sta bene in questa pace! Come si riposa in questa casa amica e ospitale!
Essa pensava che, dopo tanti mesi di assenza, Ugo ritornava finalmente e sarebbe stata ancora orgogliosa di sentire ripetere quelle parole. Nella sua impazienza, le ore quel giorno le sembravano eterne; avea tentato di prendere in mano un lavoro, ma non poteva far nulla; prese un libro, ma il suo pensiero andava lontano, in uno scompartimento ferroviario che s'avanzava a tutto vapore verso la campagna lombarda; ogni tanto guardava l'orologio e contava le ore e i minuti che mancavano all'arrivo del treno.
Per passare il tempo, si fece portare il pranzo, e così passò una mezz'ora; poi andò a ravviarsi i capelli e ad aggiungere qualche fronzolo al suo semplice vestito di lana; e finalmente si coperse le spalle con una mantellina e si avviò verso villa Ada, il palazzo, come lo chiamavano i contadini, perchè era grande, maestoso, formato da un corpo centrale e due ali ai lati che sporgevano come due braccia verso il cancello che chiudeva l'ampio cortile, un vero casolare di campagna; e lo chiamavano così, per distinguerlo dal villino elegante di Giulia.
Quando la fanciulla fu davanti al cancello, la carrozza di casa Arlandi usciva per andare alla stazione; essa s'arrestò incerta se dovesse andare incontro al nipote, poi pensò che la signora Savina forse ci avrebbe trovato da ridire ed entrò in casa.
Una lampada pendeva dalla vôlta e illuminava la tavola, in una vasta sala piena di ombre. Intorno alla tavola, il signor Carlo leggeva un giornale, Mario con una matita in mano riempiva di geroglifici un volume illustrato. La signora Savina, con una cesta da lavoro accanto, con tanto d'occhiali sul naso, accomodava una giacchetta del figlio. Da brava donna di casa, aveva in mano continuamente un lavoro utile, che quasi sempre faceva terminare dalla cameriera.
Quando entrò Giulia, alzò gli occhi dal lavoro, e disse:
— Brava, in tempo per accogliere il figliuol prodigo.
Quella sera voleva essere amabile, ma si capiva che faceva uno sforzo.
— Buona sera, Carlo, — disse Giulia al cognato, — pare che quel giornale sia molto interessante.
— Leggo per passare il tempo, quantunque non vi sia nulla di nuovo: ma presto Ugo dovrebbe esser qui, — disse guardando l'orologio, — basta che non ci sia qualche ritardo.
— Con queste ferrovie non si è mai sicuri, — disse sentenziando la signora Savina.
Giulia fremeva nel veder Mario che continuava a riempire di sgorbi il volume illustrato, ma non osava dir nulla per non interrompere la pace che sembrava regnare in quel momento in casa Arlandi. Fu il signor Carlo che, data un'occhiata al figliuolo, gli disse:
— Ma che cosa fai, piccolo vandalo? Perchè sciupi quel volume? Puoi ben prendere un pezzo di carta per i tuoi disegni.
— Questo, sai, diverte di più, ci sono le figure e fingo d'averle fatte io.
— Zitti, — disse Giulia, — una carrozza, è lui certo.
Il signor Carlo fece per alzarsi, ma la signora Savina non lo lasciò uscire dalla stanza dicendo che avrebbe potuto prender freddo.
Intanto la carrozza s'era fermata e in un minuto Ugo era fra le braccia del padre.
Era un giovane alto, pallido, snello, colla fronte alta e il volto serio, illuminato da due occhi pensosi.
Quando vide Giulia, le andò incontro colle braccia aperte e la faccia sorridente, poi stese la mano a Savina, che fu molto amabile, come non si sarebbe aspettato. Volle che mangiasse qualche cosa di caldo per ristorarsi e gli fece un caffè forte come piaceva a lui.
Mario gli chiese se poteva regalargli qualcuno di quei sassi belli e lucenti arrivati la mattina, ma Ugo invece aperse la sacca da viaggio, tolse un automobile che montando una molla correva per la stanza con una velocità vertiginosa, lo regalò a Mario e per un momento formò la consolazione di quel bimbo irrequieto.
Ugo s'informò appunto del suo minerale, se era stato messo a posto bene, poi raccontò i suoi viaggi, i suoi studî e parlò d'una scoperta che avrebbe portato la rivoluzione nel mondo.
È vero che molti scienziati francesi se ne occupavano, ma sperava di arrivare prima di tutti e perciò calcolava di mettersi subito al lavoro.
Raccontò d'esser andato sotterra nelle miniere, d'aver visitato grotte profonde e inesplorate, la sua gioia quando poteva trovare un minerale sconosciuto e i tentativi per andare negli abissi più profondi, là dove egli credeva dover esservi l'anima del mondo.
— Perchè non possiamo vivere nelle profondità della terra? — diceva, — perchè vi è una temperatura che ci soffoca ed opprime?
Affermava che il mondo era come un organismo che si mutava e trasformava continuamente, tanto nell'interno come sulla superficie.
Egli avea sentito delle vibrazioni partire dagli abissi profondi e propagarsi per la terra come fremiti ignoti; anche sotterra c'era vita e movimento, le tenebre venivano interrotte da fosforescenze abbaglianti e nel centro della terra c'era non solo il fuoco che squarcia le viscere dei vulcani, ma numerose scintille sparse nei minerali ch'egli volea decomporre e ridurre agli elementi primitivi; avrebbe scoperto quantità infinitesime di nuovi elementi sfuggiti alle masse che dovevano trovarsi nel centro del mondo ed esserne la vita e il calore.
— I popoli primitivi — disse — popolarono di tesori, guardati da esseri fantastici, le grotte e le caverne; noi vi troviamo altre ragioni di vita che forse getteranno nuova luce su fatti che ci sembrano avvolti nel mistero e, invece di gnomi e genietti fantastici, troveremo altri tesori più veri e reali.
— Ah, bello! — interruppe Mario che era già annoiato dell'automobile, — pare un racconto di fate!
— Vedete come è intelligente? — disse la signora Savina, contenta d'interrompere il discorso eloquente di Ugo che l'annoiava.
Quelle parole furono come una doccia pel giovane scienziato, che ammutolì un momento, poi disse, cambiando tono:
— Vi ho forse annoiato, ma quando mi lascio andare ai miei discorsi preferiti non ho misura; continuerò un'altra volta, ora sono stanco ed ho bisogno di riposo.
— Ed io me ne vado, — disse Giulia alzandosi e avviandosi verso l'uscio.
— Ti accompagno, ho bisogno di prendere una boccata d'aria, — disse Ugo, — poi ritorno e me ne vado a letto.
Di fuori la notte era calma, e la luna nuova risplendeva nella vôlta cupa del cielo.
Giulia ed Ugo si fermarono sulla soglia a contemplare la campagna silenziosa.
— Che bella pace! — disse Ugo.
— Raccontami ancora, svelami i segreti della natura, tu che hai studiato e sai tante cose, — disse la fanciulla supplicando.
— No, ora non posso più, domani, un altro giorno; non profaniamo questo silenzio che ci avvolge come in una carezza e calma il nostro spirito.
E silenziosi s'avviarono lungo il viale d'ippocastani, sentendosi uniti in quella notte calma e stellata come da un fluido di simpatia e come se gli stessi pensieri irrompessero nel loro cervello.
Sostarono davanti al villino.
— Vieni domani a colazione? — chiese Giulia.
— A colazione no, non posso, — rispose il professore, — devo mettere in ordine il laboratorio, verrò la sera;... è sempre allegro il villino? Non hai mutato nulla nel salotto?
— È sempre uguale.
— Sono contento, mi fa piacere rivedere le cose famigliari al loro posto, come le ho lasciate e come le penso quando sono lontano. Buona notte, Giulia, — e sì dicendo le porse la mano.
— E perchè non mi chiami zia? — gli chiese la signorina.
— Non mi par giusto, abbiamo quasi la stessa età, penso a te come ad una sorella, e mi pare che tu sia sola a comprendermi.... Il babbo è tanto mutato.
— Quella donna lo ha stregato, è una vipera.
— È stata molto gentile con me, forse non è cattiva, ma non è la mia mamma e mi dispiace vederla a quel posto. Sarà colpa mia se non so farmi amare.
— Sei troppo buono, — disse Giulia entrando in casa, e salutandolo, — a domani.
Ugo rifece la strada contento al pensiero di poter nella quiete della campagna e della casa dove era nato ricominciare le sue esperienze scientifiche, sapendo di avere là accanto una dolce amica, una confidente, nella sorella della madre.
— Ecco, — pensava, guardando la grande casa che si avvicinava come una massa nera in mezzo alle piante; — là il lavoro e qui al villino il riposo.
E per un istante ebbe l'illusione di esser felice.