III.
Il laboratorio di Ugo Arlandi occupava all'ultimo piano un'ala della casa. Era una stanza chiara, spaziosa, illuminata da quattro grandi finestre che s'aprivano sull'aperta campagna e formavano quasi una parete trasparente, luminosa.
Accanto alla parete di fronte alla porta d'ingresso, c'era un forno con un'immensa caldaia, poi una tavola sulla quale stavano sempre accatastate vaschette, ampolle di tutte le forme e dimensioni, tazze quadrate, cannelli di vetro, filtri e bilance di precisione.
In un armadio chiuso c'erano schierate, in buon ordine, boccette con liquidi di colori diversi ed etichette sulle quali stava scritto la qualità del contenuto; intorno alle pareti scansie a varii palchi, con altri arnesi d'ogni forma e dimensione, di vetro, maiolica e metallo.
Presso l'altra parete fornelli a gas, becchi bunsen, un acquaio con rubinetti pei lavaggi; accanto, una camera oscura per sviluppare fotografie e un ripostiglio destinato a contenere il materiale occorrente per le esperienze e tutto quello che sarebbe stato d'ingombro nel laboratorio.
I primi giorni dopo il suo ritorno, il prof. Ugo dovette occuparsi di porre in ordine quella massa di oggetti disparati e assieme con Vincenzo fu infaticabile nel sistemare ogni cosa coll'entusiasmo di chi si prepara ad un lavoro interessante.
Ed avea fretta di mettersi all'opera; quando si trovava nel suo laboratorio, gli oggetti famigliari gli davano la suggestione del lavoro ed era impaziente di potervisi dedicare senza interromperlo. Si compiaceva di toccare i diversi minerali che s'era procurato con grande fatica e faceva osservare a Vincenzo l'azzurro delicato della celestina, il grigio striato d'argento della pecblenda, il color grigio opaco del solfuro d'arancio, e godeva pensando che quelle pietre variopinte contenevano sostanze sconosciute ch'egli si riprometteva di liberare dalla loro prigione e far uscire agli onori del mondo in tutta la loro purezza primitiva.
Vincenzo era figlio di contadini, ma d'ingegno pronto e svegliato; nelle scuole elementari era stato sempre il primo della classe e avea riportato un grande amore allo studio, e fu contento quando Ugo gli propose di servirlo ed aiutarlo nelle sue esperienze scientifiche. Egli in poco tempo si era tanto immedesimato nelle idee del suo padrone che lo aiutava con intelligenza ed amore, e parlava come un piccolo scienziato al punto che non si sarebbe più acconciato al lavoro dei campi!
— Sono tanto contento che sia ritornato, — egli diceva, — mi piace imparar cose nuove; poi, quando è lontano, la signora Savina mi fa lavorare come un cane a lavare e ripulire la casa; mi tocca giuocare con Mario che è cattivo e mi batte quando non faccio a suo modo; dovrebbe condurmi con sè, quando va in viaggio, sarei tanto contento!
— Sono viaggi pericolosi, in paesi selvaggi; poi dentro nelle caverne dove si muore di caldo, non è un divertimento.
— Dove va il mio padrone, posso andare anch'io e sopportare quello ch'egli sopporta, — disse il ragazzo.
L'affetto e la devozione di quell'essere semplice era un grande conforto per Ugo, e lo riguardava più un compagno che un domestico, e tutti e due, collo stesso entusiasmo, si adoperavano a metter tutto a posto per poter subito iniziare il lavoro.
Dopo le giornate operose era un vero sollievo per Ugo, passare la sera al villino di Giulia e confidare alla zia i suoi pensieri e le sue aspirazioni.
A lei narrava le occupazioni della giornata, come aveva riordinato il materiale e come avrebbe incominciato ad esaminarlo; quei primi giorni s'era limitato a fare semplicemente dei tentativi.
Egli era un idealista della scienza, intuiva le grandi scoperte future, ma era incerto sul modo d'incominciare le nuove esperienze; un po' impaziente di riuscire, immaginava risultati più rapidi di quelli che conseguiva realmente.
E Giulia stava attenta ad ascoltarlo, qualche volta esprimeva il desiderio di aiutarlo, approvava le sue idee e l'incoraggiava anche nei tentativi più arditi.
— Voglio trovare l'anima del mondo, — egli diceva, seduto nel salottino allegro, vicino alla sua attenta ascoltatrice. — E riuscirò, perchè la intuisco, la sento, la vedo in tutto quello che è conosciuto.
— Ma dove sta nascosta? Raccontami, mi piace tanto sentirti parlare di queste cose, — diceva Giulia.
— Deve essere nel centro del nostro globo, è una forza ignota, un centro di vita che palpita e fa sentire la sua influenza fino alla superficie della terra; è lei che costituisce questa rete magnetica che ci avvolge e che è una forza per chi sa valersene opportunamente, come fece il nostro grande Marconi pel suo telegrafo senza fili. È una forza potente, imprigionata da chissà quali legami.... e vedi, qualche scintilla deve essere sfuggita, ed io la cerco in quei minerali che ho raccolto e, se riuscirò a trovare una traccia, avrò avuto dalle mie fatiche un compenso insperato.
Quando egli era stanco di parlare, era lei che gli confidava le sue idee filantropiche e socialiste. Voleva assolutamente trovare il modo di migliorare le condizioni dei contadini. Vedeva con terrore i ragazzi più intelligenti disertare i campi per le officine, e s'era fitta in capo d'infondere nel loro cuore l'amore alla terra, d'insegnare a coltivarla con intelligenza, in modo da ricavarne frutti copiosi, voleva istituire scuole per insegnare la coltura dei campi in modo scientifico, interessare i lavoratori lasciando loro una parte delle rendite, o compensare i migliori, regalando loro qualche pezzo di terra.
Mentre i giovani s'intrattenevano piacevolmente comunicandosi reciprocamente le proprie idee e aspirazioni, a Villa Ada si occupavano invece di loro e dicevano che erano pazzi.
La signora Savina, il signor Carlo e il dottore, che era spesso invitato a pranzo e oggetto di grandi premure da parte della padrona di casa, non parlavano d'altro che dei discorsi che si sarebbero fatti al villino di Giulia.
La signora Savina aveva un vero odio pel figlio di suo marito, ma procurava nasconderlo sotto una certa aria compassionevole di protezione.
— Non le pare, dottore, che quel figliuolo sia un po' squilibrato? — chiedeva la signora Arlandi. — Se una persona qualunque, che non pretendesse di essere un genio, dicesse che vuol trovare l'anima del mondo, che cosa direbbe?
— Veramente dubiterei che avesse il cervello a posto, — rispondeva il dottore.
— Vedi, Carlo, non sono poi sola di questa opinione, — soggiungeva la signora rivolta al marito.
— Ognuno ha la propria opinione come la propria fisonomia, a questo mondo bisogna vivere e lasciar vivere; io la penso così e mi pare d'essere più giusto di voi, — diceva il padre.
Alla signora invece dava noia Ugo per molte ragioni: prima perchè era ricco e studioso, come il suo Mario non sarebbe stato mai, poi perchè, quando lui era a Villa Ada, non poteva più servirsi di Vincenzo, poi le sciupava una quantità di biancheria coi suoi pasticci, e finalmente perchè si accorgeva che il marito aveva una certa predilezione pel suo primogenito, e questa cosa la irritava e faceva sì ch'essa cercasse di mettere Ugo in cattiva vista.