VI.
Nell'impossibilità di poter adoperarsi a vantaggio del nipote ignorando il luogo dove era stato condotto, Giulia sentiva almeno il bisogno di raccontare a tutti l'atto odioso dei signori Arlandi, e girava per il paese procurando di vedere i conoscenti per parlare di ciò che le stava a cuore. Se non avesse potuto sfogare in qualche modo la sua ira, avrebbe fatto certo una malattia. Andò dal sindaco sperando aiuto, ma egli crollò il capo e non le diede retta, aveva troppo da fare e non poteva pensare agli altri. Poi si rivolse al maestro di scuola, che era una persona ragionevole e le era amico sincero, ma la consigliò di non scalmanarsi troppo e di starsene tranquilla, che le cose si sarebbero poi accomodate secondo il suo desiderio.
— Vuole, — le disse, — un consiglio da amico? Non si agiti, farà peggio; hanno sparso la voce che la pazzia è un male di famiglia e se s'infiamma troppo avrà qualche dispiacere anche lei.
Capiva che quell'osservazione era giusta ma non poteva rimanere inoperosa, finchè avea l'illusione di far qualche cosa, il tempo le passava, altrimenti si agitava come se avesse la febbre. Tentò di vedere il cognato e colle belle maniere fargli dire dove fosse il figlio, ma egli era muto come un pesce e per non lasciarsi sfuggire qualche parola rivelatrice, la evitava; avea troppo timore delle ire della moglie.
La povera Giulia non sapeva più a che santo votarsi, in paese ormai non si occupavano che degli avvenimenti di casa Arlandi, ognuno volea dire la sua, nessuno riusciva a sapere dove fosse ricoverato il professore Ugo, e parlando della signorina Giulia, dicevano che se non poteva liberare il nipote avrebbe finito col diventar pazza anche lei.
Infatti le pareva di perdere la testa nella sua impossibilità di essergli utile, ma aveva nel cuore una speranza che la sosteneva, avea fede anche nelle cose soprannaturali, diveniva superstiziosa; si faceva mandare una quantità di giornali che leggeva avidamente sperando trovare una riga che la mettesse sulle traccie del nipote; non trovò nulla di quello che desiderava, ma vi lesse una notizia che le fece battere il cuore.
Si parlava della scoperta del radio, fatta dai coniugi Currie, una sostanza che emanava luce e calore senza perdere nulla del suo peso, che produceva effetti meravigliosi e sconvolgeva tutte le idee che si avevano sulle scienze chimiche e fisiche.
Era appunto quello che il professor Ugo stava studiando ed era in procinto di trovare, quando venne rinchiuso barbaramente; bisognava che quel tentativo non fosse ignorato, pensò ai giornali che portavano ai quattro venti la voce del pubblico, ad Ugo che era stato troppo sconosciuto e il cui nome bisognava far noto; ebbe un'ispirazione che le parve venuta dal cielo, prese la penna e scrisse un breve articolo al giornale che aveva parlato della nuova scoperta dicendo che, a proposito degli studii sul radio, l'onore di averlo trovato sarebbe toccato ad un italiano, al professor Ugo Arlandi che si era occupato seriamente di quel genere di studî e avea scritto una monografia sulle irradiazioni nascoste, ma era scomparso alla vigilia di cogliere il frutto delle sue fatiche, nessuno sapeva più dove fosse e si temeva vittima d'un delitto. Firmò l'articolo con un pseudonimo, accluse una somma per una sottoscrizione di beneficenza patrocinata dal giornale e mandò il suo scritto alla posta. Lo slanciò così alla ventura, non avea che una lontana speranza che il giornale se ne impadronisse, suscitasse uno scandalo, provocasse un'inchiesta che potesse riuscire utile al suo scopo. In ogni modo tutto era meglio di quel marasmo.
L'aver fatto qualche cosa era un po' di sollievo per il suo spirito, quando entrò la cameriera portandole una lettera un po' sciupata e senza francobollo.
Guardò la calligrafia.
— È di Ugo, — esclamò.
Stracciò in fretta la busta nell'impazienza di leggere.
Erano poche parole scritte a matita che dicevano:
«È la quarta lettera che getto fuori dal recinto del giardino, alla ventura. Arriverà al suo destino? Lo spero. Tu sola puoi togliermi da questa prigione. Fa presto, altrimenti divento pazzo sul serio.
Tuo Ugo.»
Dalla casa di salute del dottor B. presso Monza.
Dopo tanti giorni di ansia finalmente vedeva un raggio di sole, le pareva di avere le ali, sapeva dove Ugo si trovava ed era ormai certa di riuscire a liberarlo.
Cercò di riordinare le idee e rimettere lo spirito in calma, pensò di agire sola senza dir nulla a nessuno, misteriosamente, come gli altri avevano fatto con lei.
Prima di tutto doveva andare a Milano e parlare con un avvocato, suo amico, che l'aiutasse a liberare il nipote, poi non volea più permettere che Ugo lasciasse amministrare i suoi beni dal padre, dopo che era stato trattato in quel modo. L'avvocato Alberti avrebbe consigliato quello che dovevano fare. Ordinò alla cameriera di svegliarla presto il giorno dopo dovendo partire, poi si mise a girare per la stanza, lieta, cantarellando, sentendosi leggera, come da un pezzo non le era accaduto.
Non disse la sua intenzione, ma la mattina dopo in paese non si parlava d'altro che della partenza della signorina Giulia Sordelli. Era stata veduta avviarsi alla stazione e salire sul treno che andava a Milano; avea salutato sorridendo i conoscenti incontrati lungo la via e s'era trattenuta qualche momento col maestro di scuola, e tutti trovavano che avea la faccia allegra e l'espressione di chi ha una meta agognata da molto tempo che è sul punto di raggiungere.