VI.

Tutti i giornali parlavano della scoperta del professore Grimani, traendone lieti pronostici.

Egli era contento del modo con cui era stata accolta e dai colleghi e dal pubblico, e s'aspettava ben altro effetto che non fosse quello d'una semplice curiosità.

Aveva già fatto esperimenti sui malati negli ospedali, ma sul principio con pochi risultati pratici. Lo scheletro impediva la trasparenza, e soltanto nell'addome e nello stomaco, s'era ottenuto qualche effetto, ma poi per poter conoscere bene il funzionamento dell'organismo, bisognava far prove nelle persone sane, e nessuno voleva sottomettersi ad esperimenti di quel genere.

Grimani non si perdeva di coraggio: riuscire nella sua impresa era addirittura per lui una specie di fissazione; le difficoltà, invece di scoraggiarlo, gli davano un nuovo ardire; non solo voleva riuscire a leggere nel corpo umano, ma bensì a scoprire i movimenti del cervello.

L'ostacolo era la calotta cranica che avrebbe impedito il passaggio della luce, ma nella prima età non è del tutto rinchiusa, ed egli pensò che aveva il mezzo di continuare i suoi studi senza uscire dalla sua casa; non aveva il suo bambino? Non era suo figlio? Non era padrone di servirsene per i suoi esperimenti, non recandogli alcun danno? e l'avrebbe subito tentato se non avesse temuto di dispiacere a Marcella che non voleva si toccasse il suo figliuolo.

Una volta entrata quell'idea nel suo cervello, non ebbe più pace, amava la scienza più di tutto, e a questa doveva sacrificare tutto.

Incominciò allora una serie di sotterfugi per far le cose in modo che Marcella non avesse alcun sospetto; mostrò di occuparsi di più del suo bambino, lo teneva in braccio spesso e lo faceva giocherellare, interessandosi a' suoi progressi, tanto che Marcella ne era sorpresa, ma nello stesso tempo contenta che il marito si compiacesse delle grazie del figliuolo.

Per molto tempo si contentò di servirsene di trastullo, ma un giorno che Marcella era fuori di casa, si decise al gran passo e inoculò nelle vene del figlio i microbi luminosi.

Non fu senza inquietudine, a dire il vero; ad ogni grido del fanciullo, tremava che si sentisse male; la notte si alzava per andare ad osservarlo, al punto che la moglie gli diceva che se prima non si occupava di Aurelio, ora poi esagerava, e temeva in cuor suo che il troppo lavoro gli avesse prodotto un po' di squilibrio nel cervello.

Intanto Aurelio mangiava e saltava, ed era allegro; il professore continuava ad inoculargli segretamente i microbi e a metterglieli nel latte che doveva servirgli di nutrimento; secondo i suoi calcoli, fra poco tempo dovevano produrre il loro effetto, e non cessava intanto di osservarlo.

Una sera Marcella entrò per caso al buio in camera d'Aurelio, e fu colpita nel vedere un'aureola luminosa che aveva intorno al capo e lo faceva apparire come il bambino Gesù e gli angeli dipinti nelle chiese.

Provò un'emozione come se il suo bimbo fosse morto e non aveva coraggio di avvicinarsi al letto; poi si fece innanzi, si consolò sentendo uscire dalla bocca infantile un respiro leggero come un soffio, s'accorse del punto donde usciva la luce, e la verità le balenò subito alla mente.

Suo marito aveva osato servirsi del figliuolo pei suoi esperimenti? Non aveva dunque viscere di padre? E lo aveva fatto di nascosto, senza dirle nulla come se si trattasse d'un delitto? Sapeva dunque ch'essa non avrebbe mai permesso una simile profanazione. Era troppo! Il suo amore di madre si ribellava al fatto atroce, e un'irritazione le saliva dal cuore al cervello che la faceva tremare dal dispetto.

Non sapeva che cosa avrebbe fatto, ma sapeva certo che non avrebbe più lasciato il suo Aurelio vicino al padre, e tutto ad un tratto si sentì sorgere nel cuore un fiero odio alla scienza che rendeva gli uomini insensibili agli affetti più santi.

Senza por tempo in mezzo, avvolse il bimbo in una coperta, lo prese in braccio, e senza dir nulla a nessuno, uscì dal palazzo Grimani e si recò per quella notte dalla cugina, calcolando di partire all'alba per la montagna, dove avrebbe trovato un rifugio tranquillo nella sua casetta.

Quando il professore, ignorando quello che era avvenuto, entrò nella cameretta di Aurelio e la trovò deserta e seppe che la moglie era partita senza salutarlo e senza dir nulla a nessuno, credette che la sua vecchia casa fosse crollata e la sua felicità fosse sparita per sempre.

Scrisse una lettera alla moglie per iscusarsi, disse che era sicuro di non aver recato alcun danno al figliuolo che amava più di ogni cosa al mondo, si sentiva, è vero, colpevole di non averle detto nulla, ma n'era pentito amaramente.

Marcella fu inesorabile, non rispose; il marito l'aveva ingannata e non poteva più credere alle sue parole, il suo amore di madre era troppo offeso e non sapeva darsi pace.