VII.
Marcella era contenta di essere in mezzo ai monti, sola col suo bimbo, di poter passeggiare nei boschi, correre, giuocare, lontana da ogni pericolo; lo vedeva rifiorire in quella vita libera, a quell'aria salubre e imbalsamata, e non si pentiva della decisione presa.
Dopo qualche giorno si era calmata la sua paura, e nella solitudine e nel silenzio della notte ridestandosi la curiosità scientifica, osservava la testolina luminosa del figlio e si sorprendeva notando i movimenti del cervello, che mandava spesso scintille più o meno luminose, secondo le imagini che si succedevano e le impressioni che ne riceveva.
Aurelio cresceva come un fiore rigoglioso, e pareva che i microbi inoculati nel suo organismo gli avessero dato maggior vigore, al punto che Marcella era quasi pentita della decisione presa, ed incominciava a pensare al marito con vera indulgenza.
Essa non sapeva come egli fosse rimasto affranto dal dolore, vedendosi abbandonato dalla moglie che adorava: non sapeva che s'era ammalato gravemente al punto da dover chiamare presso di sè il fratello e il nipote, nel timore di non poter sopravvivere, e non volendo dar sue notizie a lei, che era stata tanto crudele da abbandonarlo.
— Se io muoio, sarà il suo castigo, — aveva detto al fratello, parlando di Marcella, — e ne avrà rimorso per tutta la vita.
E il fratello Paolo fu un vero consolatore per lui, e il nipote, mostrando molto interesse per la sua scoperta, pareva gli ridonasse la salute.
— Era forse un delitto fare sul proprio figlio un esperimento innocente? — chiedeva il professore.
— Anzi, tutt'altro; io sarei glorioso, — rispondeva il nipote, — di poter esserti utile.
— Davvero? e ti presteresti ad un esperimento?
— Se credi, caro zio, mi metto subito a tua disposizione.
— Bada che sono capace di prenderti in parola, — disse lo zio, e rivoltosi al fratello chiese: — E tu permetteresti?
— E perchè no? — rispose Paolo, — mi fido di te interamente.
Il professore era contento; ciò avrebbe servito d'esempio anche alla moglie, se il fratello gli affidava il suo unico figlio, e poi poter studiare l'effetto dei microbi in una persona sana, era quello che desiderava da tanto tempo, e sarebbe stato un diversivo ai suoi dispiaceri.
Così, mentre Paolo scriveva alla cognata per persuaderla al ritorno, dicendole d'aver trovato Giulio molto ammalato ed avvilito, raccontava ch'egli aveva permesso a suo figlio, la sola persona che lo tenesse attaccato alla terra, di servire agli esperimenti del fratello, e che questi si effettuavano ogni giorno, ed Enrico si lasciava inoculare i microbi fosforescenti, ne ingoiava nel cibo, sorridendo e scherzando, contento di servire così alla scienza. Del resto, diceva che i microbi gli facevano bene alla salute, perchè dopo averne fatta la conoscenza, si sentiva aumentato l'appetito e avea il sonno più tranquillo.
Ogni sera, quando i lumi erano spenti, Enrico si guardava nello specchio per vedere se il suo corpo incominciasse a dar segni di fosforescenza. Dopo qualche giorno, forse per effetto d'immaginazione, gli parve già di risplendere nell'oscurità, e lo disse allo zio, il quale era certo che la sua cultura di microbi era d'esito sicuro, però voleva aspettare ad esaminarlo che il corpo avesse ottenuto la massima trasparenza, intanto si compiaceva di vederlo di buon umore ed in perfetto stato di salute.
— Possibile — diceva — che i miei microbi possano servire di farmaco? Non ti ho mai visto così florido!
— Non fanno male di sicuro, mi sento bene e pieno di forza.
Una sera però il professore, esaminando bene il corpo del nipote, si mostrò invece cupo e non ebbe più voglia di scherzare.
— Perchè fai quella faccia scura, — disse Enrico, — hai forse scoperto nel mio corpo qualche principio di terribile morbo?
— C'è qualche cosa che non so spiegarmi, vedremo meglio domani, — rispose il professore, ma rimase tutto il giorno svogliato e silenzioso.
Pareva che un nuovo dolore fosse piombato sul vecchio palazzo.
Paolo aveva un cattivo presentimento e non osava chieder nulla. Soltanto Enrico era calmo e sereno, si sentiva bene e non voleva inquietudini.
In seguito ad altri esami, quando il corpo del nipote, sotto l'azione dei microbi s'era fatto più luminoso, il professore non ebbe più dubbio, e fu convinto che un punto nero scoperto all'apice d'un polmone, era un principio d'una malattia che avrebbe potuto distruggere un'esistenza così preziosa, ma non si sentiva il coraggio di darne al fratello la notizia, pur riconoscendone il dovere.
Una sera che Enrico era andato a leggere nello studio di Marcella e i due fratelli s'erano indugiati in sala da pranzo a sorseggiare il caffè ed a fumare un sigaro, Paolo ruppe il silenzio e disse al professore:
— Ti prego di dirmi la verità, hai scoperto nel corpo di Enrico qualche cosa che non va bene e vuoi nasconderla?
— Veramente non sono sicuro di me stesso, la medicina è una scienza molto difficile, ed io la conosco in teoria e poco in pratica, e m'impressiono facilmente per cose da nulla.
— Ma in nome del cielo, che cosa hai veduto? — chiese Paolo.
— Semplicemente un punto nero, forse non è nulla, oppure basterà qualche cura semplice a farlo sparire. Ma vedi, ora sei diventato pallido ad un tratto, ti spaventi? Come sono pentito di quello che feci e d'aver parlato, ma sei stato tu a spingermi.
E da quel giorno non ebbero più quiete, fecero visitare Enrico da medici e professori, e tutti trovarono il punto nero. Chi diceva una cosa, chi un'altra, forse era nulla, un ingorgo al polmone con un po' di congestione: chi suggeriva un rimedio, chi un altro, cose da far perdere la testa.
Paolo non sapeva più che pensare, ma il dubbio gli era penetrato nell'animo e non poteva darsi pace.
Il professore sentiva rimorso d'essere stato causa di quel dolore, e cupo, accigliato, non faceva più alcun esperimento e odiava i microbi, causa di tutti i suoi dispiaceri.
— Come, non vuoi più inocularmi i tuoi microbi? — diceva Enrico.
— Non ne voglio più sapere. Li odio, voglio gettarli nel pozzo.
— Allora inquineranno l'acqua e diventeremo tutti trasparenti, — disse Enrico. — Mi rincrescerebbe, vorrei io solo aver questo privilegio.
— Non l'avrà più nessuno, — disse Grimani. — A morte, a morte!
Sì dicendo, fece una fiammata sul camino e vi gettò tutte le culture dei microbi.
Fu un attimo; nè Paolo nè Enrico riuscirono a salvarne nemmeno un tubetto.
— Sei pazzo? — gli disse Paolo — Dopo tante fatiche! te ne pentirai.
— Non m'hanno recato che dolori. Ora è finita, sono morti per sempre, — disse il professore.
Ma la sua voce tremava e chinò il capo per nascondere le lagrime che sentiva inumidirgli le ciglia.
Sul capo di quei tre uomini seduti nel vasto laboratorio, pareva che sovrastasse un'immensa sventura; non osavano parlare, temendo di rattristarsi colle parole desolate, e non si sarebbe potuto dire quali avessero maggiormente un aspetto spettrale se i tre vivi o i ritratti degli avi che spiccavano sulle scure pareti.
Ad un tratto un rumore di usci aperti e rinchiusi, un fruscìo di vesti femminili, e un suono di voce argentina, ruppe il cupo silenzio. Marcella si fermò sulla soglia, mentre Aurelio si precipitò colle manine aperte verso il professore.
— Papà, papà! — gridò la voce infantile.
Egli si scosse come da un sogno, e disse:
— Tu qui, Marcella? È il cielo che ti manda.
— Perdono, — disse la donna gettandosi nelle sue braccia, — ti ho dato un gran dolore, me ne avvedo dal tuo volto disfatto.
Poi ringraziò il cognato e il nipote, venuti a confortare il marito ch'essa aveva abbandonato.
— Ho fatto male, — soggiunse, — sono stata un'ingrata, ma lo sdegno è stato più forte di me.
— Non ti so dar torto, non bisogna voler strappare i segreti alla natura: il cielo nol permette.
— Perchè sei così scoraggiato? Mi fai pena, bisogna rimettersi al lavoro, anzi, guadagnare il tempo perduto. Aurelio sta bene, s'è fatto più robusto e intelligente, forse saranno stati i microbi.
— Ora sono morti, — disse il professore, — non turberemo più la loro pace.
— Come? — esclamò Marcella con uno sguardo interrogativo.
— Distrutti, — disse Paolo.
— E tu hai fatto questo? — chiese rivolta al marito. — Non ci sarà mai possibile rinunciare a studii così interessanti, ritorneremo da capo.
Il professore crollava il capo come per dire che tutto era finito.
— Pare che abbiano rivelato una grave malattia nel mio organismo, — disse Enrico. — Ecco il loro delitto.
— Una malattia? Non può essere, con quell'aspetto; ma so certo che non si può osservare con calma quelli che si amano. Se sapeste quanti mali, lassù nella solitudine della montagna, ho veduto sorgere e tramontare nel corpo del mio bambino quando era sotto l'influenza dei microbi! Ora son passati e sta bene; nella solitudine della vita campestre, i miei nervi si sono calmati e la verità è apparsa intera al mio spirito. Ho capito che è una scoperta che non solo ci mostrerà le malattie, ma forse potrà aiutarci anche a curarle.
Poi volle esaminare il nipote affermando che coll'esercizio continuato nell'osservare il piccino, la sua vista s'era fatta più acuta: lo condusse in una camera oscura e ne esaminò il petto.
— Che cosa hai veduto? — chiese al marito.
— Un punto nero.
— Hai dato corpo alle ombre, è proprio così, quel punto nero è un'ombra, non vedi? Mano mano che Enrico si muove, esso si sposta, eccone la prova più convincente.
— E gli altri? — chiese il professore.
— Sono stati suggestionati, ecco la verità: vi dò la mia parola di dottoressa, che Enrico sta benone.
Ella ordinò a tutti di andare a ritemprarsi assieme nella sua casa in montagna.
— Abbiamo sofferto troppo e prima di riprendere il lavoro, propongo di andare a scacciare i tristi pensieri e passare qualche giornata lieta.
— Approvato, — dissero tutti in coro.
— Non mi scapperai più via, — disse il professore a Marcella.
— No, ma devi promettermi di non far più esperienze sul corpo di nostro figlio.
— E nemmeno su quello di Enrico, ne puoi star sicura, ho sofferto troppo, — rispose il professore.
Paolo era ritornato di buon umore, e diceva che la scienza è pericolosa dopo che l'albero della scienza del paradiso era stato la rovina di Adamo ed Eva.
— Ma fu l'origine dell'umanità, — osservò Enrico.
— Infine non sappiamo nulla, — disse il professore, — intanto godiamo di questa tregua alle nostre ansie. Chi ci avrebbe detto un'ora fa, quando eravamo tanto tristi e abbattuti, che in poco tempo tutto potesse mutarsi? Ma mia moglie è ritornata a ridonare la pace e la serenità alla vecchia casa che pareva sul punto di crollare. Ora mi sento nuova lena per ricominciare il lavoro interrotto.
— Ed io non t'abbandonerò più, — disse Marcella.
— Lo credo bene, — saltò su Enrico, — colla tua scienza ci hai ridato la pace e fatto la luce.
[DIVINAZIONE.]
In generale, quando il dottor de Roberti invitava a pranzo i suoi colleghi, dimenticava le noie della professione, era allegro, vivace, spiritoso, parlava di cose frivole, e gli pareva d'esser ritornato ai bei tempi in cui era studente.
Egli sedeva a tavola come al solito, cogli amici, ma quella sera non parlava, rispondeva a monosillabi e pareva assorto in un pensiero tormentoso.
— A che cosa pensi? Dov'è scappato il tuo buon umore? hai qualche pensiero che ti preoccupa? — gli chiesero i compagni.
— Nulla, — rispose il dottore, — penso ad un caso strano che mi è accaduto in passato, e che oggi un avvenimento nuovo ha ridestato nella mia memoria.
— Potresti bene raccontarcelo, piuttosto di startene pensieroso a ruminarlo nella tua mente, — disse il suo vicino di tavola.
— Quando il cervello è carico di pensieri, il solo mezzo per sollevarlo è dar la stura al discorso, la parola è la valvola di sicurezza dei pensieri che ci opprimono, — sentenziò un altro.
— Sentiamo questo caso strano; — dissero in coro tutti gli amici; e soggiunsero vedendolo titubante: — Fuori infuria la bufera e in questo tepore, raccolti intorno alla tavola con una tazza di moka davanti e una sigaretta in mano, sarà un vero godimento ascoltare una storia curiosa, narrata nel modo squisito ed elegante come tu solo sai fare.
— Non ho bisogno di queste lusinghe, — disse de Roberti, — ma sarò compiacente e vi racconterò la mia storia che forse potrà interessarvi; in ogni caso, mi farà bene vuotare il sacco e resterò più leggero; solo mi permetterete di non dirvi il nome dei miei personaggi per non tradire il segreto professionale.
Rimase qualche istante assorto come per raccogliere le idee e incominciò:
«— Era un pomeriggio di primavera, una di quelle giornate tepide, piene di profumi e d'incanti, che invitano a correre all'aperto a prendere un bagno d'aria e di sole, e riesce d'immenso sacrificio quel doversene star rinchiusi fra quattro mura a udire il racconto di tanti mali che tormentano l'umanità. Erano sfilati davanti a me un bel numero di pazienti, altri erano ad attendere nella sala d'aspetto, ma mi sentivo stanco, provavo un desiderio prepotente di andare a passeggio e avevo deciso di non ricevere più nessuno, quando il mio cameriere mi disse che una signora insisteva per essere ricevuta.
«— Ritorni domani, — diss'io.
«— Non vuole andarsene, — disse il cameriere, — ha detto che si sbrigherà presto; poi è tanto carina, — soggiunse.
«Pensai che forse gli aveva dato una grossa mancia; non mi sentivo più la forza di oppormi e dissi: — Falla entrare; — tanto è vero che qualche volta, quando si è stanchi, ci si lascia suggestionare anche dal cameriere.
«Era una signora giovane, elegantissima, ben proporzionata nella persona, cogli occhi neri, profondi e la bocca piccola, sorridente, ma in fondo a quello sguardo acuto e a quel sorriso c'era qualche cosa di così triste che inspirava ad un tempo simpatia e compassione. Essa mi porse la mano dicendomi:
«— Perdonate se vi disturbo, ma ho sentito parlar tanto di voi, e so che oltre ad essere un abile medico, siete un profondo psicologo.
«— Non sembrate ammalata, — diss'io. — Il vostro aspetto è fiorente.
«— L'apparenza inganna, — rispose, — e poi sono tanto infelice....
«Così per far qualche cosa e per inveterata abitudine, le toccai il polso dicendo:
«— Sentiamo le vostre sofferenze.
«— Prima di tutto ho la disgrazia d'esser ricca, — riprese, — poi quella di leggere nel pensiero altrui, e so pur troppo che tutti agognano alle mie ricchezze e nessuno mi vuol bene sinceramente, ed io ho invece tanto bisogno d'affetto.
«Aveva le lagrime agli occhi e m'inspirava una gran compassione, ma ero incerto, non sapevo che cosa dirle, quando a un tratto si staccò da me:
«— Non sono pazza! — esclamò con voce irritata.
«Era appunto il pensiero che m'era passato per la mente e quella chiaroveggenza mi sorprese.
«Da quel momento la mia ammalata incominciò ad interessarmi e dimenticai il tepore primaverile e i campi in fiore per dedicarmi a quell'essere grazioso che mi si presentava tanto diverso dagli altri.
«— Scusate, — le dissi tutto confuso, — non vi conoscevo, ora vi siete rivelata e vi credo; potete continuare.
«— Ecco, — rispose, — appena voi mi avete toccato la mano e un pensiero si è formato nella vostra mente, esso si è riflesso nella mia come in uno specchio, e così avviene sempre e con tutti, e ciò forma la mia infelicità, perchè so con certezza matematica che non ho un amico sincero.
«— Veri amici non se ne trovano tanto spesso, — io dissi, — ma siete bella, giovane, ne incontrerete certo sul vostro cammino, e più fortunata d'ogni altra potrete conoscere a fondo il loro cuore e il loro pensiero.
«Scosse il capo malinconicamente e rispose:
«— Ho avuto una sola vera affezione nella mia vita, mia madre! Se sapeste come ero felice in quel tempo! Sapevo che il suo cuore era tutto per me, ero la sola sua preoccupazione, il suo unico pensiero, non viveva che per farmi lieta, per circondarmi di tutte le comodità della vita, essa accumulava denaro per lasciarmi ricca, s'impensieriva se una nube passava sulla mia fronte. Non vi posso descriver le mie sofferenze quando la vidi ammalata, lo strazio che provavo ogni volta stringendo la mano del dottore che la curava, sapendo che non c'era più speranza di salvarla, come mi faceva credere colle parole che mentivano pietosamente. E poi quando tutto fu finito e rimasi sola al mondo, senza fede, senza illusioni e senza amici, quale sciagura!
«Essa aveva le lagrime agli occhi; io cercavo di consolarla facendole intravvedere un avvenire più lieto, quando forse un cuore affettuoso l'avrebbe compensata della materna affezione perduta per sempre.
«— Per un momento l'ho creduto anch'io, — disse, — ma mi sono ingannata. Incontrai un giovane che chiese la mia mano; pareva sincero, mi era simpatico e l'avevo accettato perchè troppo penosa mi riusciva la solitudine. Che disillusione! mentre mi teneva per mano e le sue labbra mi dicevano parole d'amore, la sua mente pensava al modo d'impiegare le mie ricchezze, egli meditava di vendere la casa dei miei avi, di mutar tutto quello che aveva per me la religione delle memorie, voleva darsi a speculazioni azzardose, farmi cambiar metodo di vita e consuetudini, e mai nessun pensiero gentile al mio indirizzo, parole, soltanto parole per nascondere il vuoto dei suoi sentimenti.
«Come potete credere, mandai tutto a monte e così ebbi la soddisfazione di guastare i suoi piani, ma che mi giovò? Sono stanca della vita e venni appunto a voi per trovar rimedio alle mie sofferenze.
«— Bisognerebbe che mutassi la vostra natura, — diss'io, — prendendole la mano, — e la vostra stessa sensibilità, quella che vi e cagione di tali sofferenze e disinganni, vi colloca fra le persone privilegiate; non posso che offrirvi la mia amicizia; e questa è sincera e senza secondi fini; vi permetto di leggere liberamente nel mio pensiero, — dissi, porgendole la mano.
«Essa me la strinse fra la sua sorridendo.
«— Grazie, — disse, — accetto di cuore. Ho tanto bisogno d'un'amicizia sincera; però anche la vostra è alquanto interessata.
«La guardai con uno sguardo interrogativo e trionfante, sperando di coglierla in fallo. Essa soggiunse colla sua voce insinuante e con un accento un po' ironico:
«— Interessata, — lo ripeto, — e non m'inganno. Non sono le mie ricchezze che vi premono, ma trovate ch'io sono un essere curioso, degno d'esser studiato, un bel caso, come dite voi medici, e l'amore della scienza vi spinge ad offrirmi la vostra amicizia.
«Io ero attonito; aveva ancora letto come in un libro aperto quello che stava in fondo al mio pensiero; sentivo una vera simpatia per quella giovane, ma la curiosità di studiare il mistero di quella sensibilità straordinaria, di quella divinazione meravigliosa, m'avea spinto ad offrirle la mia amicizia: ero confuso come se fossi stato colto in fallo, ma essa con accento franco e risoluto, soggiunse:
«— Ebbene, comunque sia, accetto con tutto il cuore la vostra offerta, almeno il movente ne è più elevato e posso esser utile a qualche cosa; ciò mi riconcilia coll'esistenza; dunque siamo intesi, — disse congedandosi, — me ne vado contenta perchè so di aver trovato un amico.»
De Roberti fece una pausa per riposarsi, accese una sigaretta e diede un profondo sospiro evocando quei ricordi passati.
I suoi amici pendevano dalle sue labbra, impazienti che continuasse il racconto che incominciava a riuscir loro interessante.
Dopo qualche minuto il dottore riprese:
«— Vi confesso che penso all'amicizia di quella donna con sincero rimpianto, passai con lei ore veramente deliziose e interessanti — non sorridete, fu un'amicizia pura, senz'ombra di sottintesi, eccezionale come la persona che la inspirava. — Vi dirò anche che quella sua chiaroveggenza mi metteva sgomento, dovevo fare uno sforzo per padroneggiare i miei pensieri e disciplinarli, e quantunque mi accogliesse con festa e mi trovassi molto bene nella sua compagnia, non potevo prolungar troppo le mie visite. Andavo generalmente di sera, quando era sola, essa si confidava a me interamente e ascoltava i miei consigli. Era invero un essere eccezionale, degna d'essere studiata, i suoi sensi erano acutissimi e raffinati, indovinava con uno sguardo il carattere d'una persona, coll'aiuto del tatto, leggeva nel cervello altrui come in un libro aperto, pareva un essere fatto per un altro mondo, dove dovesse regnare la sincerità. È certo che in mezzo a noi, abituati a nascondere la verità coll'artificio della parola, si trovava a disagio, soffriva continuamente nell'intimo del suo animo, e quei patimenti si ripercuotevano anche sul suo fisico alquanto delicato, e se io non le avessi dato delle norme di vita per poter lottare contro le pene dello spirito, avrebbe perduto la salute. Non la curavo con farmachi inutili; nemmeno gli anestetici riuscivano a diminuire quella morbosa sensibilità; mi preoccupavo soltanto dello spirito, la consigliavo a mutar spesso luoghi e conoscenti: infatti in ogni nuova persona che avvicinava, avea l'illusione di aver trovato un'anima sorella, ed era tutta piena di speranza, ma quando leggeva nel pensiero della nuova amica, e ne approfondiva i sentimenti, era una nuova delusione, e soleva dire, che sempre più si persuadeva che nel mondo tutto è ignobile e interessato, si spera che quelli che ci avvicinano siano diversi dagli altri, s'incomincia ad amarli e il disinganno riesce più doloroso.
«Aveva momenti di scoraggiamento e di misantropia ch'io dovevo combattere con tutte le mie forze, trovando pericolosa quella tendenza alla solitudine che nel suo stato d'animo avrebbe potuto condurla alla lipemania.
«Cercavo di far sorgere in lei ogni tanto un interesse nuovo per distrarla. Ora le consigliavo di leggere dei libri serii ch'erano i migliori amici, i soli che non tradiscono mai, oppure la spingevo a fare delle escursioni alpestri nelle quali l'animo si ritempra al contatto colla natura selvaggia, suscitavo nel suo spirito la passione per le arti, per lo sport, per le scoperte scientifiche, e la trattavo come una bimba che ha bisogno continuamente d'un nuovo divertimento.
«Mi era riconoscente, diceva che ero la sola persona che le volesse un po' di bene, il suo solo amico; leggeva nel mio interno e, secondo lei, ero un uomo perfetto; mi diceva generoso, buono, indulgente, dedito solo alla scienza e al bene dell'umanità, e tante altre cose che facevanmi temere che leggesse nel mio pensiero con lenti d'ingrandimento.»
I suoi ascoltatori protestarono, ma egli senza interrompere il suo racconto continuò:
«Sta il fatto che ero il suo confidente e quella fanciulla m'interessava ogni giorno di più. Era straordinaria; peccato che non si prestava volentieri a lasciarsi studiare e che nell'interesse ch'io prendevo per la sua persona, nel godimento della sua piacevole conversazione, dimenticavo la scienza e la mia professione e mi lasciavo cullare dall'incanto di quella voce insinuante.
«Non veniva a casa mia che raramente, quando aveva qualche cosa da chiedermi, ed era un po' di tempo che non andavo a vederla.
«Un giorno capitò da me improvvisamente come una bomba. Non aveva la sua solita faccia serena, ma era confusa, incerta come chi non sa incominciare un discorso.
«Io la guardai un po' sorpreso e inquieto.
«— Che c'è di nuovo? — le dissi, — Che cosa avete?
«— Caro dottore, — rispose, — non mi rimproverate, ma sto per fare una grande sciocchezza. Mi sono decisa a prender marito.
«Non so perchè, a quell'annuncio così imprevisto, rimasi un po' contrariato, ma mi dominai subito; dissi, sorridendo:
«— Voi che leggete nel pensiero delle persone avrete meglio d'ogni altro la possibilità di fare una buona scelta.
«— Pur troppo ci sono cose inesplicabili, sentimenti che non si possono vincere, — rispose, — ed io mi trovo nel caso di uno che vede un abisso davanti a sè e vi si sente attratto irresistibilmente.
«— Sentiamo di che cosa si tratta, — io dissi facendomela sedere vicino, — forse il diavolo non è così brutto come si dipinge.
«Allora mi narrò che si era incontrata col conte V.... un giovane simpatico, elegante, appartenente alla migliore società e se n'era innamorata pazzamente: era un giovane scioperato, che non aveva mai fatto nulla di buono nella sua vita, amava il giuoco, le feste, le allegre brigate e i divertimenti; avendo veduto diminuire la sua sostanza, aveva pensato di prender moglie per continuare la sua vita spensierata.
«— Che volete? — disse, — sono certa d'essere infelice, ma mi sento attratta verso di lui da una forza misteriosa alla quale non posso resistere.
«Io la tenevo per mano e non sapevo che dirle; la sentivo così innamorata, così risoluta nella sua decisione che qualunque cosa le avessi detto per distogliernela, le avrebbe fatto l'effetto contrario.
«— Mi compiangete, — soggiunse. — Indovino tutto quello che potreste dirmi per distogliermi dalla risoluzione presa; me lo sono detto io stessa, è il destino che mi spinge, sono debole come una foglia travolta dalla bufera, non posso opporre nessuna resistenza.
«— Almeno, — dissi, — pensate all'avvenire, servitevi del vostro privilegio di prevedere gli avvenimenti per salvarvi dalla rovina.
«— Farò quello che potrò, — rispose alzandosi e stringendomi la mano, — promettete di restar sempre il mio fido amico; ciò mi darà coraggio.
«Promisi, e quando la vidi uscire mi fece l'effetto di persona inerme che andasse a cacciarsi nel mezzo d'una fiera battaglia.
«Per alcuni mesi rimasi senza notizie della mia amica e vi confesso che sentivo molto la mancanza di quell'essere eccezionale, sentivo un vuoto intorno a me come se avessi perduto una figlia carissima, rimpiangevo le piacevoli ore passate con lei, le intime conversazioni indimenticabili.
«Però non si era dimenticata di me, e a poco a poco si stabiliva fra noi una corrispondenza continuata ed assidua.
«Ebbe un periodo di felicità, si sentiva amata dal suo sposo e il mondo le appariva ad un tratto migliorato, e che tutti fossero più buoni per lei dopo che la sapevano protetta e felice.
«Viaggiò molto, frequentò la società elegante, divenne quasi frivola e mondana.
«Nella gioia di sapersi amata si abbandonava interamente a seguire la volontà del marito come se si trovasse sdraiata in una barca su lago tranquillo lasciandosi trascinare dalla corrente.
«Non penso a nulla — mi scriveva — mi affido alla vita e non tento nemmeno di sapere quello che pensa il mio compagno, si sta tanto bene qualche volta trascorrendo i proprii giorni nell'ignoranza. Sono come in un sogno e temo di risvegliarmi.»
«Poi vennero lettere meno serene, nelle quali s'indovinava un turbamento ch'ella voleva nascondere, poi altre dove non celava più la sua preoccupazione per l'avvenire.
«Un giorno, quando la credevo lontana mille miglia, venne da me improvvisamente e tanto mutata che mi fece un'impressione penosa.
«La sua faccia pallida aveva perduto il bel colorito della salute e intorno agli occhi bruni e profondi aveva due cerchi turchini come se fosse uscita da una malattia; teneva in mano una borsa voluminosa che le dava un aspetto strano.
«— Siete ammalata, — le dissi.
«— Forse, ma non importa.
«— E vostro marito?
«— Come l'avevo preveduto, non mi ama più, mi tradisce e mi rovina, pazienza, — soggiunse con un sospiro doloroso, — ormai sono destinata a trascinare la mia catena, un fiume non può rimontare alla sorgente, così non si può rivivere il tempo passato; ma voi mi siete sempre amico? — chiese rivolgendomi uno sguardo supplichevole.
«— Accertatevene voi stessa, — dissi, offrendole la mano.
«La prese ansiosamente, come il naufrago una tavola di salvezza, e soggiunse:
«— È vero, siete sempre uguale, i vostri sentimenti non sono mutati. Siete la sola persona di cui posso intieramente fidarmi; a voi affido il mio avere, tutto quello che ho potuto salvare dal naufragio.
«Sì dicendo, aperse la borsa che teneva in mano e trasse fuori carte di valore, titoli al portatore, mucchi di cartelle che si accatastavano disordinatamente sul tavolino. Non avevo mai visto tanti valori riuniti, mi davano le vertigini e stupivo di vederli trattare con tanta indifferenza come fossero carte straccie.
«Osservavo in silenzio e non capivo che cosa volesse fare di tutte quelle ricchezze.
«Essa contava:
«— Cento, duecento, cinquecentomila, ecco tutto quello che mi rimane, e che io affido a voi per salvarlo; vi raccomando, non dite nulla a nessuno, prendete.
«Io esitavo, e la guardavo esterrefatto.
«— Mi credete pazza, — disse, — non lo sono: v'ingannate, vi prego di tener questa somma come sacro deposito, datemi ancora questa prova d'amicizia, sarà forse l'ultima.
«— Almeno mi concederete di farvi due righe di ricevuta, — io dissi.
«— Non importa, — rispose, — ho letto abbastanza nella vostra anima per convincermi che di voi posso fidarmi.
«— Ma potrei morire.
«— Morrò io prima, lo sento, sono tanto ammalata. Anzi, se questo avviene, adoperate il mio avere in qualche opera di beneficenza.
«Le feci scrivere questo suo desiderio e volli che accettasse da me due righe di ricevuta, che nascose in un medaglione che teneva attaccato alla catena dell'orologio, dicendo:
«— Mio marito non sa nulla, non deve sapere, ricordatevi, ha sempre ignorato questa parte della mia fortuna che sono riuscita a nascondergli, ma ora non posso più, non ho più la forza di lottare; non sapete? — mi disse abbassando la voce, — che una volta avendogli io rifiutato del danaro, ho sentito in lui il desiderio della mia morte, e — orribile a dire — gli è passata nella mente anche l'idea di sopprimermi; quanto ho sofferto non potete immaginare! basta! ora è finita, non l'amo più.
«— E vivrete ancora con lui? Avete questo coraggio?
«— Ormai crede ch'io non possieda più nulla, non avrebbe più scopo di uccidermi; ora viaggia, si diverte e non si chiede nemmeno in che modo io possa vivere.... Devo tornarmene per definire alcune cose ancora, poi verrò a chiedere asilo alla vostra casa di salute; anzi, se possibile, dovreste prendere in affitto per me un villino nelle vicinanze, e ricordatevi per la nostra vecchia amicizia che mi accoglierete come vostra ospite: sono tanto ammalata, che ho bisogno d'esser vicina al mio medico, e il mio spirito appunto invoca il suo vecchio amico. Acconsentite, non è vero?
«La rassicurai e intendevo subito offrirle ospitalità nella mia casa, ma volle partire promettendo che sarebbe ritornata al più presto possibile.
«— Sarà la mia ultima fermata, — disse congedandosi, — e l'ultimo pensiero che mi sorride è di morire presso di voi.
«Dopo pochi giorni, io era in festa preparando un bel nido presso la mia casa, avevo preso in affitto un grazioso villino inghirlandato di rose rampicanti, stavo ammobiliandolo elegantemente perchè fosse degno della mia amica, quando mi venne l'annuncio della sua morte.
«Pensate alla mia sorpresa e al dubbio orribile che mi assalse: mi passò per la mente che il marito l'avesse uccisa per impadronirsi degli ultimi residui della sua fortuna. Che cosa avrei dovuto fare? accusarlo? A che scopo? Forse m'ingannavo, mi contentai di chiedere alla sua fida cameriera, che venne a recarmi il medaglione colla mia ricevuta, ragguagli su gli ultimi momenti della sua padrona.
«Disse che era ammalata da molto tempo e ogni giorno la vedeva farsi più debole e stanca; del marito non sapeva nulla, ma l'amava sempre e soffriva di quell'abbandono. Poi mi narrò che la mia amica, sentendosi morire, le diceva:
«— Rammentati quando sarò morta che devi recare tu stessa il mio medaglione d'oro al dottor de Roberti, e il mio ritratto che sta nel salotto, gli dirai di tenerli per mia memoria, che pensi a me e si rammenti l'incarico che gli ho dato.
«Parlandomi degli ultimi momenti della sua signora era commossa, si rammaricava che la mia amica non avesse potuto morire vicino a me e quest'ultimo desiderio non fosse stato appagato.
«— Vi assicuro che fu per il mio cuore un fiero colpo e non sapevo darmi pace che fosse scomparsa così improvvisamente.
«Ed ora voi sapete bene l'origine dell'asilo per i poveri infermi fabbricato col lascito di una signora che desiderava conservare l'incognito.
«Fu la mia amica che, avendomi confidato i suoi averi, ha permesso che potessi appagare il mio desiderio e accogliere tanti poveri ammalati di malattie del sistema nervoso, i quali in caso diverso sarebbero stati abbandonati o confusi coi pazzi. Sono passati più di cinque anni e sono contento dei risultati ottenuti; la parte della mia casa destinata ai ricchi mi aiuta a mantenere quella pei poveri, e credo che l'aver potuto curare ciascun malato quasi separatamente, abbia contribuito ad ottenere i buoni risultati che voi conoscete.
«Ora, oggi stesso, mi capitò una strana combinazione che mi ha fatto rinvangare il passato ed è causa della preoccupazione che avete notato.
«Pensate che il conte V...., marito della mia amica, è venuto a pregarmi ch'io l'accetti nella mia casa di salute.
«È molto ammalato e ridotto nella più squallida miseria.
«— Eravate tanto suo amico e spero che non mi abbandonerete, vi supplico, in nome della sua amicizia, — mi ha detto.
«L'ho subito accolto e ho messo a sua disposizione il villino destinato a sua moglie. Egli rimase confuso, non potendo credere a tanta generosità.
«— Ma sono un miserabile, — andava ripetendo, — non ho più nulla, non sono degno di abitare questo bel villino, non potrò mai compensarvi.
«— Vostra moglie mi ha tanto aiutato nella mia opera di beneficenza, che devo farlo per la sua memoria, — diss'io.
«Egli era commosso, piangeva come un bambino e non trovava parole per ringraziarmi.
«Non immaginava certo di avere un po' di diritto alla mia ospitalità.
«Anche questo è un essere originale da studiare, anch'egli ha preso una certa facilità d'indovinare i pensieri altrui, non certo al grado della moglie, ma vi confesso che questa coincidenza mi ha turbato; i ricordi del passato rivivono nella mia mente ed ecco perchè oggi non sono il vostro allegro commensale.»
Gli amici lo ringraziarono di quel racconto che li aveva tanto interessati e dopo si trattennero a parlare dei misteri della psiche ancora ignorati e della trasmissione del pensiero, concludendo che il nascere con un tal privilegio, varrebbe a far l'uomo ancora più infelice.
FINE.
| Una tragedia in un cervello | Pag. [1] |
| Vibrazioni ignote | [103] |
| L'anima del mondo | [153] |
| Gioiello rivelatore | [253] |
| Fosforescenze | [291] |
| Divinazione | [359] |
NOTE DI TRASCRIZIONE:
- Ovvi errori di punteggiatura sono stati riparati;
- Pag. 58, è stato aggiunto il trattino lungo di chiusura precedente l'inciso per il discorso diretto (— Ah, anche i cavalieri serventi? — chiese Valentina);
- Pag. 71, è stato aggiunto il trattino lungo di apertura seguente all'inciso per il discorso diretto (— Dov'è? Dov'è? — chiese Valentina, — voglio vederla);
- Pag. 74, è stato aggiunto il trattino lungo all'inizio del discorso diretto (— La più grande è la tomba di Can Signorio, — disse Giulia.);
- Pag. 77, sono stati aggiunti alcuni trattini lunghi mancanti per il discorso diretto;
- Pag. 207, è stato aggiunto il trattino lungo all'inizio del discorso diretto (— Che è accaduto? — chiese a Savina ...);
- Pag. 222, è stato aggiunto il trattino lungo di apertura seguente all'inciso per il discorso diretto (— Puoi dire quello che vuoi — disse l'Arlandi, — ma questa gita misteriosa ...);
- Pag. 363, sono state inserite le caporali iniziali al raccontato del personaggio nel discorso diretto («— Era un pomeriggio di primavera ...).
- Ovvi errori di punteggiatura sono stati riparati;
- Pag. 53, l'errore di stampa «vendiditori» è stato corretto (l'andirivieni dei venditori e delle venditrici);
- Pag. 58, è stato aggiunto il trattino lungo di chiusura precedente l'inciso per il discorso diretto (— Ah, anche i cavalieri serventi? — chiese Valentina);
- Pag. 71, è stato aggiunto il trattino lungo di apertura seguente all'inciso per il discorso diretto (— Dov'è? Dov'è? — chiese Valentina, — voglio vederla);
- Pag. 74, è stato aggiunto il trattino lungo all'inizio del discorso diretto (— La più grande è la tomba di Can Signorio, — disse Giulia.);
- Pag. 77, sono stati aggiunti alcuni trattini lunghi mancanti per il discorso diretto;
- Pag. 121, è stata aggiunta la preposizione semplice «di» (Cercavo di distrarlo facendogli ...);
- Pag. 207, è stato aggiunto il trattino lungo all'inizio del discorso diretto (— Che è accaduto? — chiese a Savina ...);
- Pag. 222, è stato aggiunto il trattino lungo di apertura seguente all'inciso per il discorso diretto (— Puoi dire quello che vuoi — disse l'Arlandi, — ma questa gita misteriosa ...);
- Pag. 228, è stata aggiunta la punteggiatura all'abbreviazione seguendo lo stile dell'autrice all'interno del racconto (a tutti i conoscenti e al dottor B., direttore della casa ...);
- Pag. 232, la voce «desidario» è stata mantenuta (Il signor Carlo trovò giusto il desidario del figlio ...);
- Pag. 245, l'errore di stampa «circoncondati» è stato corretto (ci sembra esser circondati da misteri che la scienza ...);
- Pag. 355, la prima persona singolare dell'indicativo presente del verbo «dare» è stata mantenuta accentata nell'occorrenza (vi dò la mia parola di dottoressa ...);
- Pag. 363, sono state inserite le caporali iniziali al raccontato del personaggio nel discorso diretto («— Era un pomeriggio di primavera ...).
- Le rimanenti note sono indicate da linee puntinate sotto le correzioni. Scorri il mouse sopra la nota ed il testo originale apparirà.