VIII.

Dopo esser stata per tanti giorni inquieta e avvilita, nell'animo di Giulia era subentrata la speranza e le pareva che tutto dovesse esserle favorevole. Arrivata a Milano trovò l'articolo che riguardava Ugo pubblicato sul giornale e questo le fu come di buon augurio e le infuse non solo la speranza ma la certezza della riuscita.

Era come un giocatore di scacchi che avendo fatto per caso una buona mossa vede svolgere il suo gioco trionfalmente fino alla fine.

Prima di tutto andò dall'avvocato Alberti, un buon amico nel quale riponeva piena fiducia, e saputo di che si trattava la rassicurò e si mise a sua disposizione.

Poi mandò il giornale coll'articolo che nominava il professore, segnato con una striscia azzurra al signor Carlo, al dottore, a tutti i conoscenti e al dottor B., direttore della casa di salute.

— È come un avanguardia, — disse all'avvocato, — è per prepararlo alla nostra visita.

Nel pomeriggio si recarono in persona a parlare col dottor B.

Era un uomo alto, serio, colla barba nera e gli occhi penetranti che pareva volessero entrare nell'anima e scoprire i più occulti pensieri. Abituato a vivere in mezzo ai pazzi e squilibrati di mente, vedeva in tutti gli uomini il germe della follìa e calcolava tutti pazzi, fino a prova contraria.

Quando l'avvocato Alberti e Giulia chiesero di Ugo Arlandi dicendo che era tutt'altro che pazzo egli stentava a persuadersene.

— È tranquillo, educato, — disse, — non dà noia a nessuno, anzi pare intelligente e la sua conversazione è piacevole, ma sul più bello vien fuori col voler trovare l'anima del mondo e ciò mi rende molto titubante se si deve tenerlo ancora in osservazione. Noi che siamo esperti in queste cose, — sappiamo che quando una parte del cervello è molto sviluppata, ciò è a scapito degli altri centri cerebrali che sono deficienti; vorrei mostrarvi dei veri pazzi che hanno un'idea fissa ma nel resto ragionano meglio di noi.

L'avvocato Alberti gli mostrò come tutti i giornali si occupavano del professore, il quale aveva dei nemici, e disse che la zia Giulia non avrebbe lasciato nessun mezzo per liberare il nipote; se fosse stato il caso sarebbe anche ricorsa al procuratore del re e avrebbe provocata una perizia.

Il dottore li assicurò che, appena avuta la convinzione che il professor Ugo fosse sano di mente, sarebbe stato il primo a non volerlo tenere più a lungo nel suo stabilimento.

Non poteva però prendere una risoluzione senza scrivere al signor Carlo che gli aveva affidato il figlio, e se la risposta fosse favorevole potevano esser tranquilli che Ugo sarebbe stato libero.

Giulia sperava di vedere quello stesso giorno il nipote, ma il dottore non lo permise, dicendole che l'avrebbe presto riveduto.

Essa si rassegnò ad attendere ancora un paio di giorni, ma intanto non rimase inoperosa e combinò un piano di battaglia come un esperto generale!

Ecco in che modo il signor Arlandi, mentre era sempre inquieto e pensieroso per la partenza di Giulia, si vide capitare prima il giornale coll'articolo che parlava del professore, poi una lettera del dottore dove diceva che gli pareva che il signor Ugo, passata la scossa nervosa del primo momento fosse abbastanza equilibrato, una lettera dell'avvocato che lo esortava a far uscire il figlio dalla casa di salute e finalmente una di Giulia, nella quale faceva intravvedere che se non lasciava parlare il suo cuore paterno, l'autorità si sarebbe intromessa nelle sue faccende domestiche.

Era tanto di cattivo umore il signor Arlandi, tanto poco contento di sè stesso che quando ricevette quella pioggia di lettere si sentì lo spirito un po' più sollevato e volle fare a modo suo senza dir nulla alla moglie e senza consultarla. Scrisse al dottor B. di lasciar pure andar libero il figlio colla zia Giulia, alla quale mandò un telegramma dicendole che li aspettava presto tutti.

Finalmente gli era caduta la benda dagli occhi e s'era accorto del mal'animo della moglie verso Ugo e, pentito d'averlo fatto rinchiudere ingiustamente nella casa di salute, voleva a furia di affetto fargli dimenticare quel momento di debolezza ed era impaziente di rivederlo e in un abbraccio affettuoso cancellare il passato.

Ma invece di Ugo ebbe la sorpresa di veder arrivare l'avvocato Alberti per sistemare gli affari del professore, che desiderava esser padrone di adoperare la sua sostanza come meglio credeva e di fare nel suo laboratorio tutti gli esperimenti necessari senza che nessuno ci trovasse a ridire.

Il signor Carlo trovò giusto il desidario del figlio e diede all'avvocato le più ampie spiegazioni sulla sua amministrazione; solo si mostrò dispiacente di lasciar la casa dove era vissuto tanti anni e che apparteneva ad Ugo il quale l'avea ereditata dalla madre, ma l'avvocato avea avuto raccomandazioni di accomodare le cose in modo che il signor Carlo non avesse il rammarico di abbandonare la casa, gli concesse di poterne abitare una parte, ma che ognuno fosse padrone in casa sua. Poi parlarono di Ugo e raccontò che si era trattenuto a Milano perchè i suoi ammiratori volevano festeggiarlo ed indurlo a fare una conferenza sopra i suoi studî. Così finirono per lasciarsi buoni amici.

La signora Savina quando seppe che il marito aveva tutto combinato senza dirle nulla, rimase esterrefatta e andò su tutte le furie. Come! Ugo era libero e poteva capitare da un momento all'altro! Poi s'impadroniva della casa e non lasciava loro che un appartamento in un angolo come un'elemosina! E pensare che in cuor suo, sperando che il professore non dovesse più ritornare, avea fatto il progetto di occupare il laboratorio così ben esposto al sole, per stendervi la biancheria, poi dare lo studio a Mario e accomodarsi un appartamento più spazioso e più comodo; dichiarò al marito che non voleva vivere in una casa esposta al pericolo di un'esplosione, poi avea bisogno di spazio e non si sarebbe acconciata a ridursi in poche stanze.

Il signor Carlo le disse ch'era padrona di andare dove voleva, anche nella catapecchia che abitava prima del matrimonio; in quanto a lui sarebbe rimasto vicino al figlio. Infine Ugo era il padrone ed era inutile facesse tanto chiasso.

Essa non fiatò più, ma si consolò pensando che sarebbe invece andata a Milano con Mario per farlo studiare, in modo che un giorno potesse eclissare nella scienza il professor Ugo.