SCENA TERZA

SCIPIONE, MASSINISSA, SOLDATO NUMIDA IN DISPARTE.

MASSIN. Quí mi attendi, o Guludda.—A questo incontro non era io presto.

SCIP. E che? sfuggir mi vuoi? Io son pur sempre il tuo Scipione: indarno cerchi or te stesso altrove; io sol ti posso rendere a te.

MASSIN. Fuor di me stesso io m'era, certo, in quel dí, che di mia vita e onore traffico infame, onde acquistar catene, io fea con voi. Ma, la dovuta ammenda faronne io forse; e fia sublime. Allora vedrai, che appien tornato in me son io.

SCIP. Giá tel dissi; svenarmi, o Massinissa, anco tu puoi: ma, fin ch'io spiro, è forza che tu mi ascolti.

MASSIN. A ciò mi manca or tempo…

SCIP. Breve or tempo hai da ciò.—Ma omai, che speri? Ogni tua trama è a me palese: stanno furtivamente in armi entro lor tende i tuoi Numídi; impreso hai di sottrarre Siface, e in un…

MASSIN. Se tanto sai; se l'arti
d'indagator tiranno a tanto hai spinte,
ch'anco fra' miei chi mi tradisca hai compro;
a compier l'opra anche la forza aggiungi,
poiché piú armati hai tu. Presto me vedi
a morir, sempre; a mi cangiar, non mai.

SCIP. Scipion tu oltraggi; ei tel perdona. Ah! teco
spada adoprar null'altra io vo', che il vero;
e col ver vincerotti. La tua stessa
Sofonisba, che t'ama, (il crederesti?)
ella stessa svelare a me tue trame
appieno or dianzi fea…

MASSIN. Che ascolto? oh cielo!…

SCIP. Sí, Massinissa; io te lo giuro. Or dianzi, per espresso comando di Siface, fu dal suo padiglione ella respinta; quindi e rabbia e dolore a tal l'han tratta, ch'ogni disegno tuo scoprir mi fea.— Ma invano io 'l seppi: in tuo poter tuttora sta, se il vuoi, di rapirla. Abbiati pure suo difensor Cartagine; nol vieto: avronne io 'l danno; io, che l'amico e insieme la fama perderò. Ma, il ciel, deh! voglia, che a te maggior poscia non tocchi il danno!

MASSIN. E Sofonisba istessa,… a favor tuo… vuol contra me?.. Creder nol posso. Or donde?..

SCIP. Ella, maggior del suo destino assai, prova d'amor darti or ben altra intende. Necessitá fa forza anco ai piú prodi: al suo gran cor sprone si aggiunge il forte ultimo esempio di Siface.

MASSIN. Or quali ambigui detti?.. Di qual prova parli? Qual di Siface esemplo?…

SCIP. E che? nol sai? Giunto è Siface entro sua tenda appena, qual folgor ratto ecco ei si avventa al brando del centurion, che a guardia stavvi; in terra l'elsa ei ne pianta, ed a furor sovr'esso si precipita tutto…

MASSIN. Oh, mille volte
felice lui! dalla esecrabil Roma
cosí sottratto…

SCIP. Spirando, egli impone,
ch'ivi l'ingresso a Sofonisba a forza
vietato venga.

MASSIN. Ed ella?… Ahi! ch'io ben veggo del di lei stato appien l'orror… Ma troppo dal destin di Siface è lunge il mio. Vinto ei da te, di propria man si svena: io, non vinto per anco, esser vo' spento da un roman brando, ma col brando in pugno.

SCIP. Ah! no; perir tu al par di lor non dei.
Piú che il morire, assai di te piú degno,
sublime sforzo ora il tuo viver fia.

MASSIN. Viver senz'essa?… Ah! non son io da tanto…
Ma, ch'io salvarla in nessun modo?… Io voglio
vederla ancor, sola una volta.

SCIP. Ah! certo, gli alti tuoi sensi a ridestarti in petto, piú ch'io non vaglio, il suo parlar varratti.— Eccola; starsi alla mia tenda appresso vuol ella omai; d'Affrica intera agli occhi, di Roma agli occhi, ogni dover suo crudo ella compier disegna. Odila; seco Scipion ti lascia: in ambo voi si affida il tuo Scipion; ch'esser di lei men grande, tu nol potresti.