I.
Era una triste giornata nel palazzo Sangré di Valneve: l’anniversario della morte del conte-presidente.
Già quattro volte era tornato questo giorno funesto e sempre tutti i componenti della famiglia s’erano raccolti a celebrarlo solennemente, con mite, ma sincero e profondo cordoglio. Il primogenito Ernesto, diventato maggiore dopo il suo ritorno dalla Crimea, accorreva da qualunque luogo in cui egli si trovasse di guarnigione, fosse pur la Sardegna; i coniugi Respetti-Landeri venivano da Milano, e tutti quanti si erano trovati aggruppati intorno al letto di morte di quell’uomo giusto, si ritrovavano di nuovo raccolti a rievocarne più viva in quel giorno la memoria, a confermare con nuove lagrime il rimpianto della sua perdita, a invocare con più ardenti preghiere la benedizione dello spirito di lui sul capo dei superstiti.
La giornata soleva così occuparsi. Al mattino di buona ora tutti s’accoglievano nella gran sala dei ricevimenti solenni, dove nel centro della maggior parete, al punto più in vista, al posto d’onore, stava il ritratto di grandezza naturale del defunto, circondato quel giorno di fiori e di corone frescamente raccolti e intrecciate. Dopo essersi un poco trattenuti colà a parlare di lui, in presenza dell’immagine di lui, si recavano tutti alla messa funebre che si faceva dire alla parocchia in suffragio di quell’anima, poi, tornati a casa, si visitava la camera in cui il conte era morto, la quale si conservava precisissimamente nello stato in cui trovavasi in quel fatale momento, e della quale il solo vecchio Tommaso curava la pulitezza e l’assetto; là ciascuno, in silenzio, o pregava o meditava, contemplando quel letto in cui certo gli pareva scorgere ancora il pallido viso e la nobile fronte del virtuoso, retto, integerrimo gentiluomo. Più tardi, dopo un pasto preso in comune, tutta la famiglia partiva pel villaggio di Valneve, dove nel sepolcreto in cui da secoli scendevano a giacere i Sangré, sotto una lapide che portava incisi soltanto un nome e una data, si sfaceva la salma di quell’uomo benedetto. Là nuove preghiere, nuove lagrime, nuova e che pareva ancora maggiore comunicazione fra i vivi sempre memori e il diletto estinto sempre diletto, e che certo non aveva neppure nell’altra vita dimenticato i suoi cari, il suo sangue.
L’ora è affatto mattutina: nel gran salone il vecchio Tommaso, solo, sta disponendo, rassettando, attacca i fiori alla cornice del ritratto, spolvera, ordina le seggiole; di belle volte si interrompe nel lavoro, getta uno sguardo su quella mesta, un po’ severa, ma buona faccia d’uomo dipinta, scuote il capo, sospira e si rasciuga gli occhi.
A un tratto ode nella stanza vicina un passo accostarsi, un passo d’uomo franco, risoluto, affrettato: egli lo riconosce: le sue vecchie labbra sorridono lievemente; si volge con lieta aspettazione verso l’uscio. Il primogenito, il capo della famiglia non è ancora arrivato, ed egli sa pure che non può mancare, che non mancherà; quel passo deve essere il suo, lo è dicerto. Ecco che l’uscio si apre vivamente: Tommaso non si è ingannato: entra Ernesto Sangré di Valneve colla sua bella uniforme di maggiore delle guardie.
Sono passati cinque anni da che lo abbiam visto a Parma sfidare l’ufficiale austriaco von Klernick e battersi con lui. Fisicamente egli non è cambiato dimolto: passa di poco i trent’anni, e benchè comincino a cadergli in alto della fronte e alle tempia i finissimi capelli biondi, benchè più folti gli si sieno fatti i baffi che coprono il suo fine sorriso, nella carnagione, nel brillare degli occhi c’è ancora tutta la vivacità della gioventù: ma nell’espressione della fisonomia, nel complesso della figura appare qualche cosa che dinota in lui un non lieve mutamento morale, una maggior serietà, una più cauta riflessione, un più preciso, più profondo e più vivace sentimento, direi, di responsabilità e del dovere. Sotto questo rispetto, diffatti, Ernesto è cambiato d’assai, tanto che del giovane leggero, un po’ scapato, bizzarro, anche temerario, spendereccio d’un tempo, non è rimasto in lui più nulla affatto. La parola che ha data solennemente al padre moribondo, egli l’ha scrupolosamente mantenuta; con brava risoluzione ha assunto il nuovo grado di capo della famiglia e fu per la madre un aiuto, un argomento di consolazione, pel fratello e la sorella un sostegno, un consigliere, un esempio di nobili tratti ed affetti. Pel cugino eziandio, per Giulio, egli ebbe l’amorevolezza d’un fratello e il giovanetto lo ripagò d’un affetto compagno, d’una confidenza quale non aveva per nessuno, timido, riservato e quasi schivo qual era per natura, e d’un rispetto e d’una stima poco inferiori, se non affatto uguali, a quelli che aveva avuti per lo zio defunto.
E, come Giulio, tutti della famiglia hanno accresciuto per Ernesto, se non l’amore, chè lo amavano immensamente già prima, la deferenza e quella specie di domestico ossequio che riconosce in chi n’è degno una certa maggioranza liberamente consentita e nobilmente accettata.
Egli ora trovavasi in guarnigione a Genova; trattenuto da ragioni di servizio, non aveva potuto partir prima, ed arrivato quella mattina, in quel punto medesimo, prima ancora d’aver visto nessuno della famiglia, affrettavasi nel salone a salutare il ritratto paterno, quasi a rendere il primo suo omaggio al capo di casa, morto alla vita terrena, ma vivo ancora e sempre nella memoria, nel cuore, nell’anima di tutti.
Il vecchio servo, mandata un’esclamazione di gioia, s’era mosso verso il padrone, umile, rispettoso, e presane la mano l’aveva baciata.
— Come sta, signor conte? — disse con premuroso accento, in cui erano pari l’affetto e la riverenza. — Ella sarà stanco del viaggio? Vuole riposarsi? Cambiarsi e ripulirsi dicerto!... Il suo quartiere è pronto...
Ernesto fece un atto colla mano, che era insieme un benevolo saluto, un ringraziamento, e un’interruzione.
— Sto benissimo, — rispose, — non sono stanco, e andrò subito a darmi una ripulitura. Ma prima ho voluto salutare mio padre, e udire da te le nuove della casa.
Andò innanzi al ritratto, a capo nudo, e stette lì un poco, immobile, eretta la bella testa, a contemplarlo collo sguardo fisso degli occhi che leggermente si erano velati d’una lagrima. A quell’amoroso figliuolo, degno del nobile genitore, pareva in tal momento vedersi rivivo innanzi l’adorato estinto; allo spirito del giovane sembrava comunicasse direttamente con esso, gli parlasse lo spirito del padre. Ed egli sapeva che se l’anima libera della carne di chi gli aveva data la vita poteva leggergli anche nelle più intime latebre del cuore, non ci aveva da vedere la menoma cosa onde potesse essere dispiacente: epperò stava egli là, dinanzi a quel ritratto, così levata la fronte, così sicuro lo sguardo.
Dopo alcuni minuti, si volse di nuovo a Tommaso.
— Or dunque mia madre sta bene?
— La signora contessa è forse ancora migliorata di salute dall’ultima volta che Lei signor conte Ernesto la vide.
— E mio fratello? E mia sorella?
— Il signor contino Enrico sta benissimo; la signora contessina Albina, se osassi servirmi d’una simile espressione, la direi un elegantissimo fiore sbocciato appena appena.
Ernesto sorrise della poetica immagine del vecchio servo, e questi temendo di essere stato troppo audacemente famigliare, si tacque di subito, arrossendo un pochino.
— E Giulio? — domandò subito dopo il conte con una intonazione speciale, che all’orecchio d’un osservatore avrebbe rivelato in lui una certa preoccupazione.
— Il conte Giulio, — rispose Tommaso, — da qualche tempo si lascia vedere molto più raramente...
— Ah sì? — interruppe Ernesto con vivacità.
— Sì, signor conte: — riprese il vecchio, al quale pareva eziandio premere un poco siffatto discorso: — viene assai di rado, si ferma un poco, e, come vedrà, è diventato pallido, mesto, e, se mi permette di parlare liberamente, più timido e più taciturno di prima.
— Tu hai osservato tutto questo?
— Oh scusi, signor conte, se oso...
— Hai fatto benissimo ad osservare e a parlarmene. Questa mattina, Giulio non tarderà a venire: appena giunto, digli che io l’aspetto, che ho da parlargli, e conducimelo nella mia camera.
— Sì, signor conte.
Ernesto si mosse per partire: ma poi, come preso da una nuova idea, si fermò di nuovo e fece al domestico un’altra interrogazione.
— E il conte di Camporolle?
Pareva che Tommaso se l’aspettasse, perchè rispose subito e con una vivacità in cui avreste detto che c’era un poco d’amarezza:
— Oh il conte di Camporolle non manca mai in nessun giorno, e trova il pretesto di venirci anche due volte, piuttosto che una. E’ s’è fatto amicissimo dei signor conte Enrico; sono sempre insieme: e dove comparisce la signora contessa colla signora contessina, qualunque siasi il luogo, teatro, passeggiate, chiesa, salotti, che so io... si è sicuri di vederlo anche lui.
Ernesto nascose sotto i baffi uno di que’ suoi fini sorrisi e senza risponder altro alle ciarle di Tommaso, s’avviò verso il suo quartiere.
— Ricordati, — disse ancora al domestico: — appena Giulio arrivi, me lo mandi. —
Venti minuti dopo il cugino Giulio entrava nella camera d’Ernesto.