II.

Giulio aveva anche lui tutta la delicata finezza del tipo dei Valneve, ma accompagnata ancora da un’apparenza di debolezza, di gracilità, di timido riserbo. C’era molto, anzi troppo del femmineo in lui, i subiti rossori, la facilità delle emozioni e la tenerezza dei sentimenti; e avreste detto che mancava in lui ogni forza virile, se talvolta nel mite sguardo degli occhi grigi non balenasse pure una fiamma che rivelava il coraggio e la fermezza dei Sangré.

Il giovane entrò quasi precipitoso nella camera di Ernesto, e gli si gettò al collo ad abbracciarlo e baciarlo con tutta la effusione del suo carattere affettuoso, della sua anima tenerissima.

Ernesto contraccambiò con pari amorevolezza le dimostrazioni del cugino.

— Mio caro Giulio! — esclamò stringendoselo forte al petto; — come desideravo vederti e parlarti un po’ bene, liberamente e da soli!

Giulio, a queste parole, ebbe un balenìo quasi di timorosa ansietà negli occhi, arrossì nel volto delicato, dalla carnagione bianca, dalla pelle finissima, e nascose la faccia sulla spalla d’Ernesto.

Questi staccò adagio da sè il giovane, se lo tenne dinanzi a guardarlo, mentr’egli teneva chino a terra lo sguardo coll’aria imbarazzata, e gli disse con ischerzosa amorevolezza:

— Olà, signorino, lei ha da rendermi esatto e minuto conto dei fatti suoi. Sa bene che se il marchese Respetti è stato ed è tuttavia amministratore, curatore o che so io de’ suoi interessi materiali, di tutto quello che appartiene alla categoria per uso chiamata morale, sono io che ho preso la direzione, la cura e non senza qualche buona voglia ed effetto, mi pare.

— Oh sì! — esclamò Giulio con vivacità improntata da un vero e profondo sentimento. — Tu e la tua famiglia foste e siete tutto per me... Io che non avevo più i genitori, che non ho mai avuto fratelli, ho trovato qui le dolcezze di questi santi affetti: in te poi...

Il cugino lo interruppe sorridendo e mettendogli una mano sulla spalla:

— Quello che tu abbia trovato in me, lasciamolo stare; ma se non ti sono stato affatto inutile e affatto spiacente, tu mi devi in compenso la tua fiducia...

— E te la do: — esclamò vivamente Giulio.

— Ma completa, senza restrizioni, parlandomi come fai teco stesso, aprendomi intiera l’anima tua... Ora io ti guardo, e vedo che sei dimagrato, che hai l’aria malinconica e scoraggiata, che sei pallido...

Bastarono queste parole per far salire il rossore alle guancie di Giulio, quasi a volere smentire l’osservazione di Ernesto; ma questi continuava:

— E tutto ciò è un commento alla lettera che m’hai scritto la settimana scorsa: ma non è ancora tale da non farmi desiderare un commento più chiaro, più esplicito, più pieno nelle tue confidenze.

Giulio s’era venuto confondendo sempre più, e al cenno della sua lettera, erasi addirittura turbato come un reo a cui si rinfacci la colpa che non può negare.

— Ah! la mia lettera: — disse quasi balbettando — è stata una follia... scusami... Ho fatto male a scrivertela...

— Anzi, hai fatto benissimo. —

— Sai pure! Ci sono dei momenti di scoraggiamento, di tristezza... Ora è passato... Facciamo come se non avessi scritto niente, e non parliamone più.

— Bravo! Io che voglio fare tutto l’opposto: io che t’aspettavo con gran desiderio perchè ne discorressimo insieme proprio a cuore aperto.

Il buon Giulio si confuse, si smarrì ancora di più.

— No... non adesso... il tempo non è opportuno... questa non è giornata da occuparci di tali bagatelle... più tardi, un’altra volta. —

— No, signore, no, signore: — disse con fermezza e con amorevole insistenza il primogenito dei Valneve, — il tempo è anzi opportunissimo, io non ho che due giorni da fermarmi, e l’anima stessa di mio padre sarà contenta che in questo giorno medesimo ci occupiamo dell’avvenire di persone che gli stavano tanto a cuore... Or dunque sta tranquillo, lasciami dire e rispondi a tono. La tua lettera, a cui non risposi, appunto perchè volevo venirti parlare a voce, l’ho qui... Vuoi che la rileggiamo insieme? —

— No, no: — gridò il giovane spaventato, il cui volto era tutto una fiamma.

— È giusto: — disse Ernesto col suo grazioso sorriso — tu non hai certo bisogno di rileggerla per ricordartene, e io la so quasi a memoria. In quella lettera mi dicevi, così, tutto ad un tratto, che la vita t’era diventata insopportabile... nientemeno...

— Ernesto! — esclamò vergognosissimo il giovanetto.

— E che pensavi quindi lasciar Torino, i congiunti, i conoscenti e andarti ad imbarcare per l’America, per l’Australia, per qualche terra ignota, se ci fosse, dove perderti affatto, che nessuno udisse più mai di te.

— Che vuoi? — disse Giulio sempre più confuso. — Ho forse ereditato dal mio povero padre l’umore vagabondo e il carattere irrequieto...

— Tu che sei una perla di giovanetto, mite, modesto, assennato!

— Troveresti tu tanto sragionevole il desiderio che io avessi di andare laggiù dov’è morto mio padre e rintracciarne la tomba?

— No, certo, ma bisogna esser sinceri. Il sentimento che ti spingerebbe a quella partenza non è esclusivamente la devozione figliale, non è l’amore delle avventure, nè il desiderio di guadagni. Come fu del buon zio Armando tuo padre; ma sarebbe quella medesima causa di tristezza e di scoraggiamento che accennavi poco fa... E poichè tu fai tante difficoltà a dirmela codesta causa, vuoi che te la dica io?

— Ma che supponi?... A che cosa vuoi alludere?... Ti assicuro...

— Ah! la menzogna poi non istà bene... Potresti tu, oseresti tu negarmi che qui sotto c’è un amore?...

— Ernesto! — esclamò Giulio, proprio con isgomento. — Non dire una parola di più... Non farmi vergognare.

— E perchè vergognare?... È una vergogna forse l’amare nobilmente una buona e brava ragazza?... Perchè tu ami nobilmente, non è vero?

— Oh sì! — esclamò il giovane con forza, con calore, con nuovo coraggio, l’occhio brillante e le guancie arrossate.

— E sei persuaso che quella che ami è una buona e brava ragazza?...

— La migliore, la più leggiadra, la più sublime che sia sulla terra! — gridò con entusiasmo Giulio.

— Un angelo, secondo il solito: — aggiunse scherzevole Ernesto: — ma questa volta credo che... e non secondo il solito... tu abbia proprio ragione a chiamarla così. Ma dandole il suo nome terreno, quella ragazza noi la chiameremo?...

Si tacque aspettando che il giovane pronunziasse il nome: ma egli invece buttò di nuovo le braccia al collo del cugino e nascose tutto tremante il volto sulla spalla di lui.

— La chiameremo Albina, — proseguì dolcemente il fratello della giovanetta.

Giulio ebbe una scossa in tutta la persona.

— Oh Ernesto! — mormorò.

— Or dunque tu vedi che la tua confessione... un po’ per forza se vogliamo... me l’hai fatta... e affè mia, non ci vedo proprio nulla da vergognarsene.

— Ce n’è, a pensare che non si è degni, neppur per ombra, di colei a cui si osa rivolgere la mente e consecrare il cuore, a pensare che ella non vi potrà mai corrispondere...

— E chi te lo dice? — interruppe Ernesto.

— Tutto, e prima di tutto la coscienza di me stesso: — rispose animandosi Giulio. — Certo, se per esser degno di lei, bastasse amare sinceramente, profondamente, santamente, potrei sperare pur io; io che l’amo fin dal primo momento che ho avuto cognizione, che le ho votato un culto nel mio cuore, che in lei vedo tutto ciò che v’è di più bello e di più nobile nel mondo, che vorrei poterle mettere ai piedi tutte le grandezze, che vorrei potermi acquistare un raggio di gloria per unirlo allo splendore di leggiadria e di virtù che circonda la sua fronte.

— Ma bravo! — esclamò il fratello d’Albina. — Non ti ho sentito mai a parlare con tanta eloquenza!... Codeste belle cose, che dici a me, se tu le dicessi...

— A lei? — interruppe Giulio spaventato. — Dio mi guardi!... Come potrei osare?... In sua presenza non trovo più le parole. Ho un tumulto qui dentro... e non mi posso spiegare... Vorrei talvolta, e la lingua mi si annoda, e un tremito mi invade, e faccio dispetto a me stesso... E quando vedo altri che ha maniere così forbite ed eleganti, che sa parlare con garbo...

— Ah! qui veniamo dove il dente duole di più. Chi è quest’altri?

— Niente.... nessuno.... Tu mi fai parlare, parlare, e mi scappano dette certe cose...

— Che a me dovresti confidare senza fartele tirar fuori così a spizzico... Quell’altri dunque non lo vuoi nominare? Lo nominerò io: è il conte di Camporolle.

Giulio ebbe un momento di risoluzione e di coraggio.

— Ebbene, sì, è lui... Oh come lo invidio!... Come ne son geloso!... Mi pare a volte di odiarlo.

— Odiarlo! Egli è pur così buono, gentile, e si fa ben volere da tutti.

— Eh! appunto per questo!...

— Giulio, — disse Ernesto dopo una breve pausa: — tu conosci la mia schiettezza, e io, secondo il solito, l’userò anche teco. Se io in codesta faccenda avessi potuto influire per qualche cosa, se avessi potuto effettuare il mio desiderio, non avrei voluto che nel tuo cuore nascesse tale amore per mia sorella....

— Ecco lì! — interruppe con dolorosa vivacità il giovinetto: — anche tu mi condanni?.... Se lo sapevo, lo sapevo... Anche tu preferisci quel conte Alfredo, che è il beniamino di tutti. Tuo fratello Enrico n’è addirittura infatuato; la zia Adelaide stessa lo accoglie con maggior distinzione... L’hai detto benissimo tu adess’adesso: colui sì che sa farsi benvolere da tutti! Io sono un meschino e conosco la mia meschinità.

Il poveretto aveva le lagrime agli occhi e si mordeva le labbra per non rompere addirittura in pianto.

Il cugino gli prese scherzosamente la guancia fra l’indice e il medio della mano destra e disse:

— Tu sei un ragazzo che hai trovato modo di fare un difetto, esagerandola, d’una bella virtù, che è la modestia. Non vorrei che tu fossi un fatuo orgoglioso; ma che diamine! un più giusto concetto di te lo dovresti pure avere. Ora lasciami parlare, non interrompermi più, e vedrai che la conclusione non sarà tanto sgradevole come te lo immagini. Io dunque avrei desiderato per te un’altra compagna, che non avesse il medesimo sangue nelle vene; e per Albina uno sposo di tutt’altra stirpe, fosse pur anco di un’altra regione della penisola....

— Come appunto il Camporolle! — esclamò con qualche amarezza Giulio.

— E sai perchè? Perchè tutti i fisiologi oramai s’accordano nel dire che i matrimoni fra consanguinei vanno a detrimento della prosperità della prole e sono causa di decadenza delle razze. L’indebolimento, l’esaurimento delle famiglie reali non hanno forse altra causa: ed a questa pure devesi attribuire il cambiamento nostro, quello che fece piccoli, delicati, sottili noi discendenti di quei colossi che portavano armature di ferro e maneggiavano antenne per lancie.

— Ed è questa la conclusione che non deve essermi sgradita? — domandò il giovanetto.

— Abbi un momentino di pazienza, e lasciami finire. Io non sono così assoluto nelle mie opinioni da preferire il trionfo d’un principio da me adottato alla felicità delle persone che amo; e siccome te pure amo proprio assai....

— Oh lo so, e grazie....

— Siccome penso che tu saprai rendere felice Albina....

— Dio eterno! Oh come vorrei impiegare ogni mia facoltà, tutta la mia vita a soddisfare ogni suo desiderio!

— Benchè molto mi sia caro anche Alfredo, di cui ho avuto campo a conoscere in Crimea l’animo eletto, l’indole eccellente e il valore veramente ammirabile, pure io mi adoprerò volentieri per fare ottenere a te la mano di mia sorella.

— O Ernesto! — esclamò il giovane impallidito, tremante dall’emozione da sembrar quasi di svenire. — È ciò possibile?

— A un patto però: che Albina ci consenta di buon animo.

Giulio abbassò il capo scoraggiato.

— Ahimè!

— E per sapere codesto c’è un mezzo solo, che dovrai mettere in opera tu stesso.

— Quale?

— Domandarglielo a lei.

— Io?... Ah! non oserò mai.

— E allora toccherà anche a me fare questa bella parte.

— Ah per carità Ernesto.... La risposta la prevedo già pur troppo.

— Forse che Albina ha lasciato scorgere in qualche modo l’inclinazione del suo cuore?

— No.... non so; non potrei dir nulla.... È sempre tanto buona, tanto gentile, tanto dignitosa e modesta con tutti!

— E dunque non c’è altro modo, per saperne qualche cosa, che interrogarla...

In questo punto, dopo aver picchiato all’uscio, entrò il vecchio Tommaso, ottenutane licenza dal padrone.

— La signora contessa Adelaide e la contessina Albina sono già nella sala.

— Andiamo subito: — disse vivamente Ernesto.

Giulio lo fermò pel braccio.

— Per carità! — gli susurrò sottovoce: — non parlare di nulla...

— No certo, in questo momento: — rispose Ernesto: — ma più tardi...

Il giovane innamorato seguì con un po’ più di tranquillità e sicurezza il cugino nel gran salone dove le signore stavano aspettando.