III.
La contessa Adelaide, nella sua mestizia irrevocabile oramai, ma mestizia rassegnata e che oserei dire soave, conservava ancora traccia della splendida bellezza della sua gioventù. I capelli, tutti imbiancati ne’ cinque anni trascorsi dopo la morte del marito, scendendole alle tempia in due striscie larghe e ben fornite, le coronavano la bella fronte, bianca al pari dell’alabastro, dandole non so quale splendore, che destava in qualunque, omaggio di reverenza; gli occhi erano ancora pieni di luce, le labbra, benchè impallidite, di grazia; il contegno era mitemente altero, rivelava la coscienza d’una certa dignità e supremazia, ma accompagnata dalla maggiore benevolenza dell’animo e gentilezza di modi. Vestiva tutto di nero, chè dal dì in cui era rimasta vedova, non aveva più abbandonato il corruccio, e avea deciso non lasciarlo più in tutta la sua vita; e da quell’abbigliamento scuro, ricco insieme e modesto, che faceva ricrescere la pallidezza del suo volto, la canizie de’ suoi capelli, essa riceveva all’aspetto una maggior solennità, un non so che di venerando. Era una di quelle figure di donna, innanzi alle quali, nessuno, per quanto corrotto e malavvezzo, oserebbe manifestare un sentimento, non che colpevole, triviale, quasi non oserebbe nemmeno concepirlo nè lo potrebbe provare. Ella sedeva sopra un gran seggiolone, postato proprio in faccia al ritratto del defunto, e guardava fiso questo ritratto, e le labbra le si movevano lievemente, per dire, senza suono però, forse un amoroso saluto, forse una preghiera.
Ritta accanto a lei, appoggiata con un gomito alla spalliera del seggiolone, stava la figliuola, la contessina Albina, nella quale riviveva in tutto il suo fiore, in tutta la sua splendidezza, la beltà giovanile della madre. Mai profilo più puro fu disegnato da mano ispirata d’artista; mai sguardo di fanciulla seppe ispirare in cuor d’uomo più nobili sentimenti e aspirazioni, smania più viva ed efficace di bene, di grandezza, di gloria. I suoi occhi, azzurri come il cielo, avevano una profondità da oceano, uno splendore da stella, e, colla vivacità della giovinezza, la mestizia del pensiero. Le labbra sorridevano raramente, ma nella piegatura, nella vivacità del colore, nella leggiadria delle linee, avevano un’attraenza, una seduzione impareggiabile. Pareva, chi le guardasse, che sarebbe stata una felicità solo il vederle a sorridergli, l’udirne una parola gentile. Ella parlava poco, in presenza di estranei alla famiglia pochissimo, ma non senza arguzia, sempre per manifestare i più nobili sentimenti; e la sua voce era una cara armonia. Quanti solamente a vederla l’amavano! Tutti quelli che l’accostavano, e congiunti, e conoscenti, e servi, e artefici, tutti dovevano adorarla. Vestiva di scuro anch’essa e il suo capo biondo, ornato riccamente dal diadema d’oro dei capelli, sorgeva superbamente pel collo esile e bianco sopra un collaretto di trina che terminava l’abito di seta nera, serrato sino alla gola; le sue mani piccole, un po’ lunghette, affusolate, acquistavano maggior candore, quasi una trasparenza, dal nero delle maniche lunghe fino ai polsi e strette alle braccia alquanto sottili, ma di una perfetta modellatura.
Quando Ernesto e Giulio entrarono nel salone, la madre e la figliuola si volsero; la prima sorrise lievemente, fece brillare di una mite gioia il suo sguardo e tese la mano verso il suo primogenito; la seconda salutò con uno sguardo e un sorriso i due nuovi venuti, e, forse pel piacere di rivedere il fratello, sotto la finissima epidermide, le corse alle guancie una lieve ondata di sangue a dare alla sua pallida carnagione una tinta di color rosato.
Il conte andò sollecito innanzi alla madre, le inchinò dinanzi le sue spalline da maggiore, il suo petto fregiato della medaglia al valor militare, che si era guadagnata in Crimea, il capo ordinariamente eretto con altiera sicurezza innanzi a tutti; le prese la destra che ella gli porgeva e la baciò con reverenza piena pure d’affetto.
— Madre mia, — le disse, — la rivedo con gioia in buona salute.
Essa lasciò che il figliuolo le baciasse la mano e pronunciasse quelle parole: il suo sguardo e le labbra dicevano sempre la tenera letizia del suo cuore in quel momento, poi per la mano con cui Ernesto stringeva quella di lei, la madre trasse a sè il figlio, lo serrò al suo petto, lo baciò sulla fronte e sulle guancie, e facendo posare il capo di lui sulla sua spalla, in quell’amoroso amplesso disse, guardando con occhio inumidito il ritratto dell’estinto:
— Che tu sia il benvenuto, figliuol mio: il benvenuto in questa casa che è la tua, in questo giorno che è ora per noi il più triste e il più solenne!
Ernesto si rialzò commosso, per un minuto non potè parlare; le labbra gli tremolavano.
— Grazie, madre mia!... — Non seppe dir altro; e poi presa alle due mani la sorella, senza parlare, la trasse a sè, l’abbracciò e la baciò con profonda commozione, con infinita tenerezza.
Giulio s’era fermato con rispettosa timidezza sulla soglia, quasi pauroso di turbare colla sua presenza quel primo sfogo di domestici affetti: e fu la contessa Adelaide la prima, non che lo vedesse, ma che lo invitasse ad avanzarsi. Il giovane s’accostò alla zia, le baciò ancor egli la mano, domandandole nuove della salute, e poi si volse alla cugina, che Ernesto aveva lasciata libera del suo affettuosissimo amplesso.
— Addio, Albina: — le disse: — tu stai bene?
Le parole erano le solite che sono in bocca anche dei più indifferenti; ma nell’accento con cui erano pronunziate vibrava l’emozione di un affetto così intenso, così pieno, così potente, che qualunque donna l’avrebbe potuto avvertire; pensiamo un poco se non doveva accorgersene Albina, la quale aveva una tanta finezza di percezione, tanta delicatezza di sentimenti!
— Grazie! — ella rispose: — e tu pure?
La risposta era comune come la domanda; ma l’accompagnavano un sorriso, uno sguardo e un porgersi della manina candida e sottile dalle lucide unghie di lieve color roseo.
Giulio, impacciato, turbato, prese timidamente quella destra, la toccò appena, non osò stringerla e la abbandonò in fretta, come se il raso morbido di quella splendida epidermide gli scottasse la palma, anche traverso la pelle del suo guanto.
— E dov’è Enrico? — domandò Ernesto.
— È nel suo quartiere, — rispose la madre. — Ci ha insieme Alfredo di Camporolle.
— Ah! — esclamò vivamente Ernesto, — quel buon Alfredo!.... Lo vedrò pur tanto volentieri.
Anche Giulio, a quel nome, si riscosse e mandò una piccola esclamazione cui però riuscì a soffocare in gola; ma nè il suo riscuotersi, nè la sua esclamazione non erano di contentezza. Lo sguardo di lui corse subito, ratto, al volto di Albina, per esaminarne l’espressione: e anche gli occhi di Ernesto si volsero alla giovinetta, ma i lineamenti di costei non dissero nulla ed ella s’aggiustò con tutta indifferenza le trine d’un polsino.
Ernesto continuava:
— Alfredo è dunque diventato amicissimo di mio fratello?
— Oh sono inseparabili: — rispose sorridendo lievemente la contessa Adelaide.
— È perciò che si trova in casa nostra tanto di buon’ora? Credo che la sia un’amicizia codesta che non possa far torto nè danno ad Enrico.
— Lo credo anch’io: — disse la madre. — Camporolle mi pare un giovane proprio ammodo, un vero gentiluomo. E del resto tu che lo conosci intimamente, Ernesto, tu che hai fatta con lui la campagna di Crimea, puoi giudicare molto più rettamente dei suoi meriti.
— Se non l’avessi conosciuto degno di frequentare la casa della contessa di Valneve, se non lo stimassi tale non avrei osato presentarglielo, madre mia: — disse con accento serio il maggiore delle guardie;. — Quando si fa insieme una campagna, e una come quella di Crimea, lontano dalla patria e da ogni affezione, coll’immenso cielo per vôlta sul capo, e la morte, sotto diverse forme, di choléra, di palla o di mitraglia del nemico, in agguato ad ogni passo, si ha campo di leggersi nel cuore, due che abbiano un po’ di cervello in capo, e di stimarsi a vicenda l’anima per quel che la vale. Camporolle non è dei caratteri più forti, ma è di indole retta, onesta e valorosa. Male attorniato avrebbe potuto traviare... — Mandò un sospiro e aggiunse amaramente: — È pure così facile alla gioventù di lasciarsi trascinare a quelle che sembrano soltanto leggere follie e possono poi far capo anche a gravi errori!... Ma a lui fu sorte faustissima l’essere venuto a combattere laggiù. La disciplina militare e la filosofia pratica, modesta, ma efficacissima delle privazioni e dei pericoli, degli spettacoli dolorosi delle battaglie e delle stragi, hanno fatto più robusta la sua tempra, afforzato il suo carattere, come invigorita eziandio la fibra dei suoi muscoli. Io l’ho visto sotto il fischio delle palle e il grandinar della mitraglia, l’ho visto assistere all’agonia dei cholerosi, l’ho visto a battere i denti in un freddo da Siberia alla trincea, e ho capito che la istintiva simpatia che avevo subito sentito per lui al primo vederlo non aveva avuto torto.
La contessa Adelaide accennò gravemente col capo che approvava le parole del figliuolo; Albina conservava inalterabile il suo contegno di cortese, sempre aggraziata, un po’ altiera indifferenza; Giulio, a quel panegirico, provava una contrarietà che, a dispetto della timidezza, trovava modo di manifestarsi, nell’agitazione delle sue mani, nel morsicchiarsi le labbra, nel rossore del viso, nel balenìo degli occhi. La contessina fece sgusciare uno sguardo di sbieco fino a lui, e parve che un lieve, finissimo sorriso increspasse un momento le sue labbra color di rosa; ma gli occhi di lei videro più in là, sino all’uscio della sala che, aprendosi, diede il passo all’altro suo fratello.
— Ecco Enrico! — diss’ella.
Ernesto mosse vivamente alcuni passi incontro al fratello, che da parte sua corse sollecito verso di lui.
— Ernesto!
— Enrico!
Coll’esclamazione dei loro nomi, i due giovani confusero in un amplesso l’emozione reciproca della loro verace, sincera, vivissima tenerezza fraterna.
Lo sguardo della madre loro si posò con compiacenza, con una specie d’orgoglio sul gruppo di quei due giovani leggiadri, valenti, buoni e generosi, e poi risalì fino al ritratto del padre loro, quasi ad additarglieli, quasi a fare omaggio alla memoria di lui delle consolazioni ch’ella ne riceveva.
Enrico era di statura più alta che Ernesto, ma di complessione più delicata ancora: somigliantissimo del resto al fratello, però con un piglio più altezzoso, come pure con più superba e forse meno cortese l’indole. Dalla coscienza che aveva della pura nobiltà del suo sangue, egli non riceveva soltanto l’idea dei maggiori obblighi che gli toccassero, ma eziandio quella d’una supremazia che gli competesse naturalmente, d’una maggioranza che la Provvidenza gli avesse dato sugli altri uomini. Non può dirsi che disprezzasse quelli che appartenevano alle classi inferiori, perchè veramente non disprezzava nessuno, ma li stimava tutti da meno, aveva un certo rancore contro la borghesia che vedeva invadere ogni uffizio, ogni autorità, recarsi in pugno ogni potere sociale e le preferiva anzi la plebe, detestava poi i nuovi nobili, che gli parevano la caricatura della vera aristocrazia.
Finite le «accoglienze oneste e liete» col fratello, Enrico si volse alla madre:
— Vengo a pregarla d’un favore, a nome d’un supplicante, che non osa presentarsi.
— Chi? — disse la contessa volgendosi al secondogenito: — Camporolle forse?
— Sì, madre. Egli desidererebbe associarsi con noi, oggi, all’omaggio che rendiamo alla santa memoria di nostro padre, benchè non ci sia congiunto per sangue, benchè non l’abbia neppure conosciuto da vivo; ma egli dice che ha tanto affetto per la nostra famiglia, che in quel tempo appunto quando ci capitò cotanta sventura, egli strinse amicizia con Ernesto, che dalla lettera con cui Ernesto gli annunziava il nostro dolore, egli ebbe efficace aiuto a salvarsi da una crisi tremenda della sua vita, così bene che gli pare quasi d’avere un po’ di ragione da chiedere parte alla nostra domestica commemorazione.
La contessa Adelaide corrugò un poco le sopracciglia e guardò il primogenito, come per vedere nell’aperto di lui volto le impressioni che queste parole gli facevano.
— È vero, — disse il maggiore con qualche vivacità. — Forse, se io non gli avessi scritto allora, avrebbe potuto lasciarsi trascinare in un abisso. Egli ebbe in me la più intiera fiducia, e riuscii a persuaderlo che altrove da quel ch’egli credeva stava la difesa del suo onore e la giusta vendetta dei suoi oltraggiatori.
— Se tu, Ernesto, ne lo credi degno, se vedi che ciò sia conveniente, io non nego il mio consenso all’ammissione fra di noi del conte di Camporolle.
— E io vado subito a dargli questa buona notizia, — esclamò Enrico; — e ritorno sollecito qui con lui.
Uscì senz’altro: e Giulio, che tormentava da un poco il guanto della mano sinistra, ne strappò un bottone.
Il vecchio Tommaso spalancò l’uscio e annunziò:
— Il signor marchese e la signora marchesa Respetti-Landeri.
La contessa Adelaide volse il capo con premura verso l’entrata: Ernesto ed Albina mossero solleciti incontro ai cugini, che, arrivati da Milano fin dalla sera precedente, si presentavano, con iscrupolosa esattezza, all’ora posta, nel salone del palazzo Sangré.