IX.

Quanto più si veniva accostando al palazzo Sangré, Alfredo sentiva venire scemando il tumulto dell’animo, temperandosi quel primo impeto che lo aveva mosso. Che cosa avrebbe egli fatto quando si fosse trovato di fronte al rivale? Si mostrerebbe ancora più indegno di Albina, abbandonandosi a violenze? Che diritto aveva egli di frammettersi fra i due cugini? La buona educazione, il dovere di gentiluomo, la sua dignità non gli comandavano invece di tacere, di rassegnarsi, di allontanarsi dal cammino di quell’adorata fanciulla, di non comparirle più innanzi agli occhi, tanto più di non farsene odiare e maledire; e ciò sarebbe avvenuto se egli alcun male avesse arrecato al giovane ch’essa amava. Ma pure, no; tacere, rassegnarsi non poteva; qualche cosa gli sembrava che gli restasse pur da fare per cessare da sè tanto dolore, per temperarlo almeno. Fantasticava d’essere nel medio evo, quando un cavaliero poteva con lancia e spada conquistarsi la dama del suo cuore; sentiva che il suo amore gli avrebbe dato tanto ardimento, tanta forza da vincere qualunque competitore. Sognava di andarsi a gettare ai piedi della fanciulla e supplicarla disperatamente, non gli togliesse così ogni bene, non lo facesse a un tratto il più infelice degli uomini, non gli togliesse così spietatamente ogni sorriso alla sua gioventù ricca, baldanzosa, fiorente. Sarebbe riuscito a giungere fino a lei, qualunque ostacolo gli si volesse frapporre; avrebbe saputo intenerirla; e s’esaltava, sperava, ma poi di colpo vedeva l’assurdità de’ suoi sogni, ricadeva nella sua disperazione, si sentiva perduto.

Matteo Arpione lo seguiva sempre cautamente; quando lo vide arrivare con un passo quasi uguale a quello di chi cammina alla morte sino al palazzo Sangré, là fermarsi incerto, a capo chino, poco meno che tremante, esitare, scostarsene, riavvicinarsi, gettare uno sguardo lungo, doloroso, profondo sulle finestre di esso, là dove l’antico factotum del conte-presidente sapeva che erano le stanze della contessina, scuotere il capo, riallontanarsi, ristare, come animato da nuova risoluzione prendere l’aire per penetrare sotto il portone, e arrestarsi di colpo quasi trattenuto da un’invisibile barriera, stare ancora un momento esitante, come in lotta fra i due impulsi opposti, e poi correre via all’impazzata; l’usuraio che, vegliando continuamente sul giovane, conosceva la premurosa di lui frequentazione della famiglia di Valneve, non ebbe difficoltà a capire che il gran turbamento di Alfredo aveva la sua origine e la sua cagione lì in quel palazzo, e probabilmente in quelle stanze dove s’affissava con tanta passione lo sguardo di lui.

Che il giovane amasse la figliuola dell’antico padrone di Matteo, questi lo aveva già pensato più volte; ora vedeva chiaro che qualche guaio era nato, che qualche seria difficoltà era sorta a contrastare, se non a distrurre del tutto le speranze e i voti del giovane, ed a lui premeva di sapere sollecitamente ogni particolare della cosa, per giudicare se fosse in poter suo recare qualche aiuto, qualche rimedio. Interrogate le persone di servizio d’Alfredo, colle quali egli s’era sempre tenuto in relazione, non apprese altro fuorchè le maggiori dimostrazioni di dolore e di abbattimento che il giovane dava nel segreto della sua casa, rifiutando ogni cibo, respingendo ogni compagnia, ogni conforto, ogni parola, per rimaner solo nella sua camera, dove lo avean sorpreso a un punto ad esaminare la coppia migliore delle sue pistole. Un terribile sospetto spaventò Matteo, il quale era deciso di non indietreggiare innanzi a nessun mezzo per salvare quel giovane, per farlo felice. Cominciò per iscrivergli, falsando la calligrafia, queste poche parole: «Non disperate; quello che è massimo vostro desiderio potrete ancora ottenerlo; calma, pazienza e forza d’animo...» e gli fece trovare tal biglietto sul tavolino; poi si pose in traccia di Tommaso, il vecchio servo dei Valneve, ed ebbe la fortuna d’incontrarlo quella medesima sera.

Tommaso, come abbiamo già visto, aveva avuto grande amicizia fin da ragazzo con Matteo. Dopo che la casa dei Valneve s’era chiusa all’usuraio, i rapporti fra i due antichi amici erano diventati più freddi e infrequenti, ma non erano cessati del tutto; e di belle volte, già per l’addietro, Matteo, che conosceva il debole di Tommaso, era riuscito a trarselo seco in qualche bettola, dove, col rincalzo di parecchie bottiglie aiutando la naturale smania di chiaccherare del vecchio, aveva appreso tutto quanto avveniva nella famiglia Sangré. Quella sera, l’Arpione mise in opera tutta la sua abilità, tutta l’accortezza e dissimulazione di cui era capace, e seppe non solo indurre il vecchio domestico, riluttante dapprima, a seguirlo all’osteria, ma colà, pian piano, a poco a poco, una bottiglia dopo l’altra, cominciando dalle cose le più indifferenti e lontane, fu così bravo da scavar fuori da Tommaso tutto quanto egli sapesse di ciò che poteva interessare la sua curiosità; e Tommaso sapeva di molto, perchè, tenuto oramai dappiù che un servitore, quasi come uno della famiglia, a lui si dicevano assai cose, e assai più gli si permetteva che indovinasse.

Dopo quel lungo colloquio, Tommaso uscì brillo dall’osteria, e Matteo dai varii frammenti d’informazioni strappate al suo compagno, potè ricomporsi in capo la trama degli avvenimenti, che non dubitava di conoscere oramai in quasi tutta la verità. Alfredo aveva avuto un colloquio coi due fratelli di Albina, dal qual colloquio era uscito commosso profondamente; e subito dopo i due fratelli avevano parlato colla mamma, presente il marchese Respetti-Landeri, che era una specie di tutore e di protettore di Giulio; erano state udite alcune parole del Respetti al cugino, da cui si poteva argomentare ch’egli aveva fatto qualche cosa per soddisfare un rilevante di lui desiderio. Tommaso finalmente aveva visto egli stesso il maggiore delle guardie Ernesto di Valneve condurre Giulio ed Albina dalla contessa Adelaide, che li aveva stretti al seno e chiamati figli suoi, e la notizia erasi diffusa subito, anche fra la servitù, del prossimo matrimonio fra i due cugini. Era dunque da ritenersi che Alfredo avesse manifestato il suo amore ai fratelli della ragazza, che questi ne avessero discorso colla madre, e che allora, per intervenzione sopratutto del marchese, il quale doveva aver patrocinato la causa del suo protetto, s’era deciso di respingere la domanda del Camporolle e celebrare invece gli sponsali di Albina con Giulio.

L’Arpione provò una collera intensa, contro tutti e specialmente contro il marchese, senza il cui inframmettersi forse, egli pensava, la causa d’Alfredo non sarebbe stata perduta.

— Ma io posso fargliela pagare! — esclamò a un punto, quando si fu liberato della compagnia di Tommaso ubbriaco e camminava lentamente, pensoso, verso l’abitazione del conte di Camporolle. — Io posso vendicare Alfredo... Vendicarlo?... Oh sarebbe pur meglio farlo felice.... E chi sa?.... Con quell’arma ch’io posseggo....

Parve che un’ispirazione glie ne venisse all’improvviso: affrettò il passo con piglio risoluto, fu in un momento all’abitazione d’Alfredo, s’informò di lui, raccomandò vivamente ai servi che vegliassero sul giovane, e poi corse a casa sua. Dove rinchiusosi ben bene, accesa con mano che quasi gli tremava per l’emozione una meschina lucernetta che mandava una scarsa luce rossigna da una piccola fiammella, si guardò intorno con aria sospettosa, come se avesse paura che alcuno potesse pur tuttavia scorgerlo, benchè serrato l’uscio a doppia mandata e col catenaccio e chiuse le imposte di legno delle finestre, e poi tratta dal seno una chiavetta appesa al collo per un cordone, andò ad aprire uno stipo fasciato di ferro con grossi chiovi nelle lastre, che stava nascosto in un angolo fra il letto e la parete.