VIII.

La lettera con cui Alfredo rivelava al conte Ernesto Sangré di Valneve la poca antichità del suo titolo nobiliare, presso a colui al quale era scritta non isminuì la stima che gli portava, ma assai gli nocque invece presso il superbo Enrico, a cui parve poco meno che una temeraria impertinenza l’osare far domanda della mano d’una Sangré chi non era nobile per una discendenza almeno di quattrocento anni. Ma v’era di peggio. Lo scrivente soggiungeva che, quantunque non insignita di titolo aristocratico, la sua famiglia era delle antiche e preminenti di Lugo, e fornita anch’essa di orgoglio così che il nonno suo aveva scacciato da sè quel figlio a cui Alfredo era debitore della vita, perchè aveva sposato una figliuola del popolo; e si raccomandava e supplicava alla famiglia d’Ernesto, alla bontà di Dio che a lui non fosse negata la felicità per la ragione precisamente contraria a quella che dal nonno aveva fatto amareggiare la vita a colui che gli era pure unico figliuolo. Egli non aveva osato scrivere aperto che le sue ricchezze avrebbero dovuto ritenersi in certo qual modo compenso a quel tanto di nobiltà che gli mancava; ma pure, introducendo destramente un cenno delle fortune vistose che possedeva, le quali avrebbero permesso, al suo tanto sconfinato, ardentissimo amore, di circondare la sua compagna d’ogni vantaggio sociale, d’ogni distinzione e supremazia, lasciava scorgere il desiderio, la speranza che considerazioni di simil fatta s’affacciassero alle menti dei congiunti della ragazza.

— Come! Come! — gridò Enrico addirittura indignato: — suo padre era un borghese, sua madre una plebea, e lui si crede nostro uguale o poco meno! E ha l’insolenza di farci lucicchiare davanti, come si fa degli specchietti alle allodole, i suoi denari? O che ci crede capaci di vendere nostra sorella?

— Via, via, — disse Ernesto sorridendo pacatamente: — tu esageri Enrico. Pur troppo nell’epoca che si vive la ricchezza ha una gran potenza, e molti del nostro ceto hanno dimostrato, e nei matrimoni e in altro, di non resistere neppur essi al suo influsso....

— Ma noi non siamo di quelli: — interruppe più acceso il secondogenito: — e appunto perchè taluni della nostra classe falliscono pur troppo, ci conviene, a noi, affermare solennemente che non si è di quelli e mostrare in modo vivace e che non lasci equivoci il nostro risentimento. Io gli scriverei con acre severità, come si merita... e già, se lo incontro, non mi terrò dal dirgli fuor de’ denti quello che penso.

— A rispondere a questa lettera tocca a me, — disse Ernesto con calma, non senza qualche autorità; — e risponderò con quella dignità e quella gentilezza che si conviene ad un Valneve, tanto più quando parla a nome di tutta la famiglia; e tu poi, Enrico, quando incontrerai quel giovane, che ieri ancora chiamavi tuo amico e trattavi colla più amichevole domestichezza, tu non dimenticherai neppure, te ne prego, e credo mio dovere ricordartelo, che un figliuolo di nostro padre non deve essere nè oltraggioso, nè incivile, nè ingiusto....

— Ma il mio sdegno verso colui è giustissimo; e se io per l’addietro l’ho trattato come un uguale, come un amico, è perchè l’ho creduto per davvero degno di ciò. Egli, introducendosi in mezzo a noi, ci ha ingannati tutti....

— No: — interruppe vivamente Ernesto. — Dove, come e quando vi fu caso che gli si domandasse le prove della sua nobiltà e i titoli de’ suoi quarti? Egli si presentò col titolo di conte, e può giustamente portarlo. Avresti voluto che a ciascuno di coloro con cui stringeva conoscenza e’ si mettesse a raccontare la storia della sua famiglia e di suo padre? Ora è nata la prima volta verso di noi l’occasione di chiarire le cose, ed ecco ch’egli si affretta a dichiarare lealmente la verità....

— Sfido io a far diversamente!

— Il caso l’ha posto in rapporto meco, facendomelo incontrare in un ambiente sociale che è il nostro; egli fu meco gentile, generoso, si fece amare e stimare; di te, che l’hai trattato liberamente nelle pareti domestiche, e l’hai visto nelle più eleganti adunanze, ha conquistato l’animo eziandio colla nobiltà, il garbo e la squisitezza delle maniere, e si è dunque dimostrato pari e degno di stare a pari con qualunque del più aristocratico sangue....

— Cioè, cioè: — interruppe con un po’ di bizzarria Enrico: — qualche cosa c’è pure in lui che rivela una estrazione inferiore, qualche cosa di volgare....

— Eh via! — esclamò subito il primogenito con quel suo fine sorriso: — gli è adesso solamente che te ne accorgi; prima d’ora non lo avevi scoperto mai. Ad ogni modo bada bene; te lo ripeto, Enrico, e come preghiera e come ammonimento, qual capo della famiglia e anche in nome di nostra madre; tu incontrando Camporolle guardati assolutamente dall’essere provocatore. Sarebbe un brutto fatto che mi dorrebbe assai, sarebbe una disgrazia per me una contesa fra mio fratello e colui che, anche scoprendosi non nobile, non cessa d’essere mio amico.

Enrico chinò il capo come ossequente all’autorità famigliare rappresentata dal fratello primogenito, ma con aria poco persuasa e poco soddisfatta.

Alfredo, in attesa della risposta di Ernesto, aveva passate delle ore d’ansia dolorosissima, confortato poco e a rari intervalli da lieve speranza, affannato da crudele paura quasi sempre. Anzi quanto più il tempo passava e più cresceva la paura e più rari e meno efficaci si facevano i momenti di speranza: finchè giunto il biglietto dalla calligrafia del cui indirizzo egli vide essere del fratello di Albina e avutolo fra mano, l’emozione fu tanta che ogni vigore gli venne meno ed egli dovette abbandonarsi sopra una seggiola senza avere nemmeno la forza di rompere il suggello stemmato della bustina e leggere il foglio contenutovi che recavagli la sentenza del proprio destino.

Calmato finalmente un poco il tumulto del suo animo egli potè leggere la lettera d’Ernesto che era del tenore seguente:

«Caro Alfredo. Tutto il mio desiderio di contentarti, di stringer teco, oltre quelli dell’amicizia, vincoli più potenti ancora e più cari, si rompe innanzi ad un fatto, di cui avevo già subodorata l’esistenza, e ora ho acquistato la certezza, ed è la reciproca affezione, nata fin dalla puerizia, che passa fra mia sorella e nostro cugino Giulio, la quale affezione capirai anche tu come non ci sia ragione di contrastare. Fu anzi l’idea di questo fatto che mi rese così riserbato quando tu mi apristi il tuo animo; e tu quindi mi perdonerai e quel riserbo e la presente risposta che sarei stato lietissimo di poterti dare invece nei termini che più ti appagassero. Spero che ciò non riuscirà ad alterare per nulla fra noi quel sentimento di vera amicizia, col quale, mi dico sempre tuo affezionatissimo Ernesto Sangré di Valneve.»

Alfredo lesse d’un fiato, e non capì bene alla prima quello che aveva letto.

Una ripulsa pur troppo e’ se l’aspettava; negli ultimi momenti della sua angosciosa aspettazione la riteneva anzi per sicura, gli pareva impossibile che avvenisse diversamente. Eppure, ora che la temuta disgrazia s’era avverata, ora che ogni possibilità di speranza gli era tolta davvero, si rifiutava ad ammetterlo, si sforzava a farsi ancora un’illusione. Rilesse adagio adagio, pesando parola per parola; e un grande schianto avvenne nell’anima sua. La condanna era intera, assoluta, irreparabile; non conteneva solamente la negazione della felicità di lui, ma ancora, più crudele dolore, l’affermazione della felicità d’un altro.

Era proprio vero? Un altro avrebbe posseduto quel fiore di bellezza, quel miracolo di grazia, quel tesoro di gentilezza, di bontà, d’ogni dote superiore della donna! E chi era quest’altro? Il cugino Giulio! Era tanto modesto, era tanto meschino, Alfredo l’aveva visto sempre tanto nell’ombra, che non ne aveva bene e precisa nella mente l’immagine. E da colui, da quell’ombra, da quel nulla egli aveva da lasciarsi rapire ogni bene? e sopportarlo in santa pace? e non muovere neppure un dito per lottare, per contendere la conquista di tanto tesoro? Ch’egli amasse supremamente Albina lo sapeva pure da tanto tempo; aveva paragonato questo suo amore con quel sentimento inebbriante cui prima gli aveva infuso nel sangue la Zoe, e ne aveva notato la differenza: quest’ultimo, per quanto acceso, tumultuoso dominatore nella sua concitata natura di giovane, non era che ardore di sensi, non era un abbandono completo, un trasporto, un omaggio dello spirito, dell’animo, del cuore, di tutto l’essere; l’amore per Albina invece erasi fatto il suo culto, la sua religione, la sintesi di ogni sublimità, di ogni grandezza che egli fosse capace di apprendere. Lo sapeva, lo sentiva, si compiaceva di ripeterselo da tempo: eppure ora, al colpo di quel dolore, gli parve di non aver saputo mai, di non aver mai capito interamente quanto egli amasse quella fanciulla. Colui che pretendeva rapirgliela, egli l’odiò subitamente, d’un odio maggiore di quello che aveva sentito pel duca di Parma che gli contendeva la Zoe. Oh, poterlo avere fronte a fronte e atterrarlo e stritolarlo! Si sentiva forte, si sentiva capace di vincere qualunque. Non potè stare alle mosse; turbato, abbuiato in viso, pallido e colle sopracciglia aggrottate, lo stampo del dolore e della disperazione sul volto, uscì impetuoso, decise di cercare e trovare ad ogni modo quel Giulio. Dove incontrarlo se non fosse nel palazzo dei Sangré? Si diresse con passo concitato a quella volta.

Matteo Arpione, che vegliava con tanto maggior cura su di lui, lo vide anche in questo momento, e col cuore sospeso dall’ansia e dalla paura, lo seguitò da lontano.