XII.

«A mio figlio Ernesto.

«Trovandomi vicino a comparire innanzi al Giudice Supremo, mi sento l’obbligo, caro figlio, di dichiararti una grave mia colpa, che tutti ignorano, della quale l’unico che potrebbe accusarmi è spento pur troppo, che ora forma il rimorso degli ultimi miei giorni di vita e cui lascio a te il debito di riparare, almeno colla restituzione, e con tutti quei modi che potranno essere da te giudicati i migliori.

«Sappi adunque, — arrossisco ancora nel solo ricordarlo, — che vi fu un momento nella mia vita in cui corsi rischio di esporre il nostro onorato nome alla vergogna e allo scherno che accompagnano la rovina, la miseria, il decadimento di un’illustre famiglia, colla vendita giudiziale dei possessi, perfino coll’arresto personale del debitore, perchè avevo firmato cambiali che avevano affatto il carattere commerciale.

«Perdonami, Ernesto, come mi avranno perdonato i nostri maggiori da cui ho pur supplicate con infinito dolore mercede. Non fu trista indole, non fu neppure soverchia ambizione che mi trassero al mal passo: fu leggerezza, imprudenza spensierata, incuria e poco senno pratico della vita; mi pareva che il mio nome, il mio grado, la mia condizione sociale dovessero imporre alla gente tanto rispetto per me e per le cose mie, che nessuno avesse da ledere i miei interessi, da vantaggiarsi delle mie debolezze, da speculare sulla mia insufficienza; e d’altronde credevo io a questa insufficienza?

«Per farla breve, giunse un giorno in cui s’io non pagava almeno cinquanta mila lire di cambiali, sarei stato arrestato, si sarebbero sequestrate le nostre robe, posti all’incanto i nostri possessi: e quelle cinquanta mila lire io le teneva lì, sotto mano, chiuse nel mio scrigno: non avevo che da prenderle.... ma non erano mie: erano un sacro deposito.... Ernesto, che dirai tu quando saprai che tuo padre si è impadronito di quel deposito?

«Era il padre di Giulio, il buon Armando, che mi aveva affidata quella somma prima di partire per l’America, e io aveva giurato custodirgliela. «Vado a tentare la fortuna colaggiù,» mi aveva detto, «ma può anche essere che invece non trovi che la sventura; non voglio dunque recar meco tutto quel poco che ho ancora di mio, lascio a te questo denaro, tu lo serberai a mio figlio....

«E io, sciagurato, lo consumai.»

Qui finiva, il foglio e finiva anche lo scritto, senza data, senza segnatura, ma, come fu detto già più volte, tutto di mano incontestabilmente del fu conte Ernesto Sangré di Valneve padre.

Albina non comprese del tutto bene ciò che pur lesse e che rilesse a più riprese; ma sentiva una grande emozione nel fondo dell’anima, un gran rivolgimento in tutto il suo essere. Stette immobile, bianca come un cadavere, dritta, muta, con quel foglio in mano cui guardava con occhi appannati senza vederlo. Matteo Arpione se ne stava pure immobile nel suo cantuccio, covando con occhi ansiosi l’espressione della bella fisionomia della fanciulla. Regnò per un poco in quel salotto un silenzio di tomba. Poi le mani della giovane s’allargarono e il foglio ne cadde lentamente, avvolgendosi per aria fino a che giunse lieve lieve sul tappeto del pavimento; ma l’aveva appena toccato che Matteo lesto, eppure senza far rumore, era giunto e l’aveva preso per nuovamente riporlo e serrarlo nel suo portafogli.

La contessina, come smemorata, si portò le mani alla fronte e domandò a sè stessa più ancora con istupore che con affanno:

— Ma che vuol dir ciò?

L’Arpione, che ora le si trovava lì presso, susurrò piano piano con voce insinuante:

— Glielo dirò io... Il conte-presidente in realtà, or sono circa sedici e più anni, si trovò in criticissime condizioni. Lei sa che io godeva di tutta la confidenza di lui ed ero a parte di ogni cosa e interesse che lo riguardasse... E, se ho da dire tutta la verità, sono io che poi lo trassi dalle peste ed ebbi tanta fortuna colla mia buona amministrazione di ricostruire il patrimonio dei Sangré e di rifare prospere come sono oggidì nuovamente le loro condizioni... Ma lasciamo andar questo... non lo dico già per vantarmi... Il vero è che a quel momento... quando il conte deve avere scritto quella lettera, egli, senza quella somma di 50 mila lire, era rovinato, e, pensando alla famiglia, al decoro, all’onore del nome, si decise a servirsi del deposito fattogli dal cavaliere Armando.

Albina non ebbe più scoppio di collera, pareva affranta; ne’ suoi begli occhi stavano due lagrime; il suo pallore era tanto che anche le labbra apparivano più bianche della gorgiera da cui usciva il suo bel collo di cigno.

— Mio padre avrebbe dunque?... Sarebbe stato?... — le brutte, orribili parole che dovevan finire quelle frasi non poterono essere pronunziate. Ella si coprì un momento il volto con quelle sue piccole mani d’alabastro che tremavano, e fra le dita sottili e affusolate scorsero come due perle le lagrime contenute fin allora dalle lunghe ciglia dorate; ma rialzò tosto il capo sicura, e superba. — No; — esclamò: — non è possibile, non è vero, non è.

— Eppure... — disse ancora più piano l’usuraio: — questa confessione...

— Non ci credo: — interruppe vivamente Albina. — Ho in me una voce segreta che mi afferma ciò non esser vero...

— Ma questa voce segreta, — soggiunse Matteo sempre sommessamente, — non parlerà al pubblico...

Ella si riscosse dolorosamente.

— Voi avreste il coraggio di pubblicare?...

— Si, contessina... Ma solamente allora quando vedessi che Ella non vuole accettare le mie proposte.

La fanciulla fece un moto pieno di alterigia e disprezzo.

— Ah! — esclamò. — Avete ragione. Voi siete venuto qui per vendermi quella carta.

— No! — gridò con qualche veemenza Matteo.

— Domandatemi quel che volete. Qualunque somma sia, io m’impegno di farvela ottenere.

— Nessuna somma. Nè cento milioni, nè cento mila. Sono di begli anni, sa, che possiedo questa carta. Ho io mai pensato a trarne profitto? Ho taciuto sempre; mi era caro quanto a loro l’onore della memoria di chi fu mio buon padrone; se ora vengo da Lei è perchè sapevo che non avrei avuto nessun altro mezzo di ottenere che Ella acconsentisse...

— Ma che volete dunque? — interruppe Albina con isdegnosa impazienza: — che volete?

— Le ho già detto che il suo matrimonio col cavaliere Giulio non doveva aver luogo.

Ella fece un atto di superbo diniego, ma tacque.

— E aggiungo ora, — prosegui il vecchio, — che Lei deve dar la mano al conte Alfredo di Camporolle.

Albina lo guardò meravigliata insieme e sprezzosa.

— È lui che ha comprata la vostra protezione?

— Egli non ne sa nulla, davvero, lo giuro sull’anima mia!... Sono io che... per certe ragioni che è inutile dire... lo voglio felice ad ogni costo... E sarà felice anche Lei, ne sia sicura. Il conte Alfredo l’ama tanto! L’ama da pensare ad uccidersi se la perde! L’ama da farle con incessante cura una vita tutta gioie e consolazioni. Ed è così buono, sa, il conte! È un’anima eletta, è un cuor d’oro...

Ella gli troncò le parole con un atto d’impazienza:

— Basta!

— Ella rifiuta?

— Sì...

— E allora mi costringe a pubblicare...

— Ah no, voi non lo farete.

— Lo farò se Ella mi lascia uscire di qui senza la promessa di acconsentire a quello che io le domando.

— Lasciatemi almeno un po’ di tempo...

— No... preme... quel misero soffre: può da un momento all’altro abbandonarsi a qualche eccesso di disperazione. Bisogna che quest’oggi stesso venga a confortarlo un biglietto che lo richiami in questa casa.

— Quest’oggi stesso!

— Vuole Ella sacrificare la memoria venerata di suo padre?... Se io andassi con questa carta dalla signora contessa Adelaide...

— Ah no: — proruppe Albina con tono di spavento. — Non da mia madre...

— Me lo lasci soltanto supporre: vede bene che ho pur pensato ad evitare un simile dolore a quella venerata signora. Ma se ci andassi e le dicessi quello che ho detto a Lei, non crede che sua madre medesima verrebbe a pregarla di acconsentire?...

Albina si coprì di nuovo il volto colle mani e mormorò con espressione d’infinito dolore:

— Che fare? Che fare, mio Dio!

E l’altro sommesso, insinuante come prima:

— Quello che le dico io... Dichiarare alla signora mamma e ai fratelli che, pensandoci bene, Ella si è accorta di amare il conte Alfredo invece che il cavaliere Giulio; soggiungere che oramai è sua ferma volontà di sposare il primo; che nulla può farla più cambiare, e insistere e pregare perchè si scriva subito al conte di Camporolle... e magari scrivere Lei.

La contessina teneva sempre la faccia nascosta fra le mani.

— È un sogno questo? — balbettava, — È un brutto sogno?

— Sarà una realtà che la farà felice Lei stessa... Tutti sempre ignoreranno... quella debolezza... la ignorerà sua madre, anche i fratelli, non riceverà la menoma tacca la memoria del conte... e sarà proprio come se quella carta non avesse mai esistito.

La giovane si scosse e levò vivamente il capo.

— Quella carta? — domandò con voce soffocata. — Che cosa ne farete?

— La rimetterò nelle sue mani in compenso della solenne sua promessa.

Albina si premette gli occhi per ricacciarne indietro le lagrime; si premette il cuore per contenerne il palpito doloroso; tese la destra verso l’usuraio e disse con accento di comando:

— Datemela!

— Ora? Subito?

Ella ripetè seccamente, ma con maggiore imperiosità:

— Datemi quella carta!

Matteo, dominato, soggiogato, s’inchinò, trasse fuori il portafogli, ne levò quel pezzo di carta, e tenendolo in mano esitante, dubbioso, incerto, disse:

— Eccola, ma...

Albina gliela strappò di mano.

— O padre mio, — esclamò, — parlami tu, illuminami tu, vieni tu a chiarirti innocente, come ti sento, ti credo.

— Signorina! — gridò Matteo spaventato: — Ella non può ancora ritenersi in possesso di quel documento; io le ho detto che non gliel’avrei dato se non dopo e in compenso della sua promessa...

La contessina lo fulminò d’uno sguardo di tanto disprezzo che gli ruppe le parole in bocca.

— Questa carta non uscirà più dalle mie mani: — disse Ella: — e voi ne siete pagato, perchè la mia promessa... l’avete.

Si premette di nuovo il cuore e con voce manchevole soggiunse:

— Ed ora lasciatemi, andate!... Non mi farete, spero, l’oltraggio di dubitare della mia parola.

— Oh no certo, contessina... Questo mi basta... L’impegno che Ella ha preso io lo ritengo fin d’ora per solenne e...

— Lasciatemi, vi ho detto, — interruppe Albina. — Ho gran bisogno di esser sola.

Matteo Arpione partì inchinandosi umilmente; la giovane, appena egli fu fuor dell’uscio, cadde seduta, mandando un gemito di dolore, mezzo priva di sensi; nelle mani contratte con cui si premeva il petto stringeva spiegazzata la lettera del morto padre.