XIII.

Alfredo aveva già ricevuto un po’ di conforto dal bigliettino anonimo che misteriosamente si era trovato sul tavolino e di cui aveva cercato invano di conoscere la provenienza; ma la giornata successiva era già quasi trascorsa senza che nessun fatto venisse a rinforzare la sua speranza ed egli ricadeva man mano nella prima disperazione, quando a mandarlo nella gioia più viva gli giunse verso sera una polizza di visita del conte Ernesto con sopravi scritte queste parole: «Parto domattina di buon’ora per tornare al mio battaglione, e ho bisogno di vederti prima e dii parlarti. Vieni stassera verso le otto; saremo soli; vieni come se non ti avessi scritto la lettera di ieri. E dopo aver parlato noi due, passeremo nel salotto di mia madre, dove a quell’ora non ci sarà nessun estraneo alla famiglia.»

Il giovane innamorato aspettò con esultante trepidazione l’arrivo di quell’ora assegnatagli, che gli parve tardasse un’eternità a giungere; rilesse le mille volte quel bigliettino e s’industriò a penetrarne il più intimo senso, le più riposte cagioni che lo avevan dettato. Non poteva a meno di concluder sempre esser quella una promessa di felicità. Conosceva troppo il carattere d’Ernesto per dubitare della perfetta di lui lealtà e franchezza; il dirgli che considerasse come non avvenuta la lettera precedente era un’assoluta ritrattazione della lettera medesima, era dunque un accettare la sua proposta; il soggiungere che dopo il loro colloquio sarebbero passati nel salotto della contessa era un affermare che di quella sera medesima si voleva tutto definire e stabilire. Era fin troppa ventura; era un passare dall’eccesso del dolore all’eccesso della gioia, e questa opprimeva perfino il cuore che invadeva.

Alla fine quelle benedette ore scoccarono e Alfredo di Camporolle, in un’acconciatura severamente elegante, si presentava nell’anticamera di casa Valneve. Non ebbe da mandare ambasciata; come visitatore atteso fu subito condotto da un domestico nello studiolo del conte Ernesto.

Questi, appena il servo ebbe annunziato Alfredo, mosse incontro al nuovo venuto colla solita, gentile sua agiatezza di maniere. Fumava un grosso sigaro d’Avana che riempiva d’un piacevole profumo lo stanzino; era vestito con abiti cittadineschi ed aveva il volto rallegrato dal suo benevolo sorriso. Si tolse di bocca il sigaro per dire all’amico:

— Bravo! Esattezza da militare. Suonano adesso le otto.

E gli tese la destra con tutta la franchezza d’una vera amicizia.

Un freddo e acuto osservatore avrebbe forse potuto notare in lui, non un impaccio, nè uno sforzo a dissimulare, — di questi egli colla sua schietta natura non ne aveva mai, — ma una certa lieve preoccupazione; Alfredo però, che non era acuto osservatore, e che in quel momento era assai commosso egli stesso, non vide nulla, non notò nulla, occupato a frenare il suo cuore che batteva di troppo.

— Sono venuto ansiosamente al tuo appello: — diss’egli con voce un po’ incerta: — e non ti nascondo che per me quest’ora ha tardato molto a giungere.

Ernesto, per la mano che l’amico gli aveva data, lo trasse innanzi fin presso il caminetto, dove ardeva ancora, benchè si fosse verso la fine di marzo, un allegro fuoco, e fattolo sedere sopra una bassa poltroncina, gli porse un elegante astuccio pieno di quei sigari d’Avana con uno dei quali egli profumava la stanza.

— Vuoi fumare? — gli disse.

— No, grazie: — rispose Alfredo metà sorridendo e metà sul serio; — il fumare distrae. Io voglio avere tutte le mie facoltà intente a quello che stai per dirmi.... Parla, mio caro Ernesto, te ne prego. L’impazienza, l’ansietà mi tormentano.... Senti, toccami, ho la febbre.

Ernesto gli strinse il braccio colla sua mano delicata e nervosa.

— Sì, davvero, povero Alfredo! — esclamò con interessamento. Or bene, io ti leverò subito da questo travaglio. Del resto lo dovevi ben capire che se ti ho scritto di quella guisa non era poi per dirti qui faccia a faccia delle cose che ti dovessero spiacere.

— Sì, l’ho capito... cioè l’ho sperato; ma, tu sai pure che, quando si agogna ad una tanta felicità, quando massime la si è vista dileguarsi da noi, ci pare poi impossibile raggiungerla, se non la si tiene proprio afferrata colle nostre mani.

— Ebbene, fa conto di averla afferrata fin d’ora. La mano d’Albina sarà tua.

Alfredo sorse di scatto, mandando un grido, poi dalla emozione impallidì e vacillò, si lasciò quasi cadere sul seno di Ernesto e gli disse piangendo insieme e ridendo, poco meno che balbettando:

— Oh Ernesto!... è dunque proprio il paradiso sulla terra che tu m’annunzi!... Oh amico mio! Oh fratello mio! Gli è a te, ne son certo, che debbo tanta ventura... È perfino la vita che tu mi ridai... sì, perchè senza di lei non posso più vivere, io sarei morto.

E lo abbracciava e lo baciava con forza, con passione, con trasporto.

— Via, via, — disse il fratello d’Albina facendo a rendere più tranquillo il giovane: — non parliamo di morire. E non dare neppure a me un merito ch’io non ho. Sai che sono schietto fino alla imprudenza con tutti, e tanto più con quelli che stimo di meglio. Ti amo e stimo così da essere perfino grossolano nella mia franchezza a tuo riguardo; e dunque ti confesso che io non ho patrocinata menomamente la tua causa, e che anzi ho desiderato la vittoria d’un altro. Che vuoi? A Giulio, oltre ai vincoli del sangue, mi congiunge un affetto nato fin dall’infanzia e sempre accresciuto colla domestica frequenza, coll’esempio e col desiderio di mio padre che quel ragazzo tenne seco ed amò proprio come suo figlio. Anche adesso penso con assai dispiacere al dolore che proverà quel buon Giulio, e che avrei voluto risparmiargli. Certo, se non si fosse trattato di lui, sarei stato io tuo avvocato zelantissimo.... Ma la conclusione, che è ciò che più ti importa, si è che non hai avuto bisogno d’altri avvocati, e la tua causa l’hai vinta.

Alfredo sentì un brivido delizioso di gioia scorrergli per tutte le vene.

— Dunque.... — disse tremando e con voce ansante: — la signorina Albina?...

— Fu sempre pensiero di tutti noi, di nostra madre la prima, lasciarla libera nella scelta della sua sorte... beninteso entro certi limiti.... Alcune apparenze ci avevano ingannati.... In breve, ora qui io t’ho accolto come pretendente: uscendo di casa nostra protrai essere il fidanzato di mia sorella.

Camporolle tacque un momento per dominare la sua tanta emozione; prese un aspetto grave, e con voce ferma e improntata d’una certa solennità, disse poi:

— Ernesto, giuro che farò ogni cosa in mio potere, perchè nè la contessina, nè alcuno della tua famiglia abbia mai da deplorare di avermi creduto degno di tanto onore e di tanta felicità, e confido che riuscirò nel mio intento. Ecco quanto posso far io personalmente; quanto alle altre materie da trattarsi, tu mi indicherai il notaro della tua famiglia, e con esso un altro incaricato da me, a cui comunicherò tutti i documenti e che informerò esattamente delle mie condizioni, domestiche e finanziarie, aggiusterà tutto quanto riguarda le cose d’interesse; ma sento il bisogno di dichiarare fin d’ora che io nella sposa di cui ambisco sì ardentemente la mano, non cerco, non voglio cercar altro che la fiducia e l’affetto....

Ernesto l’interruppe.

— Di tutte codeste cose che sentono l’abbaco, hai ragione tu, bisogna lasciar parlare ai nostri notai... Ora, se lo desideri, possiamo andar di là nel salotto di mia madre.

Se lo desidero! — esclamò Alfredo, lo sguardo sfavillante e congiungendo le mani quasi in atto di preghiera.

Il conte di Valneve gettò nel caminetto il sigaro e suonò il campanello.

— Domandate alla contessa, — disse al domestico che si presentò all’uscio, — se può ricevere in questo momento il conte di Camporolle e me.

Il servo s’inchinò e ripartì.

Successe un momento di silenzio; Alfredo cercava col cervello in tumulto delle frasi da dire, e non trovava nulla: Ernesto, preso di sopra la caminiera un paio di guanti, se li calzava, guardando distrattamente le braci nel focolare.

Il domestico tornò e disse:

— La signora contessa li aspetta.

Ernesto passò il braccio su quello di Alfredo e s’avviarono insieme; traversate un’antisala, il gran salone, una stanza di mezzo, penetrarono nel salottino particolare della contessa Adelaide.