XIV.
La contessa era sola, seduta sopra un seggiolone presso alla tavola di mezzo, su cui stava accesa una grossa lampada di porcellana dipinta, senza ventola, illuminando molto vivamente il non ampio salotto. Volse verso i due giovani che entravano il capo già incanutito, ma sempre eretto con fiera eleganza, il volto pallido e corso da rughe, ma bello sempre di nobile espressione, gli occhi pieni di benevola cortesia, e rispose con un grazioso cenno ai saluti degli arrivanti.
Anche in lei si sarebbe potuto notare una qualche preoccupazione, un leggero turbamento, un’ombra, direi quasi, ma proprio niente più che un’ombra di malavoglia.
Sul tappeto elegantissimo che copriva il tavolo stava un libro aperto e voltato al rovescio, colle pagine sotto e in su la copertina riccamente rilegata in cuoio con dorature. Pareva che la contessa avesse interrotta allor’allora una lettura che stesse facendo; ma in realtà era da più di venti minuti che quel libro giaceva abbandonato in quel modo, e che lo sguardo della signora stava fisso innanzi, sulla parete, dove pendeva un dipinto chiuso in una cornice ovale di legno scolpito: un ritratto anche quello del fu conte-presidente. L’amorosa, inconsolabil vedova aveva volute presenti le sembianze del perduto marito in ogni stanza dove ella passasse più solitamente le ore della sua vita: nella camera da letto, nel proprio salotto e nel gran salone. E questo ritratto di fronte a cui sedeva, ella, ora, prima di venire interrotta dall’arrivo dei due giovani, lo stava guardando con una specie di insistenza interrogativa, quasi volesse da quello attingere alcun che da sciogliere certi dubbi, quasi ne aspettasse una parola, un cenno che le spiegasse cosa che non comprendeva e che si turbava un poco di non comprendere.
Appena scambiati i saluti, la contessa fece segno ad Alfredo di sedere sul piccolo sofà, che stava appunto sotto il ritratto del defunto di lei marito, e si volse verso di lui così da vederne di pieno il volto nettamente illuminato dai raggi della lampada.
A togliere l’impaccio dell’entrata in argomento e la sgradita esitazione delle prime parole, Ernesto cominciò subito a dire in questo modo:
— Madre, ho parlato al conte di Camporolle. Egli, malgrado la lettera che io gli ho scritto e che ora ho disdetto, ci fa l’onore di ridomandare la mano di Albina, e io lo conduco qui innanzi a Lei, dopo avergli lasciato sperare che la risposta della contessa di Valneve sarebbe stata favorevole.
La signora non rispose subito: i suoi occhi erano di nuovo fissi sul ritratto. Non fu che un momento, ma pure, ad Alfredo parve di passare per una lunga angoscia di aspettazione. Ella abbassò lo sguardo dal dipinto alla figura del giovane e disse a sua volta con un po’ d’emozione:
— Le parole che ha udite da mio figlio primogenito, le ritenga pure dette da me.
Alfredo si alzò; avvicinatosi alla contessa, ne prese la destra e la baciò con umile rispetto.
— Contessa, — rispose, — ho innanzi a me tutta la vita d’un giovane di venticinque anni per ringraziarla; e non sarà abbastanza, in proporzione alla felicità che Ella mi accorda.
C’era tanta verità di sentimento, tanto simpatica espansione in queste poche parole, che la madre di Albina fece al giovane innamorato un sincero sorriso di benevola approvazione.
— Or dunque, — soggiunse con una tinta di allegria nell’accento, — conviene presentarla alla sua sposa, signor conte di Camporolle.
A quel nome di sposa, Alfredo fu scosso di nuovo da un fremito di piacere; s’inchinò profondamente senza poter parlare. La contessa si volse al figliuolo:
— Fa venire Albina: — gli disse.
— Vado io stesso apprenderla: — rispose Ernesto alzandosi sollecito, e uscì dal salotto.
Donna Adelaide scoccò uno sguardo penetrante su Alfredo e con maggiore vivacità e confidente domestichezza, interrogò:
— Lei ama davvero e molto la mia Albina?
— Oh con tutta l’anima! — proruppe il giovane, la voce, gli sguardi, l’aspetto pieni di fuoco: — tanto, veda, che non oserò mai dire neppure alla contessina, che non sono capace di esprimere neppure ora qui, a Lei, la cui squisita bontà mi incoraggia così generosamente. Io non vivrò che per essa: ogni mio atto, ogni volontà, ogni pensiero dipenderanno da Lei soltanto...
La contessa guardava di nuovo il ritratto.
— Ah possa Ella amare e render felice la figliuola, come colui che ci guarda da quella tela amò e fece felice la madre!
Camporolle si volse egli pure a quel dipinto.
— Farò ogni mio possibile per ciò, lo giuro per la santa memoria del genitore della contessina; a quella santa memoria domanderò le ispirazioni, ed Ella, contessa, che avrò la fortuna di chiamar madre io pure, Ella vorrà aiutarmi e suggerirmi co’ suoi consigli, co’ suoi ammonimenti. Oh creda che, in ogni cosa e tanto più in quanto riguarderà la felicità della mia compagna, Ella troverà sempre in me la zelante sommessione e la sollecita obbedienza d’un figliuolo.
La contessa non ebbe tempo a rispondere che con un sorriso e un cenno del capo: l’uscio venne aperto ed entrarono Ernesto ed Albina.
Quest’ultima era un po’ più pallida dell’usato, ma le sue fresche guancie di diciassette anni non serbavano traccia delle lagrime che in segreto vi erano scorse sopra; lo sguardo era velato dalle lunghe ciglia abbassate, ma gli occhi non erano più arrossati dal pianto che avevano pur versato, non visti, con tanta amarezza. S’avanzò sicura, con una certa alterezza, e insieme modesta; si fermò presso la madre e levando un poco le ciglia mandò uno sguardo non ad alcuna delle persone viventi che lì si trovavano, ma anch’essa al ritratto di quel morto che era stato suo padre.
— Eccomi: — diss’ella poi con quella sua voce soave come nota di flauto d’argento, quasi per sollecitare le parole, che stavano per essere pronunziate, come impaziente d’averle udite, d’aver finito quello per cui era venuta.
— Albina, — disse la madre prendendole la destra; — questa tua mano ci viene domandata dal conte di Camporolle; io e tuo fratello maggiore gliel’abbiamo accordata e gli abbiamo fatto sperare che tu non avresti contraddetto alla nostra risposta.
Vi fu un momento di silenzio; la fanciulla parve raccogliersi, esitare, le sue sopracciglia si corrugarono leggermente e le labbra quasi scolorite si serrarono; Alfredo, oppresso da inesprimibile emozione, si appoggiò alla spalliera d’una seggiola vicina; il cuore gli batteva così concitato che parevagli dovessero sentirlo tutti i presenti. Albina, quasi involontariamente, come attratta da un influsso magnetico, fece sguizzare uno sguardo verso il giovane; la vista di quel bel volto pallido, ansioso, supplichevole, che pareva d’uomo la cui vita dipendesse da un cenno di lei, forse valse eziandio a rincalzare la risoluzione in lei già ferma e precisa, ma che, a quel momento fatale di prendere un irrevocabile impegno, non trovava il coraggio di estrinsecarsi; ella s’inchinò innanzi a sua madre, ne baciò la mano e rispose:.
— La risposta data da Lei mia madre e da mio fratello, è la mia.
Camporolle mandò un’esclamazione che era un sospiro di sollievo, un grido soffocato di gioia.
— Ah signorina! — disse con voce rotta e quasi affannosa: — tutto il mio sangue pel tesoro di queste sue parole.
La contessa che aveva ritenuta con una mano quella di Albina, porse l’altra ad Alfredo che si affrettò a porre in essa la sua destra.
— Ebbene, — diss’ella commossa guardando il ritratto del defunto marito: — sieno questi i vostri sponsali, e questo momento per voi solenne possa essere principio per ambedue di una felicità, quale ho avuta io col mio povero Ernesto....
La voce le si estinse fra le lagrime; Albina le cinse colle sue braccia il collo e baciandola, appoggiandole sulla spalla il suo bel capo, esclamò:
— Mamma! Mamma!... Non pianga.
Alfredo sollevò fino alle sue labbra la mano della contessa Adelaide e vi pose un lungo bacio.
La madre di Albina unì insieme le destre dei due giovani, e disse con un sorriso che aveva qualche cosa di mesto, di rassegnato:
— Siete fidanzati.
Alfredo strinse leggermente quella manina sottile, il cui contatto, pur traverso la pelle del guanto che gli vestiva la mano, gli faceva tumultuare il sangue; ma nessuna stretta rispose alla sua, quella destra verginale rimase inerte, passiva, fredda, e appena egli sciolse un pochino le dita, si ritrasse sollecita.
Ernesto entrò allora a parlare a sua volta:
— E così io posso partirmene domattina, chè quest’affare è terminato. Tu, Camporolle, combinerai tutto con mia madre, e quando sarà stabilita ogni cosa del modo, del tempo, eccetera, mi scriverete subito, perchè io possa prendere il mio permesso.
Sedettero, stettero un poco, chiaccherando più di cose indifferenti che di quanto era allora avvenuto e che pure doveva essere fatto importantissimo per tutti; Albina parlò poco, si mostrò nè lieta, nè triste; vennero visitatori ed essa si ritirò senza mandare alcun saluto speciale ad Alfredo, il quale di lì a poco se ne partì egli pure; e non sapeva se doveva essere contento o no, ed aveva una confusione nell’anima in cui non valeva a discernere egli stesso.
Enrico non si era lasciato vedere; ed era perchè egli aveva dichiarato assolutamente di non approvare a niun modo quel matrimonio, e non aveva ceduto che all’autorità del fratello primogenito. Ed ecco a questo riguardo quello che era avvenuto.