XV.

Albina, dopo il colloquio con Matteo, stata a meditare seco stessa quasi un’ora, aveva poi, per mezzo della signora Giustina, fatto pregare suo fratello Ernesto di venirle a parlare; e a lui, subito, aveva detto dovergli domandare un gran favore da cui dipendeva la sua sorte, supplicarlo volesse proteggerla, aiutarla, sostenerla in una contingenza gravissima, in cosa che bisognava assolutamente compiere e per cui sentiva mancarsi essa stessa il coraggio, e troppo sapeva che avrebbe trovato contrari tutti i suoi. Era quasi impossibile per chiunque il risponder no ad una preghiera fatta da quella gentil persona, con quella voce così soave, colla malìa celeste di quegli occhi azzurri, così dolci: era impossibilissimo poi ad Ernesto, il quale, per sua sorella, di cui conosceva per bene la elevatezza dell’animo, l’eccellenza dell’ingegno, la generosità del cuore, aveva una predilezione, in cui, oltre al più vivo amor di fratello, c’entrava un poco di quello paterno e direi perfino della tenerezza d’una madre.

Egli dunque sollecitamente e con calore rispose ad Albina, parlasse pure, e di qualunque cosa si trattasse, fosse certa del più caloroso e zelante concorso di lui; ma ben ebbe da pentirsi di questa sua promessa e grandissimo e spiacevole fu il suo stupore, quando la sorella gli ebbe detto che quell’importante, difficile, dolorosa bisogna era di rompere gl’intesi di lei sponsali con Giulio e stringerne altri invece col respinto conte di Camporolle. Non istarò a riferire tutto il dialogo che ebbe luogo fra i due giovani, Ernesto tentando con ogni argomento rimuovere Albina da simile decisione, ed essa insistendo con una tenacia e risolutezza irremovibili a qualunque ragione, perfino alle preghiere; dirò solo che ella tanto fece, da giungere perfino a persuadere il fratello essere vere le sue affermazioni; che, cioè, consultato meglio il suo cuore, erasi accorta di non amare Giulio, di amare invece quell’altro, di avere a tutta prima acconsentito alle preghiere del cugino, perchè esso le destava compassione, e volendogli bene davvero come a un fratello, erale doluto assai dargli una risposta che lo facesse soffrire; ma poi, pensandoci meglio, s’era accorta che il suo sacrificio le sarebbe stato troppo doloroso e aveva sentito mancarle la forza di compierlo. Finì per dire che se suo fratello le fosse mancato, avrebbe scritto direttamente essa medesima al conte di Camporolle.

— Conte.... conte: — proruppe Ernesto. — Non sai che egli è stato fatto tale da poco per un brevetto comprato dalla Corte pontificia, e che suo padre era un borghese, sua madre una popolana?

Albina ebbe un piccolo movimento di spiacevole impressione, ma si ricompose tosto.

— Ho sentito molte volte da te stesso a vantare la nobiltà del suo carattere e il suo valore personale.

— Oh questo sì: — rispose Ernesto che non sapeva mentire.

— E dunque non ti pare che con queste doti possa ritenersi degno di appartenere alla nostra classe?

Ernesto tacque un momento.

— Egli appartiene a un altro paese: — disse poi: — tosto o tardi vi si restituirà ad abitarlo definitivamente, e tu dovrai separarti da tutti quelli che ti amano.... da tua madre....

— Lo pregherò di rimanere: — rispose Albina, le cui ciglia tremolarono: — e spero che si arrenderà alle mie preghiere; che se fosse anche irremovibile, pazienza, sarà per me un gran dolore, ma mi rassegnerò.

La conclusione fu che Ernesto accettò lo sgradito incarico di rivelare tutto questo alla madre e di adoperarsi a farla accondiscendere ai nuovi propositi della fanciulla. La qual cosa non si ottenne senza gran difficoltà; Albina fu sottoposta al più insistente e rigoroso interrogatorio, si usarono anche dalla contessa preghiere e perfino minaccie; ma qui pure finì per vincere il fascino irresistibile di quella creatura così pura e leggiadra, la quale, gettatasi in ginocchio presso sua madre, pregando invocò anche la protezione dello spirito paterno.

Chi non cedette, chi non si lasciò vincere in nessun modo, fu Enrico. Per lui una mésalliance, come la chiamava, era qualche cosa di orribile, d’inaccettabile, e non ci volle poco, da parte del fratello e poi della madre, i quali dovettero mettere in campo tutta la loro autorità, per impedire che egli cercasse rendere impossibile quel maritaggio con qualche atto di sfregio o di violenza contro Alfredo.

Rimaneva il povero Giulio, a cui s’aveva da comunicare una sì brutta notizia; Albina domandò vivamente che a lei si lasciasse quel penoso còmpito; ella conosceva per bene l’animo e l’amore del cugino, ella sperava che avrebbe saputo trovare parole da rendergli meno dolorosa il colpo e più valido il coraggio; e la contessa acconsentì a questo desiderio della figliuola. La quale mandò subito al giovane due righe di suo scritto.

«Caro Giulio, non venire stassera; vieni invece domani mattina più presto che puoi. Ho da parlarti lungamente, gravemente: da fare appello alla tua generosità, al tuo affetto, alla tua fiducia in me. — Albina.»

Questo biglietto pose in tumulto l’anima del giovane, che naturalmente passò tutta la notte fantasticando, inquieto, ansioso, tormentato da mille dubbi e paure.

Il mattino seguente egli fu alla stazione della via ferrata all’ora della partenza del primo treno per Genova, col qual treno egli sapeva che il cugino Ernesto doveva lasciar Torino per restituirsi al reggimento. Il maggiore delle guardie era solo, neppure Enrico non lo aveva accompagnato. A Giulio parve che la sua vista facesse al cugino un’impressione quasi di rincrescimento; notò nel modo di parlargli, nell’espressione dello sguardo e della fisonomia d’Ernesto qualche cosa di addolorato, di compassionante, e i suoi timori se ne accrebbero. Non potè resistere all’ansietà e chiese al fratello d’Albina tremando:

— C’è qualche cosa di nuovo?... Ho il presentimento che qualche disgrazia mi minaccia.

Ernesto che non era capace mai di dissimulare, abbracciò strettamente il cugino.

— Albina t’ha scritto? — domandò.

— Sì.

— La devi vedere?

— Questa mattina.

— Ebbene essa ti dirà tutto.... abbi coraggio, mio caro; ricordati che sei uomo, ricordati che sei un Sangré; e se da solo non ti parrà possibile avere tanta forza da resistere al colpo, salta in un treno, corri a Genova da me, e vedrai che io ti saprò trovare qualche conforto.

Giulio rimase così stordito che glie ne mancarono le parole: Ernesto l’abbracciò e baciò ancora una volta, gli disse ancora all’orecchio la parola: «coraggio!» e si slanciò sul marciapiedi per allogarsi nel treno a cui il capo-stazione dava già il cenno della partenza.

Il fischio della locomotiva riscosse il povero giovane per cui già era certa la maggiore delle disgrazie che gli potessero capitare: la perdita d’Albina. Si avviò lentamente verso il palazzo della zia, sentendo ad ogni passo accrescersi lo sgomento ed il dolore, e quando giunse alla meta gli restava appena tanto di forza da domandare al domestico se avrebbe potuto parlare alla contessina.

— Sì, signor cavaliere, — rispose il servo — si compiaccia di passare nel salone.

Quel salone vasto, elegante, solenne, parve a Giulio una paurosa solitudine: ci si fermò in mezzo dubbioso ed esitante; i suoi occhi corsero e si fermarono sul gran quadro alla parete principale: da quella cornice dorata pareva guardarlo la dignitosa figura del conte-presidente. Ma in quel momento il giovane credette scorgere, anche in quel volto dipinto, un’espressione di pietà, di rimpianto verso di lui, quale aveva visto poc’anzi sulla faccia d’Ernesto. Andò a metterglisi innanzi a due passi, e giungendo le mani in atto di preghiera, esclamò forte:

— O zio, Lei mi voleva pur tanto bene! Lei mi disse pur tante volte che avrebbe voluto farmi felice!... A Lei mi raccomando. Oh non voglia che mi colpisca la maggior disgrazia! oh faccia ch’io non abbia da perdere Albina!

Un singhiozzo l’interruppe: egli si volse di scatto: dietro a lui a due passi stava Albina che nascondeva il suo dolore e le sue lagrime coprendosi colle manine il volto.