XVI.

Giulio corse sollecito dalla cugina, le abbassò le mani e vedendone le lagrime, esclamò disperato:

— Tu piangi!... O Dio! che cosa posso io fare per asciugare il tuo pianto?... Oh dimmelo, se pure io ci posso qualche cosa.

Albina ricacciò indietro le lagrime, diede alla profonda mestizia del suo volto un’espressione tranquilla e risoluta, e tenendo strette fra le sue le mani del giovane, rispose:

— Sì, tu puoi cessare il mio pianto, tu puoi confortarmi nel mio dolore, ed è mostrandoti tu stesso coraggioso, fermo, sereno innanzi alla disgrazia che ci colpisce.

— Ma qual è questa disgrazia? C’è qualche cosa che ci separa?

E il giovane fissava ansiosamente lo sguardo sul volto di lei. Albina tolse via le mani da quelle di lui, si ritrasse un poco, e rispose abbassando le ciglia mestamente:

— Sì.

— Che cosa? che cosa?

Albina scosse il capo senza rispondere; non poteva parlare.

— Dimmelo, dimmelo: — insisteva con calore Giulio: — ci sarà pure qualche cosa da potersi fare... io mi sento forza e coraggio per qualunque prova... Vuoi che mi lasci rapire ogni bene, vuoi che mi lasci assassinare così, senza difendermi, senza lottare, senza neppure levare un dito?

— Ah, caro Giulio!... Il colpo della sorte è proprio così crudele che non si può evitare, che non c’è schermo che valga, che non c’è nulla da fare fuor di sopportarlo con forza e rassegnazione...

Giulio si strinse forte il capo, come se volesse tenervi la ragione che gli pareva scapparne.

— Si tratta di dividerci! Si tratta di perderti! — esclamò con accento pieno d’angoscia: — e tu mi parli di forza e di rassegnazione!... Ma no che per codesto io non ne ho, non ne posso avere... Perderti! Dopo avere creduto di possedere la felicità, vedersela tôrre!... E perchè?... Senza che me lo si dica questo perchè... O Dio! la testa mi si smarrisce... Dà retta, Albina, io voglio pure parlare con calma... Ragioniamo: vedrai che ciò è impossibile. Io non aveva più di dieci anni che già il tuo pensiero riempiva tutto il mio piccolo cervello, l’affetto per te occupava tutto il mio cuore. Io, mia madre, non la conobbi; mio padre, appena se me lo ricordo; amai dimolto il buon zio, la zia, i tuoi fratelli, ma più di tutti, di tutto, sempre amai te; l’amore che avrei avuto per mia madre lo posi in te, quello che avrei sentito per padre e fratelli, concentrai tutto in te; adulto sentii che t’amavo con una passione che assorbiva ogni mia facoltà, ogni mio pensiero, ogni mia ambizione... Non te ne ho mai detto nulla, anzi lo nascondevo accuratamente a ogni altro e a te stessa... Avevo tanto timore!... Ho pensato perfino un momento di fuggir lontano... Ma ecco invece che una fata benigna viene a darmi d’improvviso la maggior felicità ch’io avessi mai osato sognare... E poi, subito, quando appena io sono riuscito a persuadermi che quella felicità non è un sogno, ecco piombare qualche cosa di misterioso, che io debbo ignorare, che mi si afferma irrevocabile e per cui quella mia felicità svanisce e a me viene tolta ogni speranza... No, no, questo non può essere, non deve essere... Se un nemico è sorto fra me e te, io lo combatterò; se un ostacolo s’è incontrato, io lo distrurrò... credilo... me ne sento la forza. L’amore che ho per te e l’acutezza del dolore che provo mi fanno capace di qualunque maggior prova, te lo giuro... Dimmi tutto: ho ragione, ho diritto di saperlo!

La fanciulla rispose con accento di doloroso rimprovero:

— Credi tu dunque di esser solo a soffrire?... Senti Giulio! Son passati due soli giorni ch’io sono venuta da te e ho posto liberamente la mia nella tua mano e t’ho detto che io pure avevo sempre associata la tua immagine ai sogni del mio avvenire... Credi tu ch’io abbia allora potuto ingannarti?

— Oh no! — esclamò con forza il giovane.

— E se io rinuncio a quei sogni, credi tu ch’io lo faccia senza esservi costretta e senza soffrire? E puoi supporre ch’io t’inganni quando t’affermo che una ragione potente che tu non puoi sapere mi obbliga a questo sacrifizio?

— Ma il sacrifizio per me è ora insopportabile... Ah! tu non m’ami come t’amo io...

— E che ne sai tu? — proruppe con forza la giovane cui l’emozione fece arrossire fino la fronte.

Quel grido dell’anima d’Albina giunse fino al fondo del cuore di Giulio.

— Oh perdono! — esclamò egli, prendendo la mano di lei e baciandola commosso: — ti credo Albina... credo al tuo amore... credo al tuo sacrificio, ma io no, non ho la forza che hai tu...

— L’avrai... Bisogna che tu l’abbia!... Ho voluto parlarti io stessa apposta per chiedertela, per supplicartene, per infondertela... Noi ci amiamo Giulio e bisogna che siamo separati... per sempre!

— Sempre! — ripetè con un grido di dolore il giovane.

— Tu m’ami, e bisogna che tu t’allontani da me, e non mi veda più... almeno per lungo, lungo, tempo...

— O Albina!

— Io t’amo... sì t’amo... e bisogna ch’io prenda il nome d’un altro...

Giulio soffocò fra i denti una parola che pareva quasi una bestemmia.

— Un altro! — gridò: — tu sarai d’un altro! E quest’altro, lo indovino, sarà il conte di Camporolle?...

Albina curvò mestamente il capo.

— E non l’ami colui?... Tu puoi giurarmi che non l’ami?

Ella sollevò vivamente la testa e fissò franca e sicura i suoi occhi in quelli di lui.

— No, — rispose, — non l’amo: ama te, te solo Giulio.

— E lo sposi?

— E lo sposo: — soggiunse la fanciulla con un’amarezza angosciosa: — e ho detto alla madre e ai fratelli che lo voglio sposare perchè lo amo... E sono qui con te per dirti: non è vero, non l’amo, ma devo farlo credere, ma voglio che lo si creda da tutti... fuori che da te... E tu hai da tacere, hai da fingere di crederlo tu pure... hai da allontanarti... portando teco il mio cuore, la mia felicità, tutto il bene della mia vita...

— Ma perchè? ma perchè? — esclamò di nuovo Giulio tormentandosi i capelli: — ma io ci perdo la testa... Quello sciagurato ti si è dunque imposto?... Ma come? Che cosa ha fatto?... Ma giuro al cielo, qualunque sia la sua arma, io gliela spezzerò nelle mani... spezzerò lui medesimo, o egli mi ucciderà...

— Ah no! — interruppe Albina con un vero grido di spavento.

— Non vedrò in nessun modo la felicità di colui...

— No, Giulio, — riprese la fanciulla afferrandogli una mano, — non accrescere le mie pene... Ti dico che la cosa è irrimediabile... Guarda! Colui ti deve esser sacro... per amor mio... La sua morte non salverebbe nulla... anzi precipiterebbe forse la disgrazia ch’io voglio risparmiare... La tua poi?... O Giulio, la tua!...

Non potè continuare: si abbandonò al seno dell’amato giovane, vinta dalla soverchia emozione e pianse di nuovo. I cuori dei due giovani palpitavano forte l’uno sopra l’altro. Giulio chinò il volto su quella bella testolina che gli appoggiava la fronte sulla spalla e ne baciò lievemente i capelli dorati.

— O Albina! — susurrò dolcemente: — la mia vita è tutta tua, fanne quello che vuoi... La condanni ad essere sempre infelice... accetto la condanna anche a costo di morirne... T’amo tanto, tanto!

Essa sollevò quella sua candida fronte da cui raggiavano la purezza e la nobiltà dell’anima più eletta; fissò le sue pupille in cui c’era un vero riflesso di cielo in quelle di lui e disse fermamente, soavemente:

— Amami, Giulio!... Non ho il coraggio di dirti: dimenticami. Amami, e vivi... ma allontanati da me... Una Sangré di Valneve non inganna, non tradisce... e il vederti sarebbe per me troppo dolore... Tu mi comprendi, non è vero?... Tu non vorrai turbare la tranquillità della mia coscienza.

— Partirò: — rispose Giulio, reprimendo un singhiozzo. — Partirò, non mi vedrai più...

Ella si staccò dalle braccia di lui.

— Ora lasciami... Coraggio!... Pensa che, per quanto tu soffra, soffro anch’io e forse di più!... Va e perdonami!

Dieci minuti dopo Albina usciva colla sua governante, colla quale aveva voluto andare alla messa, e dopo questa se ne faceva accompagnare alla locanda in cui avevano preso stanza i marchesi Respetti-Landeri.

La marchesa Sofia era appunto sola e accoglieva, non senza un po’ di meraviglia per quella visita mattiniera, la cugina che diceva aver bisogno di parlarle in tutta confidenza. Le due cugine si ritirarono nello stanzino da abbigliarsi della marchesa, mentre la sora Giustina si fermava ad aspettare in salotto.