XXII.

La signora Giustina, interrogata con insistente destrezza dal marchese Respetti, non istette gran tempo a dire tutta la verità di ciò che le era occorso in quegli ultimi giorni: come Matteo Arpione l’avesse accostata una mattina in chiesa, le avesse dato un biglietto per la contessina, raccomandandole il più scrupoloso segreto, come dopo questo la signorina avesse acconsentito a ricevere ad insaputa della famiglia quell’usuraio e come fosse in seguito del colloquio avvenuto che essa aveva manifestato quelle nuove intenzioni che tanto avevano meravigliato ed afflitto i suoi congiunti.

Fu chiaro per tutti che la condotta d’Albina doveva tutta accagionarsi all’opera di Matteo; ma in che modo egli avesse potuto ottenere tutto questo, nessuno sapeva immaginare. Com’era naturale, si pensò subito a interrogare Albina medesima e la madre mandò per essa. Si seppe che giusto allora la giovanetta aveva avuto un nuovo abboccamento con Matteo, ch’ella stessa questa volta aveva mandato a chiamare...

La fanciulla venne presso alla madre senza indugio; ma era ancora tutta commossa e turbata pel dialogo avuto allor’allora coll’usuraio. Non fu possibile cavarle di bocca il segreto. Ella ammise di avere avuti coll’Arpione quei segreti colloqui; non negò che essi avessero attinenza colla risoluzione da lei presa; ma stette sempre ferma nel dire che non poteva soggiunger altro, che era solennemente impegnata, e che nulla poteva più rifarla libera. Si ritrasse sfinita, afflitta più che mai, dolorante, con una amarezza nell’anima che quasi era una disperazione, ma tenendo inviolato quel segreto, la cui conoscenza, ella era troppo persuasa, alla madre sarebbe quasi un colpo mortale.

Al marchese era venuto sulle labbra più volte alcun cenno intorno a quella somma che egli era persuaso essere stata mandata da Albina a Giulio, tanto per vedere se fra quei due fatti vi fosse un’attinenza com’egli pur sospettava, senza però saperne immaginare una ragione; ma sempre se n’era trattenuto, perchè la moglie nel far la confidenza avevagli pure imposta la condizione di non dir nulla mai.

Se Albina era così ostinata nel suo silenzio, non rimaneva altro mezzo per tentare di penetrare questo mistero fuor quello di rivolgersi direttamente all’Arpione; ed Ernesto Respetti si prese lui questo compito.

Egli stava pensando la maniera migliore per avere coll’usuraio il desiderato colloquio, senza suscitarne le diffidenze e senza dargli troppa importanza, quando la sera di quel medesimo giorno, tornando alla locanda per desinare, seppe che durante la sua assenza, in una sola ora, un vecchio era venuto già tre o quattro volte per parlargli, mostrando molta premura, molta ansietà, e dicendo che alle sei in punto, l’ora precisa del pranzo, sarebbe tornato. Ed ecco in quella che il cameriere faceva al marchese questa ambasciata, presentarsi a capo della scala il vecchio medesimo: era Matteo Arpione.

Respetti frenò un movimento di lieta sorpresa, e con maniere asciutte e superbe accolse l’usuraio e gli accordò il colloquio che egli chiedeva. Matteo era agitato assai, il terreo della sua faccia era diventato giallastro, gli occhietti affondati giravano smarriti, la voce era affannosa e tremante. La sorte voleva favorire, nell’ufficio che aveva assunto, il marchese: erano successi avvenimenti che, mentre l’Arpione credeva di poter venire a dettare la legge anche al marchese, lo conducevano a darglisi, contro la sua aspettazione, in piena balìa.

Uscito dal colloquio colla contessina, Matteo Arpione sentiva una rabbia intensa contro il marchese Respetti. Era lui che aveva scovato fuori tutte quelle accuse contro Alfredo, nelle quali il fondamento che c’era di verità dava credibilità anche alle parti false e calunniose; era lui che si dichiarava così il più aspro e potente nemico del giovane Camporolle e ne faceva pericolare la felicità e ne comprometteva l’avvenire.

— Io potrei pure imporgli silenzio, — pensava il vecchio usuraio, — io potrei averlo a mia discrezione e costringerlo a ciò che voglio io,... Sì, andrò a comandargli cessi dall’osteggiare Alfredo, dal muovere ostacoli al suo matrimonio, anzi lo favorisca ed aiuti; e mi obbedirà, ne son certo.

Ma cambiava ben tosto d’avviso.

— No, no, — diceva, — la contessina non può mancare alla sua parola per quanto si faccia.... Suscitare nuovi incidenti è pericoloso.... Avrò sempre tempo in un estremo bisogno di ricorrere a questo mezzo estremo.

E determinava così di non tentar nulla per intanto col marchese Respetti; ma non era trascorsa un’ora che doveva cambiare totalmente d’avviso, e si persuadeva essere della maggior premura l’agire e vigorosamente sul cugino dei Sangré.

Egli incontrava Tommaso, il quale tutto sconvolto gli apprendeva che poco prima, dietro un vivo alterco, avvenuto tra loro al Club del Whist, il conte di Camporolle ed il cavaliere Enrico si erano sfidati e dovevano battersi; egli non sapeva bene quando, ma certo quanto prima e probabilmente la mattina del giorno prossimo. Matteo, spaventato, smarrito, si metteva subito in traccia di informazioni ed apprendeva sollecito quella esser proprio la verità.

La disgrazia aveva voluto che i due giovani si trovassero faccia a faccia nel Club. Era l’ora in cui le sale avevano gente; ed era gremita addirittura la sala dove si leggevano i giornali, nella quale stava appunto Enrico di Valneve chiaccherando con un gruppo di giovani compagni, quando Alfredo di Camporolle sopraggiunse.

Com’era naturale, il fidanzato d’Albina, salutato qua e là alcuno dei presenti, appena vide Enrico si diresse alla volta di lui e accostò quel gruppo con un amichevole sorriso sulle labbra e la destra tesa; gli altri corrisposero al famigliare saluto di Camporolle e gli strinsero la mano, Enrico ebbe una mossa fieramente disdegnosa del capo sviando gli occhi dal nuovo venuto, e, mentre questi gli porgeva la mano, voltò bruscamente le spalle.

Alfredo rimase lì interito un momento, la mano tesa, le labbra aperte, un lieve pallore sulle guancie; tutti i presenti si guardarono stupiti, impacciati, con qualche rincrescimento; capivano che un deplorevole incidente stava per aver luogo, del quale sarebbero poco liete le conseguenze.

— Enrico: — disse dopo un poco il Camporolle, dominando la sua emozione: — mi permetterai di farti osservare che io ti ho salutato e pôrta la mano.

Il fratello d’Albina volse così un poco il capo verso chi gli aveva parlato, e senza guardarlo, di sopra la spalla gli gettò queste parole di cui l’accento era ancora più disdegnoso della sostanza:

— E io le farò osservare che io non sono semplicemente Enrico, ma il cavaliere Sangré di Valneve, e che non uso dar la mano a qualunque persona mi venga innanzi.

Alfredo trasalì; un vivo rossore gli corse al volto, fino alla radice de’ capelli; parve sul punto di prorompere in chi sa quali furibonde parole, ma si frenò, si ritrasse d’un passo, si passò una mano sulla fronte, si guardò d’attorno con aria attonita, come per chiedere testimonianza alle cose e alle persone presenti, se era proprio cosa reale quel che gli capitava.

Enrico aveva pronunziato forte queste parole, e tutti nella sala le avevano sentite; s’era interrotta la lettura dei giornali, ogni sguardo s’era rivolto a quel gruppo in cui i due giovani stavano in faccia; regnò un perfetto silenzio pieno d’inquieta aspettazione.

— Signor cavaliere Enrico Sangré di Valneve, — disse Alfredo con voce sicura, ma in cui vibrava pure un’intima commozione: — questo è un gratuito oltraggio ch’Ella fa al conte Alfredo Corina di Camporolle; e questi ha il diritto di domandargliene spiegazione e ragione.

Un lieve mormorìo dei presenti indicò che gli uditori approvavano la risposta.

Enrico sentì lo sdegno, l’irritazione, il rancore che da due giorni si venivano rammentando in lui contro quel cotale, e che da poche ore erano diventati odio e disprezzo; si sentì torgli affatto la mano alla ragione; si volse di pieno verso Alfredo, lo saettò con uno sguardo ferocemente superbo e disse con accento compagno dello sguardo:

— Io Lei non chiamerò nè conte... che non è... nè Camporolle, che è un nome di fantasia... nè Corina neppure, che è un nome preso ad imprestito.

Alfredo interruppe con un’esclamazione che era un grido di indignata protesta; un più forte susurro indicò lo stupore e l’interessamento dei nobili spettatori di quella scena, i quali vennero accostandosi ai due giovani. — Enrico imperturbabile seguitava:

— E ora, credo che nè Lei nè altri avranno più bisogno di nessuna spiegazione della mia condotta.

Alfredo si riscosse come se un colpo di frusta lo avesse percosso sulla faccia, fece un balzo verso Enrico, ma si contenne.

— Signor cavaliere! — gridò: — codesta è un’infamia, codeste sono calunnie....

— Disgraziato! — interruppe con forza Enrico: — un Sangré non calunnia.... La donna che voi vi date per madre morì un anno prima che voi nasceste, come attestano i registri della parrocchia di San Giovanni in Macerata, e voi non siete che il bastardo.... non si sa di chi.

L’oltraggiato cacciò un vero urlo: per un momento, sotto l’impulso d’uno sdegno immenso, sentì qualche cosa di feroce, di violento, di terribile venir su dall’intimo della sua natura e scuoterlo e dominarlo; vide traverso una nebbia che pareva sanguigna la faccia insolente di quel giovanetto debole, quasi imberbe, cui la sua mano avrebbe potuto schiacciare, sfidarlo, ghignare, sputargli il più villano e crudele insulto: si slanciò sull’oltraggiatore per ricacciargli in gola le parole. Un grido uscì dalla bocca dei presenti; i più vicini si frammisero. Enrico stette imperturbabile, serrò le braccia al petto e attese, il capo levato, lo sguardo sicuro, un sogghigno di disprezzo sulle labbra. Alfredo fu trattenuto pur dalla vista di quelli che gli si posero davanti, ma meglio ancora da una soave e pure in quel momento dolorosa visione che gli parve aver dinanzi in tal punto: il volto leggiadro di Enrico glie ne aveva ricordato un altro più leggiadro ancora al quale rassomigliava assai, ad Alfredo era sembrato vedersi comparire dinanzi in un baleno l’adorata figura di Albina.

— Lasciate, lasciate, — disse Enrico a quelli che s’erano frapposti: — non c’è pericolo d’accessi; il signore, rientrando nella propria natura, non tarderà a pentirsi di codest’atto.... incomposto, e s’affretterà a chiedermene perdono, anche in ginocchio, come già gli avvenne per altri a Parma.

Alfredo mandò un gemito di vero dolore; questo a un tratto sovrammontò in lui ogni collera: capì che l’edificio d’ogni sua felicità gli crollava intorno a quel punto senza possibilità di rifacimento; una gran desolazione, un gran vuoto, una terribile disperazione lo invase. Ebbe un momento l’idea di fuggire. Si disse che sarebbe stata una viltà; gli parve d’essere uno di quei gladiatori di Roma antica, che erano condannati a morire a ogni modo e che dovevano mettere un certo onore e un certo orgoglio a cadere con fermo viso. Si allontanò di pochi passi da Enrico non gettando su di lui neppure più uno sguardo, e disse, a quelli che lo attorniavano:

— Signori, credo che un simile disgustoso incidente abbia già durato fin troppo.... Mi ritiro; e prego voi due — e nominò due giovani dei presenti — a volermi fare l’onore di assistermi nelle ulteriori conseguenze di questa deplorevole scena.

Le medesime simpatie che s’era guadagnate presso Ernesto Sangré, e anche da prima presso Enrico, Alfredo si era pure acquistate dalla maggior parte dei giovani nobili torinesi; onde, benchè le parole del cavaliere di Valneve, che si sapeva incapace di mentire, facessero non lieve impressione negli uditori, tuttavia i due interpellati non rifiutarono il geloso e delicato incarico e si dissero a disposizione dell’amico, col quale si ritirarono per un momento in un appartato gabinetto.

Enrico da parte sua si rinchiudeva in un altro stanzino con due altri giovani da lui pregati di fargli da secondi; e questi per prima cosa gli domandavano se avesse davvero buono in mano da provare le gravissime accuse lanciate contro l’avversario.

Enrico si pentiva bensì già un pochino della pubblicità a cui s’era lasciato trascinare dal suo umore impetuoso; ma poichè le cose erano venute a tal punto, egli non poteva più indietreggiare e gli convenne dire come fosse venuto in chiaro di que’ fatti, citando a sostegno l’autorità del marchese Respetti; conchiuse che però ad ogni modo egli era dispostissimo a battersi con quel signore, anzi lo desiderava assai, e pregava i suoi rappresentanti a sollecitare, ad accettare qualunque arma, qualunque più seria condizione, pur di far presto e uscirne fuori, se fosse possibile, anche di quella sera.

I due padrini risposero che, poichè egli aveva messa la cosa nelle loro mani, lasciasse far da loro, i quali poteva esser certo avrebbero scelti que’ partiti che più si convenivano al decoro e all’onore del loro mandante; e promisero di fargli sapere il risultato delle pratiche quanto prima potessero.

Il giovane Sangré, tutto ancora accaldato, corse a casa, dove aveva da aspettare la risposta, e ridottosi nelle sue camere, andò senz’altro all’armadio in cui teneva le sue armi e ne trasse fuori due scatole di pistole e due o tre coppie dì fioretti; esaminò le armi da fuoco, ne fece scattare le molle, prese la mira, mise in disparte quelle che gli parvero le migliori, impugnò i fioretti un per uno, li brandì, si esercitò a tirare due o tre bottate contro il muro.

— È un po’ di tempo che non mi sono sgranchito alla scherma; non sarebbe forse male rifarmi un po’ l’occhio e la mano... Ah! non voglio che sia un duello da ridere, e lasciarmi bucare io da colui, no per bacco!...

Si slanciò, colla concitazione del sangue che aveva ancora addosso, al cordone del campanello e diede una grande strappata: fu lesto ad accorrere lo stesso vecchio Tommaso.

— Che cosa comanda signor cavaliere? — disse l’affezionato servitore guardando con occhio spaurito quelle armi sparse qua e là, il viso animato del padroncino e la bellica ferocia, per così dire, con cui egli brandiva la flessibile lama.

— Va subito dallo Speirani — (che era il suo maestro di scherma) — e digli che venga qui sul momento, se può, e il più presto che sia libero, se per caso è impegnato.

Tommaso non si mosse; esaminava tutto commosso l’aspetto del giovane e il guizzo del fioretto che questi maneggiava.

— Ah, signor cavaliere! — disse balbettando: — Lo Speirani?... Quelle armi?... Che cosa vuole?

E l’acceso giovane coll’impeto della sua indole avventata:

— Voglio liberare e me, e mia sorella, e tutti noi di un mascalzone d’avventuriero che tentò ficcarsi nella mia famiglia come un tarlo in una bella e buona stoffa.

— Il conte di Camporolle? — esclamò Tommaso sbalordito.

— Sì, colui; ma leva il conte e il Camporolle... Sono le penne del pavone: sotto c’è una cornacchia e forse peggio.

— Vuol battersi con quel giovane? Col fidanzato della contessina?

Enrico diede addirittura nei lumi.

— Ma che fidanzato? Prima che sposi Albina colui, voglio che profondi il Palazzo Madama... Glie l’ho detto ciò che gli conveniva or ora al Club, e presto glie lo confermerò con una palla di piombo o con due dita di lama...

— Misericordia! — esclamò il povero vecchio, tremando e giungendo le mani. — Per carità, che cosa vuol fare signor cavaliere? Rientri in sè stesso, faccia a tranquillarsi... pensi un po’ a quello che dirà la signora contessa...

Il giovane si riscosse come se gli fosse stato gettato un bicchiere d’acqua sul volto.

— Ah! mia madre! — disse, lasciando cadere il braccio che brandiva il fioretto. — Tu non le dirai nulla, sai, nè a lei, nè ad altri qui dentro!... Guardati bene!... Ah che ragazzaccio son io a lasciarmi scappare di bocca ciò che non dovrei dire ad anima viva!.... Ricordati bene! Ti proibisco di parlare, e se mia madre viene ad apprendere qualche cosa, guai a te!

— Io non parlerò, io non dirò nulla; ma in nome del cielo, ci pensi bene signor cavaliere, non voglia dare un tal dispiacere alla signora contessa...

Enrico gli ruppe in bocca le parole.

— Basta! — gridò coll’imperiosa imponenza d’un Sangré. — Quello che mi spetti di fare non tocca a te l’insegnarmelo... Invece di perdere il tempo a star lì a guardarmi a braccia larghe e bocca idem, va, affrettati e conducimi qui senza indugio lo Speirani....

— Ma signor Enrico!... — osò ancora dire il vecchio domestico, le lagrime agli occhi.

— Niente!... Non una parola di più... va!...

Tommaso uscì tremante, barcollante, domandando a sè stesso quello che gli toccasse di fare. Lasciare che quel duello avesse luogo parevagli una colpa da averne eterno rimorso; e come tentare d’impedirlo senza palesarlo a qualcuno della famiglia, mentre il padroncino gli aveva imposto di tacere con tutti i suoi? Intanto cominciò per obbedire al comando di correre dallo Speirani, e fu per istrada che la fortuna volle farlo imbattere in Matteo, il quale, vistolo così conturbato, non ebbe molto da fare per cavargli di bocca tutta la verità.

Matteo si turbò più profondamente ancora di quello che si fosse turbato il devoto servitore. Anch’egli si disse che bisognava ad ogni modo impedire che quel duello avesse luogo, e subito pensò al marchese Respetti. Corse a casa sua, aprì lo scrigno che sappiamo, frugò per entro il cassettino dove si custodivano le carte e ci prese un foglio — anzi la metà d’un foglio, — quella che aveva separata da quell’altra recata alla contessina Albina, la scorse cogli occhi, fece un movimento di soddisfazione come per dirsi essere quello appunto che gli conveniva, e corse alla locanda dov’erano alloggiati i Respetti.

Come abbiamo visto, il marchese non c’era, e nelle varie volte che Matteo ansioso ed impaziente ritornò, mai non ebbe la fortuna di trovarlo, finchè alle sei precise, quando il Respetti veniva a pranzo, i due uomini si incontrarono fronte a fronte nel vestibolo in alto delle scale, al primo piano.

Si ridussero in un gabinetto, si richiusero dentro, e il marchese con quel tono di superbia con cui aveva accolto l’usuraio, gli disse, senza accennargli neppure di sedere:

— Che cos’è che voi potete volere da me?... Parlate.