XXIII.

Matteo Arpione stette un momento prima di parlare, come si fa dopo una corsa per riavere il respiro che vi manca; voleva dominare il suo turbamento, riacquistare tutta la freddezza della sua mente, la furberia della sua indole e l’abilità della sua lunga esperienza di trattare cogli uomini e di giuocare colle varie passioni di essi, per cominciare quel colloquio, il quale doveva essere una lotta, in cui egli voleva riuscir vincitore. Giunse così a comporre il suo aspetto, a ridonare alla sua fisonomia quell’apatica indifferenza sotto cui nascondeva accuratamente ogni emozione, ogni sensazione, allo sguardo quella plumbea freddezza che era negativa d’ogni qualsiasi espressione.

— Signor marchese, — diss’egli poi, umile e curvo com’era sempre, con voce senz’armonia, fredda, sorda, sommessa, tranquilla, lenta — sono venuto da Lei per rendere un gran servizio alla nobile famiglia di Valneve, per la quale, malgrado il modo crudele con cui ne venni trattato, io ho sempre la medesima affettuosa e rispettosa devozione....

Il marchese fece un gesto di leggera impazienza; Matteo s’affrettò a soggiungere:

— E per cercare di risparmiarle, col mezzo di Vossignoria, una gran disgrazia che la minaccia.

Respetti lo guardò bene con diffidenza.

— Quale disgrazia? — domandò con orgogliosa freddezza.

— Poco fa, non saranno più di due ore, — rispose Matteo, pronunziando le parole ancora più lente e spiccate, — il signor cavaliere Enrico Sangré, al Club dei nobili ha insultato gravemente il conte di Camporolle e ne successe una sfida, la quale, e per la gravità dell’insulto, e per la qualità delle persone, non può che avere le più deplorevoli conseguenze.

Il marchese fece un atto di viva contrarietà.

— Ah! l’imprudente ragazzo! — esclamò con accento di rammarico. — Ma già quello lì ha del liquido infiammabile nelle vene, alla menoma fregagione piglia fuoco come un razzo....

— Ella capisce, — riprese il vecchio, — che codesto duello non deve aver luogo, non può aver luogo, e che a Lei, signor marchese, incombe l’obbligo d’impedirlo.

Respetti guardò con altezzosa ironia quell’uomo vecchio, umile in vista, mal vestito, che gli stava dinanzi.

— È il signor Arpione che viene ad ammonirmi di quello che è mio obbligo?

Matteo, senza pur dipartirsi dalla solita umiltà dell’aspetto e del contegno, rispose con una certa fermezza:

— Sì, signor marchese; nessuno meglio di Lei può fare questa buona opera, può rendere questo servizio ai signori Sangré, e la sua relazione, la sua parentela con essi, pare a me che glie ne facciano proprio un debito. Vossignoria perdonerà la mia franchezza, perchè mossa dal maggiore interessamento per quelle persone che a Lei sono carissime.... Ed è perciò che sono venuto confidente ad avvertir Lei del caso e a dirle di recarvi rimedio.

Sotto l’ancora apparente umiltà dell’usuraio, al marchese parve avvertire una certa intenzione di dettargli la legge, che suscitò in lui un’ombra di risentimento; se non avesse avuto desiderio e bisogno egli stesso di ottenere da quell’uomo importanti rivelazioni, lo avrebbe senz’altro licenziato dalla sua presenza con superbe parole; si limitò a guardarlo alteramente, e rispose:

— Dalla parte di mio cugino veggo molto difficile l’impresa. Un Sangré non si ritira più quando ha mandata ed accettata una sfida; e io non oserei nemmanco proporlo.

— Non dico che il cavaliere faccia cosa alcuna men degna di lui, del suo nome.... Ma Lei, marchese, colla sua autorità può frapporsi fra i due giovani e ottenendo qualche cosa dall’uno e qualche cosa dall’altro, giungere alla riconciliazione.... Pensi alla contessa Adelaide!... Pensi che il conte di Camporolle è schermitore abilissimo, è pieno di coraggio e di forza....

— Mio cugino Enrico, — interruppe brusco il marchese, — non è inferiore a nessuno per valore e nemmeno per abilità nel maneggio di qualunque arma: colla pistola su dieci colpi è sicuro d’imbroccare il centro del bersaglio nove volte, e fra quanti frequentano la sala d’armi dello Speirani, non c’è alcuno che possa stargli a paro sia col fioretto che colla sciabola.

Lo sguardo del vecchio ebbe un balenìo come di spavento, e il color terreo della sua faccia si fece ancora più giallastro.

— Ah! in un duello, sul terreno, — egli disse, — Lei sa pure che non è più come al bersaglio e nella sala d’arme....

Respetti interruppe con disdegnosa impazienza:

— Ebbene sì, tranquillatevi.... Se vi preme cotanto il veder sottratto a tal pericolo il cavaliere Enrico, io mi ricordo ora che c’è un mezzo per far dichiarare da ogni persona d’onore impossibile questo duello; e un mezzo affatto decoroso per mio cugino.

— Ah sì! — esclamò Matteo con un sentimento non del tutto dissimulato di contentezza e di sollievo: — e questo mezzo sarebbe?...

— Comprendete pur bene anche voi, — rispose il marchese, — che un Sangré non può battersi che con un avversario degno di lui, sull’onore del quale, almanco, non siavi la più piccola macchia.

Lo sguardo, la fisonomia del vecchio tornarono foschi.

— Ebbene?... E con ciò?... — egli domandò con voce sorda e, nell’apparente indifferenza quasi minacciosa.

— Ebbene, quel sedicente Camporolle non è avversario con cui si possa misurare mio cugino, perchè non si sa chi sia, perchè ci si è presentato con nome finto, con documenti falsificati, perchè tutto fa sospettare una origine poco onorevole alle ricchezze di cui gode, perchè lo si accusa perfino di aver fatto il denunziatore alla polizia di Parma.

Matteo smarrì il suo sangue freddo: un rosso cupo gli venne ai pomelli delle guancie aggrinzate, le pupille in fondo alle occhiaie ebbero un bagliore viperino, la bocca si contrasse in una smorfia da far paura, la voce suonò con una vibrazione maggiore e con tono più alto.

— Codeste sono tutte calunnie... Oh lo so bene che Lei stesso, signor marchese, le raccolse e le va spargendo; e sono venuto apposta da Lei, anche per ciò, a dirle che il male fatto o voluto fare, Ella stesso lo deve distrurre e riparare; che Ella deve rivendicare e difendere l’onore di colui che è lo sposo e sarà il marito di sua cugina Albina; che deve impedire il duello minacciato per l’unica ragione che è impossibile stiano colle armi alla mano, fronte a fronte, due che devono — ripetè la parola, pesandoci su con significazione — che devono diventare cognati e amarsi come fratelli.

Respetti interruppe con disdegno.

— Olà, sor Arpione, dove avete preso codesta sicurezza e codesto tono? Che voi ci teniate dimolto a fare sposare la contessina Sangré con quel signore, lo sapevo già; so che avete impiegato certe arti per indurre quella giovinetta ad accettare tal partito; e mi piacerebbe pur sapere qual sia la ragione che in voi, solito a non far nulla per nulla, a non muovere pure un dito senza averci qualche buon guadagno, ispira tanto interessamento per quel giovanotto, sul quale avete vegliato fin da bambino, il quale avete fatto ricco mercè il frutto delle vostre usure, e ora volete introdurre nella vera nobiltà con un simile matrimonio.

Matteo Arpione avvisò che il momento decisivo era venuto, che ora, per vincere la pugna, bisognava ferire il gran colpo, e ridrizzata la persona, levato fieramente il capo, con accento risoluto e quasi minaccioso, proruppe:

— Sì, quel giovane l’ho voluto ricco, nobile e lo voglio ora felice; ma la ragione è inutile cercarla, e non le consiglio, marchese, di perdere in ciò il suo tempo. Quel matrimonio deve farsi, lo voglio; e Lei deve aiutarmici, torre di mezzo tutte le cattive impressioni che ha suscitate, dichiarare insussistenti le mosse accuse, non lasciar avvenire il duello e far affrettare anzi le nozze....

— Davvero? — esclamò con insolente ironia il marchese.

— Sono venuto a pregarla di tutto ciò.... ed ella mi ubbidirà....

— Ah sì! — interruppe Respetti, nel cui accento cominciava a fremere la collera.

— Sì, — soggiunse affrettatamente e audacemente l’Arpione, — perchè io tengo in mia mano quanto può offuscare l’onore di suo padre, l’onore del suo nome....

Il primo sentimento di Ernesto Respetti-Landeri alle parole di Matteo fu di stupore; credette aver male inteso: tese un poco il collo verso quell’uomo e con quell’accento di finezza aristocratica, beffarda ed elegante, che hanno coloro che appartengono a famiglie nobili e primeggianti da secoli, disse:

— Voi avete detto?... Non ho capito bene... Abbiate la compiacenza di ripetere.

Arpione, imperturbabile, risoluto, ripetè esattamente le parole che aveva pronunziate. Allora una viva collera si accese nell’animo di quel discendente d’una lunga sequela di nobili gentiluomini.

— Miserabile! — gridò: — tu osi parlare dell’onore del mio nome, dell’onore di mio padre, e dirmi che hai in mano di che offuscarlo?

La sua collera diede giù tutto a un tratto; guardò il vecchio usuraio con una specie di compassione derisoria, come si fa ad un folle che commette qualche stranezza o ad un sciocco che inciampa in una grossa balordaggine, poi ruppe in una risata di scherno e di disprezzo.

— Ah povero Arpione! — disse crollando il capo, — che infelice ispirazione avete avuta di venire da me a tentare qualche vostro scellerato ricatto con mezzi di codesto genere!... Perchè non dubito punto che si tratti di un ricatto di vostra foggia. Mi conoscete ben poco, e smentite tutta la vostra accortezza a conoscermi così poco, se avete pensato un solo momento che minaccie di tal fatta potessero fare il menomo effetto su di me, che so bene il mio onore, quello di mio padre, tanto sicuro, tanto in alto da non poterci arrivare a gettarvi pure uno spruzzo di fango la temeraria tristizie di nessuno, e tanto meno la vostra.

Matteo non si rifece umile come il Respetti credeva che avvenisse, rimase fermo a capo levato e insistette con parola risoluta.

— Eppure creda, signor marchese...

Questi lo interruppe con impazienza in cui tornava a fremere fa collera.

— Olà! — gridò, — posso non perdonare, ma dar passata con disprezzo a simili infamie uscenti dalla vostra bocca che suonino una volta; ma, seguitando a disprezzarle, pur le punirò severamente se hanno lo scellerato coraggio d’insistere.

L’usuraio osò alzare anch’egli il tono della voce.

— E s’io, — disse sfacciato, — le mie parole vengo a provarle con documenti?

— Documenti! — ripetè il marchese, vieppiù irritato da quell’impudente insistenza. — Che documenti?

— Una dichiarazione dell’illustrissimo signor marchese, suo padre, proprio di lui medesimo.

Rispetti venne rosso fino a’ capelli.

— Uno scritto di mio padre, che compromette il suo onore, nelle vostre mani?... Voi mentite!

Queste ultime parole furono dette con tale scoppio di indignazione, con tale energia di sentimento, che l’Arpione indietrò di due passi, quasi impaurito.

— No signore, — rispose pur tuttavia, — e quel documento l’ho qui meco da poterglielo mostrare.

Il marchese ebbe un sussulto di tutta la persona, parve volersi gettare addosso a quell’uomo dalle cui labbra uscivano parole che gli erano come colpi di flagello sul viso: si contenne a forza, strinse le braccia al petto per frenare il pulsar del sangue concitato del cuore, per acchetare un poco il tumulto nel petto, e guardando il suo interlocutore con occhi di bragia, disse pacato, a voce sorda e labbra frementi:

— Ebbene, mostratemelo.

Matteo lo guardò un poco sospettoso e pauroso, poi s’allontanò ancora d’un passo, fece un atto di consentimento senza parlare, depose per terra il cappello unto e frusto che aveva sin’allora tenuto in mano, e, covando sempre con occhio diffidente il marchese, come se temesse ch’egli da un momento all’altro avesse da slanciarsi su di lui a fargli violenza, prese in tasca il portafogli e da questo trasse fuori un mezzo foglio di carta ingiallito dal tempo.

— Ecco qui: — disse.

Il Respetti sciolse le braccia, tese avidamente le mani e d’un balzo fu presso all’usuraio per afferrar quella carta; ma l’altro, in sulle guardie, la ritrasse e la riparò dietro il suo corpo.

— Un momento! — esclamò. — Ella deve capire che questo è per me un tesoro preziosissimo, e ch’io non posso privarmene se non dopo avere ottenuto tutto quel compenso che desidero, che pretendo.

— Lasciatemi vedere; — proruppe il marchese, bollente d’impazienza.

— Comincierò per mostrarle la firma. Ella non potrà a meno di riconoscerla per genuina ed autentica del fu signor marchese, e così non avrà più dubbio nessuno sulla importanza e veridicità del documento.

Piegò la carta in modo che si vedesse dello scritto niente più della segnatura, e tenendo il foglio bene stretto in mano, lo pose così sotto gli occhi del marchese.

La firma scritta con mano incerta, in modo stentato, diceva pur tuttavia chiaramente: M.ese Leonzio Respetti-Landeri.

— La riconosce? — domandò Matteo.

— Sì, pare la scrittura di mio padre, — rispose lentamente il marchese osservando bene, non già inquieto, che in lui non poteva sorgere pure un dubbio sull’incontaminatezza dell’onore paterno, ma dispiacente di vedere un foglio colla firma del padre in mano di quell’individuo spregievole e disprezzato.

— È... è davvero: — disse l’usuraio con una specie di trionfo. — Qualunque perito la riconoscerebbe, la proclamerebbe per vera; e poi ci sono, in questa carta medesima, come vedrà, altre ragioni che lo provano. La mano che ha tracciato questi caratteri era mal ferma e stentata nel muoversi, ma ella sa che negli ultimi tempi della sua vita, il marchese Leonzio, ridotto quasi completamente paralitico, non poteva scrivere altro più che la sua firma e ancora con difficoltà, e questa carta egli l’ha sottoscritta, come lo dimostra la data che vedrà, l’ultimo giorno in cui visse; anzi io so, essendo allora appunto presso di lui, che ebbe appena tempo di finire di scriverla, quando fu assalito da quell’accesso che gli fu mortale.

Le parole del vecchio, senza scuotere menomamente la fede nel marchese, lo turbarono assai, ricordandogli la morte paterna a cui egli lontano non aveva potuto assistere, ricordandogli che appunto negli ultimi mesi della grave infermità, quando il padre avrebbe avuto maggiormente bisogno delle cure figliali, egli se ne stava fin laggiù a Pietroburgo, lieto, tranquillo, a godersela, e quelle cure amorose che erano sacro dovere di lui figliuolo, erano date all’infermo dall’amico e cugino il conte-presidente, pietosissimo, amorevolissimo fino all’ultimo di lui respiro.

Si passò una mano sulla fronte e sugli occhi, poi sommesso, ma con una certa imponenza di comando:

— Insomma volete lasciarmelo leggere quello scritto?

— Lo leggeremo insieme, se non le dispiace: — rispose Matteo, tornando a un tratto umile come il suo solito.

Spiegò il foglio, e tenendolo bene colle due mani, per rendere impossibile che uno strappo glie lo levasse, lo pose innanzi agli occhi del marchese.

Questi, appena vi ebbe gettato uno sguardo, esclamò:

— Ma quella è la scrittura del conte-presidente!

— Sì signor marchese: — soggiunse tutto dolcereccio l’usuraio. — E questa è appunto una delle ragioni che io diceva or ora provare sempre più l’autenticità della firma, perchè l’illustrissimo signor conte Sangré di Valneve non avrebbe scritto quanto qui si legge, se non per espressa volontà del marchese, e se non approvato dalla segnatura del medesimo.

— Ma vediamo... vediamo che cos’è — disse impaziente il Respetti: e Matteo si mise a leggere piano, ma con voce chiara, mentre lo sguardo del marchese veniva seguendo la lettura sullo scritto, parola per parola.