XXIV.

Quella carta diceva così:

«Ernesto, figliol mio, tu riparerai la colpa di tuo padre; morirò più tranquillo, pensando che tu te ne farai un sacro obbligo....»

— La colpa di mio padre! — interruppe a questo punto il marchese tutto sconvolto. — Ma che colpa, gran Dio?

E Matteo freddo freddo, con un’umiltà e sommessione che avevano ancora più insolenza del piglio audace di poc’anzi:

— Ecco: la prova scritta qui subito.

E continuò a leggere:

«Tu non solo, appena ne sarai in grado, restituirai a Giulio le cinquanta mila lire affidatemi da suo padre, mia farai a quel fanciullo da fratello maggiore, da padre, ti adoprerai in ogni modo perchè la sua vita sia felice. Ciò ottenendo, forse l’animo di Armando mi perdonerà del tutto il mio fallo.»

Un tumulto doloroso, terribile invase la mente del marchese. Capiva e non voleva capire; gli pareva di sognare e sentiva che pur troppo era una realtà che l’opprimeva. Non poteva credere, e il tono affermativo e quasi solenne di quelle parole e la mano di scritto del fu conte-presidente e la firma di suo padre non glie ne lasciavano dubbio. Si cacciò le mani nei capelli ed esclamò come parlando a sè stesso, con accento che rivelava la più fiera angoscia:

— Ma che vuol dir ciò?... Come spiegare questo enimma?

E l’usuraio con quella sua crudele freddezza, vestita delle mostre più umili del rispetto:

— Avrò l’onore di spiegarglielo io, se la S. V. si degna di permettermelo.

Ernesto Respetti fece una mossa del capo che l’altro s’affrettò ad interpretare per un atto di consentimento, e subito continuò:

— Il fu illustrissimo signor marchese Leonzio, per varie cagioni che ora è inutile enumerare, si trovò in un punto gravemente imbarazzato a far onore ai suoi impegni.

— Lo so pur troppo, — interruppe il marchese, — e voi foste una delle cause dei suoi dissesti finanziari....

— Mi scusi, io lo aiutai parecchie volte a trarsi fuori dalle peste....

— Ma in che modo!... Via, ora non si tratta di ciò. Continuate.

— In quel momento terribile ch’io dico, se il marchese Leonzio non trovava cinquanta mila lire, gli piombavano addosso il sequestro, l’asta pubblica e perfino l’arresto personale.

— Oh! — fece trasalendo Respetti.

— Sissignore.... Per evitare tanto danno e tanta vergogna, il marchese, che possedeva una somma affidatagli dal cavaliere Armando Sangré, prima di partire, appunto la somma che a lui occorreva per salvarsi, la prese....

Il figliuolo del marchese Leonzio saettò uno sguardo incisivo, acuto, sulla faccia di cartapecora dell’usuraio.

— Ma come sapete voi tutto questo, sor Matteo?

Il colpo era buono e ben tirato; il vecchio, quasi urtato in pieno petto, ne vacillò, confuso un momento, ma non tardò a riprendere il suo equilibrio e la sua sicurezza.

— Com’Ella sa, — rispose, — io era informato completamente degli affari e degl’interessi dell’illustrissimo signor marchese, e sapevo fors’anco meglio di lui in quali acque si trovava...

— E sapevate pur anco che nostro cugino, il cavaliere Armando, aveva affidato a lui quella somma?

— No signore, codesto non lo sapevo; ma l’ho indovinato benissimo quando, avendo visto che il marchese aveva pagato senza che mi constasse aver egli preso a imprestito denaro da nessuno, finalmente mi cadde tra mano questa sua dichiarazione.

— Ah quella carta! — esclamò il Respetti, la cui mente cominciava a tornare in calma e a guardare con più freddezza le cose. — Anzi tutto, terminiamone la lettura, e poi ne discorreremo alcun poco.

Lo scritto si conchiudeva nel modo seguente:

«Tutto quanto precede, pregato da me, scrisse, sotto mia dettatura, l’affezionatissimo mio amico e congiunto il conte-presidente Ernesto Sangré di Valneve, e tu, figlio mio, la riterrai come scritto da me stesso, di mia propria mano.»

E più sotto la data e la firma.

«Torino, 20 ottobre 1843.

«Leonzio Respetti-Landeri.»

Il marchese, poichè Matteo ebbe finito di leggere, impugnò il braccio di lui e lo tenne fermo per impedirgli di ripiegare la carta e riporla nel suo portafogli, com’e’ voleva fare, e scorse di nuovo da capo a fondo quello scritto con occhi intenti, quasi volendo stamparsi nella memoria parola per parola quella pagina.

Poi lasciò andare il braccio dell’usuraio, si fregò la mano col fazzoletto profumato, come per ripulirla da un untume che le avesse lasciato il contatto del panno di quella manica, e si mise a passeggiare lentamente a capo chino su e giù dello stanzino, senza mostrare menomamente di badare alla presenza di Matteo.

Questi ripose accuratamente nel suo portafogli la carta preziosa, si chinò, riprese per terra il cappello che vi aveva deposto e stette ritto, immobile, muto, ad aspettare, seguendo collo sguardo il marchese che andava e veniva.

In quel momento l’uscio si aprì e comparve la faccia bella e sorridente della marchesa Sofia.

— Vieni a pranzo, Ernesto, — diss’ella, — è già servito in tavola.

Il marchese si fermò sui due piedi; ben fece tosto ogni sforzo per iscacciare dalla fisonomia ogni traccia di preoccupazione, ma il turbamento e la pena erano troppi in lui per poterci riuscire completamente, massime allo sguardo amoroso della sua compagna; abbozzò un sorriso e rispose coll’indifferenza maggiore che seppe fingere:

— Abbi pazienza, Sofia; anzi, senz’aspettarmi, comincia pure a pranzare, che poi io ti raggiungerò. Ho un certo affare... piuttosto di premura, da terminare qui.... con Matteo.

La moglie s’avanzò un po’ inquieta, guardando con occhio scrutatore in faccia un dopo l’altro i due uomini.

— Qualche contrarietà?.... Qualche dispiacere? — domandò.

— No, no, — s’affrettò a rispondere il marito, riuscendo questa volta a fare un sorriso affatto rassicurante. — Non è che un piccolo conto... vecchio, molto vecchio.... un arretrato dell’eredità di mio padre.... che devo aggiustare con costui.... Mi preme uscirne.... e dopo tanti anni, capirai che ci vuole un po’ più di tempo e di pazienza a venire a capo di definire a mutua soddisfazione la faccenda.

La marchesa gettò uno sguardo un po’ sospettoso, un po’ di cattivo umore sull’ignobile figura dell’usuraio, e disse con tono fra di rimprovero, fra di rincrescimento:

— Se non si può proprio rimandare a più tardi; se d’una cosa che è in pendenza da tanti anni, ora c’è proprio premura di venirne alla conclusione senza il menomo indugio, sia pure: aspetterò anch’io, ma guardate almeno di far presto.

Rivolse ancora uno sguardo a Matteo che s’inchinava fino a terra senza parlare, al marito che colla solita galanteria l’accompagnava fino fuor dell’uscio dicendole amorevoli parole, e si ritirò persuasa che l’oggetto di cui si trattava era più grave di quello che il marchese volesse farle credere.

Ma intanto questa venuta della moglie aveva suscitato nella mente di Ernesto Respetti un ricordo, che veniva a porgere nuovo elemento di congetture, per cui tentare di comprendere, di metter ordine, di veder lume in quel caos, in quel buio che gli avevan messo dinanzi la dolorosa rivelazione di quel fallo paterno e il modo con cui tal rivelazione gli era fatta. Era il ricordo di quelle cinquantamila lire che Albina s’era procurate da Sofia, e che poi egli aveva le prove aver essa mandate a Giulio. Evidentemente c’era una connessione fra questi due fatti. Albina aveva ella saputo di quel danno fatto al cugino e aveva voluto ripararlo? Ma come? Ma da chi? E perchè? Mille confusi pensieri s’affollavano in capo al marchese. Aveva davanti Matteo; bisognava ch’egli non lo lasciasse partire senza averne tratta tutta la verità. Gettò un’occhiata su quella figura sorniona che lo guardava di sottecchi e si disse che bisognava usare tutta la maggior prudenza e accortezza. Andò a sedersi tranquillamente sopra un seggiolone e fece segno all’usuraio che gli si avvicinasse.

— Voi, Matteo, — cominciò egli affatto pacato in vista, — siete dunque venuto qui da me, armato di quella carta, a propormi un contratto? È necessario, perch’io possa decidermi, che mi sveliate tutte e chiaramente le vostre intenzioni e le vostre pretese.

— Le ho già detto tutto quel che desidero: impedisca il fatal duello; aiuti a compirsi ed affretti il matrimonio del conte di Camporolle colla contessina Albina, e questo pezzo di carta, la cui esistenza è ignorata da tutti, io lo consegno nelle sue mani.

— Va benissimo: — disse il marchese, dominando sempre a meraviglia le molteplici, varie, complesse emozioni che agitavano il suo cuore, e mostrandosi solamente grave e pensoso come chi riflette sopra un importante partito da prendersi. — Ma voi ci dovete pure avere un interesse in tutto questo.

Matteo fece un movimento, e Respetti con vivacità, senza lasciarlo parlare:

— Oh non vorrete, spero, neppur tentare di persuadermi che facciate cotanto per alcuno, senza che ci abbiate qualche utile vostro personale.... Non cercherò quale possa essere codesto utile; ma vi dirò: se provassimo a ridurlo in cifra, qual somma vi parrebbe bastevole a rappresentarlo? Non avete che da dirmela, e io ve la farò avere.

Il vecchio non si dimostrò nè stupito nè offeso della proposta che contenevano tali parole; rispose tranquillo e serio:

— Mi rincresce; ma non posso proprio davvero accettare transazione alcuna. Mi offrisse anche i milioni dei Rothschild, io risponderei sempre: quando Ella abbia impedito quel duello e fatto stringere quel matrimonio, riceverà questa carta senza dover pagare manco un centesimo.

Ernesto Respetti guardò un poco fisso fisso l’usuraio senza parlare.

— E sia! — disse poi. — Supponiamo che io accetti il vostro patto. Capirete che almeno io vorrei essere sicuro che le condizioni delle cose sono esattamente quali voi dite: per esempio che quella carta è proprio ignota a tutti e che una volta venuta in mio potere, niuna traccia più potrà rimanere di un momento di debolezza, quale confessa di aver avuto il mio povero padre.

— Ah, signor marchese, le giuro...

Respetti interruppe seccamente:

— Non dovreste credere neppure voi che un vostro giuramento mi possa bastare.

Matteo si curvò sotto quell’insulto senza battere palpebra.

— Quale assicurazione vorrebbe?...

— Quella che mi dessero informazioni positive cui avessi campo di appurare esatte.

— E come potrei io dargliele?

— Rispondendo sinceramente e con veridicità alle domande che vi faccio. E per prima: come siete voi venuto in possesso di quel foglio?

L’usuraio stette un momento a pensarci su.

— Ah! badate bene! — soggiunse vivamente e imperioso il marchese, — che voglio tali risposte che me ne possiate provare la esattezza.

— Signor marchese, — rispose Matteo dopo un altro poco di riflessione, — potrei dirle recisamente che il modo per cui è venuto nelle mie mani questo documento non glielo voglio manifestare....

— Ed io, — interruppe asciutto il marchese, — troncherei subito ogni discorso con voi e vi metterei fuori dell’uscio....

— Anche s’io minacciassi di far pubblica questa confessione del fu illustrissimo signor marchese Leonzio?

Un lampo d’ira, che però tosto si spense, balenò nelle pupille del marchese.

— Sì, rispose fermamente, — anche con codesta vostra minaccia. Rimpiangerò certo amaramente che sia noto l’unico fallo della vita di mio padre, al quale bisogna pure che creda ancor io, poichè egli stesso lo confessa; ma nello stesso tempo che questo fallo sarà conosciuto, verrà a sapersi eziandio che egli ne affidava a me la riparazione, che io non seppi mai nulla fino ad ora, che quella restituzione al cavaliere Giulio sarà tosto fatta: e io, per quanto dolente della debolezza paterna, ma persuaso che il pentimento cancella ogni colpa, e del suo pentimento mio padre diede prova, porterò alta la fronte lo stesso e son certo che non perderò un briciolo di affetto e di stima dai miei congiunti, nè da verun altro al cui concetto io ci tenga. Voi vedete che se può importarmi fino a un certo punto di tenere segreta ogni cosa, l’importanza che ci metto non è tale da farmi acconsentire a cose ch’io non possa accettare.

Matteo si sentì invadere da una gran paura. Capì che la sua sollecitudine, il suo sgomento per Alfredo lo avevano deciso un po’ imprudentemente a un passo assai pericoloso. Imporne al marchese era ben altra cosa che non il dettare il suo volere colla minaccia alla contessina Albina; era venuto a svelare il suo segreto, e correva rischio di vedere con ciò fatta inutile la sua audace menzogna e rotta nelle sue mani l’arma terribile con cui aveva ottenuto la sommessione della nobile ragazza. Pure conservò fermo il contegno, e disse tranquillamente:

— Ho creduto che Vossignoria, pur così delicato in punto d’onore, appartenente a famiglie tanto scrupolose a questo riguardo, avrebbe accettato qualunque condizione... onorevole s’intende, per ottenere che una macchia, mettiamo pur anco leggiera, del nome paterno, non comparisse mai agli occhi del pubblico.

Il marchese ebbe di nuovo un guizzo negli occhi, e parve sul punto di interrompere; ma si contenne, si morse il labbro, ed a Matteo, il quale si era taciuto, fe’ cenno di continuare.

— E mi pare, — seguitò l’altro, — che quanto io son venuto a chiedere alla S. V. sia pur tale da accettarsi volonterosamente.

— Ne giudicherò meglio quando io sappia quello che desidero: — disse allora con accento risoluto il marchese. — Come avete voi quella carta?

L’usuraio si sentiva dominato; volle pure ancora tentare di resistere, ma quella paura, che gli era entrata nell’animo, veniva crescendo e levandogli della sua sicurezza, dell’impudenza.

— Signor marchese, — rispose volendo nascondere la sua esitazione, ma non riuscendoci bene: — ciò alla S. V. non deve importare...

Respetti si alzò e con tono imponente interruppe:

— M’importa cotanto che senza questa spiegazione da voi, non consento più ad ascoltarvi altrimenti. Avete capito?... O parlate, o partite dal mio cospetto.

Subito subito, Matteo pensò partirsene davvero; ma non era un respingere così ogni mezzo di salute? Chi sa se una completa sincerità non avesse più effetto delle minaccie sull’animo del marchese; poteva anche presentare le cose in modo da acquistarsi un po’ di merito verso chi l’ascoltava.

— Ebbene? — domandò il marchese, incalzante, imperioso, avvicinandoglisi d’un passo.

Il vecchio usuraio era vinto.

— Le dirò tutto, — rispose inchinandosi più basso che mai, facendosi più umile, più strisciante di prima.

— Meno male: vi ascolto.

Il marchese si buttò di nuovo a sedere, si nascose il volto, appoggiando la fronte alla palma della mano, il gomito sul bracciuolo del seggiolone e stette, in apparenza, impassibile ad ascoltare.